Il tesoro del Mandrogno (nona puntata)

Royal Navy (1943)

A Capodanno 1943 era stata organizzata una festa: una festa per modo di dire, dal momento che la guerra imponeva di accontentarsi dei prodotti della tenuta. Così il dolce era fatto semplicemente di farina di castagne, oramai quasi l’unica farina di cui si poteva disporre; ed era tanto frequentemente utilizzata che il diciassettenne Arturo, eludendo la sorveglianza delle fantesche, si era intrufolato in cucina ed aveva modellato con l’impasto destinato al dessert, in segno di sommo disprezzo per quel dolce piuttosto “gnucco”, un piede umano assai verosimile.

Quando era stato portato in tavola, Frau Greta aveva dato luogo a vibranti esternazioni di riprovazione, inframmezzando ad una vivace reprimenda alcuni coloriti termini vernacolari ed improperi germanici. Ciò, tuttavia, aveva portato un momento di serenità, perché gli altri commensali, pur non osando schierarsi in difesa del reprobo, condividevano in fondo con lui il giudizio sull’appetibilità del dolce e ritenevano lo scherzo davvero divertente. In questa atmosfera di burbera allegria, avevano brindato con l’ennesimo bicchiere di “funghetto” d’annata delle vigne dello Spineto, stappato per l’occasione.

Il 1943 si era aperto con le notizie delle difficoltà sul fronte orientale: la battaglia di Stalingrado e, subito dopo, in febbraio, la disfatta dell’esercito tedesco.

Ma, mentre la guerra andava evidentemente male, Carla godeva invece di un periodo relativamente sereno: il sommergibile di Vittorio era fermo da dicembre alla base per lavori: In questi quasi due mesi le lettere di Vittorio erano giunte con una certa regolarità. E alcuni accenni in esse contenuti le rivelavano che Vittorio aveva ricevuto con regolarità tutte le lettere che lei, almeno un giorno sì e uno no gli aveva scritto. Le lettere di Vittorio contenevano considerazioni sulle sue letture, sui suoi progetti per il futuro: nessuno spazio, evidentemente per ragioni di ipotizzata censura, ad altro che non fosse squisitamente personale. Ma il tono generale degli scritti, ora più, ora meno, lasciava trasparire una certa rassegnazione e la consapevolezza che le cose non stavano andando come si sperava; si respirava anche una ferma determinazione ed una fiducia nella competenza dei suoi superiori.

Nell’ultima missiva di quel periodo, datata 20 febbraio 1943, Vittorio aveva scritto “Spero di poter presto scriverti ancora…” che decodificato da Carla, oramai esperta interprete delle cose dette e non dette, significava che la sua unità stava per salpare per una nuova missione.

Vittorio si era alzato presto quella mattina del 23 maggio. Aveva bevuto una tazza di caffè in quadrato ufficiali e, dopo aver salutato come ogni giorno il cuoco, era salito in torretta a prendere una boccata d’aria. Aveva scambiato poche parole con il sottufficiale di guardia, non molto propenso alla conversazione, intirizzito com’era dalla brezza umida dell’alba e dalla stanchezza del lungo turno di vedetta, oramai al suo termine.

Lo sguardo del sottotenente Vittorio De’ Censi si spingeva sulla superficie liscia e argentata del mare perfettamente calmo: tutto all’intorno l’orizzonte era sgombro; si sentiva solo il rumore dell’acqua sulle fiancate dello scafo e, lontano e sordo, il pulsare delle punterie dei motori diesel che sospingevano il sommergibile Leonardo Da Vinci nella sua navigazione in superficie.

Pensò che fosse una splendida sensazione e che avrebbe voluto condividerla con la sua Carla. I mesi della separazione avevano scavato in lui un senso di incompletezza, che la bellezza di quell’ora calma riusciva solo in parte a mitigare. Decise che le avrebbe scritto una lunga lettera quel giorno, piena di belle immagini e di pensieri d’amore. E una volta di più si domandò quale avrebbe potuto essere l’impressione di chi avrebbe inevitabilmente letto quella lettera prima di Carla: spesso aveva pensato nelle lunghe ore di guardia o nella solitudine insonne della sua cuccetta alle persone che operavano la censura sulla corrispondenza: chi erano? E quale sensazione provavano nell’infilarsi furtivamente nelle comunicazioni intime degli altri?

Ma un’occhiata al suo orologio gli aveva suggerito che doveva scendere per montare di servizio alle 8,00 in camera di manovra; e così abbandonò, seppure a malincuore, l’aria frizzante della coperta.

Il suo turno come ufficiale di rotta era quasi giunto al termine, quando la guardia in torretta segnalò fumo all’orizzonte: subito il comandante ordinò una immersione che venne eseguita con la consueta rapidità ed efficienza. Ma il cacciatorpediniere Active e la fregata Ness, in forza alla Royal Navy, che scortavano due convogli in transito nelle vicinanze della rotta del Leonardo Da Vinci, lo avevano avvistato e si erano rapidamente portati verso la presunta posizione del nemico.

