Il tesoro del Mandrogno (sesta puntata)

Guerra (1940)

Secolo XIX 11 giugno 1940

La prima pagina di martedì 11 giugno 1940 del Decimonono riportava enfaticamente a tutta pagina, dopo l’orgogliosa affermazione dell’occhiello: “Per la terza volta in piedi!”, il titolo “L’Italia è da stamane in guerra con le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente”. Nel sommario si evocava “Il fiammeggiante annuncio del Duce al popolo” e nel catenaccio “La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: Vincere!”. Ma nella cronaca cittadina già compariva l’ordine del Prefetto per l’oscuramento parziale della città e l’annuncio dell’inizio anticipato al 15 luglio dei corsi per allievi ufficiali all’Accademia di Livorno: era evidente che la evocata vittoria, pur se fosse venuta, avrebbe chiesto tributi di lacrime e sangue.

E il giorno seguente lo stesso Secolo XIX, mentre riportava la notizia che “il Re Imperatore” affidava “al Duce il comando delle truppe operanti su tutte le fronti”, sempre in prima pagina, di taglio basso dava conto degli “importanti provvedimenti di contingenza” approvati dal Consiglio dei Ministri, tra i quali un imposta sul reddito degli amministratori e dirigenti delle società commerciali: cosa che non poteva essere taciuta al popolo genovese, sempre attento comunque ai risvolti economici di ogni temperie!

Secolo XIX 12 giugno 1940

Con quale animo Carla leggesse queste cose – quelle della guerra, non quelle delle tasse ovviamente! – si può ben immaginare! Come si può altrettanto facilmente pensare all’ansia con la quale attendeva che il babbo, rientrando per la colazione dallo studio, recasse la quotidiana edizione del giornale. Vittorio era infatti riuscito a spedire prima della partenza da Livorno a Carla (e ai suoi genitori) una breve missiva nella quale, con parole piene di entusiasmo, comunicava loro di essere stato destinato all’imbarco su una delle numerose unità della flotta di sommergibili della Regia Marina; ignorava su quale e non poteva, per ragioni di sicurezza, nemmeno indicare la base navale alla quale era destinato; ma prometteva che avrebbe presto dato sue notizie.  

In quei giorni di giugno Carla, dunque, leggeva il giornale avidamente e con il cuore in preda all’ansia, cercando notizie dei sommergibili italiani e delle loro gesta. E proprio in quei giorni, il 19 giugno il Secolo, in un articolo su tre colonne – “Sommergibile in agguato” – descriveva la vita a bordo, l’attesa del nemico, il combattimento con i siluri. Carla lesse quell’articolo ricavandone una sensazione di angoscia: se aveva genericamente temuto per la vita di Vittorio, come per quella di un qualunque soldato in guerra, dopo aver letto quella cronaca era stata presa da un vero terrore. L’ambiente claustrofobico, i rumori, la concitazione che il cronista pensava dovessero mettere in risalto il valore e la determinazione dei sommergibilisti avevano avuto su di lei un effetto contrario, rendendola pienamente consapevole del livello estremo di pericolo al quale il suo Vittorio era quotidianamente esposto.

Secolo XIX 19 giungo 1940

Alla fine del mese di giugno, il 27, un’altra notizia –  l’affondamento dell’incrociatore britannico Calypso da parte del sommergibile italiano Alpino Bagnolini, al comando del capitano di corvetta Franco Tosoni Pittoni – aveva attirato l’attenzione di Carla. Si riprometteva ogni volta di non leggere quelle cronache che, lungi dal tranquillizzarla la mettevano in agitazione: ma ogni volta che compariva la parola “sommergibile” non sapeva resistere, nella speranza di avere anche solo indirettamente notizie di Vittorio. Ma gli articoli, che pur ne esaltavano le imprese erano avari di nomi e di riferimenti geografici.

Molti nomi invece purtroppo comparvero in prima pagina sul giornale il successivo 18 luglio: quelli dei caduti della Marina. Erano stipati in tre colonne che occupavano tutta la lunghezza della prima pagina; “L’albo degli eroi” diceva l’occhiello. «Eroi morti!» aveva pensato Carla, mentre scorreva febbrilmente quel lungo triste elenco di giovani vite infrante; e si vergognò quasi di provare sollievo, quando, giunta alla fine di quella penosa lettura, non vi aveva incontrato un nome che neppure assomigliasse lontanamente a quello del suo Vittorio!

