Il tesoro del Mandrogno (settima puntata)

Berlino

Così, nel mese di settembre di quell’anno, Carla si trasferì, preceduta da un baule prudentemente spedito con largo anticipo, all’Ambasciata italiana di Berlino.

Erano ormai tre mesi che l’Ambasciatore Alfieri si era insediato, ma ancora il personale dell’Ambasciata non era riuscito ad assuefarsi alla grande differenza tra il precedente Ambasciatore Attolico, diplomatico di lungo corso, professionale e semplice nei modi, e questo nuovo, attentissimo alla forma e privo di esperienza diplomatica, che non fosse quella limitatissima maturata come Ambasciatore presso la Santa Sede dal novembre del 1939 al maggio del 1940.

L’insediamento a Berlino del nuovo Ambasciatore Alfieri era stato preceduto dall’arrivo in Ambasciata di segretari, domestici, e vari altri strani individui carichi di valigie e incaricati di misteriose missioni. Aveva poi preteso per il suo prossimo arrivo a Berlino di essere accolto da una pattuglia di dodici “metropolitani”, fatti arrivare da Roma appositamente, che avrebbero poi dovuto accompagnarlo in forma solenne in ogni suo spostamento ufficiale. Questa richiesta aveva stupito ed infastidito il protocollo tedesco per la sua originalità, senza riscontri in precedenza. Il referto di questo fastidio tedesco era stato trasmesso all’Ambasciatore, che da Roma aveva risposto in tono sostenuto, reiterando le sue decisioni ed aveva anzi inviato un suo uomo di fiducia perché fossero rispettate alla lettera. Aveva contestualmente fatto sapere, tramite i suoi Segretari, al personale d’Ambasciata che sarebbe stato loro richiesto di indossare comunque le uniformi adeguate ad ogni occasione. Ed erano rimasti molto delusi e stupiti i Segretari quando molti del personale avevano obiettato che di uniformi non ne possedevano che due: quella di servizio e quella diplomatica. Lo stupore era motivato dal fatto che l’Ambasciatore aveva nel suo guardaroba ventiquattro uniformi diverse: ed intendeva indossarle tutte!

L’arrivo del nuovo Ambasciatore era avvenuto la mattina del 16 maggio, con una specie di cerimonia solenne alla Berlin Lehrter Bahnhof, pretesa ed imposta da lui stesso al recalcitrante protocollo tedesco; con uno schieramento militare di reparti, dove i “pizzardoni” italiani, con elmo e pennacchio, erano totalmente incongrui rispetto ai militari tedeschi e mostravamo chiari segni di imbarazzato fastidio.

Dopo quell’iniziale momento non erano poi mancati gli episodi che avevano continuato ad infastidire gli alleati tedeschi: l’Ambasciatore Alfieri si era dimostrato sempre più interessato allo sfarzo ed alle apparenze che non alla sostanza: questa rincorsa all’autocelebrazione da parte dell’Ambasciatore, che si rifiutava di trasmettere a Roma qualunque notizia meno che favorevole, aveva creato una forte tensione con il personale che, dopo aver tentato inutilmente di indurlo ad un atteggiamento più ragionevole e realistico, si era rassegnato all’inevitabile.

Non aveva turbato minimamente il nuovo Ambasciatore il primo serio bombardamento di Berlino, durante il quale la stessa residenza privata del Führer era stata sfiorata da una delle bombe cadute nel quartiere della Wilhelmstrasse. Aveva anzi intensificato i pranzi ed i ricevimenti sfarzosi. Ottima occasione – egli motivava ai perplessi subalterni – per incontrare i diplomatici stranieri e le personalità del Reich e svolgere così una intensa attività diplomatica: peccato solo che quelle “ottime occasioni” non venivano poi adeguatamente sfruttate e che l’Ambasciatore si limitava a fare sfoggio delle sue uniformi e ad offrire ai suoi invitati cibi raffinati e munifici doni, soprattutto alle belle signore: di attività diplomatica nemmeno l’ombra!

Dunque, questi ricevimenti erano assai graditi a tutti (meno che al personale d’Ambasciata!) Si poteva parteciparvi senza alcun timore di essere poi invischiati in conversazioni politicamente scivolose. E se erano occasioni mancate per la diplomazia italiana e per le sorti belliche del Paese, erano invece proprio ciò che ci voleva per la giovane Carla – almeno questo era ciò che pensavano sua madre e la di lei amica, Carlottina. 

