Il tesoro del Mandrogno – (quarta puntata) La visita (1938)

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La nuova settimana riassorbì i Foscarini nelle rispettive consuete attività, permettendo così all’avvocato di scordare quasi del tutto l’incontro di sua figlia con il giovane De’ Censi, o quanto meno di collocarlo in posizione più defilata nella sua mente; Greta aveva invece senza strepito e con molta naturalezza messo in movimento la macchina informativa che a Genova, patria dei “ciæti”, era tra le più sofisticate ed efficaci: si trattava di sapere tutto, ma proprio tutto su Vittorio De’ Censi, la sua famiglia, i suoi amici. Ed il rapporto doveva essere completato prima della domenica seguente, perché se fossero arrivate notizie di seri problemi a suo carico, la visita imminente sarebbe stata rigorosamente contenuta nei limiti della buona educazione (con “uso di mondo” avrebbe detto Frau Greta), ma niente di più. In caso contrario invece…

Carla invece! Lei ogni volta che ripensava a quelle tre ore si sentiva come trasognata. Poi una specie di ansietà, un’ombra le ghiacciava il cuore: la guerra! Come si poteva sognare un futuro mentre quelle larve sinistre diventavano sempre meno evanescenti? Eppure, il ricordo di quel viso serio e sereno, di quegli occhi ridenti le davano un senso di pace.

Era riuscita a parlarne con sua cugina Dedè; l’aveva attesa all’uscita dalle lezioni, dopo aver telefonato a sua zia e averle chiesto se potesse invitare la cugina a colazione; si erano appartate nella saletta di un bar latteria vicino a via Balbi, la zona dell’università, dove era normale vedere due o tre ragazze sedute ad un tavolino. E le aveva raccontato della sua serata, come non aveva potuto fare con la mamma; descrivendo soprattutto le emozioni che aveva provato: da un lieve segnale di interesse, quasi un solletico piacevole, alla prima danza, che era gradualmente cresciuto fino ad un rimescolamento interno destabilizzante e nuovo, man mano che la serata avanzava. Aveva fatto del suo cavaliere un ritratto vivido, rievocandone i tratti del viso, l’atteggiarsi del corpo, le espressioni dello sguardo. Durante quella lunga tirata Dedè aveva sorseggiato lentamente il caffelatte (specialità della casa), non senza intingervi a tratti il cornetto – rigorosamente vietato chiamarlo croissant o brioche –  che lo accompagnava. Quando fu certa che la cugina Carla, dopo averle manifestato tutto il suo stupore misto a timore per la conclusiva richiesta di Vittorio di farle visita, non avrebbe aggiunto altro, commentò: «Direi che ti sei presa una bella cotta! Da come descrivi questo tuo Vittorio, il principe azzurro di Biancaneve potrebbe andare a nascondersi! Ma francamente non vedo i motivi di timore. Un giovanotto bello, serio e beneducato chiede a tuo padre di farti visita: mi sembra il migliore degli inizi. D’altra parte, in qualche modo bisogna pur cominciare, a meno che tu veda per te il destino di una zitella casalinga. Mi pare anche che lo zio non abbia reagito male. Dunque, dov’è il problema?»

Davanti al senso pratico di Dedè, Carla si sentiva sempre rassicurata; le sue considerazioni avevano regolarmente l’effetto di permetterle di razionalizzare i suoi pensieri; così le disse: «Ma non capisci? Vittorio è o sarà ufficiale di marina e sta per esserci una guerra!» «Capisco – le ribatté la cugina – tu hai paura di soffrire! Pensi che potrebbe mancare un lieto fine e dunque non vuoi nemmeno iniziare a vivere questa storia. Ma anche se non ci fosse una guerra imminente e Vittorio fosse impiegato alle poste, potrebbe capitare un incidente. Nessuno sa che cosa gli riserva la vita. Ma c’è chi la trascorre sempre sulla difensiva, invece che viverla pienamente. La differenza tra chi non osa e chi invece osa è che, quando il temuto incidente dovesse capitare, il primo avrà vissuto nel timore per tutto il tempo, mentre il secondo avrà assaporato come meglio poteva la vita: e avrà i ricordi dei momenti felici a consolarlo anche della peggior sventura. Mi viene in mente una frase del Giulio Cesare di Shakespeare: “I codardi muoiono molte volte prima di morire, mentre i valorosi provano il gusto della morte una volta sola”.» 

