Il tesoro del Mandrogno – (seconda puntata) L’invito (1938)

Perché un romanzo a puntate? Ci è sembrato appropriato, nell’ambito della nuova attività editoriale di un’Associazione che è anche storica, ripercorrere una tradizione letteraria che nell’ Ottocento e nel Novecento ha avuto non poche applicazioni. Molti testi (e ben più illustri), poi assurti a dignità di libro, sono stati pubblicati in anteprima a puntate su riviste letterarie. Oggi le riviste letterarie sono quasi sparite e, in loro vece, operano i blog e i siti internet: Chieketè ha dunque pensato di percorrere la strada del romanzo d’appendice 2.0.
Le puntate che si succederanno in questo spazio, nel solco della tradizione, saranno alla fine riproposte ai nostri lettori in un volume che le riunirà nel testo completo del romanzo. Buona lettura!

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L’edizione di domenica 20 febbraio 1938 del Secolo XIX apriva la prima pagina con un titolo su otto colonne: “Il Consiglio dei Ministri” e nell’occhiello, a riprova del preminente interesse dei genovesi per le questioni di danaro, “Approvazione del decreto per l’istituzione di un punto franco a Genova”. Solo di taglio medio e su tre colonne un annuncio che altri quotidiani davano come notizia di apertura “Hitler parla oggi dal Reichstag berlinese”.

Ma chi avesse sfogliato quel giornale alla ricerca di notizie meno importanti, ma certamente più vicine al proprio vivere quotidiano, già un po’ periclitante ai venti che spiravano di una imminente guerra, avrebbe trovato in fondo, sulla sinistra della pagina della cronaca cittadina, un trafiletto di una colonna che dava conto di un ricevimento tenutosi la sera prima, sabato 19, al Circolo Artistico Tunnel di Genova.

Il giornalista, che aveva scritto quello che in gergo si definisce un redazionale, riferiva che: «Il ballo al Circolo Artistico Tunnel è riuscito una magnifica manifestazione d’arte e di signorilità. Le splendide sale del palazzo di Corso Garibaldi accoglievano ieri sera le più eleganti signore genovesi, le autorità, le notabilità del commercio e dell’industria.» Poi, obbedendo alle perentorie istruzioni diramate dagli organi di regime che controllavano la stampa, faceva seguire l’elencazione delle autorità, in rigorosa sequenza gerarchica e concludeva affermando che «Le danze animatissime si sono protratte fino ad ora inoltrata

Ciò che aveva taciuto l’anonimo giornalista e che di conseguenza quel lettore non avrebbe potuto conoscere, considerato che in fondo era cosa del tutto trascurabile per la cronaca, è che a quell’esibizione di “arte e signorilità” avevano partecipato anche l’avvocato Polo Foscarini e sua figlia Carla.

Dal momento che per la nostra storia ciò invece è di rilevante importanza, occorre soffermarsi sulle circostanze anche meno prossime che avevano determinato questa partecipazione.

Polo Foscarini esercitava la professione di avvocato civilista a Genova, insieme al fratello Alvise, nello studio avviato dal padre. Aveva sposato nel 1916 Greta Shmidt, affascinante figlia di un facoltoso signore tedesco, Theodoro Shmidt, che si era trasferito, dal natio paese della Renania, nella profonda Brianza, dove aveva avviato una redditizia fabbrica di ceramiche. L’accorto Theodoro, mentre aveva allevato i suoi figli in una rigorosa disciplina teutonica che si estendeva fino alla lingua quotidianamente parlata in casa, aveva invece curato di imparare quanto bisognasse del locale dialetto per apparire un vero italiano, in grado cioè di mandare a quel paese (la locuzione utilizzata in quelle circostanze era molto più colorita) con efficaci epifonemi vernacolari, chi lo sospettasse di tenere per i tedeschi. Il tutto accompagnato da un vigoroso e sdegnoso ondeggiamento della lunga barba bianca, spartita in due corni e un po’ venata di marrone per l’effetto di qualche sigaro virginia che, nonostante i divieti del medico curante, amava gustarsi con finalità eupeptiche. Si narrava dello stesso Theodoro che, a margine di una riunione di industriali locali, interpellato dal senatore Giovanni Treccani, non ancora insignito del titolo di conte per meriti editoriali, se potesse fornirgli un servizio di piatti a buon mercato, magari con qualche piccolo difetto di fabbrica, per la sua villa di Vanzaghello che stava allora arredando, gli rispose che certo poteva, a condizione che il Treccani gli fornisse un paio di copie della sua prestigiosa Enciclopedia “magari con qualche piccolo errore di stampa”.