In questa atmosfera di permanente disagio da parte del personale d’Ambasciata era giunta, all’inizio di settembre, Carla. Aveva saputo comunque, con la sua semplicità di modi e l’istintivo suo fuggire dall’ostentazione, togliersi di dosso la preventiva etichetta di “protégée” dell’Ambasciatrice che aveva preceduto il suo arrivo. Era riuscita a instaurare un rapporto di simpatia con le mogli e le figlie degli addetti, che, dopo un primo breve periodo di sospettoso formalismo, l’avevano invece poi accolta come una di loro.

Partecipava ai ricevimenti ed era assai gradita agli ospiti, dal momento che la sua padronanza della lingua tedesca e la sua cultura, decisamente notevole per una donna di quell’epoca, la metteva in grado di sostenere stimolanti conversazioni con gli ospiti: a ciò univa un gradevole aspetto, un’eleganza semplice e naturale ed un’aura di lieve malinconia, molto apprezzata soprattutto dai tedeschi, abituati a femmine rumorose e di forme abbondanti o di gelida ed inaccessibile aristocrazia.

Le sue giornate berlinesi scorrevano tranquille: dopo il bombardamento di agosto la città era stata lasciata in pace dall’aviazione nemica. Così le mattinate e i pomeriggi trascorrevano tra passeggiate, musei, partite a tennis. Le serate spesso erano impegnate in ricevimenti o pranzi formali.

Il plico diplomatico le aveva fatto giungere, pochi giorni dopo il suo arrivo, una decina di lettere di Vittorio. Le aveva lette, questa volta con calma ed ordinandole per data del timbro postale – ma ce n’erano quattro con la stessa data sul timbro che l’avevano messa in difficoltà. Poi, aprendo le buste aveva trovato sui fogli le date effettive in cui erano state scritte e si era ricordata di quanto le aveva anticipato Vittorio nella sua prima lettera circa la spedizione delle lettere durante la navigazione.

Lesse quelle lettere più volte: le notizie erano generiche, come imponeva la censura; ma l’atmosfera che disegnavano con la scelta delle parole (casa e famiglia si ripetevano molte volte!) e del periodare era quella di una solitudine sopportata con rassegnazione e coraggio; di un incrollabile senso del dovere e di un ottimismo razionale ma non certo facile od argomentato. Le lodi dei suoi compagni, marinai ed ufficiali sembravano spontanee e sincere. La stima – quasi adorante – per il comandante, tenente di vascello Gianfranco Gazzana Priaroggia, lasciava comprendere che egli lo aveva eletto a modello; d’altra parte, l’apprezzamento, a quel poco che ne scriveva (forse più per una certa inclinazione alla modestia che non per esigenze di censura) sembrava ricambiato dal comandante che gli aveva affidato compiti di responsabilità.

Un giovane “attaché”, Ruggero Marcenaro, genovese di famiglia, il pomeriggio seguente all’arrivo delle lettere aveva intercettato Carla, mentre attraversava lo spazioso atrio dell’ingresso, per uscire assieme a Luisa Raggi, figlia di un segretario d’Ambasciata. Si era presentato a Carla che non lo conosceva – era invece evidente, dal sorriso adeguatamente ricambiato che l’altra giovane gli aveva indirizzato, che i due invece si conoscevano eccome! –  sollecitando a Carla il ricordo di una sua compagna di scuola, Elisa Marcenaro, che era sua sorella minore. Ed aveva poi aggiunto: «Svolgo in Ambasciata, tra gli altri, l’incarico di smistare la posta del plico diplomatico; ho visto il pacchetto di lettere a voi destinato e non ho potuto fare a meno di vedere il timbro militare e il nome del mittente. Spero vi farà piacere sapere che l’ufficiale che vi scrive è stato promosso a sottotenente di vascello. Ho visto il suo nome in un elenco che è stato trasmesso nei giorni scorsi perché Sua Eccellenza il Ministro Ciano ne sia informato quando arriverà qui in Ambasciata.» Emozionatissima per la fortuna di avere ulteriori notizie – e per di più liete – del suo Vittorio, senza riuscire a simulare la sua ansia Carla gli chiese: «Sapete anche dirmi su che unità presta servizio? Nelle lettere a causa della censura lui non ne fa menzione!» «È imbarcato sul sommergibile Archimede e da agosto scorso sono di base a Bordeaux.» «Vi ringrazio infinitamente! Non sapete quale gioia avere sue notizie… Scusate, sono davvero imperdonabile! Non vi ho nemmeno chiesto come sta vostra sorella Elisa» «Grazie signorina Carla, mia sorella sta bene, come si può stare bene in guerra. Ma non voglio trattenervi, dal momento che state uscendo con la vostra amabile compagna.» Carla apprezzò la diplomazia – era proprio il caso di dirlo – con la quale il giovane aveva sfruttato l’occasione per indirizzare alla sua compagna Luisa un apprezzamento che altrimenti gli sarebbe stato impedito. E non era stata l’unica ad apprezzarlo, a giudicare dall’incarnato che si era diffuso sulle gote di chi l’accompagnava.