Alle 11,43 l’Active aveva sganciato la prima salva di cariche di profondità, imitata dalla Ness che fece tre passaggi consecutivi sulla zona, lanciando a sua volta salve di cariche.

La stima della posizione del sommergibile operata dalle due navi britanniche era stata accurata e le prime tre salve di cariche avevano raggiunto il Leonardo Da Vinci sul lato di tribordo ad una distanza sufficiente da non creare danni significativi, pur avendo causato guasti alle attrezzature e molte contusioni all’equipaggio. Ma una delle cariche dell’ultima passata della Ness era esplosa vicinissima allo scafo, proprio alla base della torretta.

L’esplosione aveva squarciato lo scafo proiettando brandelli di lamiera verso l’interno. Una di queste schegge, grande come un fazzoletto, aveva colpito al collo il sottotenente di vascello Vittorio De Censi che era caduto, morendo prima ancora di toccare il pavimento; la sorte gli aveva risparmiato quei tragici istanti che avevano invece preceduto la morte di tutto l’equipaggio. Il comandante Gianfranco Gazzana Priaroggia, altri cinque ufficiali e cinquantaquattro tra sottufficiali e marinai erano annegati nei due spezzoni del Leonardo Da Vinci che scendevano inerti verso il fondale.

Alle 12,12 sul libro di bordo della Ness era stata annotato il verificarsi di due scoppi e l’affioramento di relitti, bolle d’aria, chiazze di nafta e resti umani: il libro riportava con britannica laconicità che era presumibile fosse stato affondato un sommergibile nemico.

Il comando di Betasom a Bordeaux aveva ricevuto il 22 maggio un messaggio dal Leonardo Da Vinci in cui si informava della conclusione della missione e dell’inizio del rientro in modalità “navigazione occulta” e per questa ragione non ebbe alcun sospetto dell’intercettazione e dell’affondamento del sommergibile, almeno fino alla fine di maggio. Ma il ritardo cominciava a divenire consistente e il sommergibile Finzi, che era l’appoggio del Da Vinci, mandato in perlustrazione sulla probabile rotta di rientro, riferiva di non aver alcuna notizia dell’altra nave.

Si cominciò allora a ritenere che il sommergibile fosse stato quantomeno danneggiato: le richieste di notizie su un sommergibile eventualmente danneggiato o catturato dal nemico, tramite i canali usuali – Croce Rossa – e meno ufficiali – agenti segreti italiani a Lisbona e tedeschi a Londra – non avevano sortito esito. Così alla metà di luglio il sommergibile Leonardo Da Vinci, della classe Marconi veniva dato ufficialmente per disperso in azione nell’Oceano Indiano.

Le famiglie degli Ufficiali e di tutti i componenti dell’equipaggio ricevettero una lettera di comunicazione formale: in quella aperta con mani tremanti dal notaio De Censi alla Spezia, mentre sua moglie gli leggeva sopra una spalla, era scritto: «Ho il dolore di parteciparVi, per incarico del Comando Superiore Maricosom che il Vostro congiunto, Sottotenente di Vascello Vittorio De’ Censi, deve considerarsi disperso dal 15 giugno 1943.- Vi prego accogliere le espressioni del vivo cordoglio della R. Marina alle quali aggiungo le mie personali unite all’augurio che migliori notizie possano pervenire al riguardo.» seguiva la firma del Capitano di Vascello Enzo Grossi, comandante della base Betasom di Bordeaux.

Dalla bocca della mamma di Vittorio era uscito un gemito sommesso, quando i suoi occhi avevano letto la parola “disperso”: sapeva bene che quella parola per un marinaio voleva dire “morto”. «Bisogna avvertire subito Carla.» Riuscì ad articolare, mentre grosse lacrime cominciavano a scendere lungo le sue gote e una sensazione di gelo invadeva il suo corpo.

Disperso (1943)

La telefonata della mamma di Vittorio era stata annunciata a Carla dal “guardia Eliogabalo” che, in qualità di fattorino delle poste, svolgeva quel compito per il posto telefonico pubblico. Non essendo Lo Spineto dotato di linea telefonica era indispensabile ricorrere agli appuntamenti telefonici presso il posto telefonico pubblico del vicino paese.

Con quale trepidazione ed agitazione Carla fosse scesa in paese si può ben immaginare, dal momento che, vista la laboriosità di questo tipo di comunicazione, doveva essere una notizia ben importante riguardo a Vittorio a motivarla: aveva sperato fino all’ultimo che si trattasse della notizia di una promozione o di una imminente licenza, ma quando il fruscio del microfono le aveva portato la voce della mamma di Vittorio, il suo tono le aveva subito fatto capire che le notizie eran brutte.

