Il tesoro del Mandrogno (undicesima puntata)

Metter su famiglia

Quando Carla disse a sua madre Greta che aveva deciso di sposare Costantino Papadachi, fu come un fulmine a ciel sereno: non che Frau Greta avesse da obiettare sulla scelta dello sposo. Costa stava facendo rapidamente carriera, avendo già raggiunto un livello direttivo in fabbrica; la sua intelligenza, unita ad una buona dose di sano opportunismo – indispensabile in quella temperie, caratterizzata da generali incertezze – e a qualche opportuna “raccomandazione”, lo guidava verso un brillante avvenire. Ma la sorpresa, per non dire sbigottimento, era dovuta all’assenza di entusiasmo e di emozione con cui era stato annunciato questo proposito: sembrava fosse frutto più di un processo razionale che di un trasporto emotivo. E Frau Greta aveva cercato di indagare: era emersa, con grande fatica e per piccole porzioni, considerata la reticenza di Carla e la mancanza d’abitudine alla confidenza con la madre, la frustrazione di una vita quotidiana senza scopi, il desiderio di avere una famiglia propria e la voglia di mettere in pratica tutto quello per cui a Carla sembrava di essersi fino ad allora preparata; in fondo – sembrava ogni volta concludersi così la scarna conversazione con la madre – Costa era un buon partito ed aveva dimostrato di essere davvero innamorato di lei!

Così, nel febbraio del 1946, nella chiesa dell’Immacolata a Genova, si era celebrato il matrimonio tra Carla Foscarini e Costantino Papadachi: presenti, oltre ai rispettivi genitori e fratelli (eccezion fatta per Arturo, che, come al solito, era in giro per il mondo a dirigere qualche cantiere), solo un gruppetto sparuto di amici. I matrimoni postbellici, anche per la borghesia benestante, erano piuttosto sobri!

Mentre l’Italia faticosamente ricominciava a muoversi e sembrava voler cancellare del tutto il proprio recente passato, anche con la scelta repubblicana, la nuova famiglia Papadachi arrancava economicamente, ma con forte determinazione: due anni dopo il matrimonio era stata allietata dalla nascita di una figlia: Greta, secondo una tradizione familiare che voleva perpetuato, a generazioni alterne, il nome avito nei discendenti.

Carla sembrava essersi calata appieno nel ruolo di consorte, completamente partecipe della rincorsa del marito verso successi professionali: quelli economici sarebbero certo venuti dopo i primi, sebbene per il momento le condizioni generali non fossero brillantissime. E i nonni, soprattutto i Foscarini, aiutavano!

Ma Genova andava stretta all’ingegnere; e, di fronte ad un’offerta di un posto importante da parte di un imprenditore lombardo del ramo metalmeccanico, Costa non esitò ad abbandonare i lidi genovesi: così Carla e la piccola Greta seguirono il paterfamilias a Milano, nella “capitale economica” d’Italia, dove il boom economico offriva grandi possibilità a chi, dotato di una bruciante voglia di ascesa sociale ed economica, come il nostro ingegnere, fosse disposto ad accettare le regole del capitalismo come propria etica e accettasse anche che il conseguimento di obiettivi economici brillanti venisse prima di alcuni scrupoli morali di certe anime belle.

Milano offriva a Carla, ma soprattutto a suo marito, occasioni sociali e culturali impensabili nel chiuso orizzonte della borghesia genovese: la buona società era molto più pragmatica di quella ligure; contavano di più i “danee” dei quarti di nobiltà. E poi c’era la Scala!

Carla – s’era già detto – aveva una solida cultura musicale, e in questo aveva trovato un terreno comune con il suo sposo. Costa aveva una vera passione per la musica e non aveva mai perso un’occasione per nutrirla, anche con sacrifici economici e lunghi viaggi, pur di ascoltare un’esecuzione pregevole. Il trasferimento a Milano, gli aveva consentito, con qualche appoggio del suo nuovo datore di lavoro – un rampante esponente della classe imprenditoriale lombarda – di procurarsi un palco alla Scala. Meglio, stante il costo rilevante di un simile lusso, di condividerne uno (piuttosto laterale!) con un altro ingegnere suo collega.

Forse chi aveva sofferto di più per questo trasferimento era la piccola Greta: nuove scuole, nuovi compagni, ma soprattutto niente più mare! In cambio la nebbia e la polvere di carbone degli impianti di riscaldamento che si depositava in ogni dove. Carla aveva deciso di risarcire in qualche modo sua figlia, mandandola, ogni volta che fosse possibile, dai nonni, a Genova.

Erano stati duri quei primi anni a Milano! Soprattutto dal punto di vista economico, tenuto anche conto che nel frattempo era nata anche una seconda figlia: Martina.