Il periodo che era seguito, pochi giorni dopo, era stato davvero frenetico: il venerdì era giunto a Berlino Il Ministro degli Esteri italiano, S.E. il conte Galeazzo Ciano.

Il sabato seguente l’Ambasciatore aveva organizzato per il suo illustre ospite, nella sua villa sul Wannsee, un trattenimento diurno di carattere squisitamente mondano. Per l’occasione si era assicurato la presenza di una ventina di signore, tra le più belle ed eleganti di Berlino. Come un “mercante di schiave” le aveva esibite in parata al suo eccellentissimo ospite, che, tra qualche acre commento degli ospiti tedeschi, le aveva passate in rassegna ed aveva prescelto una bellissima dama per accompagnarlo in una corsa in motoscafo sul lago.

La signora, nota per la sua disinvolta generosità nell’elargire, sia pur discretamente, i suoi favori, aveva poi confidato alle amiche il suo stupore per la libertà di linguaggio e di modi del conte italiano.

La sera stessa, in occasione del pranzo di gala in Ambasciata, Alfieri si era trovato nella necessità di collocare tra Hitler, che aveva accettato, sia pure con qualche renitenza l’invito, ed il conte Ciano una signora che potesse anche fungere da interprete tra i due. Si sapeva che Ciano, grande estimatore della cultura germanica, aveva una buona infarinatura della lingua tedesca, ma, oltre alle prescrizioni di alternanza tra dame e cavalieri dell’etichetta, alle quali l’ambasciatore Alfieri era quasi ossessivamente ligio, era pericoloso affidare ad una superficiale cognizione linguistica il dialogo tra due personalità così egocentriche e bizzose.

Il conte Ciano e l’Ambasciatore Alfieri (Photo by Atelier Binder/ullstein bild via Getty Images)

Aveva escluso la moglie Carlotta, che sarebbe stata la scelta naturale e formalmente rispettosa del bon ton, per la sua non sufficiente padronanza della lingua tedesca. La stessa Ambasciatrice, consultata in proposito, aveva caldeggiato al marito la scelta di Carla, che possedeva, a suo dire, tutte le qualità per un simile compito: una perfetta padronanza dei due idiomi, unita ad un’eleganza di modi che avrebbe fatto da utilissimo filtro tra due caratteri tutt’altro che inclini all’eleganza ed un aspetto fisico gradevole, ma non tale da scatenare pulsioni inopportune, almeno in quel contesto. Sia pure con qualche perplessità, considerata la delicatezza della circostanza, l’Ambasciatore aveva accolto la proposta della moglie.

Così Carla era stata avvertita che quella sera avrebbe dovuto svolgere quella delicata funzione. L’Ambasciatore l’aveva personalmente ammonita che poteva, se riteneva che la conversazione tra i due stesse assumendo aspetti non di semplice mondanità, trincerarsi dietro ad una non perfetta comprensione di ciò che era stato detto in tedesco, o tradurre liberamente quello che si diceva in italiano: meglio passare per sciocchi che essere strumento di incidenti diplomatici.

Si può ben arguire con quale agitazione Carla avesse atteso quella cena: sedersi tra quei due! Le pareva che sarebbe stata il proverbiale vaso di coccio tra i due di ferro: Invece tutto andò liscio come l’olio. Hitler era arrivato all’ultimo momento e sembrava di umor nero; ma poi, quando le era stato presentato si era comportato gentilmente e l’aveva salutata con una certa galanteria. Carla non riusciva tuttavia a liberarsi di un senso di inquietudine che le ispirava quello sguardo ipnotico ma torvo, così contrastante con la gentilezza delle parole. Quanto al conte Ciano, i pettegolezzi delle signore nei giorni precedenti l’avevano preavvertita: non era certo un raffinato gentiluomo, ma era comunque dotato di un suo certo fascino.

