Il tesoro del Mandrogno (ottava puntata)

Il ritorno (1941)

Carla era stata informata del bombardamento da Marcenaro, che, genovese come lei, le aveva anche assicurato che stava facendo ogni sforzo per contattare la sua famiglia e che, attraverso i suoi cari, avrebbe sollecitato notizie anche dei Foscarini.

Soltanto due giorni dopo Carla venne a sapere che la domenica 9, quando la città era stata bombardata, i suoi genitori e il fratello Arturo erano allo Spineto. Ma la casa dove avevano abitato in città era stata colpita dallo spezzone di una bomba e, per quanto i danni non fossero ingenti, era inagibile. I suoi avevano dunque deciso di rimanere allo Spineto indefinitamente. Questa notizia fu ovviamente lo stimolo determinante che indusse Carla a chiedere congedo dai suoi ospiti. La zia Carlotta – come ormai la chiamava Carla – non ebbe alcuna esitazione a comprendere e ad accettare questa decisione; e il marito non ebbe alcuna ragione per non condividere l’opinione di sua moglie, tanto più che non aveva per Carla un eccesso di simpatia: le attribuiva troppa indipendenza di pensiero; per lui le donne dovevano essere brave madri, ottime padrone di casa e non interferire nelle questioni delicate che spettava agli uomini dirimere.

Gli addii più difficili furono quelli con Luisa Raggi, che oramai considerava quasi una sorella, e con Ruggero Marcenaro. Si scambiarono promesse di rimanere in contatto, promesse che sapevano difficili da mantenere; Carla si offrì di portare lettere e notizie alle famiglie dei due, non appena le fosse stato possibile tornare a Genova, dal momento che la sua famiglia era sfollata in campagna.

Accompagnata da un attaché e da un ufficiale di marina che dovevano rientrare in Italia, Carla si mise in viaggio in treno da Berlino fino a Milano il 3 marzo 1941.

Il viaggio disagevole ed interrotto più volte dagli allarmi aerei, la portò alla Stazione Centrale all’alba del giorno dopo. Congedatasi dai suoi compagni di viaggio che, dopo averla aiutata con i suoi bagagli piuttosto ingombranti, proseguivano per Roma, trovò un accelerato in partenza alla volta di Genova. Nel primo tratto di percorso che portava da Milano a Pavia, gli scompartimenti erano particolarmente affollati, dal momento che, per quanto Milano non fosse  stata recentemente colpita dai bombardamenti – l’ultimo era avvenuto nelle notte tra il 18 ed il 19 dicembre dell’anno precedente – molti tra quelli che abitavano in città e che avevano parenti o conoscenti disposti ad accoglierli avevano preferito sfollare nei paesi circostanti, abbandonando il capoluogo che ritenevano essere quasi certamente il bersaglio di probabili future incursioni.

Russo e Biundo

Passata Pavia però la gente si era diradata e Carla era riuscita perfino a sedersi. Dalla Stazione Centrale di Milano, attendendo il treno che la doveva trasportare fino ad Arquata Scrivia, era riuscita ad avvertire del suo arrivo il padre, tramite il suo studio a Genova. Così, quando sbarcò dal treno, alla piccola stazione ferroviaria del paese, trovò Masino, il manente dello Spineto, che l’attendeva con il carro dei buoi: i veicoli a motore erano stati oramai largamente requisiti, e, per quelli che non lo erano stati, era difficile trovare la benzina. Caricati i bagagli sul carro, si avviarono per la strada in salita che conduceva allo Spineto. Carla chiedeva a Masino della vigna, delle castagne, del raccolto; e veniva invasa da una sensazione benefica di consuetudine e di gioia, anche se nel racconto del contadino, adorno di intraducibili parole dialettali e intercalato con le colorite apostrofi ai due buoi, Russu e Biundu, non mancava il referto di ristrettezze e dolori – gente che conosceva caduta sui fronti di combattimento o vecchi che se n’erano andati – per lo più imputabili alla guerra. Ma quella era la sua terra! Quelle erano le sue radici! E ogni volta che vi ritornava, sembrava che ogni angoscia, ogni dolore potesse trovare lenimento: rimaneva certamente fissato nell’anima dolente, ma sembrava meno cocente e più accettabile nella cornice di una natura che seguiva un immutabile e ciclico divenire; dove le stagioni, i riti della terra – il raccolto, il granturco da sfogliare, la vendemmia, le castagne, la polenta – scandivano con precisione la vita della gente. E le vicende degli uomini, tristi o gioiose che fossero, sembravano ridursi solo alla punteggiatura di questo solenne, ininterrotto discorso.

