Il tesoro del Mandrogno (quinta puntata)

Allo Spineto (1938)

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Così, al lento ritmo delle settimane, il tempo passava e, con l’arrivo della Pasqua, si era verificata anche la migrazione (tale bisognava definirla considerando l’epico trasferimento di bauli, ceste, cappelliere e suppellettili varie) da Genova allo Spineto.

Una settimana prima della Pasqua, come nella consueta prassi, Irma era stata spedita allo Spineto. Qui si era posta alla testa di un valoroso manipolo di femmine locali: quasi tutte appartenenti alla inestinguibile stirpe del Marchesotti, che, originariamente gestori del Cucco, una cascina poco distante dove allignava il ceppo originario della famiglia, avevano dato origine ad un ramo cadetto che era divenuto saldo presidio dello Spineto. E, a capo di questo esercito, Irma aveva aperto l’offensiva di primavera contro ragni, blatte e qualche sparuto scorpione, di dimensioni tali da non impensierire nemmeno un cane di piccola taglia. Avevano spogliato i più vetusti mobili dai sudari di tela ricavati da ex lenzuoli lisi, che erano stati valido baluardo contro la modesta quantità di polvere, ma avevano in compenso permesso all’umidità di concentrarsi nelle imbottiture delle poltrone: dando luogo poi durante il periodo estivo a quella sensazione di umido ogni volta che ci si sedesse; e ad un conseguente lieve sfarinamento, dove la fodera si congiunge alle gambe, di minuzzoli di paglia che si raccoglievano in piccoli coni sul sottostante pavimento di cotto.

La casa, fino ad allora silente, abitata solo dall’intermittente, secco rodere del tarlo, ferveva ora di coperte vigorosamente percosse dal battipanni di vimini fuori da ogni finestra, di acciottolio di pentolame scosso per stanare grilli risecchiti che lo avevano eletto a loro mausoleo, di mobilia ridotta a gambe all’aria per rimuovere i festoni di ragnatela, commisti a peli di gatto e carapaci di insetti, nonché di seriche palline di uova di ragno, perpetuatrici della specie, che, pur rimosse, non mancavano di garantire nuovi innumeri tessitori che ripigliassero a festonare con la loro ininterrotta opera quei “dessous” appena disinfestati.                 

Alla fine dell’offensiva, quando la Irma riteneva che la sopravvivenza dei suoi padroni fosse sufficientemente tutelata, un messaggero, a volte la stessa Irma, a volte un giovane Marchesotti, veniva inviato a Genova per annunciare la conseguita agibilità dello Spineto. E la Lancia Aprilia dell’avvocato Foscarini, con moglie, due figli e bagaglio appresso (quello leggero, dacché il più ingombrante era stato spedito via treno con la Irma e ritirato e recapitato in villa con il carro dei buoi) affrontava le curve della “camionale” da poco terminata per raggiungere l’agognata villeggiatura per le vacanze pasquali.

Lo spostamento aveva causato qualche maggiore difficoltà logistica per Vittorio; ma era stato superato senza eccessiva difficoltà, grazie alla comprensione dei di lui genitori, che avevano sia pur a malincuore rinunciato a qualche ora di compagnia del figlio perché potesse raggiungere la sua Carla in campagna. In compenso il vasto prato davanti alla casa permetteva ai due giovani conversazioni private molto più ampie di quelle cittadine, costrette nello spazio ridotto dell’appartamento o, quand’anche all’aperto, durante le passeggiate urbane, sempre sotto l’egida di uno chaperon a tiro di voce.