I discorsi della serata tra i due si limitarono ad argomenti privi di rischi: le bellezze della città, la musica tedesca, i vini francesi (qualche cantina della Francia occupata era stata largamente saccheggiata per garantire libagioni degne di quella serata), la cucina italiana. E Carla fu abbastanza fedele nelle traduzioni dal e in tedesco, sotto lo sguardo compiaciuto dell’Ambasciatore che, qualche posto più in là, seguiva le espressioni dei due con animo inizialmente agitato, ma che tendeva a rasserenarsi man mano che le gote dei due commensali andavano virando verso toni più rosati, grazie al cibo, al vino ed alla buona conversazione: Carla badava ad utilizzare vocaboli più raffinati di quelli che il conte Ciano proferiva per dare un tono più nobile alle sue proposizioni e, contemporaneamente traduceva in italiano con parole meno secche ed autoritarie l’eloquenza sempre un po’ da comizio di Hitler. Comunque, il pranzo si concluse senza incidenti, come era negli auspici dell’Ambasciatore Alfieri e la sua consorte Carlotta, nella tarda serata, al momento di coricarsi, aveva potuto con soddisfazione affermare: «Te lo avevo detto che la Foscarini andava benissimo come interprete tra quei due!».

Carla scrisse alla madre per raccontarle di quella serata una lunga lettera, nella quale annotò oltre alla sue personali impressioni anche alcune osservazioni che aveva raccolto in Ambasciata.  L’aveva particolarmente colpita ciò che aveva detto il Segretario Michele Lanza, una simpatica persona che aveva una decina d’anni più di lei, e che era in carriera diplomatica ormai da più di un decennio. Parlando degli ufficiali delle SS che quella sera formavano il seguito dell’ospite tedesco, come abitualmente accadeva quando le alte cariche del Reich frequentavano anche nelle occasioni mondane l’Ambasciata, aveva detto: «Gli ufficiali delle S.S. anche quando sono seduti a tavola mi fanno sempre una speciale paura: si direbbe che anche in quei momenti si rivelino i loro istinti bestiali. Se la Germania vince, dovrà dedicare due­cento anni ad affinare i suoi uomini, come sembra che Hitler desideri. Perché questo Führer, fanatico del germanesimo, non è un vero teutone, tutt’altro, e soffre terribilmente di un complesso di inferiorità di fronte agli altri popoli, specialmente di due: i francesi che odia e gli inglesi che adora. Il suo furore anglofobo deriva soprattutto dalla rabbia di non essere stato da essi compreso.»

In un’altra occasione in precedenza aveva avuto un saggio della filosofia un po’ pessimista del Segretario Lanza: si commentava, durante un the offerto dall’Ambasciatrice al personale dell’Ambasciata e alle consorti, come esempio dei problemi risolti, la recente decisione della fine di agosto sulla questione della Transilvania. Non che fosse un argomento consueto durante un the al quale prendevano parte anche le signore; ma quella questione aveva agitato non poco tutte le sedi diplomatiche, inclusa quella italiana a Berlino, e l’agitazione era stata trasmessa anche alle consorti, sotto forma di discorsi preoccupati dei mariti. Carla era da poco arrivata a Berlino e assisteva silenziosa alla conversazione, non avendo che dire. E Lanza aveva commentato a un certo punto: «A Vienna piccoli uomini, che il caso ha posto a capo dei destini di popoli interi, hanno deciso con totale in­competenza e molto sussiego, della questione ungaro-rome­na. È un problema complicato, tremendo, impastato di diffi­coltà etniche, storiche e geografiche, avvelenato da odi, ro­velli e rancori secolari. Gli arbitri hanno preso una matita e hanno tracciato una linea, pensando ad altro. Un tremito fugace della loro mano getterà forse interi villaggi nella rovina e li voterà alla strage.»

Allora Carla aveva annotato la nota discordante tra quelle enfatiche e celebrative che sembravano dominare l’atmosfera in cancelleria. Ma oggi, dopo un certo tempo che frequentava quell’ambiente, dopo le sue esperienze personali di contatto umano con gli “alleati” tedeschi, dopo aver avuto la singolare occasione di incontrare alcuni tra i protagonisti principali, oggi si rendeva conto di quanto grande fosse la differenza tra come stavano davvero le cose e quello che la stampa e l’opinione diffusa, da essa influenzata, dipingeva come fosse la reale situazione.

