Il tesoro del Mandrogno – (terza puntata) Il ballo (1938)

(1)

E così il fatidico sabato, 19 febbraio 1938, Polo Foscarini e sua figlia Carla, poco dopo le otto di sera, varcarono la soglia del Circolo Artistico Tunnel, da poco trasferitosi nella nuova sede di palazzo Angelo Giovanni Spinola, nella magnifica via Garibaldi, al civico 5.

Una delle sale del Circolo (per gentile concessione del Circolo Artistico Tunnel)

Le sale del Circolo, ricche di tendaggi e di mobili dall’aspetto sontuoso, adorne alle pareti di arazzi e con imponenti camini splendidamente decorati erano già gremite di persone: le signore sfoggiavano eleganti toilette da sera ed indossavano gioielli a dir poco fastosi. Carla e suo padre erano stati accolti all’ingresso da un barbuto signore che esibiva sullo sparato della marsina una sciarpa azzurra con vistose decorazioni e, accanto a lui, da una signora con un vestito lungo di velluto azzurro che, considerata anche la sua stazza, la faceva sembrare più che una gran dama, un palco del teatro Carlo Felice. L’avvocato Foscarini presentò Carla, come di prammatica, ai due personaggi che si complimentarono vivamente con lui per l’eleganza e la grazia di sua figlia e si rammaricarono al contempo di non poter ossequiare la sua gentile signora «Sempre così originale e divertente!» si sentì in dovere di aggiungere l’imbellettata signora, ma con una punta avvertibile di acido nella voce.

Fecero a passo lento una escursione lungo le zone perimetrali delle ampie sale, mentre l’avvocato Foscarini richiamava l’attenzione di sua figlia sui vari personaggi, descrivendoli sommariamente e indicandone soprattutto la funzione. «Quello con il naso paonazzo è Costa, il Federale di Genova, quello con i capelli impomatati è il Questore Buzzi, quello accanto a lui è il conte Barabino» Carla ascoltava distrattamente a si guardava intorno un po’ stordita da quel caleidoscopio di nomi e di volti.

In una delle sale erano già state aperte le danze e alcune coppie volteggiavano nell’ampio spazio riservato ai ballerini, di fronte ad una piccola orchestra che eseguiva musica contemporanea, alternata a classici e romantici valzer.

Poco dopo il loro ingresso in questa sala l’avvocato fu apostrofato da una voce tonante che riusciva a sovrastare senza sforzo il suono della musica: «Eccovi qui, avvocato. Sono lieto di vedervi! Ma chi è questa giovine che vi accompagna?» E pazientemente Polo Foscarini, dopo aver ricambiato quel saluto con tutto l’entusiasmo che riuscì a simulare, presentò sua figlia Carla al senatore, commendatore, Bindo Galli, Presidente della Corte di Appello di Genova. E si scusò con lui per la defezione di sua moglie genericamente accreditata di una seccante indisposizione. «Ma bene! – tuonò il magistrato – Lasciate allora che si allontani dalla vostra ala protettrice. Sono sicuro che la signorina Carla non faticherà a trovare qualche baldo giovanotto che vorrà tenerla occupata con le danze. Intanto io vorrei discutere con voi, se permettete, alcune questioni delicate.» E, presolo sottobraccio, si allontanò con lui e con i due altri signori, il vice Podestà, comm. avv. Villa Santa e il Procuratore generale Coppelli, che gli facevano ala verso una zona più appartata della sala.

Carla si era avvicinata ad un tavolo dove erano imbanditi alcuni appetitosi piatti di cibo ed aveva scelto, una dopo l’altra, due tartine piuttosto gustose, anche se di difficile identificazione riguardo alla composizione. Stava per avviarsi verso la porta che dava accesso ad un’altra sala, meditando tra sé e sé che era inutile rimanere lì senza ballare, quando fu richiamata da una voce maschile che le diceva: «Potrei avere l’onore di chiedervi un ballo?»