«Ci mancava anche Shakespeare adesso! Magari poi Vittorio domenica non viene. Oppure viene e la mamma gli mette la prua addosso: sai che cosa potrebbe succedere vero?»

«Bene! direi che la strategia potrebbe essere questa: vediamo che cosa succede domenica. Se Vittorio viene e la zia lo promuove, la faccenda potrebbe avere un seguito, e lo affronteremo quando e se. L’unica cosa sulla quale puoi avere qualche influenza è proprio su tua madre: c’è qualche cosa che si può fare per mettere Vittorio in buona luce?»

«Temo di no, perché qualunque cosa si facesse avrebbe il sentore di artefatto. E lo sai che razza di segugio è la mamma per queste cose: intuisce istintivamente ogni sotterfugio e non ha neppure abbastanza ritegno dal tenerlo per sé. Spero solo che Vittorio faccia tesoro di quelle poche considerazioni che gli ho fatto sulla mia famiglia; ma non potevo certo pensare che sarebbero diventate determinanti. Certo con papà si è comportato come se ne conoscesse bene il carattere: tutto ciò che gli ha detto era esattamente quello che papà si sarebbe aspettato di sentire: non ha sbagliato una virgola e lo ha messo con le spalle al muro.»

Su questa fiduciosa constatazione si esaurì la parte di conversazione dedicata a Vittorio e le due ragazze affrontarono i molti altri argomenti che polarizzavano la loro giovanile attenzione; ma l’atmosfera del loro dialogo si alleggerì alquanto e il referto di quanto si dissero nulla ha a che vedere con questa vicenda. 

Venne così anche l’attesa domenica. Ma prima di essa inevitabilmente era venuto il sabato; nel pomeriggio del quale, davanti ad un tavolino apparecchiato per un liturgico thè, si erano coagulati i referti dell’efficiente sistema informativo, ben più temibile che quello dell’OVRA, che Frau Greta aveva messo in movimento. Invitate ad un canonico thè a casa Foscarini, come capitava sia pur con cadenza non regolare, quattro amiche della buona borghesia genovese si videro offrire dalla fantesca, per l’occasione in regolamentare cappa nera con grembiulino bianco adorno ai bordi di sangallo, oltre al thè, un autarchico carcadè (in ossequio ad una almeno di loro, che, moglie di un gerarca genovese, non poteva fare concessioni ad una vituperabile bevanda albionica) ed un neutrale e digestivo “canarino” (ove qualche altra tra loro non volesse sbilanciarsi). Non mancava una cospicua dotazione di Petits fours secs, che il fornitore di Frau Greta si ostinava a chiamare biscottini. Ciarlando amabilmente tra un sorso e l’altro della bevanda eletta, sapientemente alternato con un biscottino, le riunite a consesso intrecciarono i fili delle loro notizie, tessendo l’arazzo che aveva come soggetto Vittorio De’ Censi.

Frau Greta alla fine poté rallegrarsi del quadro che era emerso: Vittorio, figlio unico del notaio spezzino De’ Censi, era un giovane serio; ottimo rendimento scolastico (benché carente in latino e greco), spiccata propensione all’attività sportiva, segnatamente al tennis, ottima educazione formale; tutto ne faceva un soggetto appetito dalle famiglie della buona società locale per un invito, specie se in casa qualche giovinetta stava per raggiungere l’età nella quale i genitori auspicano che essa possa prendere il volo dal nido ov’era stata amorevolmente allevata. Il bell’aspetto del giovane lo rendeva poi appetibile a quelle giovani, nonché ad altre che quell’età avevano già raggiunto da tempo, ma stentavano a involarsi dal nido. L’unico neo, non certo ascrivibile al giovanotto, era che, sembrava – ma la cosa era tenuta sotto stretto riserbo – che non fosse figlio naturale del notaio, ma fosse stato adottato: ne era indizio addotto l’avanzata età dei genitori e la capigliatura fiammeggiante del giovane che non aveva riscontro nella famiglia De’ Censi.