Theodoro Shmidt con i nipoti Max e Carla

La bella Greta, ironica e imprevedibile, con la stessa vena di arguzia tagliente del padre, aveva portato anche nella residenza genovese dell’avvocato Foscarini l’atmosfera rigorosamente germanofona, venata da qualche scoria meneghino/briantea, della sua fanciullezza, ma l’aveva temperata con una vivace intelligenza ed una insaziabile curiosità per ogni manifestazione della natura e della vita. Ciò che ne derivava era un lessico quotidiano colorito e talvolta disorientante, dove le affermazioni di maggior pregnanza erano quasi inevitabilmente precedute dall’interiezione “Oh bravo!”. Ma questa imprevedibilità nel comportamento e nel modo di esprimere le sue risolute idee la rendeva, come dicevano tutti, “una donna interessante”. Oltre a ciò, aveva anche una determinazione nella soluzione di alcune questioni che la portava a non tener in alcun conto ciò che veniva definito “comune sentire”. Per farne un esempio aveva preteso che nella stanza da bagno padronale del bell’appartamento genovese che Polo Foscarini aveva predisposto per accogliere la sua diletta sposa, fosse installato un lavandino, o lavabo che fosse, dotato di due vasche attigue. L’idraulico incaricato dell’esecuzione aveva espresso un commento stupito, dal momento che in quell’epoca era ritenuto perfino un lusso sardanapalesco disporre di quello che il regime aveva denominato “cavalcante” per non pronunciare la sua più nota denominazione francese; figurarsi un tale tipo di impianto geminato. La bella Greta aveva imperturbabilmente risposto: «Oh bravo! Non pretenderà mica che io mi lavi la faccia dove mio marito sputa!». E assieme al lessico erano state importate nel quotidiano le saghe germaniche. La memoria di Frau Greta era insidiata dalla sua soave distrazione e, quando non riusciva a trovare qualche cosa, inevitabilmente veniva chiamato in causa il Tont, un folletto dispettoso che si divertiva a spostare le cose nei posti più impensati: le chiavi di casa nella ghiacciaia, il dentifricio nella scarpiera, il portamonete nella credenza della cucina. Le difficoltà del ritrovamento delle cose assumevano una connotazione ridicolmente tragica soprattutto allo Spineto – la dimora di campagna della famiglia Foscarini, a Serravalle Scrivia – dove, a causa della chiusura invernale inevitabilmente decorrente dai Santi, fino alla successiva Pasqua, tutto o quasi tutto era soggetto ad una collocazione estemporaneamente variabile, che veniva poi fatalmente scordata alla successiva riapertura: da una di queste ricorrenti, esasperanti ricerche di un oggetto “disperso” era scaturita, in risposta ad una richiesta di dove fosse quell’oggetto, una delle celebri frasi di frau Greta, che sarebbe poi stata tramandata nella memoria delle generazioni successive: «Se è dov’era da sempre, lì non c’è mai stato!»       

Mamma Greta con i tre “rampolli”

Dal matrimonio tra Polo e Greta erano nati tre figli: Carla la primogenita e i due fratelli maschi, Massimiliano Theodoro, universalmente noto come Max e Arturo Sebastiano, universalmente noto come Arturo, dal momento che non ammetteva per sé l’uso di alcun vezzeggiativo.

I tre virgulti erano stati educati, poco dalla madre e molto dalle Schwester che si erano succedute, secondo alcuni principi tra i più rigorosi della cultura teutonica, tra i quali stava principe il divieto di manifestare in qualunque modo i propri sentimenti o le proprie sensazioni, belle o brutte che fossero; nemmeno si poteva dire che era buono il cibo che veniva loro ammannito al desco familiare; era cibo e si mangiava senza commentare!

Il che aveva certo semplificato alcune circostanze come le cadute dalla bicicletta o dai pattini a rotelle che adornano sistematicamente di croste le ginocchia degli adolescenti, eliminando quelle rumorose esternazioni ad esse conseguenti che rappresentavano certamente un fastidio per gli adulti circostanti, ma li aveva resi assai poco popolari tra i compagni di scuola, che li giudicavano freddi e insensibili.