Cosicché la primavera, sia per le sue intrinseche caratteristiche di lievito degli spiriti vitali, sia per la diversa collocazione logistica, favorì una significativa trasformazione del rapporto tra Carla e Vittorio. Nessuno dei due avrebbe ormai dubitato che tra loro si fosse formato un legame solido e duraturo. E se non fosse stato per gli impegni di Vittorio – l’accademia, il servizio militare, gli studi da terminare – probabilmente quello stesso autunno si sarebbe potuto anche parlare di confetti. Ma così! Non era nemmeno il caso di pensarlo.   E, quasi impercettibilmente, il verde tenero della primavera aveva ceduto alla polvere e all’arsura estiva: le lucciole alle cicale. Le vacanze estive venivano di norma trascorse allo Spineto. Solo l’avvocato, saltuariamente “scendeva” a Genova per qualche puntata in ufficio: almeno questa era la motivazione ufficiale. Il grano, nel frattempo, era maturato ed era stato raccolto e già allo Spineto si preparavano gli attrezzi per la vendemmia.

La prima settimana di settembre, la famiglia Foscarini si era nuovamente trasferita, armi e bagagli, a Genova. Da quel momento e fino alle vacanze dei Santi, la parte padronale dello Spineto sarebbe rimasta comunque aperta per saltuarie presenze dedicate agli approvvigionamenti dei prodotti della tenuta: farina, frutta, castagne e vino nuovo.

In occasione di uno di questi blitz alimentari, Carla era riuscita a bigiare il fine settimana allo Spineto, andando ospite dalla cugina Dedè; nemmeno a dirlo la compiacente cuginetta, che si supponeva dovesse andare con Carla al cinema la domenica pomeriggio, aveva trovato modo di eclissarsi al giungere presso la sala cinematografica. E in quel frangente era comparso un raggiante Vittorio, che nella semioscurità della sala, aveva trovato modo di manifestare a Carla la sua devota e rispettosissima ammirazione prendendole la mano. Ma mentre sulla tela scorrevano le immagini del film “L’allegro cantante”, improvvisamente Vittorio si era trovato, nella protettiva semioscurità, a baciare Carla. Nei giorni successivi il giovane aveva ripetutamente cercato di ricostruire l’accaduto: ma non riusciva proprio a capacitarsi come fosse potuto succedere. Non che gli dispiacesse: anzi! Era forse stato il più felice dei momenti della sua vita. Ma ogni volta che ci pensava gli pareva di essere stato manovrato, di essere stato condotto a quel gesto da una accurata strategia. Poi, immancabilmente, si dava del cretino a porsi questo inutile problema e concludeva quei pensieri con un sorriso estatico al ricordo della meravigliosa sensazione delle labbra di Carla a contatto con le sue. E aspettava pazientemente, attendendo ai suoi studi, la domenica successiva.

In questa rarefatta sequenza di incontri scorreva la vita dei due giovani, quasi anestetizzati rispetto al mondo esterno dalla inebriante sensazione del loro innamoramento. Verificavano, con la esasperante, dolce lentezza concessa dai loro incontri, tutte le affinità che li avvicinavano; e anche le differenze che andavano scoprendo, lungi dall’essere ostacoli, divenivano campi di esplorazione reciproca e di conquista di nuovi motivi di attrazione 

Poco dopo il ritorno a Genova dallo Spineto, mentre pensava a come lentamente scorressero i giorni della settimana e a quanto rapidamente invece trascorresse il giorno della domenica, quasi come l’ultima punta di sabbia nella clessidra, a Carla vennero in mente d’improvviso i versi di un poeta minore napoletano del ‘500 che tanto l’avevano colpita quando li aveva letti, in prima liceo: Appena vidi il Sol, che ne fui privo; | E al cominciar del dì giunse la sera. Un velo di tristezza le era sceso nel cuore. E da allora, anche i più gioiosi momenti trascorsi con Vittorio, le avevano portato questo retrogusto malinconico.

Gli eventi intorno a loro certo non incoraggiavano all’ottimismo: il 13 marzo di quell’anno la Germania aveva annesso l’Austria, dopo averla invasa il giorno precedente. Il 18 settembre Mussolini aveva annunciato a Trieste le leggi razziali. In settembre la Germania, dopo la conferenza di Monaco, con il beneplacito di Gran Bretagna e Francia si era impossessata dei Sudeti. E, a chiusura di quell’anno, fra il 9 e il 10 novembre, nella notte detta dei cristalli, si era scatenata in tutta la Germania la furia antisemita nei negozi, nelle sinagoghe e nelle abitazioni di proprietà di ebrei. E, sempre a novembre, erano state completate in Italia le leggi razziali, con il divieto dei matrimoni misti e l’espulsione degli ebrei dagli impieghi pubblici.