Ma anche il rapporto tra i due coniugi non era esente da difficoltà: Costa aveva un carattere esuberante e collerico.  Il suo incarico comportava frequenti e lunghi viaggi all’estero; negli Stati Uniti prevalentemente, dove, in alcune città soprattutto, il settore metalmeccanico deteneva il primato tecnologico e qualitativo.  Durante queste lunghe assenze del marito, Carla esercitava quietamente il suo ruolo di madre e padrona di casa, mantenendo vivi i rapporti sociali recentemente intrecciati, grazie anche a qualche transfuga genovese; soprattutto nell’interesse del marito, dal momento che, per quanto la riguardava, a Carla bastava qualche chiacchierata  con le poche amiche che aveva e rifuggiva sistematicamente le mondanità, delle quali invece Costa sembrava davvero godere pienamente.

Giovane, aitante, tipico esemplare mascolino mediterraneo, Costa riscuoteva grande apprezzamento in America, soprattutto da parte delle squittenti mogli “middle class” degli industriali locali: generalmente sposati dalle consorti più per il loro patrimonio che per la loro avvenenza o per la loro cultura. In cambio, le signore erano piuttosto avvenenti, dal momento che i rampanti business–man consideravano indispensabile essere affiancati da una moglie–trofeo, che vestivano ed ingioiellavano come icona del loro successo economico.

Costa sapeva parlare di musica, oltre che di laminatoi continui. Faceva una splendida figura, con la sua carnagione olivastra in un completo bianco da tennis, mentre il suo ospite sudava sotto un ombrellone, strabordando da una camicia hawaiana e con un sigaro tra le labbra. Così tra la comunità irrequieta delle first ladies industriali locali, Costa era stato tacitamente insignito del titolo di ospite ideale ai cocktail che le solerti signore organizzavano per la promozione sociale del consorte e per ingannare il considerevole tempo libero che caratterizzava le loro giornate di nullafacenti. Costa acquistava così prestigio, e con lui l’Impresa che rappresentava: il suo successo sociale corrispondeva ad un successo professionale, almeno visto dalla parte italiana dell’oceano.

Le condizioni nelle quali si trovava quotidianamente a vivere non inducevano certo ad una vita riservata e morigerata: solo, lontano da casa, in mezzo a giovani donne che gareggiavano tra loro per eleganza e fascino, con inviti quasi ogni sera in case lussuose con dotazioni illimitate di bevande alcooliche; c’era di che indurre in tentazione anche un anacoreta stilita. E Costa era per sua natura un bon vivant!

I ritorni da questi lunghi viaggi, nella abitazione milanese – certamente più che dignitosa ed abilmente arredata da Carla che aveva un gusto speciale, ma non certamente paragonabile agli sfarzi chiassosi delle dimore americane – il carattere di Carla, schivo e riservato, la presenza delle bambine, tutto irritava Costa; e questo non giovava certo alla serenità domestica.

Se si dovesse credere che i due non si rendessero conto del problema, si farebbe loro un torto: avevano discusso, e a lungo della situazione. E, non senza fatica, avevano deciso che, alla prossima occasione di un viaggio di Costa negli States, Carla lo avrebbe seguito.

New York

Così, affidate le bambine a nonna Greta e alla sua consuocera, nonna Anna, Carla partì con Costa per New York, dove era previsto che si fermassero per sei mesi.

Dopo l’inevitabile emozione della traversata in piroscafo e l’impatto certamente stupefacente con la metropoli americana, Carla era stata proiettata in un mondo che le era profondamente distante per cultura, tradizione, comportamenti sociali. Il circolo delle “signore” dei contatti locali di Costa l’aveva accolta con molto apparente affetto (ma lei percepiva qualche sotterranea ben celata ostilità) e l’aveva introdotta in un circuito – inviti da accettare e ricambiare – che infastidiva Carla. Riandava con la memoria alla sua permanenza a Berlino: nonostante l’atmosfera cupa e minacciosa della guerra e l’ombra sinistra del nazionalsocialismo, le giornate erano più stimolanti, più vere, che non fossero quelle in mezzo a quelle pigolanti massaie con velleità di emersione sociale. Una cosa l’aveva colpita in particolare: i gioielli che le signore indossavano ai numerosissimi e frequenti ricevimenti: era tutti copie! Eleganti, belli, ma copie!

