Il tesoro del Mandrogno (decima puntata)

Partigiani

Era così emerso che Max aveva portato a casa un souvenir delle sue imprese guerresche, un mitra Sten, sottratto a qualche soldato americano, e acquistato per poche lire da un infermiere dell’ospedale militare; l’aveva messo nell’ultimo cassetto del comò in camera sua a Genova e se n’era completamente dimenticato. C’era poi allo Spineto anche la sua pistola Beretta d’ordinanza…

Si era discusso per un po’ sulle varie possibilità, quando Carla aveva detto: «Trovate un nascondiglio per la Beretta qui allo Spineto. Allo Sten ci penso io! Non dobbiamo assolutamente permettere che i tedeschi abbiano altre armi oltre quelle che già hanno!» Questa affermazione aveva fatto pendere una bilancia fino ad allora quasi in equilibrio.

La famiglia Foscarini, come il suo capo, l’avvocato Polo, non aveva mai avuto uno schieramento politico deciso: da un lato le origini germaniche di Frau Greta, il forte senso delle istituzioni e la condivisa sensazione di appartenenza ad una media borghesia conservatrice che, se non si era schierata con il fascismo, l’aveva quanto meno accettato tiepidamente, spingevano i Foscarini a considerarsi rappresentati dall’Italia fascista e belligerante. Dall’altro lato una forte indipendenza di pensiero di tutti i componenti della famiglia – nessuno escluso e ciascuno a suo modo – il sospetto per i modi roboanti e troppo sopra le righe degli ultimi tempi, le notizie che cominciavano a circolare su quanto stava avvenendo nelle nazioni dell’Europa occupate dalle truppe naziste e, perché no, anche gli esiti negativi delle operazioni belliche, spingevano invece i Foscarini ad un certo senso di estraneità ed a prendere le distanze dai fascisti e, soprattutto, dai loro alleati tedeschi. Frau Greta in particolare, certamente di formazione culturale tedesca, ma nata e vissuta nella operosa Lombardia paesana, non lesinava critiche ai suoi compatrioti per i loro comportamenti. Ma aveva comunque voluto che il diploma di “amica del Reich” di Carla restasse esposto nel salotto dello Spineto.

Le parole di Carla avevano segnato però un confine, dopo la confusione e il disorientamento seguito all’8 settembre: e tutti furono immediatamente d’accordo sul considerare come decisamente ostile il comportamento dei precedenti alleati.

Il giorno successivo Carla si recò in treno a Genova, non senza difficoltà, stante la precarietà delle comunicazioni ferroviarie di quei giorni. Accolta a casa da Gerardo, che aveva avuto il compito di presidiare e di sorvegliare l’edificio, dopo aver fornito le inevitabili notizie sul resto della famiglia, e – assai più importante – sulla salute e sull’umore di Irma, aveva senza difficoltà trovato, seguendo le istruzioni di suo fratello Max, lo Sten, avvolto in un foglio di carta oleata. Stava celato – si fa per dire – in mezzo a qualche paio di calzettoni da sci e da tennis. Lo aveva preso ed infilato in una vecchia valigia di fibra insieme a quegli incongrui calzettoni che facessero da imbottitura e aveva riempito poi il resto della valigia con le grucce appendiabiti, pensando che erano leggere ma occupavano molto spazio.

Aveva spiegato a Gerardo per sommi capi l’obiettivo di quella operazione e aveva aggiunto che la doveva accompagnare in stazione, come fosse suo padre, per non destare sospetti nei militari tedeschi che presidiavano i binari e che magari sarebbero stati invogliati a “controllare” a fondo una ragazza sola. E Gerardo si era comportato magnificamente: arrivati alla stazione, le aveva cinto le spalle con un braccio e, camminando verso il treno, le andava ripetendo ad un tono pacato, ma abbastanza forte da essere udibile: «Vedrai che sarà per poco! La mamma si rimetterà presto e tu potrai tornare da noi». Avevano così superato senza intoppi gli svogliati militari sul marciapiedi, che non avevano ritenuto di dover disturbare quella scenetta familiare: erano certo più interessati a controllare i presunti disertori piuttosto che una inerme ragazza triste e un anziano padre.