Gli eventi si muovevano oramai verso quello che sembrava sempre più un inevitabile conflitto.

Le persone moderate, come l’avvocato Foscarini, ricercavano, con crescente difficoltà, tranquillizzanti e assennate motivazioni che facessero intravvedere un limite oltre il quale il regime ragionevolmente non avrebbe dovuto spingersi: ma gli atteggiamenti e i discorsi del Duce demolivano ogni volta le loro razionali argomentazioni. L’impulsiva e poco prudente Frau Greta liquidava sistematicamente la faccenda con un: «Oh bravo! Quello è un pazzo!» e non si sapeva mai se l’invettiva fosse diretta al pazzo italiano o a quello tedesco. Le mura di casa proteggevano la proferente da rappresaglie altrimenti inevitabili e, fuori di esse, un sano istinto di conservazione ne limitava le esternazioni.

Ma, mentre i due giovani costruivano pazientemente il loro mondo privato, quello intorno a loro correva verso la catastrofe.

  Mobilitazione (1939)

Il 1939 era iniziato sotto auspici ambigui. L’elezione di Eugenio Pacelli al Soglio di Pietro, all’inizio di marzo, aveva suscitato commenti ambivalenti. In Italia si riteneva che un Papa dalla forte inclinazione diplomatica, stando al suo operato come segretario di Stato, avrebbe favorito i disegni del regime e le buone relazioni con la Germania. In Germania molti rammentavano invece le sue prese di posizione contro il nazionalsocialismo (che ben conosceva essendo stato nunzio in Germania a Berlino dal 1920 al 1929), ma altri, soprattutto nell’ambiente diplomatico tedesco, lo consideravano “vero amico della Germania” e ricordavano che il Concordato fra la Santa Sede e il Terzo Reich era il frutto del suo impegno e che, quando le relazioni fra Chiesa e regime nazionalsocialista si erano fatte critiche, le posizioni di Pacelli nel ruolo di segretario di Stato erano state sempre stato molto più aperte di quelle del regnante Pio XI.  

Ma lo stesso marzo aveva visto la Germania occupare la Cecoslovacchia ed annettersi la Boemia e la Moravia e, di lì a poco la Lituania. Franco, con la presa di Madrid aveva posto fine alla guerra civile spagnola ed insediato definitivamente il suo regime dittatoriale di chiara marca fascista; ad aprile l’Italia aveva occupato l’Albania ed in maggio aveva firmato con Hitler il Patto d’Acciaio: un’alleanza militare che prevedeva, in caso di guerra, (ipotesi che non sembrava così teorica) l’intervento armato dell’Italia al fianco della Germania.

E il primo settembre di quell’anno Hitler, forte di un trattato segreto di spartizione dell’Europa con l’Unione Sovietica, aveva invaso la Polonia. Dopo due giorni, Gran Bretagna, Australia e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania: il funesto cataclisma che tutti temevano potesse abbattersi sulle popolazioni europee smetteva così di essere una triste ipotesi ed era oramai una atroce realtà.

Tra il settembre di quell’anno ed il successivo giugno del 1940, l’Italia, aveva tentennato con contrastanti valutazioni, sempre all’insegna di un opportunismo a metà strada tra il cinico ed il provinciale; finché, spinta dall’apparente inarrestabilità dell’espansione territoriale germanica che le offriva l’illusione di poter realizzare il suo mito del “posto al sole”, dichiarò guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna.

Quello precedente alla sciagurata entrata in guerra dell’Italia, fu per i nostri due giovani, come si può ben intuire, un periodo di grande angoscia. Va detto a loro merito che non si trattava solo del timore per i propri personali interessi; entrambi avevano una concezione mite e pacifica della vita e, di conseguenza, immaginavano quali enormi sofferenze e sciagure avrebbe portato con sé un conflitto di quella vastità. A ciò si univa certo anche il timore per il loro destino; a maggior ragione pensando ora al ruolo di Vittorio, che era ormai quasi al termine dei suoi studi in Accademia e che con assoluta inevitabile certezza sarebbe stato chiamato a combattere.