Giugno era giunto al termine e la famiglia Foscarini si era trasferita allo Spineto come ogni anno, ma questa volta con una ragione in più: quella di allontanarsi dalla città e dal rischio dei bombardamenti. Il 14 giugno, infatti, erano stati bombardati Vado, Savona e la costa tra Arenzano e Sestri Ponente: Genova aveva subito pochi danni, ma l’effetto psicologico di questo bombardamento era stato notevole: tutti avevano capito che la guerra non era una cosa lontana né solo palestra di gloria, come la dipingeva la propaganda di regime.

Carla, alla vigilia di questo trasferimento, era ansiosa di non poter ricevere eventuali notizie di Vittorio: impartì dunque a Gerardo, che rimaneva in città, a vigilare e custodire la casa, minuziose istruzioni su come e con quali mezzi far proseguire immediatamente ogni cartolina, lettera o busta che pervenisse all’indirizzo urbano, indipendentemente da chi ne fosse il mittente.

Allo Spineto la guerra sembrava più lontana: i manenti e con i loro gesti, scanditi dalle consuete liturgie agricole, parlavano il linguaggio immutabile di chi, legato al ciclo della terra, vede passare le vicende politiche anche più turbolente come la grandinata estiva che, pur facendo danni, non può interrompere l’ineluttabile sequenza delle cose da fare. Le giornate estive passavano pigre: le visite alla Pietra, residenza dei Bailo – la famiglia della madre dei due Foscarini – i giochi sul prato, la cura dei fiori. Non fosse stato per i giornali e i bollettini che la radio, tra sibili e fruscii, si ostinava quotidianamente a trasmettere, la vita sarebbe potuta apparire non diversa da quella dell’anno precedente e di quello prima ancora… fino a che la memoria poteva andare all’indietro. Ma l’ansia che consumava il cuore di Carla era una spiacevole novità, che rendeva lunghe e insopportabili le giornate in quel luogo, dove invece nel passato aveva sempre trovato pace e tranquillità. 

A rasserenare un poco l’animo di Carla era finalmente giunta una lettera da Vittorio. L’aveva portata il trafelato messo comunale, Maso Eliogabalo – Masino, per tutti – che fungeva in quella circostanza, considerata la improvvisa carenza di personale delle locali Regie Poste, conseguente alla massiccia chiamata alle armi, anche da postino. Ma Frau Greta, nella sua granitica vaghezza, avendolo una volta visto nella sua divisa di rappresentanza, mentre reggeva il gonfalone comunale durante una cerimonia, si ostinava a chiamarlo “il guardia”, con l’articolo concordato ostinatamente e in barba alla grammatica al genere al quale si supponeva egli appartenesse.

Il guardia era apparso sul rettilineo che conduceva la strada di accesso allo spiazzo di fianco allo Spineto, spingendo a mano – salire pedalando era impossibile – una sua sgangherata bicicletta e con il capo adorno di un fazzolettaccio con le quattro coche annodate. E un volto che sembrava quello di Fausto Coppi all’acme del passo dello Stelvio: madido di sudore! Né avrebbe potuto essere diversamente, tenuto conto dell’erta di quella strada e della temperatura di quel luglio.

Ansante e quasi incapace di parlare per l’arsura della gola, aveva annunciato a Carla che gli si era fatta incontro con evidente aspettativa: «Una lettera per voi, signorina Carla. Ho pensato di portargliela subito perché ho visto il timbro e ho capito che era importante» Il timbro infatti recava la dicitura “Posta Militare”. Frau Greta che era sopraggiunta gli si rivolse esortandolo «Vada in cucina da Egle e si faccia mescere un bel bicchiere di vino bianco; per togliere la polvere dalla gola!»