Nati come colonia britannica, gli Stati Uniti, erano stati popolati con esiliati, prigionieri, prostitute: gli “scarti sociali” dell’Inghilterra, che ovviamente non avevano portato con sé gioielli di famiglia: la maggior parte di essi non aveva mai posseduto gioielli; e chi ne aveva invece posseduti li aveva ceduti, all’imbarco, per garantirsi qualche privilegio a bordo. Quando le famiglie di ex coloni, arricchitesi e diventate proprietarie di terre e di industrie, cominciarono a considerare lo status sociale come elemento di non secondaria importanza, sentirono il bisogno di affermare il loro benessere con l’esibizione di simboli. Alla mancanza dei gioielli nel novero di questi simboli pose rimedio un geniale orafo napoletano, Gustavo Trifari, emigrato in America nel 1910. Copiati da modelli inglesi e italiani del passato, i gioielli Trifari erano caratterizzati dalla fattura di altissima qualità, ma da pietre utilizzate normalmente a livello di bigiotteria. Carla ne aveva visti di meravigliosi, indossati dalle mogli degli industriali che gareggiavano con le loro mise: nell’abbondanza di tessuti sfarzosi – sempre troppo chiassosi per foggia e colori per i gusti di Carla – spiccava invece l’eleganza dei gioielli.

La permanenza a New York aveva propiziato l’emergere di un nuovo interesse condiviso dai coniugi Papadachi: il gioco del golf.

Il gioco del golf si era largamente già diffuso negli States. Le sue origini “nobili” scozzesi, un popolo antico ma piuttosto rude, sembravano attagliarsi alla perfezione alle inconsapevoli ma vigorose pulsioni di riscatto–vendetta degli ex coloni e pionieri. Le clubhouse dei circoli erano ambienti lussuosi che esponevano trofei e blasoni antichi (mai più di cento anni!) e i Golf club selezionavano con attenzione i Soci: entrare a farne parte fu per Mrs. E Mr. Papadachi una vera promozione sociale. Ma fu anche la scoperta di un modo gradevole per trascorrere i fine settimana all’aria aperta. Per Carla, da sempre abituata al contatto con la natura fu un periodo davvero sereno. Che durò fino a quando Costa, con l’usuale  l’irruenza e competitività del suo carattere, dopo aver partecipato quasi per gioco ad un torneo, ed avendolo purtroppo vinto, fu preso dalla solita smania di gareggiare: non solo come singolo, ma anche in coppia con Carla.

A quel punto i fine settimana piacevoli e rilassanti si trasformarono in allenamenti coatti e in giornate faticose: sia fisicamente, sia sul piano psicologico. Carla si stancò ben presto di questa stressante evoluzione e prima saltuariamente, poi sistematicamente disertò i fine settimana golfistici, ma Costa perseverò. E divenne oltre che l’ospite ideale dei cocktail party anche uno tra i più gettonati partner (di tennis e di golf, ovviamente!) delle clubhouse che frequentava.

Terminati i sei mesi della permanenza a New York, i coniugi Papadachi rientrarono a Milano, con la consapevolezza che tutto era rimasto come prima.

Ed è ovviamente doveroso precisare che la responsabilità dei problemi di quel ménage era equamente ripartita tra i due coniugi: perché all’ esuberanza di Costa, che da qualche parte doveva ben sfogarsi, faceva riscontro il teutonico autocontrollo e la quasi anaffettività di Carla che sembrava indifferente alle scappatelle del marito, purché fossero mantenute nell’ambito di un dignitoso riserbo, almeno –pensava – nei suoi confronti. Va anche detto che in quell’effervescente periodo – che generalmente va sotto la definizione di boom economico – nella borghese “buona società” milanese, per un suo esponente mascolino, avere un’ “amica” non era considerata grave infrazione all’etica sociale: niente di molto diverso da ciò che succedeva anche nell’Ottocento. Ciò che forse era diverso, e molto più moderno, è che anche le signore potevano avere un “amico”; e non è detto che le coppie interessate (quelle legittime, intendiamo) operassero in modo perfettamente chiastico: infatti il marito dell’”amica” di un signore non necessariamente intratteneva quella che si definiva in modo salottiero un’affettuosa amicizia con la di lui moglie. Dunque, la ragnatela delle relazioni legittime e meno, raggruppava in legami notevolmente solidi, anche se a geometria variabile nel tempo, un nutrito gruppo di persone. Naturalmente c’erano delle eccezioni: e Carla ne faceva sicuramente parte.

La residenza milanese dei Papadachi, nel frattempo, parallelamente alla crescita delle fortune professionali di Costa, era assurta all’eleganza di molte magioni della migliore borghesia, complice anche il buon gusto di Carla e la sua istintiva facilità – l’educazione ricevuta da Frau Greta e tutte la sue esperienze del passato avevano prodotto generosi frutti – a scelte vincenti nel campo dell’arredamento e del bon ton.

Cosicché gli inviti in casa Papadachi erano parecchio graditi e nella gestione delle relazioni sociali Carla dava davvero il meglio di sé: sembrava davvero il paradigma di quel detto che vuole che dietro ad un uomo di successo ci sia una grande donna.