Timeo Danaos…

Il giorno successivo alla cena una staffetta motociclista, un giovane graduato delle SS, in una impeccabile divisa, con due occhi azzurri ed una capigliatura di un biondo abbagliante, che si era palesata quando si era levato il casco da motociclista, una volta entrato in Ambasciata, aveva chiesto di “Fräulein Karla Foskarini”; almeno questa era stata la traslitterazione mentale che il funzionario incaricato di ricevere i visitatori aveva fatto di ciò che l’impeccabile staffetta aveva proferito. Ed aveva aggiunto che aveva l’ordine di accertarsi che il pacchetto che recava fosse ricevuto direttamente dalle sue mani. Dal momento che non sembrava il caso di opporsi ad una richiesta formulata in tono così perentorio, il funzionario verificò attraverso l’apparecchio telefonico la presenza della signorina Foscarini in Ambasciata e, una volta accertata, l’avvertì del messaggero che l’attendeva all’ingresso.

Quando Carla si presentò all’ingresso il giovane sottufficiale le rivolse un perfetto saluto a braccio teso, accompagnato da un secco battito degli stivali lucidissimi e, con un tono di voce curiosamente morbido, a paragone del suo aspetto marziale, le disse: «Un omaggio per voi, direttamente dalle mani del Führer»; e, consegnatolo nelle sue mani, si esibì in un nuovo impeccabile saluto a braccio teso, battito sonoro di tacchi e dietro-front, in una fluida sequenza, senza soluzione di continuità, che lo portò fuori dell’Ambasciata, quasi prima che Carla avesse potuto realizzare quello che le aveva detto.

Riguadagnata la sua camera, disfece l’involto, di una carta spessa, legata con un elegante nastro rosso; all’interno trovò un libro rilegato in brossura: sulla copertina rossa, scritto in carattere gotico, molto in auge nella Germania dell’epoca, si leggeva “Mein Kampf”; aprendo la copertina vide sul frontespizio una scritta, vergata con grafia secca e nervosa: vi si leggeva in tedesco «A Fräulein Carla Foscarini, in ricordo di una serata di piacevole conversazione e con la gratitudine di aver reso sopportabile anche ogni altro interlocutore. Con ammirazione». Seguiva il noto scarabocchio che stava per Adolf ed il resto della firma, simile ad una minuscola tromba d’aria, inclinata verso sinistra: “Hitler”. Dopo aver superato la sorpresa di una dedica così personale, Carla si rese conto, consultando la data di stampa, 1925, che doveva essere anche una prima edizione; il che rendeva quell’omaggio una vera rarità. Assieme al libro, tuttavia, c’era anche un cilindro di pergamena arrotolato e tenuto composto da un nastro rosso, molto simile a quello che chiudeva il pacchetto. Svolgendo la pergamena, decorata nell’intestazione  da un’imponente aquila che reggeva negli artigli una corona d’alloro con inscritta la svastica, lesse la scritta altisonante opportunamente distribuita su più righe: “In nome dei Popoli Tedeschi, per i preziosi servizi resi, conferiamo a Fräulein Carla Foscarini il titolo di amica del Reich” seguivano la data e la firma, la stessa che stava in calce alla dedica sul libro, fiancheggiata da un sigillo che raffigurava nuovamente l’effige dell’intestazione.

Carla non seppe resistere alla tentazione di mostrare subito quel tributo così inaspettato all’ambasciatrice: la raggiunse nel suo appartamento e le esibì i due omaggi. Anche l’ambasciatrice rimase stupita, soprattutto della dedica. Ma da donna prudente qual era suggerì a Carla di raccontare a chi volesse degli omaggi ricevuti e dell’importanza dell’autore di quegli omaggi; ma si astenesse dal far leggere, soprattutto all’ambasciatore, la dedica sul libro: avrebbe potuto pensare che tra gli interlocutori altrimenti non sopportabili doveva essere incluso anche lui.            