Tra le loro letture giovanili, sempre guidate dai canoni della famiglia Shmidt, stavano le terrificanti storie di Max und Moritz, nella quale i due perfidi burloni finiscono macinati dal mugnaio e dati in pasto alle oche, o le non meno terribili filastrocche di Der Struwwelpeter (noto in Italia come Pierino Porcospino, nella traduzione che ne fece Gaetano Negri, passato alle storie forse più per essere stato il traduttore di queste sanguinolente storielle, che uno dei sindaci di Milano) dove i bambini muoiono di inedia, hanno pollici tagliati, bruciano vivi. E da ciò si può comprendere come i tre fossero piuttosto anomali tra i loro coetanei che leggevano invece L’avventuroso o L’intrepido.   

A scuola i tre fratelli avevano manifestato atteggiamenti parecchio differenti tra loro: Carla era disciplinata e attenta, ma il suo rendimento era discontinuo e gli sproni allo studio che riceveva dalla famiglia erano molto modesti. Sua madre riteneva infatti, secondo una concezione allora assai diffusa e del tutto da lei condivisa, che il compito di una donna fosse quello di sposarsi e di diventare una perfetta padrona di casa, custode indefettibile dell’educazione dei figli e del rispetto delle regole, enunciate in categorie nettamente delimitate dal “si fa” e “non si fa”. Salvo il fatto che almeno per quei tre adolescenti sembrava prevalere quantitativamente la seconda categoria sulla prima. Gli insuccessi scolastici di Carla apparivano in fondo più che temperati dal suo normale comportamento che aveva introitato a tal punto la disciplina materna e i suoi canoni da farla apparire quasi anaffettiva: non si era mai visto un abbraccio tra Carla e sua madre, figuriamoci un complimento o un gesto affettuoso, che sarebbe stato giudicato una debolezza sdolcinata.

E gli stessi modesti risultati scolastici consentivano di dare per scontato che ella avrebbe interrotto i suoi studi all’atto del conseguimento della maturità: sua madre, che riteneva quel traguardo già fin troppo per una donna, avrebbe ritenuto un’inutile fatica, in quanto donna, applicarsi agli studi universitari.

Il fratello Max a scuola era invece una disperazione: l’oggetto del suo interesse durante le lezioni si era progressivamente spostato dal volo delle mosche, quando era alle elementari, alle trecce delle compagne di scuola (non di classe dal momento che all’epoca vigeva una rigorosa separazione di genere) alle medie e, successivamente (quando invece la promiscuità delle classi e le tempeste ormonali degli allievi ne sottolineavano la rilevanza) a quelle rotondità così tipiche delle femmine che i grembiuli neri o le divise da piccola italiana riuscivano appena a dissimulare, stimolando peraltro la sua fantasia, già istintivamente orientata in quel senso, a ricostruirne l’immagine completa, con quale beneficio della consecutio temporum  e dei sostantivi anomali ed eterocliti si può ben immaginare.

Era stato per queste considerazioni che i genitori avevano deciso di far ripetere la quarta ginnasio a Carla, che avrebbe potuto invece, sia pure con difficoltà e qualche esame di riparazione, essere ammessa alla classe successiva. In tal modo, avevano pensato, Carla sarebbe stata compagna di classe di Max e avrebbe potuto aiutarlo a superare gli scogli che, minacciosi, avevano rischiato sino ad allora di farlo naufragare ed erano stati aggirati sempre per il rotto della cuffia e con grande ansietà dell’avvocato Polo che vedeva nei due maschi i continuatori della tradizione giurisprudenziale di famiglia.

Sempre controllata e taciturna, renitente allo scherzo e difficile alla confidenza, Carla era approdata dunque alla maturità trascinando negli studi il fratello Max e ricavandone in cambio qualche invito a feste danzanti. Max infatti era molto ambito a quei trattenimenti, dal momento che era un giovanotto avvenente, alto e muscoloso, abile cavaliere nelle danze allora in voga e, si potrebbe sintetizzare, impareggiabile “tombeur de femmes”: così le compagne di classe avevano modo di invitare Carla alla loro festicciola, soggiungendo «Porta anche tuo fratello Max» e le non compagne avevano modo di invitare il bel Max, soggiungendo, quasi una attenuante dell’evidente interesse dimostrato: «Naturalmente porta anche tua sorella» e generalmente non ritenevano necessario aggiungerne il nome.

