Il tesoro del Mandrogno – (prima puntata) Prologo

Perché un romanzo a puntate? Ci è sembrato appropriato, nell’ambito della nuova attività editoriale di un’Associazione che è anche storica, ripercorrere una tradizione letteraria che nell’ Ottocento e nel Novecento ha avuto non poche applicazioni. Molti testi (e ben più illustri), poi assurti a dignità di libro, sono stati pubblicati in anteprima a puntate su riviste letterarie. Oggi le riviste letterarie sono quasi sparite e, in loro vece, operano i blog e i siti internet: Chieketè ha dunque pensato di percorrere la strada del romanzo d’appendice 2.0.
Le puntate che si succederanno in questo spazio, nel solco della tradizione, saranno alla fine riproposte ai nostri lettori in un volume che le riunirà nel testo completo del romanzo. Buona lettura!


(1)

Anche il vento taceva quella mattina! Cosa piuttosto rara lì, ai Tarocchi, la casa che era collocata proprio sullo spartiacque tra la valle che degrada verso il corso della Scrivia da una parte, e quella che scende al paese dall’altra.

Il clima mite della primavera, il glicine fiorito che spandeva il suo intenso profumo intorno, il ronzio degli insetti che, incoraggiati dal tiepido sole, si spostavano da un fiore all’altro, cercando e trovando dolci succhi di cui inebriarsi dopo lo sterile inverno: tutto lasciava presagire una giornata magica, che poteva far presto dimenticare i giorni appena passati del maltempo e della neve.

In questo stato di semibeatitudine, stavo pigramente seduto sul prato davanti a casa e guardavo tra le foglie di una peonia i boccioli sferici che promettevano presto di aprirsi in sgargianti fiori rossi.

Il telefonino posato sul tavolino al mio fianco, invadente strumento di comunicazione, di cui ormai nessuno sapeva privarsi, anche nelle più idilliache situazioni, emise il suo suono che in quel contesto assumeva una fastidiosa petulanza.

Come al canto delle sirene, non seppi sottrarmi all’invito che quel suono incarnava: e mi trovai a parlare con il cugino Gabriele.

«Lo zio Arturo mi ha chiamato ieri sera sollecitando l’organizzazione del pranzo di riconciliazione di cui ultimamente spesso ci ha parlato. Che facciamo?»

Lo zio Arturo era l’ultimo rappresentante, insieme alla zia Adelaide, sua cugina – da tutti e da sempre detta Dedé – della generazione passata. Era un giovanotto di novant’anni pervicacemente convinto che gli anni non avessero alcuna influenza sulle sue attività, o almeno su quelle che lui pretendeva dovessero essere le sue attività: così non solo guidava regolarmente un’automobile (rendendo felici alcuni carrozzieri e meno felici gli sventurati che accettavano un passaggio sulla sua vettura) ma praticava anche il volo a vela e si “allenava” con lunghe camminate in montagna con la finalità non tanto di godersi i panorami, quanto piuttosto di mantenersi in forma fisica smagliante: sembra avesse affermato una volta che lui voleva morire sano!

Il cruccio permanente dello zio Arturo erano i dissapori che da molti anni regnavano tra gli abitanti dello Spineto, la casa di famiglia, che, per quanto oramai divisa tra i discendenti ed eredi, continuava ad alimentare la litigiosità dei “condomini”. E ciò che più lo addolorava era che i contrasti, anziché placarsi con il passare del tempo, continuavano a crescere. Si era giunti ad un tale stato di tensione che alcuni avevano cominciato a non frequentare lo Spineto per il solo timore di doversi incontrare con il nemico del momento: sì, perché, a complicare la situazione, le ostilità non erano stabili, ma il nemico di ieri poteva senza alcun preavviso diventare l’alleato di oggi, contro chi ieri era invece solidale.

Naturalmente le questioni che generavano i contrasti erano le più disparate: un’automobile parcheggiata nell’unico posto ombreggiato, l’uso non autorizzato di una carriola ritenuta di privata proprietà anziché d’uso comune, un cespuglio piantato senza averne concordato il colore, l’erba tagliata troppo presto (o troppo tardi). Da questi episodi scaturivano prima discussioni, poi lettere raccomandate spedite o consegnate a mano, infine rottura dei rapporti e sdegnosa indifferenza. Naturalmente poi, in occasione di una nuova feroce provocazione (l’aver spostato un vaso di fiori) l’ostracizzato poteva, manifestando il suo sdegno verso chi si era macchiato di “sì nero delitto”, riconquistare accesso all’offeso e stringere con lui alleanza imperitura contro il vile offensore.