Carla si girò e rimase quasi folgorata dalla persona che le aveva rivolto quel cortese invito. Era un giovanotto piuttosto alto di statura, con un volto dai tratti marcati: la mascella quadrata, un naso dritto e largo alla base, due stupefacenti occhi verdi ed una capigliatura rossa dal taglio decisamente militare. D’altra parte, che fosse un militare non poteva sfuggire a chicchessia, dal momento che indossava la elegante divisa di panno blu con doppia bottoniera d’oro e spadino al fianco degli allievi dell’Accademia navale.

Assai spesso nei suoi ingenui sogni di ragazza aveva vissuto un momento come quello, quando un romantico “principe azzurro” le avrebbe chiesto una danza, per poi perdersi con lui in un indefinito e sfumato turbine di … non sapeva bene che. Ma questo non era il principe che aveva sognato; tuttavia, aveva colto nella sua voce qualche cosa che la attirava ben più di quanto fosse mai riuscita ad immaginare in quei sogni.

«Ne sarei onorata» rispose con un garbo ottocentesco che non le era certo abituale, ma che le era venuto spontaneo; e si lasciò guidare dalla mano guantata di immacolato filo bianco del suo cavaliere in un valzer che l’orchestra aveva appena iniziato.

Mentre il giovane allievo ufficiale la guidava con perizia e delicatezza sulla pista Carla gli domandò: «Non è che per caso vi chiamate Isidoro?» Carla aveva inevitabilmente pensato ad una storia ottocentesca che si raccontava nella sua famiglia (forse solo una leggenda, benché il fatto che si tramandassero i nomi dei protagonisti faceva sospettare che ci fosse qualche fondamento di verità), e che aveva come protagonista una sua sfortunata antenata, Rosina Montecucco, ed un ufficiale napoleonico dai capelli rossi, Isidoro Chenoussét. «Che strana domanda! No, anzi perdonatemi la scortesia! Non mi sono nemmeno presentato. Sono l’aspirante guardiamarina Vittorio De’Censi e studio all’Accademia navale di Livorno. Sono qui, comandato di servizio.»

«Dunque mi avete invitata a ballare perché è vostro dovere?» gli chiese con un po’ di malizia Carla. «Raramente mi sono trovato a compiere un dovere così piacevole. Da quando frequento l’Accademia non mi era mai capitato che mi fosse imposto l’obbligo di fare ciò che difficilmente mi avrebbero trattenuto dal fare per mio piacere!» «Vi insegnano anche la galanteria all’Accademia?» «No! In genere sono goffo e timido, ma con voi mi viene spontaneo e facile farvi un complimento».

Mentre i due giovani danzavano e parlavano tra loro l’orchestra era giunta alla fine del valzer. Il giovane cadetto riaccompagnò Carla verso il buffet, dove le aveva rivolto il suo invito. Le disse: «Purtroppo la regola di servizio mi impedisce di fare due balli di fila con la stessa dama. Ma se voleste attendermi gradirei molto invitarvi ancora ad un ballo. Posso per intanto sapere il vostro nome?»

«Mi chiamo Carla. Carla Foscarini e sono qui con mio padre: vedete quel signore che sta parlando con Il senatore Galli, la vicino a quella finestra? Quello è mio padre. Ma, ditemi, la regola di servizio impedisce anche che un cavaliere vada a prendere qualche cosa da bere per la sua dama occasionale?»

«Certo che no! – esclamò il giovane illuminandosi in volto con un sorriso più che radioso: aveva colto nel suggerimento il modo per restare accanto a quella signorina che lo aveva così attratto e, dopo averle portato da bere, attendere presso di lei che fosse conclusa la danza in corso per poter ripetere l’invito – Vado e torno: non muovetevi da qui!» Poi, subito dopo essersi diretto verso la tavola dove erano disposte le bevande, fece un rapido dietrofront e, riavvicinatosi a Carla le chiese: «Sono davvero imperdonabile! Che cosa gradite bere?» «Penso che apprezzerei una coppa di champagne, anzi forse dovrei dire spumante» Gli rispose Carla. Sebbene non fosse così abituata a bere champagne, pensava che non avrebbe fatto molta differenza rispetto al vino che invece beveva abitualmente.