Mentre il guardia, appoggiata la bicicletta al tronco nodoso della grande robinia (la gaggìa, come la chiamavano i paesani), si dirigeva verso l’entrata della cucina, sul fianco della casa, già pregustando l’aspro gusto del cortese dello Spineto, Carla aveva lacerato con impazienza la busta e, all’impiedi, sulla ghiaia del piazzale, leggeva avidamente le prime parole che riceveva da Vittorio, da quando si erano separati, alla stazione della Spezia. La prima lettura ingorda e veloce lasciava intendere che Vittorio stava bene, che era contento della sua destinazione e che tra lui e gli altri ufficiali, soprattutto il comandante, e con i marinai c’erano rapporti di reciproca stima. Mancavano ovviamente, per evidenti ragioni di censura, i particolari che invece sarebbero stati molto apprezzati: il nome del sommergibile, l’ubicazione della base, le missioni compiute, quelle prossime… Frau Greta era stata silenziosamente vicina a sua figlia mentre leggeva i due fogli fitti di caratteri. «Allora, che cosa dice? Sta bene?» non seppe più a lungo trattenersi dal chiedere. «Sembra di si – rispose Carla – è contento e dice che non avrebbe potuto trovare compagnia migliore; morale altissimo, cibo eccellente alla base, meno in navigazione. Parla delle sue sensazioni durante il servizio; gli piace stare di guardia in torretta, quando navigano in superficie, per la sensazione di grandezza e pace che gli dà quell’orizzonte senza fine e deserto che lo circonda. Ma dice che talvolta i rumori dell’acqua sullo scafo, quando si immergono sono inquietanti e che qualcuno dei marinai più giovani mostra evidente timore. Allora lui, che è un ufficiale, deve rincuorarli e mostrarsi impavido, ma in cuor suo li comprende benissimo». Tralasciò ovviamente di riferire alla madre alcuni passaggi più personali ed intimi, ma tra sé rabbrividì al pensiero che qualcun altro, l’addetto alla censura della posta, avesse potuto leggere quelle frasi che pur mantenendosi nel campo dell’”agàpe” e senza alcuna concessione all’”eros” mettevano a nudo sentimenti che per loro natura avrebbero dovuto rimanere in un ambito strettamente personale e ristretto.

Si scusava inoltre Vittorio di non poter garantire continuità nello scrivere; meglio, lui avrebbe potuto scrivere anche ogni giorno, ma quando erano in navigazione le lettere si sarebbero accumulate almeno sino a che avessero raggiunto la loro nave appoggio per i rifornimenti di carburante, armi e cibo; dunque le sue lettere, biglietti postali in franchigia o cartoline, secondo la disponibilità a bordo di materiale per le comunicazioni personali, le sarebbero arrivate a singhiozzo, magari dieci tutte insieme e poi una lunga pausa. Aggiungeva che avrebbe indirizzato la posta allo Spineto fino a tutto ottobre e poi a Genova.

La pregava infine, prima di concedersi un adeguato spazio per le più personali comunicazioni, di scrivere a sua madre quando riceveva da lui notizie e aggiungeva che aveva pregato sua madre di fare altrettanto, cosicché fosse garantito uno scambio reciproco di informazioni, senza obbligarlo a scrivere le stesse cose contemporaneamente alle persone che gli erano più care.

Nel frattempo, mentre Carla consumava voracemente con gli occhi le parole del suo Vittorio, il guardia era emerso dalle ombre fresche delle cucine dello Spineto, con un’aria assai rinfrancata e forbendosi i poderosi baffi con il dorso di una mano. Carla gli manifestò il suo più sincero apprezzamento e gli garantì che per lui era sempre pronta una bottiglia di vino per confortarlo del disturbo di recare quanto più velocemente possibile le lettere che recassero quel tipo di annullo. «Non dubitate, signorina Carla: so bene come vi sentite; ho in casa una nipote, figlia di mia sorella, che ha il moroso al fronte. Anche se il Podestà pretende che il lavoro per il Municipio abbia la precedenza, io do la precedenza ai timbri delle Forze Armate: è giusto! Per i nostri ragazzi che sono là a combattere, mentre il Podestà va in giro con la sciarpa tricolore e il suo berretto con lo stemma, come se fosse lui a fare tutto!» e, inforcato il suo velocipede, prese baldanzoso la strada in discesa con qualche ondeggiamento del treno posteriore, dovuto forse più ai generosi gotti con cui si era lubrificata l’ugola che non al ghiaietto che ricopriva la prima parte del viale.

Posta diplomatica  (1940)

Era trascorso qualche giorno dall’arrivo della prima missiva di Vittorio quando, sempre recata da un guardia meno trafelato, ma comunque incline a cercar ristoro nelle cantine dello Spineto, una lettera per Frau Greta.

La busta, di una splendida carta color crema, recava sul retro la dicitura in un bel carattere tipografico: “Ambasciata d’Italia a Berlino”. E l’indirizzo, sul davanti, era vergato a mano in bella calligrafia, tutta svolazzi e con un elegante inchiostro color seppia.

Era la attesa risposta ad una missiva che Frau Greta aveva inviato ad un’amica.

Nella sua lontana giovinezza Greta Shmidt era stata collocata come interna al prestigioso educandato della SS. Annunziata di Poggio Imperiale di Firenze. Una scelta quasi d’obbligo per chi, come il padre di Greta, Theodoro Shmidt, volesse fornire ad una figlia una formazione culturale di alto livello, ma con criteri di educazione laica e libera. Ciò che vi si insegnava erano certo i classici latini e greci, dei quali l’industriale Theodoro non faceva gran conto, maxime per una donna, ma anche il galateo e l’arte difficile di condurre impeccabilmente una casa, che parevano a lui invece il miglior viatico per “varare” le sue figlie con un buon matrimonio (complice anche un gruzzoletto di dote) e poter così avviare i maschi alla gestione dell’impresa familiare senza l’intralcio di gonnelle, trine e belletti.