Carla aveva così, sia pure senza soverchi entusiasmi, imparato i passi dei balli del momento e, pur mantenendo una certa freddezza nei modi, aveva acquisito una sobria eleganza. Il suo corpo snello e, più che aggraziato naturalmente, condizionato da una postura controllata e signorile alla quale era stata educata, riusciva a nobilitare persino gli abiti semplici che indossava anche in queste non frequentissime occasioni mondane. D’altra parte, era impensabile che sua madre Greta potesse ammettere che Carla avesse un vestito di sartoria: «Oh bravo! L’eleganza è nell’anima! L’eleganza è nel portamento! Una signora è una signora anche se è vestita di stracci!» concludeva inevitabilmente le, peraltro, rare discussioni sull’argomento abiti. 

Arturo invece procedeva spedito nei suoi studi. Aveva una intelligenza analitica ed una propensione innata alla precisione, quasi maniacale: studiava con voracità ed era la consolazione dei professori reduci dalle tenzoni non sempre vittoriose (per il sapere ovviamente!) degli anni scolastici precedenti con i suoi due fratelli maggiori.

Questa era dunque la situazione in quel febbraio 1938: Carla aveva dal luglio precedente superato gli esami di maturità ed era in una specie di limbo, dividendo il suo tempo tra attività tipicamente muliebri, fra le mura di casa, partite di tennis con gli amici di Max, dai quali era considerata un po’ l’appendice del fratello e un nobile volontariato come crocerossina laddove quella commendabile organizzazione le indicasse che era utile spenderlo. Max, fortunosamente sopravvissuto all’esame di Stato (ma la presidente di commissione, una professoressa non più giovanissima ma ancora animata da velleità giovanili, aveva avuto un qualche peso nella quantificazione del risultato finale) era stato arruolato alla Scuola Allievi Ufficiali degli Alpini e stava per partire, dopo essersi nel frattempo iscritto alla facoltà di legge. Arturo invece macinava successi scolastici e prometteva di diventare uno scienziato.

Una decina di giorni prima di quel sabato di febbraio, tra la posta recapitata nello studio di via Roma era arrivata una elegante busta beige di carta a mano che recava, vergato con un raffinato inchiostro color seppia, il nome dell’avvocato Polo Foscarini preceduto dalla dicitura N.H. piena di svolazzi e “grazie”.

Il cartoncino concolore alla busta ed elegantemente stampato conteneva un invito, con tutte le cerimoniose ostentazioni richieste dal caso, che principiavano con una Signoria Vostra Illustrissima, opportunamente abbreviato, e si concludevano con un “È gradita conferma”, certamente meno elegante della brachigrafica forma R.S.V.P. che, in odore di appartenenza transalpina, era stata bandita rigorosamente dal regime. Si informava inoltre che era di rigore la cravatta bianca: cioè a dire che gli uomini dovevano vestire il frac e le signore dovevano esibire qualche eleganza, generalmente rappresentata da un abito lungo e da gioielli, s’intende di famiglia.

Max und Moritz

Ma ciò che più rilevava era la scritta a mano che attraversava diagonalmente lo spazio lasciato intonso dalla formulazione dell’invito: con una grafia nervosa e sicura una mano aveva scritto: “Sarò felice di vedervi” e lo sghiribizzo che ne identificava l’autore era ben noto all’avvocato: il senatore, commendatore Bindo Galli, Presidente della Corte di Appello di Genova.

Quel “sarei felice” suonava quasi come un ordine e l’avvocato, pur detestando sentirsi costretto nell’armatura della marsina, disperò di poter scantonare quell’evento. Il pomeriggio del giorno stesso infatti telefonò alla segreteria del Circolo Artistico Tunnel confermando la presenza sua e di sua moglie, dal momento che nell’indirizzo compariva accanto al nome del destinatario la dizione “e gentile Signora”. E si preparò a ricevere le proteste della sullodata al suo rientro a casa alla fine della giornata: Greta detestava forse più di lui le mondanità e, salvo ricevere a casa alcuni scelti amici, rifuggiva dagli eventi di quel tipo, soprattutto quando erano ispirati dall’esibizione del proprio status sociale.

Ma, superate, non senza l’aiuto di qualche bicchierino di Cynar, le scontate proteste della moglie, qualche giorno dopo, il venerdì, alla vigilia della festa, era sorto un inatteso imprevisto: Greta aveva infatti manifestato seri sintomi di un’indisposizione enterica, probabilmente causata da un antipasto di pesce non esemplarmente fresco che aveva mangiato il giorno precedente durante un pranzo a casa di una sua amica. La prognosi non era preoccupante ma il decorso del malessere prevedeva la necessità che la signora non si allontanasse di molto da quel bagno così conforme alle sue quotidiane esigenze. Dunque, era impensabile che Greta Foscarini potesse prendere parte al ricevimento, lontana dal suo bagno “di salvataggio” e per di più in abito lungo!