La strada sterrata che si inerpicava verso la grande casa le mostrava, in quel procedere lento, i luoghi cari: il prato dove veniva al pascolo con le bestie, i boschi di cui conosceva ogni anfratto, ogni valletta, le piccole cascine dove abitava la gente che alla festa saliva con lei al Santuario per la messa. Berlino le sembrava così lontana! E le uniformi degli ufficiali tedeschi così irreali!

Quando il carro imboccò, varcato il cancello, la strada privata che saliva nel vallone verso la casa, Carla rivide nella mente quel percorso che aveva tante volte compiuto per accompagnare Vittorio, quando partiva, la domenica pomeriggio, dallo Spineto per tornare a casa sua: quel tempo le sembrò così remoto che una tristezza profonda scese dentro di lei. Il contadino al suo fianco continuava a parlare delle patate che erano gelate.

All’ultima svolta della strada i buoi girarono per imboccare la deviazione – il “giro delle vacche” come veniva usualmente chiamata – che portava all’aia e alla stalla: non ci fu niente da fare, a nulla valsero gli urlacci e gli insulti che il vecchio Masino aveva indirizzato ai due “vagabondi” (era la più dolce delle qualifiche che erano uscite dalla bocca del conduttore); quella era la strada che facevano sempre e quella era la strada che avrebbero fatto anche questa volta. I genitori di Carla, avendo visto il carro salire, l’aspettavano di fianco alla casa padronale, con la fedele immancabile Irma, munita di fazzoletto in mano per rattenere e detergere le lacrime della commozione, con la Teresa, moglie di Masino, con tutti i cani, i gatti e qualche gallina che animavano ogni giorno la corte dello Spineto. L’insubordinazione bovina costrinse tutti ad uno spostamento: ed il festosissimo benvenuto ebbe luogo, anziché nella gloria arcadica dello spiazzo ben inghiaiato, a fianco della casa padronale, dove venivano accolti gli ospiti, nella suburra rurale dell’aia, tra il letamaio ed il porcile. Ma l’umiltà del contesto e l’intensità degli effluvi, nulla tolsero al calore del momento. Frau Greta salutò sua figlia con un: «Oh bravo! Spero che tu abbia fatto un buon viaggio. Bisogna che tu mi racconti come sta Carlottina. Ma è vero che questi tedeschi sono così fanatici come sembrano?» e non aggiunse alcun gesto alle parole: dare la mano alla propria figlia non era proprio il caso. Un abbraccio? Figuriamoci! Nella concezione di Frau Greta i contatti fisici andavano limitati al minimo indispensabile e gli abbracci poi erano segno di una inconcepibile debolezza morale. Il babbo invece abbracciò Carla quasi senza parlare; ma fu un abbraccio intenso e virile. Chi invece fece mostra di grande debolezza morale – almeno secondo i parametri di Frau Greta – fu Irma che non smetteva di abbracciare Carla, di carezzarla, piangendo come una fontana e continuando a ripetere: «Sei tornata! Sei tornata!».

Il resto della giornata e i giorni seguenti trascorsero nell’atmosfera tipica di quando qualcuno ritorna: molte domande, molti racconti, il riannodarsi di abitudini, l’accorgersi di qualche mutamento intervenuto nei gesti, nelle consuetudini di casa; la ricerca del portatovagliolo che era stato riposto in qualche improbabile cassetto; la ricerca di una nuova geometria dei posti a tavola, dal momento che quella precedente era stata alterata da Arturo che aveva preso il posto di Carla e a tutti, Carla compresa, sembrava impossibile tornare indietro.

Lo Spineto comunque offriva una tale gamma di attività possibili che le giornate scorrevano placide e attive, mentre i primi sintomi della primavera cominciavano a farsi scorgere tra i rami degli alberi e dei cespugli; anche la terra, ogni giorno, assumeva una sfumatura diversa, complice l’erba che impercettibilmente crescendo forniva la prova visibile di questo cambiamento.

