DELORENZI, don Giuseppe

Sacerdote, pubblicista (Castelletto d’Orba 1941 – 19 luglio 2009)

Nasce a Castelletto d’Orba dove la famiglia gestisce una sartoria; è ancora giovanetto quando risponde alla vocazione e decide di diventare sacerdote. Frequenta il Seminario Maggiore di Tortona e viene ordinato sacerdote domenica 28 giugno 1964 nella Chiesa Cattedrale di Tortona.

Don Giuseppe Delorenzi, il primo in piedi a sinistra,
il giorno dell’ordinazione sacerdotale

Dopo le prime esperienze come curato a Montaldeo, San Rocco in Voghera, Silvano d’Orba, arriva a Serravalle Scrivia nel 1970.
Succede, dopo la breve parentesi di don Piergaetano Lugano, a don Lino Zucchi.
Il cambiamento è enorme. Don Lino è un prete tradizionalista e dal carattere ruvido. Don Giuseppe Delorenzi è solare e, soprattutto, è un prete conciliare: “Grande sostenitore delle tesi uscite dal Concilio Vaticano amava nelle sue concitate omelie richiamare spesso la figure di Giovanni XXIII, di cui era non solo grande ammiratore, ma puntuale testimone degli insegnamenti etici e morali” (Francesco Cappelletti, Un amico ricorda don Delorenzi, “Il Popolo”, 30 luglio 2009, pubblicato integramente al termine di questo articolo).
Don Giuseppe è anche molto curioso intellettualmente,  si appassiona ai testi sacri e ai saggi di sociologia.
Ma tutto questo avrà modo di dimostrarlo pienamente soprattutto negli anni a venire. A Serravalle, nella sua qualità di Vice Parroco, si occupa di adolescenti e preadolescenti, e deve adattare le sue convinzioni a la sua pastorale all’età dei ragazzi che gli sono affidati. Sceglie di proporre la propria etica attraverso la prassi quotidiana. Instaura un rapporto cameratesco in cui la collaborazione e la tolleranza sono i valori fondamentali, il suo modo di fare è paritario e alieno dall’autoritarismo e dalla severità. In un ambiente tutto al maschile il suo amore per lo sport, e per il calciobalilla,  lo aiutano moltissimo, così come il suo sorriso e il suo gusto per l’ironia e per l’autoironia.
La confessione, momento temuto dagli adolescenti, non è più un interrogatorio ma un dialogo, la penitenza non è la finalità del sacramento ma una sua componente; la confessione dei peccati, enumerati a lettere cubitali su una intera parete nella sala della sacrestia non è più fondamentale, l’essenziale è meditare su se stessi e sul rapporto con il prossimo, sui valori concretamente vissuti.
Altra grande novità sono le lunghi conversazioni chilometriche, pluriorarie e assai frequenti  con quegli stessi adolescenti. Discussioni   sui massimi sistemi all’apparenza un po’ strampalate (altro tratto del suo carattere) ma in cui è sempre presente un filo educativo evidente: insegnare il senso del dubbio, la capacità di interrogarsi su ogni cosa e di essere sempre almeno un po’ controcorrente (“Don Delorenzi non amava allinearsi sempre e comunque con la maggioranza”, scrive ancora Francesco Cappelletti).
Per don Delorenzi il dubbio e la capacità di mettersi in discussione sono valori fondamentali, per ragazzi di periferia assetati di conoscenza e di bisogno di discutere insegnamenti fondamentali e di crescita destinati ad accompagnarli negli anni.
Dedica molto tempo anche alla sistemazione e alla rivitalizzazione della Casa del Giovane, con pochi soldi e lavorando in prima persona accanto ai propri ragazzi, un impegno desinato a diventare sempre più importante con il passare del tempo.