Ma presentarsi senza dama avrebbe potuto sembrare all’irascibile Presidente Galli una sottovalutazione della sua persona, segno di spregio o, chissà di che, peggio ancora. Dunque, l’avvocato si trovò nella stringente necessità di supplire alla forzata defezione di sua moglie. E fu quasi naturale pensare alla figlia ventenne.

Carla non disponeva tuttavia di un abito adatto, sia per le radicate convinzioni di sua madre («Oh bravo! Ma che cosa se ne farebbe di un abito lungo?»), sia perché fino a quel momento non si era mai verificata l’occasione che lo richiedesse. Greta risolse gordianamente la questione: «Oh bravo! Ci penserà la Irma a sistemarle uno dei miei!».

Da Der Struwwelpeter, la storia di Corrado

La fedele Irma era, in casa dell’avvocato, assai di più che una fantesca. Abitava al piano di sotto, in un appartamento, sempre di proprietà dell’avvocato, e occupava un posto rilevante nel variegato stuolo di domestici che ruotavano attorno alla famiglia. Svolgeva nella casa la mansione di governante, con giurisdizione sulle più delicate funzioni, ordinariamente espletate da altro personale, che annoverava stabilmente almeno una cuoca, non sempre la stessa, una cameriera, stabilmente Luisa, non un genio ma fedele e mansueta  e un uomo di fatica, l’ineffabile Gerardo che intratteneva con Irma un delicato e complesso rapporto del quale nessuno, nemmeno frau Greta riusciva a definire con precisione i contorni, ma che garantiva, considerata la indefettibile fedeltà della Irma a casa Foscarini, il beneficio per quest’ultima delle poliedriche prestazioni del valentuomo: salvo poi arruolamento di avventizi e facenti funzione, in occasione di ricevimenti – rari – o di malattia di parenti ed affini del titolare – assai più frequenti – al natio paesello. Quotidianamente ad orario quasi cronometricamente stabilito, domestica Ebe, Irma era incaricata di accorrere all’evocazione del suo nome, al rincasare serale dell’avvocato, con un vassoio gravido di un bicchiere e di una bottiglia di Cynar, che – si diceva – tanto bene facesse al fegato.

I tempi segnati dall’autarchia, che spesso si traduceva nella necessità di ricorrere a surrogati in campo alimentare e a riparazioni ardimentose in quello del vestiario, avevano esercitato la perizia della Irma, già di suo precedentemente allenata a rammendi strabilianti e avventurosi rivoltamenti di cappotti presso un pio istituto che l’aveva ospitata prima che fosse accolta sotto l’ala protettrice di casa Foscarini: talché aveva annuito prontamente all’esternazione di frau Greta e si era entusiasticamente dichiarata disponibile all’operazione; anzi aveva azzardato un’ipotesi: «Potrebbe andare bene il suo vestito a poire blu e bianco». Per un momento l’avvocato Foscarini, che assisteva al dialogo seduto in poltrona centellinando il suo indefettibile Cynar, vide con la mente l’immagine di sua moglie avviluppata in un drappo di voile blu dal quale pendeva una moltitudine di pere bianche: poi l’immagine si dissolse in quella più coerente del vestito a pois che sua moglie aveva indossato per le soirée alle quali non era riuscita a sottrarsi. Ma nel frattempo la fedele Irma aveva suggerito: «Oppure quello con il bustino decorato con le paillard.» E l’avvocato, tacendo giudiziosamente nonostante l’immagine quasi arcimboldiana che la sua mente aveva evocato, si era versato un’altra dose abbondante di amaro!

«Oh, bravo! Quello con le paillettes è troppo scollato. Va bene quello a pois» tagliò corto frau Greta e marciò, seguita dalla fidata ancella, a stanare dagli armadi e dai protettivi Tessilsacco aromatizzati alla naftalina e alla canfora il vestito prescelto.

Era stato naturalmente necessario comunicare anche a Carla la decisione secondo la quale avrebbe dovuto accompagnare suo padre l’indomani sera a quella festa. Sulle prime la ragazza era rimasta sbalordita dalla notizia e, subito dopo aveva obbiettato che non aveva nulla da mettersi. Non sarebbe stata una donna se non lo avesse detto; ma la madre aveva prontamente ribattuto: «Oh bravo! Ti metterai uno dei miei vestiti. Irma lo adatterà e ti starà benissimo.»