Vittorio ritornò con due coppe in mano e, offertane una a Carla, si accomodò con lei sulle seggioline che sembravano essere state collocate in quel punto solo per loro; sorseggiando il loro vino a minime sorsate, quasi quel liquido fosse una clessidra che scandiva il tempo a loro disposizione, si immersero in una fitta conversazione. Sport, luoghi di villeggiatura, romanzi, cinema e teatro furono scandagliati nell’attesa che l’orchestra terminasse quel brano che aveva iniziato: un foxtrot, come si ostinavano a chiamarlo gli orchestrali, benché lo spartito recasse l’indicazione “ballo volpino”.

Al foxtrot seguì un valzer che i due giovani ballarono continuando, sia pure a ritmi meno serrati, la loro conversazione: che doveva essere davvero piacevole, a giudicare dalle espressioni dei volti, un po’ arrossati per le giravolte. Ma le manovre del giovane De’ Censi non erano sfuggite al brandeggio dello sguardo tutorio dell’avvocato Foscarini che, sganciatosi diplomaticamente dal colloquio con il senatore Galli, al termine della danza si avvicinò, come per caso, alla figlia, nuovamente seduta sulla seggiolina di prima e intenta a bere l’ultimo sorso dello champagne ancora contenuto nella sua coppa. «Ti diverti Carla?» le chiese.

Prima ancora che potesse rispondere al padre, il giovane cadetto si era alzato e si era esibito in un sonoro batter di tacchi accompagnato da un lieve inchino del busto; si rivolse poi all’avvocato dicendo: «Permettetemi di presentarmi! Sono l’aspirante guardiamarina Vittorio De’ Censi. Desidero chiedervi il permesso di fare visita a vostra figlia Carla, se a lei fa piacere, domenica prossima ed invitarla a passeggiare con me, insieme alla sua Signora madre»

L’avvocato Foscarini rimase impressionato da questa richiesta per due buoni motivi: in primo luogo non si aspettava certo che la prima volta che portava sua figlia in società si sarebbe sentito rivolgere una simile richiesta e dopo nemmeno un’ora che erano a quel ballo! Carla non era certo una bellezza tanto abbagliante da far presumere un così repentino interesse. E secondariamente le modalità della richiesta, formalmente ineccepibile e correttissima nei contenuti, e le circostanze nelle quali gli era stata rivolta non gli concedevano motivazioni ad un rifiuto. Si rifugiò dunque in una richiesta alla figlia: «Se fa piacere a Carla…» E non ci fu spazio al dubbio, perché la ragazza intervenne prontamente: «Ne sarei felice!» «Dunque, signorina Carla, a domenica prossima! Ora devo allontanarmi … le regole del servizio, comprendete? Ma se deciderete di trattenervi ancora magari potrò avere il piacere di invitarvi ad un altro giro di valzer» «Farò ciò che deciderà mio padre. Ma spero di poter danzare ancora con voi».

«Io devo ritornare a finire un discorso con il Presidente Galli; mi dispiace ma non credo che sarà cosa breve – disse l’avvocato a sua figlia appena il suo giovane cavaliere si fu allontanato – ma credo che a te non dispiacerà se ci tratteniamo ancora un po’» e lo sguardo che ricevette in contraccambio da Carla era adeguata risposta alla sua domanda retorica.

Mentre l’avvocato Foscarini era stato riassorbito nel conciliabolo che aveva come fulcro il senatore Galli, Carla aveva cominciato a muoversi tra le sale, di quando in quando ritornando nella sala dove suonava l’orchestra per guardare i ballerini sulla pista da ballo: anzi più propriamente un ballerino. E aveva notato con un certo sottile compiacimento che Vittorio invitava alle danze signore mature e di aspetto non certo attraente, lasciando ai suoi commilitoni, che ne erano ben lieti, la cura delle signorine più giovani e avvenenti.