Don Giuseppe con la compagnia di “Gelindo” (1973)

L’esperienza serravallese, anche per ragioni familiari, non dura molti anni. Il 28 luglio 1979 don Delorenzi diventa parroco di Cazzuli, piccola frazione di Castelletto d’Orba.  A salutarlo all’ingresso nella nuova Parrocchia anche una “larga rappresentanza di fedeli” proveniente da Serravalle.  Per don Giuseppe è un ritorno a casa, ma in una parrocchia periferica e piuttosto distante da Tortona e dalla Curia vescovile.
Cazzuli conta meno di 200 abitanti, sale alla ribalta soltanto nei mesi di agosto e settembre per la Festa del vino e la Sagra campagnola. Don Delorenzi si dedica soprattutto alla cura delle famiglie della piccola frazione e ai suoi studi. Tuttavia appena può da sfogo alla sua vena organizzativa: promuove una raccolta di denaro per i terremotati dell’Irpinia, promuove conferenze sui problemi della viticoltura, organizza la Visita Pastorale del Vescovo Monsignor Luigi Bongianino in Parrocchia.
A Cazzuli rimane per quasi 15 anni.

Il 16 gennaio 1994 “il Popolo Dertonino” pubblica il decreto del Vescovo con il quale don Giuseppe Delorenzi è “nominato Parroco di S. Maria Assunta in Villalvernia”,  dove compie l’ingresso ufficiale sabato 22 gennaio. Sono molti i cittadini di Cazzuli ad accompagnare don Delorenzi nella sua nuova sede per testimoniare con la presenza la “loro commozione e il loro rimpianto” (“Il Popolo Dertonino”, 30 gennaio 1994).
Appena giunto a Villlalvernia il nuovo Parroco dedica molto tempo al recupero della Chiesa Parrocchiale bisognosa di restauro, e lo fa con il suo stile: lavoro in prima persona e coinvolgimento di molti volontari. Insieme, in poco tempo, rimettono in ordine l’edificio. Ha in mente anche altri progetti che non potrà realizzare.
E’ molto attivo nella vita della comunità e in particolare si dedica, come vedremo meglio, al ricordo delle vittime del grave bombardamento aereo del 1944.

Villalvernia è un piccolo ma animato paese poco distante da Tortona. Ciò consente a Don Delorenzi di prendere contatti con il giornale della curia e diventarne un assiduo collaboratore.
Don Giuseppe non è un intellettuale, i suoi articoli pubblicati sulle pagine de “Il Popolo Dertonino”  risentono di quello stile “caotico” ricordato da Cappelletti, a cominciare dalla stessa firma posta in calce agli articoli, a volte preceduta dal “don” altre volte proposta con un più laico nome e cognome;  tuttavia documentano in modo chiaro il suo impegno sui temi conciliari e la sua impostazione spirituale e pastorale e  rivelano i suoi interessi culturali e la sua etica.
Nel suoi scritti parla di necessità “di superare il vuoto formalismo rituale per partecipare con responsabilità alla celebrazione dell’eucarestia”, di “chiesa vissuta nella povertà” e di “necessità di sanare la piaga della ricchezza che molto offusca la parola del Vangelo” (“Il Popolo”, 6 agosto 1997), di “perdono e riconciliazione”  (“Il Popolo”, 9 aprile 1995), del Giubileo come “evento non mondano, Dio che ci salva nella storia qui e ora”  (“Il Popolo”, 16 settembre 1996).
Dedica ampi e partecipati articoli al lavoro dei sacerdoti missionari, al Giubileo e alla affollatissima conferenza a Tortona di Enzo Bianchi Priore di Bose. Pone grande attenzione al tema della memoria, sia ricordando con sintetiche biografie diversi sacerdoti deceduti sia con articoli incentrati su temi storici. Infine non dimentica di ricordare le feste e le tradizioni di religiosità popolare di Villalvernia e della sua Castelletto d’Orba.

Villalvernia è anche molto vicina a Castellania e don Giuseppe non manca di presenziare alle manifestazioni in ricordo di Fausto Coppi e di celebrare le Messe in memoria. E’ un grande esperto di ciclismo e tifoso di Coppi, al quale dedica in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa un appassionato articolo sulle colonne de “il Popolo” (13 gennaio 2000).