Sembrava remota ed estranea la guerra! Eppure, le notizie del conflitto continuavano, sia pure a singhiozzo, a giungere su quel colle. Il babbo, quando tornava da Genova, aveva sempre qualche novità; ed erano per lo più novità non piacevoli. La vecchia radio che stava in soggiorno e dalla quale Frau Greta ascoltava immancabilmente la sera i concerti trasmessi dall’Eiar, diffondeva notizie, nel giornale radio delle ore 13 e nel bollettino del Quartier Generale delle Forze Armate alle ore 16, che sotto l’inevitabile alone di glorioso trionfalismo imposto dalla propaganda di regime, lasciavano trasparire difficoltà e alterni andamenti delle operazioni belliche.

Il regalo del Mandrogno (1942)

La copertina di Vsevolede Nicouline

Le lettere di Vittorio, dopo una iniziale lunga pausa causata dal trasferimento di Carla – le lettere ancora giunte all’Ambasciata di Berlino, grazie alla solerzia dell’amico Marcenaro, erano state inoltrate il più celermente possibile al nuovo domicilio di Carla, ma erano giunte parecchi giorni dopo – avevano ripreso il consueto flusso a singhiozzo.

Il guardia, ormai definitivamente assunto come postino, recava due volte la settimana la posta fino allo Spineto e lucrava il suo quartino di vino Cortese, giovane e aspro – il “funghetto” come scherzosamente veniva chiamato in casa per il suo sottofondo un po’ muffito che caratterizzava molte delle bottiglie serbate nella vasta cantina sottoterra – prima di volgere verso valle il suo velocipede, peso morto alla salita, ma sollievo alle pedagne nello scendere; e il plico, più o meno corposo delle lettere portava la gioia sul volto di Carla: gioia velata sempre tuttavia da un’ombra di ansia al pensiero che mentre lei leggeva le parole affidate a quel foglio, il suo Vittorio stava forse affrontando un mortale pericolo. 

La primavera aveva ceduto all’estate e questa, a sua volta ad un autunno adorno di spettacolari colori: il freddo delle nottate aveva tinto di colori intensi, dal rosso cupo al giallo oro, le foglie degli alberi.

Proprio alla metà di ottobre era giunta la notizia, mediante telegramma ufficiale che Max – il sottotenente N.H. Massimiliano Theodoro Foscarini recitava il testo – era rimasto lievemente ferito in azione e che, appena dimesso dall’ospedale militare di Trento, dove era stato ricoverato per gli accertamenti e le cure, sarebbe stato congedato. “Nulla è dovuto al fattorino per il recapito del telegramma” ammoniva una scritta che precedeva il testo: ma nel dubbio che da quel “nulla” potessero considerarsi escluse le libagioni, il guardia ricevette un considerevole numero di gotti di barbera dello Spineto (era stato definito da un enologo, consultato per migliorarne la qualità, il vino genuino più cattivo che avesse mai assaggiato; ma il guardia non se ne doleva!) alla cui mescita aveva presieduto personalmente Frau Greta che, dopo aver letto il breve testo, ritenne si dovesse festeggiare adeguatamente l’imminente ritorno a casa del suo secondogenito.

Max, infatti, raggiunse lo Spineto alla fine del mese, dopo breve sosta a Genova per tranquillizzare le tre o quattro fanciulle (di quelle maritate non metteva conto occuparsi per il momento) che attendevano sospirando le sue lettere, nelle quali egli assicurava ogni volta, ad ognuna di loro, l’esclusiva dei propri pensieri.

Si sarebbe potuto dire, a giudicare dalle condizioni del giovane ufficiale degli Alpini quando aveva raggiunto lo Spineto, che la guerra fosse stata un gioco, un bell’esercizio tonificante. A dire il vero invece, quel florido aspetto e quel bel colorito era stato propiziato principalmente dalle due settimane di riposante degenza e dalla generosità, non limitata alle cure e al cibo, delle premurose crocerossine del reparto: una in particolare, una bella ragazza dalla pelle bianchissima e dalla chioma color rame, si era offerta, contrariamente al suo solito, di coprire i turni di notte, anche quelli assegnati alle colleghe. La guerra invece era stata ben altro! La “ferita di guerra” di Max non era particolarmente invalidante, almeno quanto agli aspetti che più premevano al bel sottotenente: un proiettile di artiglieria nemica era scoppiato nella trincea dove era acquartierato con gli alpini del suo plotone. Tre soldati erano morti; quattro feriti da schegge. Lui era stato sbalzato a due metri di distanza, nonostante la sua massiccia corporatura e la deflagrazione gli aveva lesionato i timpani di entrambe le orecchie, lasciandolo al momento completamente sordo. Le successive cure e il riposo gli avevano permesso di riacquistare un minimo di udito, ma i medici avevano constatato che il danno era permanente e che Max avrebbe avuto bisogno di una protesi, un apparecchio acustico, per poter tornare ad una certa normalità.

