Il tesoro del Mandrogno (dodicesima e ultima puntata)

Lo Spineto si divide

Gli anni erano trascorsi nell’avvicendarsi di chiusure e riaperture dello Spineto, che, pur avendo perso quella caratteristica di epicità del passato, rappresentavano pur sempre un evento di qualche importanza nella vita altrimenti regolarmente borghese della famiglia Papadachi.  La morte di Frau Greta, come conseguenza di una frattura del femore (la seconda: dalla prima quell’impareggiabile donna era uscita brillantemente, magari con qualche accresciuta stravaganza, conseguenza probabile dell’anestesia), aveva complicato notevolmente le cose: lei era stata beneficiaria, vita natural durante, dello Spineto, e dunque non si poteva nemmeno pensare ad una divisione tra gli eredi; ma alla sua morte il testamento dell’avvocato Polo Foscarini stabiliva, con il tradizionale criterio della primogenitura, che lo Spineto passasse a sua figlia Carla. Ma lei, che aveva fatto dell’equità più che un principio fermo della sua vita, quasi un’ossessione e che riteneva che l’equità dipendesse dalla matematica, aveva volutamente infranto la volontà paterna, decidendo di condividere con i suoi fratelli la proprietà dello Spineto.

Per qualche anno tutto era rimasto come sempre. Poi qualche dissapore serpeggiante aveva consigliato di ricorrere al Notaio e di dividere tra i tre fratelli lo Spineto e le sue terre: i veti e le pretese incrociate su affacci, prospetti, dimensioni di superficie, conservazione di spazi acquisiti avevano dato luogo ad una divisione degli edifici e dei terreni che qualcuno dotato di spirito appena appena razionale aveva definito “il sogno di un pazzo”. Si erano dovuti costruire ardimentosi accessi per connettere parti che erano rimaste isolate tra due porzioni di una medesima proprietà; la scala interna, che aveva da sempre collegato i tre livelli abitativi dell’edificio padronale, attraversava ora il primo piano senza dare acceso a nessun locale.

Carla, nel pervicace intento di appianare le controversie, se possibile anche prima del loro insorgere, aveva scelto per sé la parte di edificio già rustica dimora dei “manenti”. Quella parte degli edifici, a partire dalla fine degli anni ’60, dopo l’ultimo San Martino degli ultimi rappresentanti di quella categoria, che erano scesi a valle a coltivare terre meno difficili di quelle dello Spineto, era stata l’abitazione estiva (meglio, nel periodo di apertura della casa) di una fedele anziana contadina con marito disabile che svolgeva la funzione, durante la saison di apertura, di custode e cuoca. Morto il marito, anche in considerazione del ragguardevole numero di primavere raggiunte, si era ritirata nella sua residenza invernale in un paese vicino, e i locali erano rimasti vuoti.

Costituzionalmente vocata ad evitare conflitti e a garantire l’unità familiare (o meglio, quella che a lei pareva essere unità e che invece era solo pace armata), Carla aveva scelto per sé nella divisione proprio quella parte, la meno appetibile degli edifici esistenti: lo era naturalmente a causa della sua collocazione, nella parte più distante dall’accesso principale e anche per l’evidente necessità di provvedere a costosi lavori di adattamento.

Aveva ingaggiato un amico architetto, specializzato nell’arredo di barche, e aveva messo mano alla ristrutturazione di quell’alloggio, incoraggiata anche economicamente da suo marito, tanto burrascoso nel carattere, quanto generoso nella determinazione di garantire a sua moglie e alle sue figlie le migliori condizioni di vita possibili; per di più motivato anche dal fatto che non apprezzava di essere considerato un ospite dal resto dei residenti dello Spineto (considerazione riservata piuttosto democraticamente a tutti i parenti acquisiti da parte dei Foscarini).

Ne aveva ricavato una casa confortevole e in grado di ospitare la sua famiglia, ma la mancanza di un riscaldamento ne limitava l’uso alla bella stagione.