Restava l’incognita di un possibile controllo sul treno, ma Carla sentiva dentro di sé una determinazione irremovibile, che si rifletteva sul suo aspetto: una serenità ed una calma assoluta. Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, certamente l’audacia di Carla fu premiata, anche perché non ci furono controlli sul treno e trovò alla stazione il medico condotto del paese, buon amico di casa Foscarini, che attendeva la moglie, in arrivo con lo stesso convoglio; le offrì un passaggio fino allo Spineto. Carla, che avrebbe abitualmente declinato l’offerta con la scusa di una salutare passeggiata, fu invece grata della proposta e non esitò ad accettare a causa della valigia: la vettura del medico condotto, nota a tutto il paese, sarebbe certamente e con facilità passata indenne da eventuali posti di blocco.

Una volta giunta a casa aveva salutato il buon medico con gli adeguati convenevoli, ai quali si erano aggiunti l’avvocato Foscarini e la di lui consorte. Ma non appena la vettura del dottore si era allontanata ed era sparita dietro la curva del viale, la valigia era stata posata sul tavolo quadrato del salotto ed era stata aperta. L’involto di carta oleata era stato districato dalla sua imbottitura di grucce appendiabiti. Senza neppure svolgerlo era stato messo in un sacchetto di juta dove già lo attendeva la beretta d’ordinanza di Max.

L’avvocato aveva poi convocato Gianni, il figlio primogenito del manente, al quale era stato spiegato che era necessario nascondere nel pozzo delle cose perché i tedeschi non le potessero prendere; Gianni aveva risposto: «Non si preoccupi avvocato, ci penso io a nasconderle. Fra qualche giorno poi me ne vado in montagna, come hanno fatto i miei coscritti, perché mi hanno detto che i tedeschi vogliono arruolare la gente per mandarla a combattere; e io non ho nessuna voglia di farmi ammazzare per loro. Così il suo segreto è al sicuro!». Aveva preso il pacco e si era calato con una fune nel pozzo: a metà della canna, poco sopra il livello massimo dell’acqua c’era una nicchia abbastanza grande e profonda da poter ospitare l’involto. L’operazione era stata poi completata chiudendo l’imboccatura della nicchia con un pezzo di arenaria di forma adeguata: da sopra non si poteva immaginare, se non lo si sapeva già, che ci fosse quel nascondiglio.

Dopo qualche giorno, Gianni aveva raggiunto i partigiani sull’Appennino, e, a partire da quel momento, ogni tanto qualche giovane passava dallo Spineto a far tappa, prima di proseguire per unirsi ai partigiani. Masino e la sua famiglia lo ospitavano per una notte, gli davano un po’ di cibo per il viaggio e le indicazioni di sentieri sicuri per evitare le strade controllate dai militari. I padroni per tacito accordo fingevano di non accorgersi di quelle presenze e mantenevano con i loro conoscenti un atteggiamento di blanda neutralità nei confronti degli avvenimenti: né a favore, né contro; che d’altra parte non era altro che quello che da sempre avevano fatto.

Le azioni dei partigiani si facevano sempre più frequenti ed il logoramento delle truppe tedesche cominciava a diventare significativo: tanto da spingere i comandi ad importanti azioni di rastrellamento. La zona dove sorgeva lo Spineto era abbastanza marginale rispetto a quelle dove operavano le brigate degli insorti, ma all’alba di una mattina di dicembre Gianni, il figlio di Masino, con altri tre giovani, arrivò in stato di evidente affanno allo Spineto. Raccontò a Frau Greta e a Carla, ancora avvolte nelle loro vestaglie, data l’ora assai mattiniera, che erano braccati dai tedeschi che stavano facendo un rastrellamento e che erano stati tagliati fuori dal resto della loro formazione. Carla e sua madre si scambiarono solo uno sguardo; poi Frau Greta disse soltanto: «Venite con me!» Li guidò al primo piano, nella camera di Max, dove una delle tante modifiche ed aggiunte edilizie aveva lasciato un piccolo ripostiglio, stretto e lungo, con un’apertura alta poco più di un metro e mezzo verso la camera: li fece entrare lì dentro e disse loro: «Statevene qui in silenzio. Se a mezzogiorno non si sarà ancora visto nessuno manderò tua madre a portarvi da mangiare e da bere. Io adesso metto l’armadio contro l’apertura così anche se vengono non riusciranno a trovarvi. Ma state attenti! Se sentite rumore fate assoluto silenzio.»

Poi aveva raggiunto Carla e le aveva chiesto di portare giù quel libro autografato che aveva ricevuto a Berlino e di posarlo sul tavolino basso del soggiorno, davanti al divano, sopra i giornali e le riviste che normalmente vi stazionavano.