Lo spirito positivo e la incontenibile voglia di vivere del giovanotto gli avevano permesso di adeguarsi con rapidità alla sua nuova condizione, riuscendo persino a trarre dalla sua sordità, che si acuiva stranamente solo in occasioni particolari, qualche non insignificante vantaggio: curiosamente percepiva con prontezza e compiutamente tutto ciò che rispondeva ai suoi desideri, mentre non riusciva assolutamente a sentire quanto fosse spiacevole o negativo rispetto alle sue attese. Questa nuova situazione, che forniva una giustificazione pratica ad una inveterata propensione di Max, portò qualche complicazione nei rapporti quotidiani tra lui e sua madre. Frau Greta era incline a formulare richieste o indicazioni piuttosto perentorie e che non ammettevano di norma obiezioni. La politica di Max, sfruttando la sua nuova e gloriosa menomazione, era semplicemente quella di fare le viste di non aver sentito e di continuare con olimpica serenità a fare quello che stava facendo ignorando la richiesta o, peggio, l’ordine della madre. Ne nascevano frequenti, animate discussioni che generalmente finivano con Max che, spento platealmente l’apparecchio acustico, se ne tornava alle sue occupazioni e Frau Greta che lo insigniva di qualche apostrofe vernacolare colorita, tra le quali ricorreva sovente l’epiteto di “barlasc”, che nel suo personale lessico stava a significare “sciocco, inaffidabile” o peggio.

Dopo il Natale e il Capodanno con abbondanti nevicate che li avevano tenuti isolati per qualche giorno, gli abitanti dello Spineto erano riusciti, grazie anche ai due buoi,  a due tavoloni di castagno uniti in un rudimentale spartineve ai quali erano stati aggiogati e alla collaborazione non proprio entusiastica di Max ed Arturo con le pale, a ripristinare la percorribilità della strada: e con essa si era normalizzato nuovamente il ritmo del vivere; ma, ciò che contava di più per Carla, il flusso della posta.

Fin dai primi mesi dell’anno li avevano raggiunti allo Spineto Alvise Foscarini, lo zio di Carla, con la moglie, la zia Erma, e la figlia Dedè, sfollati anch’essi da Genova. Ciò aveva rappresentato un notevole miglioramento per la situazione di Carla, che poteva ora trovare compagnia, conforto e confidenza nella cuginetta e uscire dall’orbita dei due fratelli che certamente le volevano bene, ma che avevano una visione della vita un po’ troppo manesca e mascolina. Non che allo Spineto ci fossero molti passatempi possibili, ma certo era meglio che stare in città, continuamente esposti al pericolo dei bombardamenti, alle corse nei rifugi.

Così per rendere meno monotone le giornate allo Spineto i due avvocati, salvo qualche scappata di un paio di giorni alla settimana a Genova in studio, avevano cominciato ad abbozzare l’idea di scrivere a due mani, come era loro usuale abitudine, un romanzo storico.

«Si potrebbe prendere spunto da qualche evento di storia locale e intrecciarlo a quelli della nostra famiglia» aveva proposto uno dei due fratelli: a cose fatte, sebbene ne avessero discusso molte volte, nessuno dei due si ricordava bene da chi era partita l’idea iniziale. Sta di fatto che dopo aver discusso un paio di possibili scenari, Polo, che era lo spirito più caustico tra i due, aveva detto: «Magari, con l’occasione potremmo punzecchiare anche un po’ quelli della Pietra e vendicare i torti subiti da papà.»

«Figurati se le nostre consorti ci lascerebbero fare una cosa del genere; farebbero un sacco di storie!»

«Proviamo a stendere qualche pagina. Magari per sperimentare un saggio delle possibili reazioni familiari, incominciamo da un testamento e dai lasciti ai vari parenti. Ti ricordi quella cliente dello studio che ci ha affidato l’impugnazione del testamento di un suo prozio per una storia di corna in famiglia? A me, quando ci aveva esposto i fatti, era sembrata una magnifica trama per un romanzo tipo saga dei Buddenbrook.» «Si, mi ricordo, e mi ricordo anche che ho dovuto depurare la tua comparsa da molte parti piuttosto “letterarie”, che ben poco avevano a che fare con la causa» gli aveva risposto Polo.