Ma il risultato di queste ondivaghe bellicosità era comunque che il clima sociale dello Spineto non era mai così sereno da permettere agli occupanti di apprezzarne appieno i pregi, che erano certamente notevoli. E il dispiacere dello zio Arturo era che un posto tanto bello e così eccezionalmente adatto a rallegrare gli animi fosse invece teatro di dispute, provocazioni, ripicche.

«Bisogna che ci vediamo e ragioniamo sulla questione. Non sarà semplice decidere dove tenere il simposio, chi invitare e con quale pretesto: se si rivela che sarà una sorta di assemblea condominiale, sia pur intorno a una tavola, siamo destinati ad un fallimento ancor prima di cominciare. Vediamoci sabato sera qui da noi ai Tarocchi. Così almeno puoi dire allo zio Arturo che abbiamo cominciato a discutere l’organizzazione»

Concordata così una decisione sull’argomento che rendeva inquieti entrambi, tornai a dedicare la mia attenzione alla peonia in odore di fioritura.

Ma intanto il pensiero andava allo Spineto e alla sua turbolenta storia recente.

La grande casa con i suoi ampi terreni era stata acquistata dall’Avvocato Almorò Foscarini verso la fine dell’800 per consentire alla sua sposa, Vittoria Bailo, di poter disporre di un luogo di villeggiatura non troppo discosto dalla sua casa avita, la Pietra, che sorge nella contigua valle di Stazzano, proprietà da immemorabile tempo della famiglia Bailo.

Aveva una parte di maggior altezza che ospitava la casa padronale su tre piani e sottotetto, affiancata da un lungo corpo più basso che conteneva un tempo la residenza dei manenti ed i rustici: portici, stalla e fienile.

Facevano parte originariamente della vasta tenuta, oltre ai terreni, nella gran parte piuttosto acclivi e perciò difficilmente coltivabili, anche due altre cascine di minor estensione e senza residenza padronale: la cascina Sebaste e la cascina Clarissa.

L’avvocato Almorò e sua moglie Vittoria avevano amato molto questo luogo; tanto da dedicarvi importanti lavori di miglioria e vi avevano allevato i tre figli, Polo, Alvise e Nicoletta, rifugiandovisi da Genova tutte le volte che il lavoro dell’avvocato o gli studi dei figli lo consentivano.

Certo l’epoca non permetteva spostamenti molto rapidi e le risorse locali per gli svaghi erano limitate: così si trascorreva il tempo in letture, passeggiate, visite vicendevoli, che avevano come destinatari oltre a qualche altra famiglia genovese in villeggiatura oltregiogo, i parenti Bailo che stavano alla Pietra.

I rapporti con la famiglia di origine di Vittoria, anche se mantenuti nel tempo, non erano sempre stati idilliaci.

Un “déjeuner” sul prato de “La Pietra”

Le storie famigliari registrano una grave incrinatura, tanto grave da comportare l’interruzione di ogni contatto formale, nei primi anni del secolo scorso. Sembra (dacché il tempo galantuomo sbiadisce i contorni delle vicende umane e le memorie degli avvenimenti) che Almorò Foscarini, poco dopo essersi sposato con Vittoria Bailo, fosse incorso in un rovescio finanziario ed avesse dovuto, per necessità di sostentamento, ricorrere ad un prestito di danaro da Cleto Bailo, di quelli della Pietra, suo suocero, nonché ad una prolungata ospitalità. Ma, trascorso un ragionevole lasso di tempo, i danari stentavano a trovare la via del ritorno. Cosa che per i genovesi, più che per altro popolo, è questione assai grave e delicata. Erano dunque corse prima parole severe, che si erano poi trasformate in parole grosse. E, dopo le parole grosse, era sceso il silenzio: con interruzione di ogni rapporto diplomatico tra le due famiglie ed i loro componenti.

Ma, dopo qualche anno, l’avvocato aveva vinto una causa molto importante. Con la lauta parcella e con l’ancora più lauto “palmario” aveva potuto acquistare lo Spineto e, soprattutto, aveva potuto restituire ai Bailo la dote della moglie ed i soldi prestati. Un déjeuner estivo (alla Pietra, anche per matrimoni e luoghi di residenza anagrafici dei suoi occupanti, il francese era quasi lingua ufficiale) celebrato nell’imponente sala da pranzo di pian terreno, con la muta testimonianza del caminone e dei suoi blasonati stemmi, aveva celebrato la riconciliazione tra le due famiglie ed il rinnovo delle funzioni salutatorie. La fotografia ingiallita che consegna alle storie l’evento rimarchevole, riprodotta in più copie dall’autore (Polo Foscarini) è presente in tutti gli album che, un po’ squinternati nelle pagine e con qualche spazio vuoto lasciato da fotografie cadute sotto la censura degli anziani o sotto la rapacità dei discendenti, vengono gelosamente conservati nelle famiglie che da quelle due traggono origine.