La mattinata era trascorsa tranquilla; i ragazzi nascosti nello stanzino avevano ricevuto del cibo e un po’ di vino per rincuorarli. Ma a metà del pomeriggio un semicingolato militare tedesco aveva imboccato il viale che dava accesso alla villa e si era fermato nello spiazzo di fianco alla casa. Ne era disceso un ufficiale tedesco seguito da due soldati armati. Appena varcata la soglia di casa, di fronte a Frau Greta e a Carla aveva abbaiato: «Dobbiamo perquisire questa casa!» «Che strano! – aveva detto Frau Greta, rivolgendosi a Carla con fare compassato e tranquillo, in un fluente tedesco – Ho sempre pensato che l’Accademia militare del Reich formasse degli ufficiali per farne certo dei valorosi combattenti, ma anche dei gentiluomini». Poi rivolgendosi all’ufficiale «Non ho motivo di dubitare del suo valore di combattente, Herr Major, ma mi pare che un gentiluomo, quando incontra due signore, dovrebbe almeno avere la civiltà di presentarsi».

Le parole e più ancora il tono con cui erano state pronunciate avevano raggiunto il loro scopo. L’ufficiale, dopo un attimo nel quale era rimasto come folgorato dall’osservazione, aveva raccolto tutta la dignità di cui era capace e, con un sonoro sbattere dei tacchi accompagnato da un rigido inchino, si era presentato: «Maggiore Hugo von Stauff. Ho l’ordine di ricercare dei banditi disertori che si sono diretti verso queste alture». «Bene, caro maggiore von Stauff, credo che possa ordinare ai suoi soldati di perlustrare i dintorni della casa, mentre lei potrebbe farci l’onore di accomodarsi in salotto e di accettare un caffè» ribatté Frau Greta e, senza neppure attendere la risposta, si diresse in soggiorno. Dopo aver rapidamente dato qualche secco ordine a due soldati, l’ufficiale seguì le due donne. Frau Greta indicò abilmente al maggiore un posto sul divano, in modo che si sedesse proprio di fronte al diploma di “amica del Reich” che stava appeso alla parete tra le due portefinestre che prospettavano sull’esterno. Il maggiore non poté fare a meno di notare l’evidente svastica che adornava il diploma e incuriosito, mormorando un «Permette?» si rialzò dal divano dove si era appena seduto per guardare da vicino. Girandosi per tornare verso il divano vide appoggiato sul tavolo basso che vi stava davanti il libro che ben conosceva. Mentre al suo ingresso era parzialmente coperto da un giornale, Frau Greta aveva approfittato dei movimenti del maggiore per scoprirne interamente la copertina. «Signora, vedo che in questa casa si conosce il pensiero del nostro Führer. E mi sembra anche che sia una prima edizione. Posso?»

Prese, così dicendo, il libro e lo aprì con molta delicatezza. Vide immediatamente la dedica tracciata con penna nervosa sulla pagina di sguardia e visibilmente impallidì: mai si sarebbe aspettato di trovare in quella casa di campagna, isolata tra i colli e così lontana dalla Germania e da Berlino, una donna che il suo Führer aveva fatto oggetto di galanteria ed ammirazione. Posato il libro sul tavolino con la cautela con cui avrebbe trattato la reliquia di un santo, rimanendo all’impiedi sull’attenti disse rivolto alle due donne: «Signore! L’amicizia che testimoniano queste parole mi rende evidente che in questa casa non possono trovare rifugio nemici del Reich. Ma il dovere mi chiama ad eseguire gli ordini ricevuti. Dunque, se me lo concedete, vorrei congedarmi da voi per cercare altrove i banditi che stiamo inseguendo» e, detto ciò, si esibì in due impeccabili baciamano, seppure un po’ troppo rigidi ed accompagnati dal sonoro batter di tacchi. Frau Greta lo congedò dicendogli: «Mi ha fatto piacere conoscerla Maggiore. Se avrà tempo ed occasione, non manchi di tornare a trovare me e mia figlia Carla. Sono certo che Carla avrà piacere di condividere con lei qualche impressione sul suo Führer».

Rapidamente uscito di casa, il maggiore Hugo von Stauff latrò degli ordini che sembravano frustate agli ignari soldati e, imbarcatili sul semicingolato, imboccò il viale che portava al cancello cercando di conservare la maggior dignità che gli fosse possibile.

Sul far della sera, quando erano rientrati tutti a casa, le due donne raccontarono l’accaduto ai familiari che ascoltarono increduli e divertiti questa ennesima dimostrazione dell’indomabile spirito di Frau Greta. I ragazzi rinchiusi nello stanzino furono liberati, rifocillati e, la mattina seguente, presero la strada dei boschi verso il Lagoscuro per raggiungere le loro formazioni. È superfluo dire che quel provvidenziale nascondiglio fu da quel momento in poi designato come “lo stanzino dei partigiani”.