Così non fu senza una sensazione di angoscia insostenibile che, il 3 giugno, Carla ricevette una telefonata di Vittorio che le annunciava di aver avuto una licenza di due giorni e che sarebbe stato a Genova, da lei il venerdì 7 successivo.       

E il venerdì a mezza mattinata, quando si presentò a casa Foscarini, la ruga profonda che gli solcava la fronte confermò a Frau Greta e a sua figlia Carla che le notizie che Vittorio recava non erano buone! Tanto che, appena dopo averlo salutato, Frau Greta, si rivolse ai due giovani dicendo: «Ragazzi, vi lascio soli! Devo andare in cucina a disporre con Irma e la cuoca per il pranzo». Il che era palesemente una caritatevole scusa, dal momento che Frau Greta non sapeva nemmeno cuocere un uovo al burro; ma si era resa evidentemente conto che era necessario lasciare ai due un momento di intimità in quella che aveva tutta l’aria di essere una circostanza eccezionale.

E in effetti Vittorio comunicò a Carla che era imminente la mobilitazione generale. «Hanno dato a tutti quelli che non erano di servizio una licenza di due giorni per salutare le famiglie. Lunedì mattina alle 6 e mezza dobbiamo essere in Accademia, con il bagaglio fatto e pronti a partire per le destinazioni che ci verranno assegnate. Sono stato promosso guardiamarina. Ma speravo di festeggiare con te la mia promozione in modo diverso da questo. Sognavo di invitarti a cena fuori per una serata speciale. E invece adesso ti devo dire addio e non so quando potremo rivederci. Non so neppure dove mi manderanno. E devo andare anche da mia madre e mio padre a salutarli. Dunque, non posso nemmeno trattenermi a lungo»

Carla aveva ascoltato questa tirata dalla voce incrinata di Vittorio e le lacrime le erano salite sino agli occhi. Ma poi aveva pensato all’angoscia di Vittorio e aveva capito che il suo ruolo, se lo amava – e ne era oramai più che certa – era quello di essere per lui la speranza e la certezza. Così, con uno sforzo titanico, ricacciò il pianto in gola e disse con la voce più ferma che riuscì a trovare, benedicendo in cuor suo in quel momento la rigida educazione ricevuta: «Sapevamo sin dall’inizio che questo momento sarebbe potuto arrivare! Non ne abbiamo mai parlato perché ci pareva così di tenerlo più lontano. Ma quello che conta è che noi due abbiamo capito che ci vogliamo bene. E questo niente lo può cambiare. Dovunque tu debba andare porterai con te il tuo spaventapasseri e io sarò con te. Io starò qui e, qualunque cosa accada ci sarò quando tornerai. Certo che adesso devi andare dai tuoi! Che razza di amore sarebbe il mio se ti impedisse di andarci!» Non erano necessarie altre parole. Vittorio espresse con un lungo bacio la gratitudine per quell’atteggiamento di Carla che sapeva essere dettato solo dal volergli rendere le cose il più semplici possibile. Ma quando le loro labbra si disgiunsero non fu la dolcezza delle prime e delle altre numerose volte! Entrambi sentirono come se qualcuno avesse loro strappato un brano di carne viva: una lacerazione dolorosissima.

Vittorio d’impeto le disse: «Vieni con me dai miei genitori. Vorrei che ti conoscessero!»

Frau Greta che era silenziosamente ricomparsa dai penetrali delle cucine, forse opportunamente attendendo che le ultime parole di Vittorio segnalassero che il silenzioso interludio di un bacio era terminato, intervenne: «Vai! Vai con Vittorio. Ma non far di cose! Torna stasera con un treno. Telefonaci e dicci a che ora arrivi: così mando Gerardo alla stazione a prenderti. A tuo padre non ci pensare. Gli parlo io!»