Forse chi soffriva di più delle tensioni domestiche erano le due bimbe: quando Costa era in casa – cosa che fortunatamente accadeva non troppo di frequente – le bimbe dovevano muoversi il più silenziosamente possibile : “per non disturbare papà” raccomandava mamma Carla; non potevano suonare i loro dischi sullo stereo paterno (fatto venire appositamente dall’America e riservato agli ascolti “classici” di Costa: quasi sempre ad un volume che faceva tintinnare i bicchieri di cristallo nei loro armadi, nel confinante “office”); la frequentazione di amici e compagni di scuola era assoggettata a preventive indagini paterne su censo ed abitudini delle famiglie di provenienza. In questo, come in molte altre cose che riguardavano le figlie, Carla abilmente mediava, garantendo alle figlie più democratiche frequentazioni e più libertà di quanto Costa non auspicasse. Ma, comunque, l’educazione ricevuta, i suoi non semplici rapporti con Frau Greta e le inclinazioni piuttosto autoritarie di Costa, che, per quanto in parte contrastate, segnavano comunque i rapporti con le figlie, facevano di Carla una madre piuttosto rigida e scarsamente propensa alle affettuosità.

A temperare questa severa atmosfera milanese rimaneva, per fortuna, l’oasi dello Spineto: quando era possibile, tra Pasqua e i Santi, durante il fine settimana o nei periodi di vacanza scolastica, Carla con le bimbe “scappava” allo Spineto, disertando, quando riusciva, le parentesi golfistiche di Costa che, d’altra parte, non chiedeva di meglio, per dedicarsi alle sue “madamasse” come le definiva nella sua mente Carla: solo che una volta le era uscito di dirlo – durante una telefonata liberatoria con sua cugina Dedè – e temeva che sua figlia Greta l’avesse sentita.

Sua madre, Frau Greta, continuava a stare allo Spineto, durante la “saison”, con una coorte di improbabili collaboratrici domestiche, capeggiate come sempre dall’ineffabile e fedelissima Irma, che tuttavia, dopo una rovinosa caduta in casa e una frattura scomposta all’omero, sempre più spesso, anche dopo la lunga ingessatura e conseguente rieducazione motoria, disertava le trasferte a Serravalle, rimanendo, qual nume tutelare, a Genova ad accudire l’avvocato Polo che non amava trascorrere troppo tempo lontano dal suo studio e che, col trascorrere degli anni, era diventato sempre meno tollerante della svagata stravaganza della moglie. La povera Luisa invece seguiva, quasi bagaglio appresso, Frau Greta nelle trasferte oltregiogo: e Frau Greta se ne lamentava sistematicamente asserendo che era “..come se non ci fosse!”

Lo Spineto non era certamente il paradigma del confort: gli impianti di casa sentivano il peso degli anni; la crescita della popolazione gravitante (oltre a Carla, anche Max si era sposato ed aveva avuto due figlie; Arturo invece rimaneva pervicacemente singolo, occupato a seguire cantieri in giro per il mondo e a scoprire lapidi nelle latrine turche, piuttosto che a pilotare alianti a Bariloche, in Argentina), aveva riempito fino alla saturazione gli spazi della parte notte della sia pur vasta casa. Ma uno spirito di adattamento, tacitamente condiviso da tutti, e una sorta di “eroismo” rurale spingeva la popolazione dello Spineto a considerare le condizioni abitative che vi si incontravano assolutamente normali; erano la pietra del paragone sulla quale saggiare i loro ospiti: sia per gli adulti, sia per la giovane generazione delle nipoti, chi non sapeva resistere a dormire in una stanza sul soffitto della quale passeggiavano ragni di ragguardevoli dimensioni, non era degno di essere annoverato tra i graditi ospiti della dimora serravallese. L’apparizione di qualche topo non sconvolgeva più che tanto il placido scorrere delle giornate allo Spineto. Con la sola eccezione di quello che, sfuggito alle ispezioni sistematiche dopo la riapertura pasquale della casa, era stato trovato affogato nell’olio, con la testa incastrata nell’apertura di un’oliera: quell’oliera aveva le due regolamentari ampolle che terminavano con due beccucci divaricati, tali da farle sembrare due gambe terminati in due corrispettivi piedi ed era universalmente chiamata “il penduto”, con evidente riferimento all’arcano dei tarocchi. Il topo nel penduto era immediatamente assurto a leggenda domestica e raccontata, soprattutto dalle giovani driadi locali, alle malcapitate ospiti che si fossero imprudentemente lamentate dell’abbondanza di popolazione animale non domestica della casa.

IL TESORO DEL MANDROGNO Indice dei capitoli