Alla morte della madre, seguita non molto dopo da quella dell’avvocato suo marito, secondo una rigida usanza ottocentesca, che voleva tutelato ed intatto il patrimonio famigliare, ancorché si fosse oramai quasi nel terzo decennio del ‘900, il testamento prevedeva che lo Spineto toccasse in eredità al primogenito Polo, mentre a titolo di legittima gli altri figli, Alvise e Nicoletta, avevano ricevuto rispettivamente la cascina Sebaste e la Clarissa con il loro contorno di terreni.

Nicoletta era nel frattempo convolata a nozze con il dottor Titta Foschi e aveva prodotto, in compatta serie di gravidanze, una discreta quantità di eredi: si era fermata a cinque, tra i quali due maschi e tre femmine.

Dal momento che il dottor Foschi, suo marito, possedeva una cascina con terreni non molto distante dalla Clarissa, Nicoletta aveva pensato bene di disfarsi della sua parte di eredità, vendendo cascina e terreni ai manenti. Ma non aveva considerato la possibilità che il dottor Titta Foschi, in un resipiscente apprezzamento estetico, potesse volgere le sue attenzioni altrove, segnatamente verso beltà più acerbe: il che purtroppo si era puntualmente verificato, lasciando Nicoletta e i suoi cinque figli senza terre e cascine, sebbene assistiti da qualche provvidenza economica che ne garantisse una decente sopravvivenza.

Forse da queste vicende, forse da più oggettive fisiognomiche constatazioni, il commento ricorrente tra Polo, Alvise e le rispettive famiglie era che “i Foschi sono brutti!”

Alvise invece aveva assai apprezzato il lascito della cascina Sebaste e l’aveva eletta con sua moglie Erma e la figlia Adelaide (da tutti inevitabilmente chiamata Dedé) come luogo di residenza estiva principale, salvo interruzioni giudiziosamente cadenzate per andare a passare le acque a Chianciano o per partecipare al raduno dell’Associazione nazionale degli Alpini, della quale era stato lungamente presidente.

Allo Spineto, Polo Foscarini, come prima di lui i suoi genitori, aveva allevato i propri tre figli: Carla, la primogenita, Massimiliano e Arturo e aveva loro trasmesso l’amore per questo luogo.

I Foschi (primi 5 da sinistra), Carla (ultima a destra) e Max (in braccio alla nonna)

Lo Spineto era stato per i tre figli Foscarini efficace palestra fisica: arrampicarsi sugli alberi era lo sport più praticato, anche sui proibitissimi fichi, in odore di schianti improvvisi di rami e rovinose conseguenti cadute: ma gli arti dei tre ne erano finalmente usciti indenni. Altrettanto efficace era stata anche sulla loro morale: una sana fraternità con i ragazzi dei manenti li avevano avvicinati con la naturalezza inevitabile alle cose della vita (in occasione di qualche parto di una delle mucche stanziali), ma anche a considerazioni sociologiche sulla opportunità degli studi e sulla differenza di censo, tanto significativa per alcuni aspetti della vita, ma anche tanto ininfluente sul moccio al naso o sulle escoriazioni delle ginocchia.

Compagno di liceo, e forse già qualche cosa di più, anche solo per non dichiarate avvisaglie, di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ero venuto ospite in quel luogo: lo zio Max, indiscusso gestore della casa e dei suoi possedimenti, essendo l’unico maschio presente della sua generazione (lo zio Arturo viaggiava per il mondo, occupato nei suoi cantieri e nelle sue scoperte archeologiche che nessuno avrebbe mai considerato tali), mi aveva scelto come “garzone” nell’opera di recupero all’uso civile di un portico della parte rurale. La scelta era stata quasi automatica; Max aveva avuto due figlie femmine dal matrimonio burrascoso con la moglie Clara; sua sorella Carla aveva anch’essa due figlie femmine e le ragazze certo non erano disponibili per impastare cemento e segare travi di legno. Così io, primo maschio giovane che dava segni di frequentazione stabile dello Spineto, ero stato arruolato nell’impresa.

Lo zio Max esercitava, tra una partita di pesca e una di caccia, la professione di avvocato nello studio di Genova, dove aveva affiancato e stava subentrando, solo per ragioni eminentemente anagrafiche, non certo per vocazione o entusiasmo, a suo zio Alvise; il padre Polo Foscarini era già morto da qualche anno.