La collaborazione con il settimanale  della curia termina nel corso del 2000 per il sopraggiungere di impegni pastorali via via sempre più numerosi. A causa della mancanza di sacerdoti gli vengono affidate in successione  le cure delle Parrocchie di Sant’Eusebio a Carezzano, San Biagio a Castellania e San Pietro Apostolo a Castellar Ponzano, poi anche di Paderna, Cornegliasca e Perleto, frazione di Carezzano.

Anche in queste piccole realtà dedica il suo lavoro alla risistemazione degli edifici di culto e alla conservazione delle opere d’arte.
Non abbandona invece il lavoro di ricerca sulla memoria storica, particolarmente proficuo a proposito del terribile bombardamento aereo che investì Villalvernia il 1 dicembre 1944 e in cui persero la vita 114 persone e 235 rimasero ferite su una popolazione di poco più di 1.000 abitanti. Tra le vittime anche il sacerdote don Pierino Bonaventura, originario di Serravalle. Sull’avvenimento ci ha lasciato il volume   Il bombardamento di Villavernia. Il vuoto di una volgare carneficina, Parrocchia di Santa Maria Assunta, Villavernia, 1999.

Don Giuseppe Delorenzi “sacerdote insolito”, come lo definisce il sito internet di informazione di Villalvernia, si spegne domenica 19 luglio a Castelletto d’Orba nella casa di famiglia dove ha trascorso gli ultimi giorni di vita.
Dopo il funerale, celebrato a Villalvernia, viene sepolto a Castelletto d’Orba.

Nelle settimane successive l’amico Francesco Cappelletti gli dedica un ricordo qui riportato integralmente:

Un amico ricorda don De Lorenzi
VILLALVERNIA – La tri­ste notizia non è giunta inat­tesa ai suoi parrocchiani di Villalvernia ed a quelli dei paesi limitrofi che gli erano stati affidati in questi ultimi quindici anni di apostolato. Don Giuseppe De Lorenzi, da qualche tempo, soffriva del male inesorabile che lo ha condotto alla morte.
Questo la gente lo aveva in­tuito; ma la certezza è giunta solo dopo il ricovero in ospe­dale, soprattutto perchè il male che lo affliggeva non era mai riuscito a frenare il suo dinamismo e la sua intra­prendenza.
Spirito critico e carattere in­domito contraddistinguevano un personaggio eclettico che riusciva sempre a conciliare la sua profonda cultura con il più efficace senso pratico delle cose.
Basti ricordare il suo grande impegno per il recupero ed il restauro conservativo delle chiese a lui affidate e gli am­biziosi progetti di ricostru­zione di vecchi edifici da de­stinare a luoghi di ritrovo e di socializzazione per i gio­vani e per gli adulti, che sta­vano maturando in lui.
Accanito ed attento lettore di opere di sociologia e di testi sacri, riusciva sempre a ga­rantire un efficace supporto culturale ed etico a quella fde profonda che Don Giuseppe aveva in dono, e che traspariva nella sua vita pratica, ma soprattutto, ogni volta che esercita­va il suo ministero sacerdota­le.
Grande sostenitore delle tesi uscite dal Concilio Vaticano II amava nelle sue concitate omelie, richiamare spesso la figura di Papa Giovanni XXIII, di cui era non solo grande ammiratore, ma puntuale te­stimone degli insegnamenti etico e morali.
Don Giuseppe non amava al­linearsi sempre e comunque con la maggioranza.
A lui piaceva differenziarsi dalla quotidianità delle cose, dalla consuetudine, dalle er­rate tradizioni, per affrontare i problemi con senso critico e con autonomia di giudizio. Dimostrava ciò nelle discus­sioni, spesso molto appassio­nate, che aveva con i suoi parrocchiani, con gli amici, con gli avversari su argo­menti di carattere religioso, sociale ed anche sportivo.
Il rimpianto di tutti, ora, è grande e profondo.
Però tutti ci sentiamo impe­gnati a proseguire la sua ope­ra, animati da un grande conforto: “Quando ci sepa­riamo da un amico non dob­biamo rattristarci perché ciò che abbiamo più amato ed apprezzato in lui può diven­tare più chiaro e luminoso in sua assenza”.
Francesco Capelletti

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