«Sai Carla, abbiamo ricevuto una lettera dal Comandante della base: dice che Vittorio è disperso: ma non dobbiamo perdere le speranze sai; lo dice anche lui nella lettera. Potrebbe essere stato fatto prigioniero con gli altri dell’equipaggio e non avere la possibilità di dare notizie…» Carla ascoltava la voce piena di pena dell’altra e capiva che in quel momento di grande sofferenza, vincendo il proprio dolore, la mamma di Vittorio cercava di darle coraggio. Sapeva bene che anche lei non credeva alle ipotesi ottimistiche che si sforzava di enumerare, quasi fossero in grado di placare quella fredda angoscia che l’aveva invasa.

Con il consueto autocontrollo Carla era riuscita a concludere la telefonata inframmezzata dalla petulante voce dell’operatrice che a cadenza regolare domandava «Raddoppia?». Aveva ringraziato la sua interlocutrice con cortesia per aver pensato di avvertirla subito e le aveva promesso che appena possibile si sarebbero risentite. Ma dentro di sé le sembrava che si fosse materializzato un grande blocco di acciaio: duro, freddo, che le impediva qualunque sentimento. Non riusciva quasi a muoversi. Aveva rifatto a piedi la strada per raggiungere lo Spineto, faticosamente mettendo un piede davanti all’altro: anche questo modesto sforzo le costava una fatica insopportabile, come se dovesse spostare un peso enorme; tutto sembrava schiacciarla! Anche l’erba dei bordi della strada, le gaggie, la poca acqua che scorreva nel rio le sembravano, contrariamente al solito, ostili. Frau Greta l’aveva vista giungere dalla finestra di camera sua e le era scesa incontro, presagendo cattive notizie. «Allora?» le aveva domandato con la sua abituale concisione. «Vittorio! Dicono che è disperso. Una lettera ufficiale.» aveva risposto Carla contraccambiando la madre con uguale asciuttezza di modi. «Ma che cosa…» «Non si sa altro. La mamma di Vittorio mi farà spere se riceverà altre notizie» la interruppe Carla, imboccando le scale per salire in camera sua.

Solo quando fu nel ricetto della sua stanza, con la porta ben chiusa e gli scuri sbarrati permise al dolore lo sfogo del pianto: un pianto che la scuoteva completamente e a cui si abbandonava totalmente inerte, come se quelle lacrime potessero liberarla o almeno alleviare il peso di quel blocco di acciaio che le occupava il petto.

Pianse per tutto il giorno, parlando brevemente con sua madre, attraverso la porta chiusa, per declinare le sue esortazioni a scendere a mangiare qualche cosa. Anche Irma, che aveva tentato di accedere con un vassoio con un poco di cibo, era stata respinta, magari solo con un po’ più di tenerezza per il tentativo.

La mattina dopo, quando Frau Greta stava escogitando un metodo per stanare la figlia, Carla comparve al tavolo dove abitualmente la famiglia consumava la sua prima colazione; il viso era segnato dal lungo e intenso pianto, ma il portamento e la voce erano i soliti. «Buon giorno, mamma» «Buon giorno Carla, come stai?»  «Ho pensato che forse potrei contattare Ruggero Marcenaro per chiedergli altre notizie. Ma poi mi sono convinta che se avrà notizie di Vittorio sarà lui e molto più facilmente di quanto non possa farlo io a contattarmi. Allora ti pregherei, fino a quando non sapremo qualche cosa di più, di evitare di parlare di Vittorio; anzi vorresti per favore chiedere anche al babbo e ai miei fratelli di fare altrettanto? Mi è troppo penoso pensarci e purtroppo non posso fare altro che sperare e aspettare».

Frau Greta era perfettamente d’accordo con sua figlia e non esitò ad assicurarle che così sarebbe stato fatto.

Da quel momento in poi la vita allo Spineto riprese come se nulla fosse successo. Ma in Carla ognuno poteva percepire una nuova tensione che aveva sostituito quella precedente lievità, quel garbo spontaneo che caratterizzavano i suoi modi. Le risposte, le interlocuzioni erano sempre pacate e formalmente ineccepibili, ma si intuiva sotto di esse un controllo ferreo che non lasciava trasparire nulla che fosse manifestazione di un sentimento.

L’otto settembre alle otto meno un quarto, radunati per la cena, ascoltarono alla radio il proclama del generale Badoglio; qualche giorno dopo in paese comparirono gli avvisi del comando tedesco in cui si intimava a tutti di consegnare ai Carabinieri armi e munizioni, pena la fucilazione immediata. Max allora aveva sollevato un problema: «Che cosa facciamo dello Sten che ho a Genova?» Di fronte a questa inattesa domanda l’avvocato Foscarini aveva voluto chiarimenti.

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