Paga di queste notizie, Greta Foscarini aveva manifestato alla figlia durante la cena tutto il suo ottimismo per l’incontro del giorno seguente: che si era incarnato lapidariamente in un «Oh bravo! A quanto mi dicono sembra che il tuo Vittorio – e Carla non avrebbe saputo dire se quel “tuo” era sintomo di una presa di distanza dal soggetto o di un preventivo riconoscimento per accettazione – sia un pesce raro! Vedremo domani!»

Di fatto l’indomani era incominciato come ogni domenica: la colazione in famiglia, con le consuete dotte molestie di Arturo che dissertava e faceva domande sui più astrusi argomenti di cui aveva avuto modo di occuparsi, magari compulsando l’enciclopedia Treccani (una copia esente da ogni errore di stampa!). Sapeva a memoria i fonemi di delimitazione alfabetica dei lemmi contenuti in ciascun volume e li recitava spesso in filastrocca o citando quelli che suonavano come nomi significanti: Compi Crocc, che sembrava il nome di un dolce ripieno e croccante o Topo Ved, che sembrava la denominazione di un veleno per topi. Faceva piacevole contrasto al suo cicalare, dal momento che induceva al silenzio chi ne approfittasse, l’ampia dotazione di focaccia, comperata fresca ed abbondante dalla solerte Irma, denominata dall’avvocato “fugace” per la propensione a disparire rapidamente, prima che egli avesse potuto servirsene nuovamente secondo il suo desiderio. 

Alla colazione era seguita poi la lettura del giornale, il Secolo XIX (familiarmente denominato “il decimonono”) da parte dell’avvocato Polo Foscarini, seduto in poltrona con la sua giacca di velluto bordeaux, che commentava a voce alta alcune notizie all’indirizzo della moglie, seduta nella poltrona gemella che agucchiava e rispondeva, non sempre a tono, sull’argomento sollevato dal marito.

Poi la messa a San Lorenzo e la passeggiata di ritorno sino a casa, dove li attendeva il pranzo festivo, immancabilmente predisposto dalla cuoca, secondo le indicazioni che a mattina Frau Greta le aveva fornito, sotto l’alta sorveglianza della fida Irma. Quella domenica era stato predisposto il finto pesce: un piatto di cui i ragazzi non erano mai entusiasti ma che era frutto di una domestica sapienza, ormai disparsa ai nostri giorni: assommava dentro di sé, tra i prescritti ingredienti (tonno e patate), anche i piccoli avanzi della settimana – un po’ di fagiolini, un resto di insalata, una mezza patata bollita – che attendevano nella ghiacciaia o nella moscaiola l’obbrobrio della “rumenta” o la rinascita del recupero. Con l’impasto, perfettamente mantecato, veniva riempito uno stampo di rame stagnato all’interno e a forma di pesce, che gli conferiva l’esteriore aspetto: cipolline sott’aceto, qualche filetto d’acciuga e capperi ne ornavano la superficie, una volta estratta dalla forma, accentuandone la similitudine o, secondo volte, conferendogli un aspetto sorprendentemente dadaista. Il secondo era ritualmente preceduto da un primo: quella domenica erano le trofie (ovviamente fatte a mano dalla insostituibile Irma) con un pesto di noci.

La pausa postprandiale, penosa per l’impaziente Carla, indolente per gli altri membri della famiglia, con la sola eccezione di Irma che rigovernava, fu in realtà più breve del solito: Frau Greta si diresse in cucina per disporre che il thè previsto per il pomeriggio fosse adeguatamente dotato di tutti gli accessori: scelse una teiera, una zuccheriera e un bricco per il latte d’argento, normalmente riposti nel loro sudario di carta velina, e li affidò alle cure di Irma perché fossero cancellati, complice una generosa aspersione di Sidol, gli aloni bluastri delle inevitabili ossidazioni; indicò quale “servizio” tra quelli destinati alle più rilevanti occasioni fosse da resuscitare dalle ombre degli armadi che ospitavano il vasellame di casa ed ispezionò la piccola pasticceria che era stata strategicamente acquisita all’uscita dalla chiesa quella mattina. Provvide personalmente a recuperare dal “sancta santorum” del cassetto odoroso di spigo di un canterano due centrini ricamati con tale finezza da lasciare attonito chi li osservasse attentamente: cosa che peraltro capitava di rado, nascosti come erano sempre da prelibatezze che assorbivano totalmente l’attenzione del delibante.