Carla non se lo fece dire due volte e lasciato Vittorio in salotto con sua madre, corse in camera sua per abbigliarsi in modo adeguato sia al viaggio in treno, sia all’occasione di conoscere i genitori di Vittorio.

La durata della toilette, normalmente in una signora lunga ed accurata e già per il carattere di Carla assai minore, fu dalla concitazione dell’occasione ridotta ai minimi termini. Cosicché i due giovani poterono rapidamente dirigersi verso la stazione ferroviaria, non senza aver ringraziato – meno con le parole di quanto non lo facesse l’espressione del loro volto – la madre di Carla.

Erano arrivati alla casa dei De’ Censi, un bell’appartamento in un antico palazzo signorile in una via del centro, poco dopo la metà del pomeriggio. La madre di Vittorio aveva accolto Carla, dopo una prima imbarazzata sorpresa per la presenza inattesa della ragazza, con una affettuosa simpatia. Era del tutto evidente che Vittorio non era stato avaro di confidenze con la madre circa i sentimenti che provava per quella giovane e che, la madre, pur senza averla mai vista prima, l’aveva già nella sua mente e nel suo cuore accolta proprio per questo. Vittorio aveva avuto modo di preavvertire la madre del suo arrivo con una telefonata, come aveva fatto con Carla; e anche la madre aveva capito che non era una licenza di quelle normali: così la conversazione che si svolse tra quei tre era stata contrappuntata dalla condivisa preoccupazione per il futuro. Ma le due donne avevano trovato una istintiva sintonia: sarebbero state per Vittorio il pensiero della casa e della normalità; insieme, con l’unico intento di amarlo e sostenerlo. Non se lo dissero esplicitamente, e tuttavia la facilità con la quale in quel pomeriggio avevano costruito una solida intesa lo rivelava con chiarezza. Carla fu invitata a restare a cena con loro e la madre di Vittorio insistette perché telefonasse a casa per avvertire e per annunciare l’orario del treno che l’avrebbe riportata a Genova; volle anche parlare personalmente con Frau Greta: in uno scambio breve e un po’ formale riuscì tuttavia a dare la sensazione alla sua interlocutrice che Carla era stata accolta affettuosamente e che ci si sarebbe presi cura di lei.

Il padre, il notaio De’Censi, si era comportato con distratta cortesia, come se avesse ormai rinunciato a voler comprendere le scelte di suo figlio, dopo la delusione che aveva provato quando Vittorio gli aveva annunciato di volersi iscrivere all’Accademia, anziché seguire le sue orme ed ereditarne lo studio e l’attività.

Poi Vittorio, dopo una cena semplice, per quanto inappuntabilmente servita da un cameriere in giacca formale e guanti bianchi e con un apparato di stoviglie e posate degne di un’ambasciata, aveva riaccompagnato Carla alla stazione; e sul binario, mentre già il locomotore emetteva nuvole di vapore nell’imminenza del movimento, si erano scambiati l’ultimo bacio.

Carla, sola occupante di quello scompartimento di prima classe, appena la figura di Vittorio sul marciapiedi era scomparsa, aveva potuto finalmente dare libero sfogo al pianto che aveva represso per tutta la giornata: aveva pianto a lungo, singhiozzando e liberando il petto da quel peso che sembrava schiacciarla. Poi, dopo un po’, complici la stanchezza delle emozioni, il rumore sferragliante dei binari, si era assopita e si era risvegliata ormai quasi alla stazione di arrivo, giusto in tempo per ricomporsi e per riacquistare un aspetto normale.   Nei giorni seguenti le pagine dei giornali avevano messo nero su bianco ciò che Carla e i suoi temevano e che, almeno secondo le versioni ufficiali, “il popolo” italiano aspettava con (incosciente) impazienza: era stata dichiarata la guerra!

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli
  1. I personaggi e le situazioni di questo racconto, benché liberamente ispirati a persone e fatti reali, sono frutto della fantasia dell’autore.
    La fantasia dell’autore è frutto del suo lungo esperimento della realtà.[]