Verso le ventitré, quando Carla, che conosceva le abitudini paterne, giudicava fosse imminente la loro partenza, riuscì a rivolgere un cenno a Vittorio, impegnato in una danza proprio con quella abbondante signora che li aveva accolti al loro ingresso al Circolo. E puntualmente Vittorio, appena terminata la musica, dopo aver galantemente riaccompagnato la sua dama, si presentò al fianco di Carla.

«Credo che mio padre sia sul punto di accomiatarsi dai suoi interlocutori e volevo salutarvi. Siete stato un po’ precipitoso forse nel chiedere di farmi visita: desidero che sappiate che non ve ne vorrò se deciderete di cambiare idea.» «Voi dite “precipitoso”. Io penso “tempestivo”. Ci insegnano a prendere rapidamente decisioni, anche quando non abbiamo molto chiara la situazione. In questo caso io ho chiarissima la situazione e non intendo, a meno che voi abbiate avuto un ripensamento, rinunciare alla visita che ho sollecitato». Una sottile ruga orizzontale si era formata attraverso la fronte di Vittorio e i suoi occhi avevano assunto una sfumatura più chiara, quasi fredda, mentre diceva queste parole. «Certo che non ho cambiato idea! – rispose prontamente Carla – Volevo essere certa che l’impegno preso non vi pesasse e non fosse solo frutto della vostra amabile galanteria». Un ampio sorriso fiorì sulla bocca di Vittorio, la ruga si spianò e gli occhi ridenti tornarono del loro bel verde profondo. Ma non ci fu tempo per proseguire nel colloquio che stava assumendo toni decisamente più personali: l’avvocato Foscarini stava ormai raggiungendoli e, rivolto a sua figlia, disse: «Carla è ora di rincasare!» E, indirizzandosi all’allievo ufficiale: «Sono lieto di avervi conosciuto De’ Censi. Vi aspettiamo dunque domenica. Non dubito che mia figlia si sia premurata di farvi conoscere il nostro indirizzo» «Il piacere è stato mio, avvocato! Signorina Carla a domenica!» E così dicendo aveva salutato l’avvocato limitandosi ad una virile stretta di mano; ma rivolgendosi a Carla si era esibito in un elegantissimo baciamano che era stato un po’ insistito nei tempi e a mano libera dal regolamentare guanto bianco; la scusa ad una eventuale critica sarebbe stata che dovendo stringere la mano al padre – il guanto era proibito in questa circostanza – non avrebbe potuto rimetterselo per il baciamano, dove invece era prescritto, senza una pausa che sarebbe parsa villania.

Recuperati i rispettivi paletot (meglio “pastrani”!) al guardaroba del circolo, padre e figlia si avviarono lungo la strada per raggiungere a piedi la loro casa, non molto distante: «Dimmi un po’ – disse a Carla suo padre, appena allontanatisi dal portone di via Garibaldi quel tanto che bastasse a non farsi udire dalle persone che vi stazionavano accanto chiacchierando, dopo averle salutate compitamente levandosi il cappello – Da dove salta fuori questo tuo Isidoro?» «Papà, ti prego! Non mettertici anche tu! Pensa che sono stata così stupida da chiedergli anche io come prima cosa se si chiamasse proprio così. Lasciamo perdere questo scherzo. Anzi ti pregherei di parlare tu con la mamma. Vorrei evitare se possibile una delle sue uscite imbarazzanti. Non lo avevo mai visto prima. Mi si è presentato all’improvviso e mi ha quasi spaventato. Ma mi è sembrato un giovanotto simpatico e ben educato e parlare con lui è stato piacevole» «Penserei qualche cosa di più che piacevole» Ribatté sorridendo l’avvocato e cambiò diplomaticamente discorso, rimandando ogni giudizio alle valutazioni che avrebbe fatto sua moglie Greta, nelle quali, almeno in queste faccende, rimetteva completamente la sua fiducia.  