L’avvocato Polo, esaurita la lettura del giornale, o almeno di quella parte che gli appariva degna di attenzione, si era assorto nella lettura di un libro, assai noioso a giudicare dal reiterato reclinarsi del capo verso il petto e dal lieve zirlo che fuorusciva dalle sue labbra quando il mento raggiungeva il suo ipogeo. Arturo era sparito in camera sua ad architettare qualcuno dei suoi esperimenti di fisica: ma la mamma si era raccomandata che, almeno quella domenica, non ci fossero esiti rumorosi o catastrofici.

Carla invece attendeva a sé. Aveva brevemente esitato (non per sua decisione, ma per scarsità delle opzioni disponibili) sulla scelta dell’abbigliamento: poi aveva deciso per una gonna grigio chiaro, a metà polpaccio, con una grande piega sul davanti, una camicetta scozzese sul verde scuro ed un pullover girocollo di un giallo chiarissimo, dallo scollo del quale spuntava il colletto della camicia rialzato sul dietro. Un aspetto un po’ severo e di taglio quasi sportivo: ma la scelta era consapevole. Voleva mostrare la sua caratteriale difficoltà rispetto alle inclinazioni romantiche e superficiali piuttosto di moda in quell’epoca.

Qualche minuto dopo le tre e mezza, un orario adeguato a una visita pomeridiana, il campanello della porta d’entrata aveva fatto sentire il suo trillo, che aveva segnato l’inizio di quella così attesa occasione.

Vittorio era stato accolto, come imponeva l’etichetta da Luisa, la cameriera, insignita per l’occasione di un camice nero adorno nelle posizioni strategiche – collo e polsi – di pizzi, non senza la regolamentare crestina, che sui capelli un po’ ribelli della non più giovane fantesca appariva un po’ sbilenca. Fu pregato da essa di attendere nell’anticamera dal pavimento bianco e nero, lucido e odoroso di cera, mentre veniva annunciato al signor avvocato.

Che, avvisato della visita, onorò l’ospite recandosi di persona ad accoglierlo; e lo introdusse nel salotto, dove il suono del campanello aveva convocato automaticamente il resto della famiglia, con l’eccezione ovviamente di Max, che era ad Aosta per il corso allievi ufficiali.

Fatte le necessarie presentazioni, non senza qualche comprensibile rigidità, l’ospite fu pregato di accomodarsi. Vittorio si era presentato con un bel mazzo di fiori, niente di esagerato, ma scelti con gusto: «Per la signora Greta» aveva mormorato; erano stati prontamente affidati alle cure di Luisa perché li sistemasse. Come pure alla stessa Luisa era stato affidato il pacchettino non voluminoso ma dal prezioso contenuto, come si poteva agilmente arguire dalla scritta che campeggiava sull’involucro cartaceo: Pietro Romanengo, fu Stefano. Qui Vittorio era andato sul sicuro! In un brano della sua conversazione con Carla, la settimana precedente, avevano dissertato di dolci; ed era emersa una predilezione di Carla, ma veramente della sua intera famiglia, per i quaresimali di Romanengo e per quelli che lei aveva chiamato i “maiali”, dolcetti “ingranati” rosa, di pan di Spagna e pasta di mandorle.

Dopo il primo prevedibile ma presto superato impaccio, la conversazione aveva preso un ritmo fluente: Vittorio rispondeva a Frau Greta con vivace spontaneità, tracciandole con le risposte a garbate ma mirate domande, un ritratto dei suoi genitori, dei suoi interessi, delle sue speranze.

L’offerta di qualche rinfresco aveva causato una gradita pausa alla conversazione: limonata e semplice acqua frizzante, ottenuta miscelando due apposite polverine, unica concessione alla chimica consentita nel campo del cibo in casa Foscarini.

Faceva parte delle opzioni disponibili anche il tamarindo, del quale era assidua cultrice Frau Greta, anche per una apprezzata sua amicizia con Carla Erba, figlia del fondatore della ditta che ne era magistrale produttrice. A Carla Erba – e forse il nome della primogenita Foscarini, aveva qualche cosa a che fare con lei – che volentieri esibiva il suo titolo di contessa, acquisito sposando un Visconti di Modrone, Frau Greta soleva ribattere che il suo sangue era piuttosto marrone che blu, perché “aveva il tamarindo nel sangue”.