Vento di Grecia    

Che il maggiore Hugo von Stauff avesse riferito al comando locale dei cimeli da lui visti allo Spineto, che la casa fosse in territorio molto marginale rispetto a quello teatro delle azioni delle brigate partigiane o, cosa anche più verosimile, per un caso del destino, sta di fatto che da quella volta in poi lo Spineto andò indenne da rastrellamenti e noie da parte degli occupanti tedeschi, e fu sempre una tappa sicura per disertori, sbandati e antitedeschi: ma il diploma di “amica del Reich” rimase a lungo in bella vista, nel salotto del pianterreno. E, nonostante questo, lo Spineto aveva acquistato tra i partigiani fama di rifugio sicuro; si rinnovava così per lo Spineto ed i suoi abitanti quell’aura che già era stata dei loro ascendenti al Cucco, nei confronti dei mandrogni, anch’essi banditi, ma che vi avevano sempre trovato ospitale ricetto.

Per tutto il 1944 le notizie riguardanti l’avanzata degli alleati e le azioni della resistenza erano state oggetto di attento ascolto, attraverso l’imponente radio che occupava una posizione strategica nella grande sala da pranzo e che era stata dotata di un interruttore a coltello di ceramica bianca. Quando la famiglia era ormai riunita in sala da pranzo, l’avvocato Foscarini abbassava il pomolo bianco della leva e il panciuto apparecchio prendeva vita: dopo qualche sfrigolio, punteggiato da secche scariche, quasi colpi di tosse di una creatura mortale, la radio miagolava e ronfava, fino a che l’avvocato, con un micrometrico aggiustamento della opportuna manopola, riusciva a centrare l’onda radio di Radio Londra e la voce del “Colonnello buonasera” si rendeva intellegibile. Quella voce pacata declinava una situazione dei fronti ben diversa da quella che descriveva il regime, attraverso le trasmissioni ufficiali dell’Eiar! Poi partiva il bazar dei messaggi in codice, dove galline, scarpe, crêpe suzette e ogni altro genere di articoli assumevano improbabili connotazioni, come quelle delle merci esposte in un suk arabo, per far giungere agli insorti ordini ed avvisi. Nessuno dello Spineto partecipava attivamente alla guerra di resistenza, ma quei messaggi venivano ascoltati in rispettoso silenzio e con grande compunzione; quasi che la lunghezza dei baffi di Giovanni potesse avere qualche importanza pratica.

Verso la fine di quell’anno, gli avvocati Foscarini cominciarono a fare sempre più frequenti viaggi, dallo Spineto a Genova, con l’obiettivo di riavviare l’attività dello studio; Polo sovrintendeva anche alle riparazioni del suo appartamento danneggiato, per renderlo nuovamente agibile.

E talvolta Carla li seguiva, per aiutare il babbo nella riapertura dell’appartamento di via Roma.

In una di queste occasioni, aveva incontrato sulle scale del palazzo un giovane ingegnere, Costantino Papadachi, figlio di una coppia che abitava al piano soprastante a quello dei Foscarini e che intratteneva con loro rapporti di buon vicinato, talvolta sconfinanti in quelli di una certa familiarità. Il padre, Dimitri Papadachi (a Genova la “k” nativa era caduta sotto la scure dell’esterofobia linguistica del regime, tramutata in un più italofono “ch”, sebbene altrove, complice l’Ufficiale d’anagrafe locale, fosse stato trasformato addirittura in “cch”), era un importatore di origine greca, da molti anni a Genova, che aveva sposato una autoctona borghese benestante. Subito prima che gli eventi bellici riducessero al minimo le attività del Papadachi, un’importante causa civile con un suo fornitore lo aveva spinto ad avvalersi, e con felice esito, delle prestazioni professionali dello studio Foscarini. Il successo era stato celebrato con una cena in casa Papadachi, poi ricambiata a casa dei Foscarini, che aveva messo in moto periodiche seppur non abituali frequentazioni. Anche i figli del Papadachi, due maschi ed una femmina, avevano frequentato lo stesso liceo dei figli Foscarini e dunque si conoscevano, seppur solamente di vista. Tutte le volte che le due famiglie si erano incontrate, il buon Costantino, il più giovane dei tre figli del Papadachi aveva cercato di simpatizzare con Carla; ma questa, nel pieno fervore della sua storia romantica con il suo Vittorio, aveva dato poco corda al prestante giovinotto.