Qualche giorno dopo la famosa cena, Carla era venuta a sapere dal Marcenaro  – «Penso che la cosa possa avere per voi un qualche interesse» aveva suggerito il giovane diplomatico –  che un addetto militare dell’Ambasciata, ufficiale di marina, sarebbe partito di lì a poco per Bordeaux; e Carla, con i buoni uffici dello stesso Marcenaro, aveva fatto sì che l’ufficiale si mettesse in viaggio “gravato”, oltre che dai delicati incarichi affidatigli, anche da un pacchetto di tre lettere che ella si era affrettata a vergare, ivi compresa una contenente la cronaca della famosa cena e degli omaggi ricevuti dall’illustre ospite.

E qualche giorno dopo, al ritorno dell’addetto, che recava all’Ambasciatore la notizia poco gradevole che, a giudicare dall’organizzazione bellica sulla costa francese, impostata per una lunghissima durata, i tedeschi sembravano  aver rinunciato all’operazione “Leone marino”, cioè allo sbarco oltre la manica, Carla ebbe invece la gradita sorpresa di ricevere quattro lettere di Vittorio ed un biglietto, vergato in fretta al momento dell’incontro con il suo collega, che aveva la preziosa qualità di essere stato esentato dalla censura.

Quando l’addetto militare, giunto alla base Betasom di Bordeaux, aveva chiesto del tenente Vittorio de’ Censi, aveva avuto la sorpresa di sapere che la sua unità, il sommergibile Archimede, era fermo alla base per la riparazione di un’avaria. Aveva così incontrato il suo collega al Circolo Ufficiali della base. Avevano chiacchierato un po’ tra loro e Vittorio, grato del regalo che per lui rappresentavano le lettere di Carla, dopo aver confermato con le sue impressioni ed i sentito dire di “radio sentina” le notizie circa lo schieramento tedesco sulla costa francese, aveva pregato il suo collega di recapitarne alcune delle sue alla fidanzata. Era stato lo stesso addetto militare che gli aveva proposto: «Non vorreste scriverle una missiva “privata” esente da censura? Farei in modo che arrivasse direttamente nelle mani della signorina Carla. So bene che cosa significhi essere lontani da chi si ama». La proposta aveva dato origine al biglietto, scritto all’impronto su un pezzaccio di carta recuperato dal marinaio-cameriere del Circolo Ufficiali e ad un paio di giri di “prunelle”, offerti a titolo di ringraziamento da Vittorio.

Nel biglietto erano contenute principalmente, come era logico, manifestazioni d’affetto nei confronti della destinataria, ma Vittorio aggiungeva che era nell’aria un avvicendamento al comando del suo sommergibile e che, se ne avesse avuto la possibilità, intendeva seguire il suo Comandante nella nuova assegnazione.

Carla aveva avuto a questa notizia una sgradevole sensazione: non avrebbe più saputo dove era imbarcato Vittorio! Sapere almeno il nome dell’unità sulla quale era in servizio le sembrava che rendesse meno pericolosa la situazione del suo fidanzato; poi, dopo un’autocritica riflessione, era giunta alla conclusione che l’unico vantaggio di sapere il nome del sommergibile era quello di poter controllare che non fosse stato affondato! Piccolo vantaggio rispetto invece al sapere che Vittorio seguiva la persona di cui si fidava!  E poi forse Marcenaro avrebbe potuto… Si ripromise comunque di coltivare con intensità l’amicizia con Luisa Raggi, peraltro davvero simpatica, che pareva aver destato nel giovane diplomatico una particolare simpatia. Così avrebbe avuto un’alleata nel chiedergli un piccolo strappo alle regole e rivelarle la nuova destinazione di Vittorio, quando ciò fosse avvenuto.

Il soggiorno berlinese di Carla, oltre che dalle visite agli splendidi musei cittadini, dalla frequentazione dei campi da tennis e dalle occasioni mondane, era stato rallegrato da molta, splendida musica: il neoclassico edificio della Deutsches Opernhaus ospitava, dietro la sua facciata ornata da sei paia di eleganti colonne ioniche che incorniciavano i maestosi finestroni, esecuzioni di concerti sinfonici e opere liriche con la partecipazione dei maggiori interpreti europei; Beethoven, Mozart e Wagner erano gli autori largamente presenti nei programmi, ma anche gli italiani non facevano difetto. L’ambasciatore Alfieri non era un ascoltatore paziente e, quando non vi era obbligato dalle esigenze diplomatiche, era ben felice che Carla accompagnasse sua moglie alle rappresentazioni nel palco riservato all’Ambasciata italiana. La cultura musicale di Carla aveva così fatto un grande progresso.