Accompagnava le bevande il vassoio di cartoncino di Romanengo che, liberato del suo sudario cartaceo, manifestava ormai pienamente il suo dolce contenuto in una promessa di prelibatezze. 

Arturo, dopo essersi approvvigionato di un paio di dolcetti, sollecitato a ciò dalla madre, aveva educatamente chiesto scusa e si era ritirato nelle sue stanze per dedicarsi allo studio. E Greta aveva proposto a sua figlia Carla di mostrare all’ospite il panorama di Genova che si godeva dal lastrico solare, al quale si accedeva da una scaletta interna.

Così i due giovani, ascesi al lastrico solare, dopo aver indossato i cappotti, avevano potuto finalmente discorrere in privato.

«Vi starete annoiando terribilmente!» aveva esordito Carla. «Assolutamente no! Trovo i vostri genitori delle persone assai simpatiche e alla mano. Posso permettermi di farvi una richiesta che spero non giudicherete troppo sfacciata?» E al cenno affermativo del capo di Carla proseguì «Alcuni dei miei compagni di accademia continuano a prendermi in giro perché non ho una ragazza. Chi non mi prende in giro mi propone di uscire con sua sorella o con una cugina, o, peggio ancora con una amica della sua ragazza. Se voi voleste farmi la gentilezza di darmi una vostra fotografia, io potrei appenderla nel mio armadietto e lasciar intendere, senza fare nomi ovviamente, che io un impegno ce l’ho.» «Dunque mi state chiedendo una mia fotografia per utilizzarmi come spaventapasseri?» commentò con un tono volutamente sostenuto Carla.

Il rossore che salì dalle gote di Vittorio, fino ad imporporagli la fronte e che rese la pelle del suo volto tanto simile per colore alla sua chioma accesa, fecero subito pentire Carla della malignità del suo commento. «Sono uno sciocco e vi ho certamente offesa! Non era mia intenzione. Ma volevo avere una vostra fotografia per poterla guardare ogni giorno: così questa motivazione – ma vi assicuro che ciò che ho detto dei miei compagni è vero! – mi era parsa una buona scusa per chiedervela. Perdonatemi e dimenticate, se potete, quello che ho detto.» «Bene! La vera motivazione mi sembra molto meglio della scusa. Se lo desiderate davvero sono disposta a darvi una mia fotografia, ma questo comporta che io la trovi e che ve la dia la prossima volta che verrete a farmi visita: dunque ciò vi obbligherebbe a tornare. E comunque questo non significa che possiate considerarmi la “vostra ragazza” … Almeno per il momento» «Credo che dovrebbero mettermi agli arresti per impedirmi di farvi visita ancora. Dunque, posso sperarci?» Ribatté Vittorio, il cui incarnato aveva riacquistato un colore normale. Non gli era sfuggita quella affermazione finale di Carla che lasciava intravvedere per il futuro quella possibilità su cui già lui stava fantasticando.

Parlarono ancora per un po’. Carla gli chiedeva soprattutto della sua vita in accademia; degli studi, delle esercitazioni, del vivere quotidiano; e la luce di quel febbraio morente si andava già affievolendo quando la voce di Frau Greta li raggiunse dal fondo della scala che saliva dall’appartamento: «Voi due lassù! Oh, bravo! Vi starete congelando. Sarebbe ora che rientraste.» «Veniamo subito mammà» rispose Carla già imboccando la scala per scendere.

«Signora vi ringrazio infinitamente della vostra cortese ospitalità. Ora penso sia il momento che io tolga il disturbo. Mi permetterò, se acconsentite, di fare nuovamente visita a voi e alla signorina Carla in un prossimo futuro» disse Vittorio, rivolgendosi a Frau Greta ed esibendosi in un compito baciamano.