Greta Foscarini dormiva profondamente quando suo marito si coricò nel letto gemello: le abitudini diverse quanto a coperte, posizione nel sonno e orari avevano consigliato ai due coniugi di adottare una soluzione diversa da quella tradizionale del letto matrimoniale, per garantirsi una reciproca pacifica convivenza. Dunque, i commenti alla serata erano stati rimandati alla mattina seguente.

La mattina della domenica in casa Foscarini vigeva la consuetudine di una prima colazione libera: cioè chi si alzava sedeva a tavola e si godeva il caffelatte (Polo, Carla e Max) o il thè (Greta e Arturo) con i relativi solidi di accompagnamento, senza attendere gli altri familiari. Ma quella mattina il caso volle che Greta e Carla fossero sedute alla tavola insieme e da sole. Così Carla ebbe modo di prodursi in una cronaca della serata precedente, con quelle sfumature e quelle accentuazioni che sapeva avrebbero fatto capire a sua madre l’importanza che riponeva in quell’incontro e il desiderio di mettere al riparo dalle spiritosaggini inevitabili dei suoi fratelli (e, perché no, anche da quelle di suo padre che talvolta si lasciava trascinare dal gusto della battuta arguta oltre i limiti della gentilezza).

Greta ascoltò, fece poche domande, e concluse con la sua consueta risolutezza piena di buon senso, a dispetto del suo atteggiamento apparentemente svagato: «Oh bravo! Vedremo domenica prossima questo tuo diavolino. Per adesso lasciamo perdere perché se no i tuoi fratelli farebbero venir fuori una cagnara»

E quando le raggiunse Polo, che vestiva la sua giacca da casa di velluto bordeaux, segnale dei momenti di quiete e riposo nella sacralità domestica gli disse: «Carla mi ha raccontato della sua serata e non credo si debba commentare! Dimmi invece che cosa voleva quel farabulano del presidente Galli.» Aveva utilizzato per connotare il senatore, commendatore Bindo Galli, uno dei suoi termini lessicali quasi certamente coniati da lei, nella icastica sintesi di lingua madre, italiano e dialetto brianteo. Quello che aveva impiegato stava per lei a significare “persona di molte parole e di pochi fatti”, o talvolta “irresponsabile mentitore” dunque non certo un apprezzamento per il magistrato.  

E Polo, raccolta la segnalazione implicita contenuta nella prima affermazione della moglie, non doversi cioè commentare l’incontro di Carla, prese a riferire della conversazione sua con il poco stimato magistrato: l’argomento era che a Palazzo (di giustizia) non si era ancora scordato che il padre di lui, l’avvocato Almorò Foscarini, qualche anno prima aveva difeso con una passione che esuberava dal garantire il patrocinio al quale ogni individuo aveva diritto, un ribelle al regime, un bolscevico. Ne discendeva che lui, Polo, doveva essere prudente nella scelta dei clienti da difendere e doveva fugare ogni dubbio sulla sua posizione rispetto al Regime. La delicatezza dell’argomento e il fastidio che questo tipo di censure provocavano in Polo avevano impegnato i due e i loro quasi silenti testimoni in una lunga conversazione, come riferì particolareggiatamente alla moglie, caratterizzata anche da passaggi duri, pur senza un vero conflitto; e all’esito di questa ciascuno dei due era rimasto sulle posizioni di partenza, ma era stato almeno chiarito che Polo Foscarini non aveva ostilità preconcette al Regime, ma metteva in primo piano l’esercizio eticamente ineccepibile della sua professione di avvocato, senza compromessi. Aveva comunque assicurato il magistrato, che aveva accolto con evidente sollievo questa affermazione, che era sua intenzione continuare a limitare, come aveva sino ad allora fatto per sua libera scelta, la sua attività professionale al campo civile e segnatamente al diritto matrimoniale: difficilmente così sarebbero sorti conflitti di tipo politico.

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli
  1. I personaggi e le situazioni di questo racconto, benché liberamente ispirati a persone e fatti reali, sono frutto della fantasia dell’autore.
    La fantasia dell’autore è frutto del suo lungo esperimento della realtà.[]