Approfittando ora del casuale incontro, Costa – così lo chiamavano gli amici e i compagni di scuola – aveva invitato Carla ad una partita a tennis; sapeva che la ragazza era una discreta giocatrice e lui era addirittura stato selezionato per i campionati italiani assoluti, guerra permettendo ovviamente. Dopo un anno di servizio militare in Albania, con il grado di tenente d’artiglieria, era stato richiamato in patria e congedato, perché ritenuto più utile allo sforzo bellico nel suo ruolo di ingegnere impiegato all’Ansaldo. Lo sforzo bellico non se ne era giovato particolarmente, ma il tennis club di Genova aveva riacquistato una buona racchetta e le giovani che lo frequentavano un galante cavaliere, certamente non indifferente alle grazie muliebri.

Carla si era schermita dall’invito, adducendo le molte incombenze, il momento difficile che non invitava allo svago, l’attuale lontananza da Genova; ma Costa aveva insistito «Almeno per una prossima occasione…» e Carla non aveva negato la possibilità.

A febbraio del 1945, terminate le riparazioni all’appartamento di via Roma, la famiglia Foscarini si era nuovamente trasferita in città, e le vite dei suoi componenti si erano riavviate sui binari della normalità. Era diffusa convinzione che la fine della guerra fosse oramai alle porte: la conferenza di Yalta aveva disegnato un Europa libera dal nazismo, anche se la Germania sembrava impegnata in una inutile quanto pervicace resistenza; il bombardamento di Dresda e i bombardamenti sulle città del Veneto sembravano essere gli ultimi tuoni di quella micidiale tempesta bellica che aveva funestato tutta l’Europa e che ancora perdurava sul fronte del Pacifico.

Con il rientro a Genova, si erano anche moltiplicate le occasioni di incontri (meno spesso imputabili al caso e più spesso, per dire il vero, ad accorti appostamenti del determinato ingegnere) tra Carla e Costa, nei quali il baldo giovane reiterava l’invito alla tenzone sportiva, ben conscio che, almeno per rompere il ghiaccio (e per l’atteggiamento di Carla il ghiaccio era assai indicato come metafora), questo era l’unico argomento possibile.  

Così, anche spinta dalle pressanti insistenze della madre Greta perché mettese fine a quell’isolamento claustrale che si era imposta, Carla, più per la stanchezza derivante dall’attacco su due fronti che per convinzione, aveva accettato l’invito e, resuscitato dalle profondità di qualche armadio il suo completo da tennis e liberata la racchetta dal telaio/morsa che ne tutelava la planarità, aveva alla fine calcato la terra rossa di un campo da tennis, incrociando la sua racchetta con quella del prestante Costa.

Con un fisico atletico, la carnagione olivastra che ne denunciava l’origine levantina, capelli folti e nerissimi, gambe e braccia coperte da una folta peluria scura, Costantino Papadachi faceva una gran figura nel completo bianco da tennis ed era oggetto di sguardi ammirati da parte delle giovani (e non più giovani) frequentatrici del Circolo.

Il buon Costa si era impegnato a non forzare troppo il suo gioco, nella speranza di far vincere Carla, ma l’evidente differenza di abilità tennistica e la lunga astinenza della giovane da quella prestazione atletica, avevano causato alla fine una sua vittoria; contrariamente alle sue ipotesi strategiche, quella sconfitta fu apprezzata da Carla, che avrebbe invece mal sopportato un avversario che le avesse usato un trattamento di favore.

Le partite a tennis si erano ripetute (qualcuna anche con esiti più equilibrati, a mano a mano che Carla riguadagnava l’abituale forma nel gioco) ed erano state anche intercalate, sia pure non con la frequenza che Costa avrebbe desiderato, da occasioni sociali meno essudative: un paio di feste, una escursione in spiaggia, un cinema.

Chi avesse dedotto che stava nascendo un rapporto affettivo tra i due giovani avrebbe forse esagerato: certo, la frequentazione aveva scalfito almeno quella iniziale ritrosia che Carla aveva manifestato negli ultimi tempi per i rapporti sociali. Frau Greta si informava con molta discrezione circa questa nascente “amicizia”, verso la quale tuttavia mostrava con evidenza una certa bonomia: pensava che fosse un bene che Carla riprendesse a vivere come ci si aspettava dovesse fare una giovane della sua età; ma le scarne notizie che Carla concedeva alle interrogazioni materne, non lasciavano molto spazio alla previsione di sviluppi significativi.

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