Nel suo internato Greta aveva stretto una solida amicizia, complice anche l’essere compagne di banco e vicine di letto, con la giovane Carlotta – Carlottina, come veniva chiamata da tutti – Bonomi, sua coetanea e tenero germoglio di una solida famiglia industriale milanese. Le due giovani erano inseparabili durante tutto il loro internato. E, anche quando, terminati gli studi, il fluire degli eventi le aveva scodellate nella pienezza della vita, erano rimaste epistolarmente in contatto. Mentre Greta aveva sposato l’avvocato Foscarini, Carlottina era convolata a nozze nel 1920 con Edoardo Alfieri, detto Dino, rampante avvocato e politico milanese, che aveva rapidamente asceso i gradini scivolosi del potere politico: da assessore comunale (1923) a deputato (1924 – 1939) e Ministro (1939). Nel 1940 era stato nominato ambasciatore d’Italia a Berlino, in sostituzione dell’Ambasciatore Attolico, che era caduto in disgrazia presso il Führer.

L’Ambasciata d’Italia a Berlino

Forte della sua amicizia con Carlottina Alfieri, Greta le aveva scritto informandosi se ritenesse possibile che sua figlia Carla potesse trascorrere un certo periodo come ospite presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino. Aveva motivato questa richiesta raccontando all’amica della liaison tra Carla e Vittorio, aggiungendo, anche se non corrispondeva al vero, che lei e suo marito non ne erano particolarmente felici. Riteneva che l’aggiunta di questo particolare avrebbe stimolato l’amica a cercare di accontentarla. Spesso infatti era accaduto che qualche loro compagna di collegio, rea di aver stretto qualche legame sentimentale non gradito alla famiglia, fosse stata avviata ad una lunga crociera per mare, o al “grand tour”, adeguatamente scortata da un’accompagnatrice di provato rigore morale e di modi severi. Così – pensava Greta – la sua amica avrebbe compreso senza bisogno di tante spiegazioni i motivi della sua richiesta. Le motivazioni vere che avevano spinto la madre di Carla erano invece quelle di allontanare la figlia dalla monotona vita familiare e di distrarla da quel pensiero fisso e ansioso. Si guardasse intorno! In un ambiente pieno di vita e di vivacità, al centro della vita politica del momento – almeno lei così pensava dovesse essere – e, soprattutto, al riparo dai pericoli della guerra. Se poi qualche aitante ufficiale tedesco le faceva un po’ di corte ad un ricevimento, che male c’era?

Dunque, la risposta era arrivata e Carlottina si diceva felicissima di accogliere questa fanciulla che lei considerava quasi una nipotina. Le facesse solo sapere quando la giovane era disposta a raggiungere l’ambasciata berlinese: lei, nel frattempo, avrebbe fatto i necessari preparativi.

Ora la questione era convincere Carla. Ma una intuizione della istintiva psicologia materna resero il compito assai meno arduo del previsto. Nel proporre a sua figlia questo viaggio Greta argomentò che Vittorio era impegnato a compiere il suo dovere, che era combattere per la grandezza della sua Patria. Anche a Carla si offriva l’occasione di combattere per lo stesso scopo, pur con altre armi. Le comunicazioni con Vittorio non sarebbero certo state più difficili: i plichi diplomatici da Roma a Berlino viaggiavano, se non quotidianamente, certo con notevole frequenza. E Vittorio sarebbe certo stato orgoglioso di lei se avesse saputo che era stata chiamata a rappresentare la gioventù italiana presso i potenti alleati.

La resistenza di Carla fu espressa quasi solo per onore di firma, e, una volta convinta la ragazza, Frau Greta mise mano ai preparativi, che non erano di poca importanza. Si doveva integrare in primo luogo il guardaroba della giovane: le esigenze di un soggiorno in ambasciata erano certo più soggiacenti alla formalità di quanto non fosse la saltuaria frequentazione della buona borghesia genovese; e le restrizioni del periodo bellico non consentivano di volare troppo alto. Così, come si era fatto per il famoso ballo, Frau Greta ricorse al proprio sottoutilizzato guardaroba ed alle arti sartoriali di Irma, integrando inevitabilmente per le calzature, stante la rilevante differenza della misura.

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