Fin dall’infanzia la sua propensione alla musica era stata coltivata in lei dalla madre; per la musica, come per ogni altra cosa Frau Greta aveva opinioni singolari e sorprendenti. In una sorta di rivincita nei confronti di suo padre e della di lui scarsa considerazione delle capacità intellettuali delle donne, Greta si era applicata con puntiglio a letture inusuali – trattati di botanica, storia della musica, astronomia, … – ed aveva poi elaborato una sua personale cosmogonia, un po’ complicata dalle lacune di memoria e dalle interpolazioni che avevano integrato le nozioni quando, a causa della non impeccabile sistematicità delle letture, esse risultavano mancanti. Cionondimeno la madre, con le sue imprevedibili opinioni, aveva saputo trasmettere molta curiosità ed un sincero amore per la musica alla figlia Carla.

Era risultata un’esperienza intensa ed irripetibile l’ascolto di Wagner in quell’atmosfera berlinese, nella quale quella musica, già di per sé così drammatica ed introspettiva, acquistava un’aura quasi messianica: non a caso lo stesso Hitler si professava grande ammiratore di Wagner e considerava il suo Parsifal come uno dei fondamenti della dottrina nazionalsocialista. E tuttavia a Carla sembrava fortemente limitativo attribuire a quella musica sublime una valenza politica così contingente; era rimasta profondamente colpita dalla lettura delle parole che Thomas Mann aveva pronunciato in una sua conferenza su Wagner a Zurigo qualche anno prima: «Lo spirito tedesco era per lui tutto, lo stato tedesco nulla». Le sembrava che rappresentassero bene l’enorme divario che correva tra l’ispirazione del compositore e il significato banale che si voleva attribuire alla sua opera etichettandola come “a favore” o “contro” una qualche ideologia.

All’autunno era succeduto l’inverno, particolarmente rigido a Berlino quell’anno; niente più tennis, sostituito dal pattinaggio, che tuttavia non accendeva l’entusiasmo di Carla. L’atmosfera in Ambasciata era nervosa: Alfieri si ostinava a colorare di roseo ottimismo ogni notizia che perveniva dai fronti bellici, sminuendo e liquidando come inezie tutte le non poche segnalazioni di difficoltà e di insuccessi. Il personale faticava ad accettare questo atteggiamento dell’Ambasciatore e lavorava malvolentieri e con frequenti insofferenze. L’atteggiamento degli “alleati” tedeschi non facilitava certo le cose! Mostravano scarsa stima degli italiani e del loro contributo bellico. Era cominciata a serpeggiare tra gli addetti diplomatici qualche dubbio sulla gestione tedesca della questione ebraica e le voci che erano giunte alle orecchie di Carla l’avevano inquietata non poco. La propaganda teutonicamente rigorosa e martellante mostrava immagini certo non idilliache, ma quantomeno tranquillizzanti in cinegiornali che precedevano e seguivano gli spettacoli cinematografici: si era giunti al paradosso di impedire l’uscita degli spettatori durante le proiezioni dei cinegiornali, sbarrando le uscite delle sale. E i tedeschi sembravano convinti di quanto proponeva loro il regime, o almeno desideravano ardentemente esserlo. Carla non riusciva invece a scuotersi di dosso una sensazione indefinita di disagio.

Per questo aveva scritto a sua madre cominciando ad ipotizzare un suo ritorno a Genova. Frau Greta le aveva risposto in modo interlocutorio, caldeggiando la prosecuzione di quel soggiorno che, a suo parere, era tanto opportuna. Era così passato il periodo natalizio, con feste, doni, cenone di Capodanno, per quanto in tono minore e febbraio era già incominciato, quando era giunta la notizia, il giorno 10, che Genova era stata bombardata dal mare dalle navi della Royal Navy. Il bollettino di guerra che sarebbe stato trasmesso il giorno successivo alla radio era giunto via telegrafo all’Ambasciata: «Alle prime luci del giorno 9, una formazione navale nemica, favorita dalla densa foschia, si è presentata al largo di Genova. Nonostante il pronto intervento della Regia Marina le salve nemiche, che non hanno colpito obiettivi di carattere militare, hanno causato 72 morti e 226 feriti – finora accertati – tra la popolazione e ingenti danni alle abitazioni civili. La calma e la disciplina del popolo genovese sono state superiori ad ogni elogio. Una nostra formazione aerea ha raggiunto nel pomeriggio le navi nemiche, colpendo a poppa un incrociatore.»

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