Afflitto da una decisa forma di sordità, aveva promosso questa menomazione a baluardo della sua disinvolta filosofia di vita: sentiva soltanto quello che voleva sentire e che gli era congeniale. Sfogava la sua prorompente energia, quando era in giro per il mondo, nelle avventure galanti, e, quando era allo Spineto, in massacranti e spesso inutili lavori di bricolage. Si era così prefisso di adattare il vecchio portico a luogo di soggiorno e, con il mio ammirato aiuto, aveva costruito una panca in muratura e un grande camino. Il focolare ampio e profondo era stato ricavato reimpiegando delle panche di arenaria che nel passato fiancheggiavano la strada di accesso alla casa e che si erano rotte una dopo l’altra: trasportate con grande fatica, rimontate una di fianco all’altra, erano divenute l’ideale piano del focolare.

La nonna Greta aveva seguito i lavori con il consueto svagato interesse, intessendo i commenti sul loro avanzamento con inaspettati episodi della sua giovinezza, raccontando di quando, ragazza, veniva dal paese della Brianza dove stava con la famiglia fino a Milano a cavallo: e legava il cavallo al monumento di Cavour nell’omonima piazza milanese. Con una delle sue uscite imprevedibili ma determinanti aveva battezzato quel luogo “il bar”: e così era stato designato fino alle ulteriori e più recenti migliorie che ne avevano modificato funzione.

Oggi, infatti, faceva parte della porzione di casa assegnata nella divisione dello Spineto a Carla e da lì si accedeva alla parte di edificio che aveva sistemato per sé e per la sua famiglia. 

Il “bar”

Io invece, quando era ancora in funzione” il bar”, mi ero sposato con la primogenita di Carla ed ero stato sistemato nel sottotetto in una delle camere abitualmente riservate alle domestiche: nella camera da ragazza di mia moglie non c’era posto per un altro letto e nessuno dei “residenti” aveva accettato, chi con una scusa, chi con un’altra, di cambiare con mia moglie la sua camera. Solo la nonna Greta si era offerta: ma tutti erano insorti dicendo che non si poteva. Così, novello sposo, ero stato alloggiato a distanza di un piano dalla mia legittima consorte e nella stanza attigua a quella della contadina/cuoca che di notte russava come un grizzly. Era stato anche per questa ragione che mia moglie, sia pur tristissima di dover abbandonare lo Spineto, aveva deciso che avremmo costruito, in un luogo distante poche decine di metri dalla vecchia casa, la nostra nuova casa: i Tarocchi.

Fuori dalle contese perigliose dello Spineto godevamo la condizione di una Svizzera locale: la neutralità!

Superate le difficoltà concrete interne (il consenso di tutti i maggiorenni aventi titolo sul luogo dove costruirla, il regime proprietario della nuova casa, ecc.) ed esterne (la licenza edilizia e la costruzione effettiva della casa) i Tarocchi si erano rivelati una scelta molto felice per la serenità della nostra nuova famiglia.

Gli anni erano inesorabilmente trascorsi e, dopo mia moglie, anche le altre tre gentili rappresentanti della sua generazione (l’altra figlia di Carla e le due di Max; Arturo si era sposato tardi e non aveva figli) si erano sposate. Lo Spineto aveva subito numerose trasformazioni edilizie, per poter ospitare le nuove famiglie. Ogni volta che venivano intrapresi dei lavori e si metteva mano alle murature ritornava in auge la storia delle monete d’oro che le leggende locali raccontavano fossero state murate dentro uno stivale da un ufficiale napoleonico ferito nella battaglia di Marengo e che era stato curato in una delle cascine del posto.

Lo Spineto vantava, come molte altre residenze intorno, di esser stata quella dove l’ufficiale era stato portato da un mandrogno. E su questa diceria era stato scritto un libro, dove il seme di una lunga vicenda familiare si chiamava Isidoro Chénousset, ufficiale dell’esercito napoleonico.

Con un po’ di batticuore si osservavano i muratori che demolivano porzioni di muro, soprattutto dove il suono di un vuoto rinverdiva la speranza della scoperta: e ogni volta quella che non era forse una vera speranza, ma piuttosto un “e se..?” affiorato nel pensiero, andava deluso.

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli
  1. I personaggi e le situazioni di questo racconto, benché liberamente ispirati a persone e fatti reali, sono frutto della fantasia dell’autore.
    La fantasia dell’autore è frutto del suo lungo esperimento della realtà.[]