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MORATTI, Massimo

Massimo Moratti (di Frangiotto Moratti e Teresa Laghi / Serravalle Scrivia, 13 ottobre 1925 / Col San Giovanni di Viù, 4 maggio 1945).

Studente, Ufficiale dell’Esercito della Repubblica sociale italiana, fucilato dai partigiani.

Manifesto di propaganda della Divione Monterosa

Dopo la caduta del Fascismo, l’Armistizio, lo sfaldamento del Regio Esercito e l’occupazione dell’Italia da parte delle truppe germaniche, nei territori non ancora raggiunti dagli Alleati nasce uno stato fascista repubblicano, la Repubblica Sociale Italiana. “La guerra continua!” così aveva annunciato agli italiani il Maresciallo Pietro Badoglio, nominato Capo del Governo dal Sovrano, nell’informare la Nazione degli eventi del 25 luglio. E così fu: guerra all’ex alleato divenuto improvvisamente nemico; guerra agli Angloamericani che stavano risalendo la Penisola e, tragedia nella tragedia, guerra civile tra partigiani e fascisti di Salò. L’apparato militare repubblicano si alimentò di una serie di bandi di reclutamento, i così detti “Bandi Graziani”. Alla chiamata alle armi della RSI risposero persone dalle storie e dalle motivazioni più disparate. Giovani, uomini e donne, in buona ed in mala fede: chi aderì mosso da radicate motivazioni ideali; chi accecato dal fanatismo ideologico; chi per trovare un’alternativa all’orrore della deportazione e dell’internamento nei lager tedeschi che fosse diversa dal “ribellismo” partigiano o dal nascondersi in una soffitta in attesa che passasse la tempesta; chi per mero tornaconto o interesse personale; chi, fatto prigioniero, dovette scegliere tra il plotone di esecuzione o il giuramento di fedeltà a Salò; chi, costretto a piegarsi all’arruolamento forzato, temendo per l’incolumità delle persone care.

Per allestire la spina dorsale dell’Esercito Repubblicano, tra il gennaio ed il febbraio 1944, venne costituita la Divisione Alpina “Monterosa”. Seicento ufficiali, dodicimila tra sottufficiali e soldati, inviati anche se non a ranghi completi in Germania, per essere addestrati direttamente dai tedeschi in campi militari allestiti in Baviera e nella regione di Friburgo. Furono organizzate anche altre tre Divisioni, la “San Marco”, l’ “Italia” e la “Littorio”. Composizione, formazione, armamento, mutuati dalla macchina bellica della Wehrmacht. A fine maggio 1944 le quattro unità contarono complessivamente 57.000 uomini. Preparati meticolosamente dagli istruttori germanici, come si legge nel saggio di Romano Battaglia, Indro Montanelli e Mario Cervi, “L’Italia della guerra civile – 8 settembre 1943 – 9 maggio 1946” «…i soldati delle Divisioni fasciste formarono forse le unità meglio preparate al combattimento che l’esercito italiano avesse mai avuto. Questo finché rimasero in Germania… Quando furono rimpatriate per l’impiego, la realtà italiana, il disprezzo della popolazione, le vicende della guerra provocarono presto diserzioni di massa…».

La “Monterosa” rimpatriò a metà del mese di luglio 1944, aggregata al Corpo d’Armata “Lombardia”, parte dell’Armata “Liguria”. Al reparto Alpino vennero affidati compiti di protezione delle vie di comunicazione tra il mare e la Valle del Po in funzione antipartigiana, nonché la difesa antisbarco lungo la costiera della Riviera Ligure, da Nervi a Levanto, subentrando alla 42° Divisione “Jaeger” dell’esercito germanico. Tra gli uomini della “Monterosa” destinati a finire inghiottiti dal vortice di violenza, di odio, di vendetta, ineluttabilmente scatenato dalla guerra civile che insanguinava l’Italia occupata, anche il Sottotenente dell’Esercito Repubblicano Massimo Moratti. Nato a Serravalle Scrivia, il 13 ottobre 1925, figlio di Frangiotto Moratti, impiegato, Direttore del personale dello stabilimento dell’Acido Tannico di Serravalle, e di Teresa Laghi. Il giovane Massimo terminò gli studi col conseguimento anticipato del diploma di maturità classica. Il 15 aprile del 1943 venne chiamato alla vista di leva e dichiarato abile ed arruolato nel Regio Esercito. Dopo l’Armistizio aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Conclusa la Scuola Allievi Ufficiali del Regio Esercito di Rivoli, nel Torinese, fu assegnato alla Divisione Alpina “Monterosa”, al Battaglione “Morbegno”, con il grado di Sottotenente. Il “Morbegno” fu tra le unità posizionate dal Maresciallo Rodolfo Graziani nel quadrante di operazioni compreso tra Sestri Levante a Levanto. Con la primavera del 1945, la “Monterosa” si riorganizzò sul fronte occidentale. Il “Morbegno” che aveva stazionato in Liguria, dal settembre 1944 al febbraio 1945, venne trasferito nelle Valli di Lanzo, a presidio dei valichi tra Valle di Viù, Val Grande e Valle d’Ala. Nel corso della Resistenza e della Guerra di Liberazione le zone della bassa Valle di Susa e delle Valli di Lanzo furono teatro di aspri scontri tra nazifascisti e partigiani. Tra conflitti a fuoco ed azioni repressive, pesante fu il tributo di sangue e sofferenze pagato da combattenti e civili. Il Col del Lys, in particolare, fu snodo strategico di collegamento che i partigiani della 17° Brigata “Garibaldi” difesero strenuamente. Il 2 luglio 1944 i nazifascisti, dopo averli accerchiati, ne catturarono, torturarono e trucidarono 26, poi seppelliti dagli abitanti del posto in una fossa comune. Alla Liberazione, il 26 aprile 1945, la Compagnia dei Sottotenente Moratti rimase isolata e dovette trattare la resa con i partigiani locali.

L’ufficiale fu arrestato. Il 3 maggio fu condotto a Lanzo (To) per essere processato da un tribunale partigiano. Venne rinchiuso nel complesso del Collegio Vescovile della cittadina piemontese. * Il convitto maschile salesiano “San Filippo Neri”, dove i nazifascisti avevano insediato uno dei loro presidi. Condannato a morte, Massimo Moratti , nelle ultime ore della sua esistenza, scrisse dalla cella in cui era ristretto, una struggente lettera indirizzata ai suoi familiari: “…Mamma e babbo cari. Vi scrivo queste mie ultime parole che non so quale immenso dolore vi arrecheranno. Tutto è crollato intorno a noi ed anche la mia vita crolla nel marasma di vendette e di sconvolgimenti che pervade la nostra Povera Italia. Colpevole di aver lottato per la mia idea fino agli ultimi istanti, colpevole di aver agito con decisione secondo quello che sapevo essere il mio dovere. Oggi sarò fucilato a Col San Giovanni. Dal 26, giorno in cui la Compagnia si è arresa, la mia vita è stata un inferno. Ora tutto finirà. Rimetto nelle mani di Dio, quello che ho sofferto: Dio raccolga l’anima mia. Per voi purtroppo la vita diventerà terribile…” .

“…Mi stringe il cuore non per me, ma per voi, nel pensare, al momento in cui avrete questa notizia. La vita mi ha afferrato, mi ha trascinato ed ora mi annienta con il suo inesorabile moto, ora che non ho ancora 20 anni. Non so come potrei con le mie parole lenire il dolore che vi pervade; non è nelle forze umane. Ma Dio che, giudice inflessibile vede nel fondo delle anime quello che gli uomini non possono vedere, vi aiuterà. La belva si scatena e contro di essa le nostre forze disunite, sparpagliate dal colpo brutale, non reggono più. Gli altri sono caduti, io cado, altri cadranno. E la nostra povera famiglia così smembrata che potrà fare? Ora che tutto è finito sta per finire. Speriamo che Fausto ritorni. Lui vi consolerà, vi sosterrà e avrete anche Valerio con voi. Il vostro piccolo, il vostro giovane poeta, purtroppo non lo avrete più. Pensate a Dio! A Dio nelle cui mani si posa l’anima mia, alla sua infinita bontà”. (nell’immagine a lato una cartolina storica dell’Istituto Salesiano di Lanzo).”Mi stringe il cuore non per me, ma per voi, nel pensare, al momento in cui avrete questa notizia. La vita mi ha afferrato, mi ha trascinato ed ora mi annienta con il suo inesorabile moto, ora che non ho ancora 20 anni. Non so come potrei con le mie parole lenire il dolore che vi pervade; non è nelle forze umane. Ma Dio che, giudice inflessibile vede nel fondo delle anime quello che gli uomini non possono vedere, vi aiuterà. La belva si scatena e contro di essa le nostre forze disunite, sparpagliate dal colpo brutale, non reggono più. Gli altri sono caduti, io cado, altri cadranno. E la nostra povera famiglia così smembrata che potrà fare? Ora che tutto è finito sta per finire. Speriamo che Fausto ritorni. Lui vi consolerà, vi sosterrà e avrete anche Valerio con voi. Il vostro piccolo, il vostro giovane poeta, purtroppo non lo avrete più. Pensate a Dio! A Dio nelle cui mani si posa l’anima mia, alla sua infinita bontà…”. (nell’immagine a lato una cartolina storica dell’Istituto Salesiano di Lanzo).

“…Credevo di essere destinato a qualcosa nella vita. Ora lui mi chiama e io corro a lui. Asciugate il pianto dei vostri poveri occhi. Cercate di poter passare più serenamente possibile, gli anni che ancora rimangono alla vostra povera vita dilaniata. Mi si torce il cuore pensando a quello che sognavo di rivedere ancora e che non rivedrò più; a voi, ai miei piccoli nipoti che hanno conosciuto per così breve tempo lo zio. Il ricordo di me, delle mie parole, resterà nelle loro anime, come qualcosa di incerto, di nebuloso. Ma fate leggere loro le mie parole, che avrebbero dovuto essere l’inizio di un ben più vasto programma, se Dio me lo avesse permesso. Essi dovranno continuare la vita del mondo, che arriverà alla sua immancabile meta, anche se ora le forze brute dell’oro e del male prevalgono. E forse sarà affidata alle loro mani la riscossa della patria. Io non potrò più lavorare a prepararla. Non potrò più riprendere fra le mie dita, le fila disperse della libertà nazionale. Toccherà forse a loro e loro si preparino ad esserne degni. Che mia sorella e mio fratello li educhino come devono essere educati dei veri figli della Patria, come siamo stati educati noi, anche se questo non potrà portare ad essi individualmente fortuna. I casi della vita dell’individuo sono tanti ma l’idea, la Patria, l’umanità rimangono immutabili ben al di sopra di tutto questo. E il mondo va lentamente verso il suo destino. Vorrei sperare che il mutamento della situazione non provochi danni anche a voi, che possiate essere lasciati tranquilli col vostro dolore. Sono le ultime parole che io vi dico. Mamma e babbo cari voi che avete tanto sofferto e patito per me. Addio. Io non vi posso più ricompensare di ciò che per me avete fatto. Addio Adriana, addio fratelli miei, addio. Voi miei piccoli bimbi, che siete il ricordo più luminoso della mia breve vita, salutatemi Gian e tutte le persone degne del mio paese: dite loro come sanno morire degli italiani che hanno sangue di italiano nelle vene, essi non possono comprendere per quali motivi o combattessi. Non possono capire come potesse avere idee, tanto contrario alle loro. Eppure è così e nel nome di questa idea che non è mai stata da nulla contaminata, qualunque cosa vi possano venire a dire, io muoio. Abbiate fede, fede! E’ l’unica cosa che possa rendervi meno dura la vita. A voi tutti, miei cari, ancora una volta, addio. Ci rivedremo un giorno nelle braccia del Padre di tutti dove non ci sono più dolori, dove sono lontani le misere questioni della terra. Vi bacio la fronte che ha tanto pensato, il cuore che ha tanto sofferto, le mani che hanno lavorato per me. Addio. Mimmo“.**

Il giorno dopo questa straziante testimonianza di passione giovanile, d’amor di famiglia e di amor patrio, il 4 maggio del 1944, la sentenza di condanna venne eseguita e Massimo venne fucilato dai partigiani a Col San Giovanni di Viù, borgata arroccata lungo versante nord orientale del Monte Civrari, passato per le armi nei pressi del piccolo cimitero di montagna, dove venne sepolto. Contestualmente vennero fucilati altri 12 alpini del “Morbegno”, tra Viù, Ceres (To) e Mezzenile (To).

La guerra strappò alla famiglia Moratti anche la vita di Fausto, il fratello maggiore di Massimo. Fausto Moratti, classe 1921, Sottotenente di complemento del 4° Reggimento Artiglieria Alpina, venne inviato a combattere in Russia. Disperso nel corso del drammatico ripiegamento italiano avvenuto dal 15 al 31 gennaio 1943, in località non nota del fronte russo e catturato dall’Armata Rossa, morì in prigionia, il 15 marzo 1943. Il fratello minore, Valerio Moratti scelse la carriera militare, divenendo ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. La sorella, Adriana Moratti, classe 1909, fu stimata insegnante, maestra di scuola elementare cara a generazioni di bambini serravallesi.


Fonti:

* Gianpaolo Pansa, “Il sangue dei vinti . Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile”, Sperling & Kupfer, Milano, 2003

** “Ho il cuore buono. Lettere di condannati a morte della Resistenza e della Repubblica Sociale Italiana“, introduzione di Vitaliano Peduzzi, Maurizio Minchella Editore, Milano, 1995.

Sentieri partigiani. Percorsi escursionistici sul filo della memoria“, Ecomuseo della Resistenza, Provincia di Torino

www.italia-rsi.it

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