Carla non sapeva davvero che cosa pensare: mai si sarebbe aspettata una cosa del genere. Ma un po’ le dispiaceva perché essendo così prossima l’occasione non aveva nemmeno il tempo di parlarne con sua cugina Dedè; l’unica che considerasse davvero amica e che forse avrebbe saputo darle qualche consiglio. Come ci si doveva comportare in società? Un conto era alle festicciole dei ragazzi, dove si poteva anche essere una musona che faceva tappezzeria. Ma quello! Era il suo debutto in società e avrebbe voluto che fosse un’occasione da ricordare in futuro.

Per ora si sottoponeva mitemente alle prove dell’abito che la devota Irma andava man mano adattando al suo fisico longilineo e snello, sotto la intermittente sorveglianza di frau Greta che alternava alle visite alla sua sala da bagno le indicazioni ad Irma perché lo scollo non fosse troppo profondo, giungendo sino all’ipotesi di applicarvi un pudibondo velo. L’ipotesi venne scartata dalla improvvisata sarta perché quasi impossibile da realizzare decentemente; e, anche lo fosse stato, aveva colto uno sguardo implorante di Carla che temeva di dover debuttare in società con l’aspetto di una monaca novizia.

Alla fine della giornata il vestito sembrava fatto su misura per Carla, e anche la mamma, che non era molto soddisfatta dall’aspetto troppo da signora della ragazza, aveva dovuto ammettere che avrebbe fatto la sua figura accanto al padre la sera successiva. Anzi andò a recuperare da misteriose scatole riposte sotto i lini e le lavande di qualche canterano una splendida parure di rubini, girocollo, orecchini e braccialetto, che erano stati ereditati da una lontana zia dai trascorsi piuttosto avventurosi, e che avrebbero completato adeguatamente l’elegante mise della figlia.

La mattina del sabato era trascorsa rapidamente, dal momento che frau Greta, convinta com’era che una buona dormita fosse il migliore dei belletti per una donna, aveva di conseguenza ordinato che Carla non fosse svegliata alla consueta ora mattiniera e aveva spedito fuori di casa Max, perché non disturbasse con la sua consueta rumorosa presenza; Arturo era come di norma andato a scuola. Dopo il pranzo Carla era stata mandata dalla madre dal suo parrucchiere: preavvisato da una telefonata di frau Greta aveva avuto accurate istruzioni che erano state concluse con una ammonizione: «Oh bravo! Guardi di non far di cose!». L’interiezione era significativa perché il parrucchiere sapeva bene che significava un divieto ad abbandonarsi a fantasie esecutive che divergessero dalle istruzioni ricevute. Non si stupì invece che la sua abituale cliente si fosse servita del “lei” anziché del prescritto “voi”: era un’abitudine dalla quale nemmeno la minaccia di fucilazione avrebbe fatto desistere frau Greta; tempo addietro, ad una ennesima richiesta del marito di adeguarsi a quell’uso, aveva risposto: «Oh bravo! Perché dovrei parlare con una persona come se fossero due? È uno: dunque “lei”». E non c’era stato null’altro da argomentare!

Il risultato della seduta dal parrucchiere era stata un’acconciatura che accompagnava i capelli castani di Carla. lunghi fino alle spalle, ai due lati del viso e li faceva terminare in una morbida arricciatura verso l’interno: nulla di complicato, ma era stata esclusa qualunque pettinatura che prevedesse i capelli raccolti: avrebbero messo troppo in evidenza la fronte spaziosa della ragazza ed il suo naso, che avrebbe potuto essere definito “importante”, dal momento che la sua dimensione, pur senza compromettere l’armonia del volto e la sua gradevole apparenza, non poteva passare inosservata.

Quando alla fine ebbe indossato l’abito ed i gioielli, frau Greta non poté che ammirare sua figlia e rallegrarsi quasi della sua indisposizione, che andava decisamente migliorando, sebbene a quel punto non lo avrebbe mai ammesso.

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli
  1. I personaggi e le situazioni di questo racconto, benché liberamente ispirati a persone e fatti reali, sono frutto della fantasia dell’autore.
    La fantasia dell’autore è frutto del suo lungo esperimento della realtà.[]