«Venga quando vuole! Lei è sempre il benvenuto! Anzi, se i suoi impegni lo consentono mi farebbe piacere che venisse a cena da noi una di queste sere»

«Ne sarei onorato! Chiederò un permesso speciale in accademia per poter onorare questo vostro graditissimo invito. Signorina Carla…» e girandosi verso la ragazza, dopo averle presa la mano ripeté il baciamano: ma nel caso della figlia il gesto fu un po’ meno compito del precedente e le labbra prolungarono un poco il contatto con il dorso della mano. Quel tanto che bastava perché la proprietaria della mano omaggiata avvertisse l’esplicita intenzione di un gesto più intimo di quello previsto da un formale galateo. Strinse virilmente la mano all’avvocato che si era materializzato accanto ai suoi familiari e uscì.

«Questo Vittorio mi pare proprio un bravo diavolino!» fu il commento con cui Frau Greta segnò il punto e a capo di quella visita. L’avvocato emise un brontolio che sembrava essere più un assenso che altro e ritornò alla lettura di un suo libro, che aveva interrotto per i convenevoli di prammatica. Carla, per parte sua, non aggiunse altro, ben contenta che non ci fossero code discorsive a quel pomeriggio; e si ritirò in camera sua a rivivere nella sua mente quei momenti di conversazione con Vittorio.

Da quel momento il tempo per Carla acquisì una diversa scansione rispetto a quanto era stato fino ad allora: anziché in giorni ed ore, la vita si misurava in settimane: i giorni feriali, il loro impegno, fosse per dovere civico alla Croce Rossa o per svago al circolo del tennis, era tutto teso alla domenica pomeriggio, quando Vittorio – era diventata ormai quasi una regola – compariva a “farle visita”. Nei primi giorni della settimana occupava anche grande spazio il ricordo vivido delle parole e degli sguardi che si erano scambiati nel pomeriggio domenicale. Carla – ma era intimamente convinta che non fosse diverso per Vittorio – ripensava alle parole che si erano detti nei brevi momenti, pochi e fuggevoli nel corso del più formale discorrere pubblico; questi momenti non erano comunque casuali: venivano ogni volta garantiti da accorte azioni di Frau Greta che, senza esagerare, capiva di dover offrire ai due giovani occasioni perché il loro rapporto, se ne aveva la stoffa, si approfondisse.

Venivano quelle parole accuratamente pesate, per cogliere anche il più recondito indizio di un interesse affettuoso, di un messaggio sentimentale e, da questo esame scaturiva l’intenzione, alla prossima occasione, di dire altre parole che facessero comprendere al loro destinatario che il messaggio era stato compreso. E gradito. E ricambiato.

Ma questo diradamento in fondo non dispiaceva a Carla: le pareva che il sentimento che sentiva crescere dentro di lei fosse una cosa lieve e fragile, da gestire senza fretta e con delicatezza, assaporandone la dolcezza, lentamente.

Già alla seconda visita, comunque, Carla aveva avuto modo di consegnare a Vittorio la richiesta fotografia commentando, ma con tono questa volta chiaramente giocoso: «Eccovi il vostro spaventapasseri! Spero che faccia l’effetto desiderato!». La fotografia, assolutamente inusuale tra le sue, ritraeva Carla che, l’anno precedente, ad una festa di carnevale si era mascherata: un grande fiocco sulla testa, un corpetto leopardato ed una gonna tutta sfrangiata, quasi fosse fatta di enormi foglie, abbondantemente sopra il ginocchio. Ai piedi dei sandali con un po’ di tacco e in mano due maracas. Stava sul primo gradino di una scala sulla cui ringhiera era appesa un’insegna che annunciava “Taverna del gatto melanconico”. Non sembrava certo la fotografia di un’educanda! «In cambio però – aveva aggiunto – vorrei anch’io uno spaventapasseri. Magari in divisa; da mostrare alle mie amiche per farle morire di invidia». E la fotografia di un Vittorio dall’aspetto marziale, irradiante virili virtù, era stata puntualmente consegnata a Carla in una visita seguente, in occasione del famoso pranzo, al quale una licenza di due giorni, per ottimo rendimento scolastico, gli aveva permesso di partecipare.

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli
  1. I personaggi e le situazioni di questo racconto, benché liberamente ispirati a persone e fatti reali, sono frutto della fantasia dell’autore.
    La fantasia dell’autore è frutto del suo lungo esperimento della realtà.[]