«Allora cerchiamo tra i nostri non pochi parenti qualche avo imparentato anche con i Bailo e poi incominciamo a tessere  una trama su una successione. Magari potremmo immaginare di essere incaricati dall’esecuzione e, partendo da lì, raccontare la storia della famiglia della mamma.»

«Potremmo sfruttare anche la storia dello stivale pieno di monete che racconta sempre il vecchio Masino nelle sere in cui si sfogliano le pannocchie sull’aia: quella dell’ufficiale di Napoleone ferito a Marengo», aveva soggiunto Alvise e Polo aveva assentito con entusiasmo: «Splendida idea! Così ci facciamo entrare anche le corna!»

C’era peraltro, proprio nella tradizione orale familiare una infelice storia della loro antenata, Rosina Montecucco, che si diceva – ma in genere gli adulti cambiavano discorso rapidamente e le notizie tramandate erano per lo più incerte e modificate dalla fantasia degli accidentali giovani uditori – avesse avuto una relazione extramatrimoniale ed un figlio illegittimo.

“La Pietra”

Avrebbe dovuto essere un romanzo serio, ma anche l’occasione per scaricare qualche frecciata caustica verso “quelli della Pietra” che – a loro dire – peccavano un po’ di eccesso di autostima. Era passato poco più di un decennio dalla “riconciliazione” tra i due rami della famiglia, i Foscarini e i Bailo: una questione di un prestito di danari che avevano stentato a trovare la strada del ritorno aveva determinata la rottura dei rapporti tra le due famiglie; e si sa con quanta serietà guardino alle questioni di denari i genovesi! Poi, riavuto il malloppo e trascorso un ragionevole lasso di tempo, si era celebrato un pranzo di riconciliazione nella solenne sala da pranzo della Pietra: ma qualche sentore di acido era rimasto nell’aria.

Il lavoro di stesura era cominciato! Le escursioni genovesi erano talvolta motivate più da viste all’archivio di Stato per cercare documenti sulla battaglia di Marengo e su vicende genovesi successive, che non dal seguire qualche caso in studio.

I due avvocati scrivevano, confrontavano, correggevano.

Alla sera, dopo cena, i due, quando c’era materia per farlo, si alternavano nella letture alla famiglia riunita in salotto delle pagine scritte nei giorni precedenti.

Spesso però sorgevano accese discussioni sull’opportunità di coinvolgere nel racconto anche membri viventi della famiglia, che certamente non avrebbero gradito l’ironia a volte un po’ crudele degli autori; i loro cromosomi veneti garantivano loro la prontezza della battuta mordace e talvolta, soprattutto Polo, non si asteneva dal piacere di formularla anche a costo di una certa cattiveria.

« Oh, bravo! – aveva commentato Frau Greta dopo la lettura delle prime pagine – mi sembrate matti, tutti e due! Vedrete che “giavascaro” faranno quelli della Pietra. Già ci avevano tolto il saluto una volta, figurati che cosa faranno quando leggeranno queste cose»

«Ma abbiamo cambiato tutti nomi!» aveva controbattuto suo marito Polo. « Oh, bravo! Proprio tu dici così! Proprio tu che hai scritto con tuo fratello nella “Vita dell’Avvocato” di quel signore che aveva perso la causa per calunnia, perché si era riconosciuto in una persona dal nome diverso: vai a rileggerti quell’episodio e poi dimmi che non si riconosceranno nei personaggi di questo racconto. Ma in fondo, fate un po’ quello che volete: è la vostra famiglia, non la mia!»

«Forse dovrei ricordarti di quelle lettere un po’ pepate sulle opinioni politiche dei tedeschi che hai scritto ai tuoi parenti tedeschi di Rees am Rhein e che io ti avevo sconsigliato di spedire».

I figli erano intervenuti e avevano saggiamente dirottato la conversazione su altri particolari dello scritto.

Le pagine del manoscritto crescevano, mentre i giorni passavano: sullo sfondo, scandite dalla voce gracchiante della radio, non esente da miagolii e friggimenti, le vicende alterne della guerra e la sempre maggiore incertezza su che cosa potesse riservare il domani. 

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli