Il Professor Giachero

di Marco De Brevi

Al Volta di Alessandria, quando era ancora ospite del San Giuseppe in Via Morbelli, non c’era studente che non lo avesse voluto come insegnante di lettere. Era risaputo che i suoi sistemi didattici si allontanavano chilometri da quelli tradizionali di ispirazione gentiliana. Quando il programma prevedeva argomenti difficoltosi ed impegnativi, invitava i suoi allievi a seguire lezioni  supplementari che si impegnava a tenere gratuitamente fuori dell’orario normale, utilizzando la prima aula che trovava libera. Questo tipo di provvedimento, che era diventata una consuetudine, lui considerava quasi un obbligo.

Una volta che il bidello non glielo aveva consentito, avendo già completato le pulizie e non sentendosela proprio di fare dello straordinario non retribuito per ripulirla una seconda volta, il Professore non aveva fatto valere il diritto che gli derivava dall’autorizzazione ricevuta dal Preside, né aveva dato origine a sterili  polemiche, ma aveva lasciato che  i ragazzi  sostassero sulla  strada, li aveva  fatti sedere sul marciapiede ed aveva tenuto la sua lezione all’“aperto”. In quegli anni  era giovane ed non essendo un gigante, se non lo si confondeva con gli studenti del quinto anno era solo grazie al pizzetto ed a papillon che portava sempre ed ogni giorno era diverso. Difficilmente se ne sarebbero trovati identici  nei negozi. Se li confezionava da solo con le stoffe che avevano i colori ed i disegni che  gradiva di più e… non aveva nemmeno bisogno dello specchio per farsi un nodo perfetto, poiché gli erano sufficienti solo pochi secondi di concentrazione. Più volte gli avevo chiesto di fami vedere come riuscisse a farlo. Sembrava che fosse veramente una stupidaggine, più volte ci avevo provato ma con risultati deludenti.

Non è che i miei insegnanti fossero scarsi, anzi mi sarebbe piaciuto che fossero così preparati anche quelli che lavoravano nelle altre scuole italiane, ma purtroppo del Prof. Mario Giachero, in tutti gli anni che avevo trascorso al Volta, mi ero dovuto accontentare di sentirne esaltarne le capacità dai miei compagni. Dopo almeno quaranta anni avevo avuto l’occasione di incontrarlo e persino di collaborare con lui nel periodo della Macelleria. Era stato invitato nella veste di uomo di cultura e di fondatore del  ”Laboratorio per il dialogo con le culture” di Tortona. Eravamo consapevoli che il fenomeno dell’immigrazione aveva interessato i Serravallesi da sempre e che si era accentuato in quegli anni  in cui i meridionali avevano abbandonato i latifondi per trovar fortuna nelle industrie del nord e in quel periodo Serravalle offriva molto. Ora  stava  arrivando della nuova manodopera ma, non parlando neanche una parola d’italiano, non riusciva a farsi capire e naturalmente non capiva nulla.

Giachero, che vivendo a Tortona conosceva  molto bene quali fossero i problemi degli immigrati e dei profughi, aveva organizzato corsi gratuiti di lingua italiana e proprio coni migranti aveva instaurato una collaborazione tale da riuscire, mentre  insegnava loro in italiano gli articoli della Costituzione, a farla  tradurre in contemporanea  in almeno sette lingue diverse. Le sue attività e il suo entusiasmo nello svolgerle, ci avevano convinti a dar vita anche a Serravalle dei corsi simili. Mario si era offerto di darci una mano spontaneamente senza che fosse stato necessario che glielo chiedessimo. Già dalla prima lezione l’aula si era riempita di marocchini, di cingalesi e di senegalesi, e lui aveva subito iniziato subito a presentar loro le prime lettere dell’alfabeto. Secondo i suoi insegnamenti l’ordine esatto  in cui si dovevano leggere le vocali non era quello che la maestra ci aveva insegnato alle elementari ma l’insolito AUOEI mentre le ultime lettere dell’alfabeto erano la G e la C. Poteva sembrare che questa fosse la mania di un vecchio insegnante, mentre quando aveva iniziato a comporre le sillabe, anche noi che stavamo imparando a conoscere i suoi metodi, avevamo dovuto convenire che aveva ragione.

Avevamo dovuto accettare anche che aveva perfettamente ragione quando si rifiutava di pronunciare le parole INTEGRAZIONE e BADANTE, le riteneva una vera e propria  bestemmia e le aveva sostituite con INTERIAZIONE ed ASSISTENTE ANZIANI e a convincerci erano bastate le sue motivazioni. Per Mario erano inutili sia i voti che le verifiche, erano più significativi e gratificanti gli applausi ed i complimenti, più erano lunghi e calorosi e meno errori aveva trovato nelle frasi che il marocchino o il cingalese aveva scritto sotto dettatura alla lavagna. Io, Alda ed Elena abbiamo assimilato tutto il suo entusiasmo e lo abbiamo anche trasmesso ai collaboratori. Con il loro aiuto ci hanno permesso di fare in modo  che i nostri corsi continuassero sino al giugno del ’20, soltanto il Covid è riuscito a fermarci ma… lo sta facendo solo momentaneamente,

Dimenticavo di raccontare altre due cosette:  per l’attività che aveva svolto a favore degli immigrati e per la traduzione della Costituzione in sette lingue diverse, il Presidente Scalfaro personalmente ad Alessandria l’aveva insignito del titolo di Commendatore;  anche io ero stato invitato alla cerimonia ed inoltre il nostro Mario era amico intimo di don Gallo. Lo  avevamo dovuto proprio a lui se  quel grand’uomo era venuto a presentare il suo libro “Angelicamente Anarchico” nell’Aula Magna delle scuole Medie ed, in una seconda occasione, quando era ad Arquata a presentare lo stesso libro, io e lui lo avevamo prelevato  ed era rimasto discutere con noi sino alle due dopo mezzanotte in Macelleria!

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