Certo la specializzazione nautica del progettista aveva dato luogo a qualche situazione non proprio ideale: l’ingresso principale alla casa comportava un attraversamento in diagonale dell’ampio soggiorno, per raggiungere la cucina e le scale che davano accesso ai piani superiori: situazione accettabile certamente su una barca, ma poco felice per una abitazione dove i movimenti erano certamente più frequenti che non in navigazione e le presenze umane assai più numerose che non a bordo; l’inevitabile disposizione del soggiorno prevedeva di conseguenza i divani e la televisione collocati da parti opposte di questo “sentiero obbligato”. Ne risultava una situazione nella quale si verificavano transiti di familiari o –  Dio non voglia! – di domestiche proprio mentre la squadra del cuore stava segnando un goal e Costa, opportunamente ridesto dal sonnellino postprandiale, si sforzava di propiziarlo con lo sguardo; o quando il tennista di turno si esibiva in un passante lungolinea vincente spettacolare. Il di lui collerico carattere mediterraneo prorompeva allora nell’esternazione di tutto il suo disappunto, preceduto dalla rituale invocazione “Cristo santo!” che era come il bagliore del fulmine che precede il roboante e prolungato rimbombo del tuono: tuono che non risparmiava chiunque si fosse reso reo dell’eclissi televisiva, indipendentemente da età, genere o censo.

L’abitudine di Costa a praticare lo sport del golf, acquisita nel soggiorno nuovayorchese era stata mantenuta anche dopo il rientro in Italia: giocava a favore di questa decisione il fatto che l’esercizio di quello sport, allora riservato a pochi, per gli alti costi che esigeva, comportasse la frequentazione di luoghi piuttosto esclusivi e di persone certamente almeno benestanti e piuttosto inserite nella ricca borghesia. A ciò si aggiungeva, come elemento non marginale, la presenza di signore di mezza età piuttosto annoiate e unite ai rispettivi consorti, spesso assai più anziani di loro, da vincoli non propriamente disinteressati o di puro amore.

Costa era senza dubbio sinceramente innamorato di sua moglie: sbaglierebbe chi pensasse il contrario. Ma la rigidità di carattere di Carla, che sfociava quasi nell’anaffettività, e la congenita propensione all’apprezzamento del fascino femminile spingevano Costa a preferire la frequentazione delle club–house piuttosto che della residenza di campagna dello Spineto. Per dire il vero, aveva comunque tentato di coinvolgere Carla nell’attività golfistica, anche dopo il ritorno dagli States: lei, almeno all’inizio, aveva accettato di condividerlo con il marito. Ma il tipo di persone che frequentavano i golf club italiani, erano forse più insopportabili per Carla di quelli nordamericani: industrialotti brianzoli con giovani amanti ingioiellate, manager rampanti alla ricerca di una omologazione nella buona società erano la norma; certo vi si poteva incontrare anche qualche persona interessante, ma lo scotto da pagare in conversazioni futili e banali era davvero troppo alto. Per di più la pulsione agonistica che aveva determinato l’allontanamento di Carla dai green americani non aveva tardato a manifestarsi nuovamente, e in maniera dilagante, giungendo  talvolta a coinvolgere persino la sua reticente adolescente figlia Greta; si era arrivati così quasi senza discuterne ad un tacito accordo: Costa se ne andava a giocare a golf e Carla rimaneva a casa a Milano o, nella stagione mite, andava allo Spineto. 

In questa sorta di limbo matrimoniale, mentre le figlie crescevano e cresceva anche l’inserimento di Costa nella buona borghesia industriale milanese, tra le assidue frequentazioni scaligere, le vacanze estive principalmente allo Spineto, se si eccettua un periodo compreso tra i quindici giorni e un mese trascorso a Portofino, dove Costa poteva coniugare la frequentazione dei vip milanesi e dei vecchi amici genovesi, gli anni erano trascorsi quasi impercettibilmente: Carla da una parte, madre di famiglia e perfetta padrona di casa nelle occasioni sociali; Costa dall’altra, affaccendatissimo uomo d’affari, disperazione delle fedeli segretarie puntualmente accusate di avergli nascosto il passaporto – che riposava invece ignaro nelle tasche del suo trench, appeso nell’armadio – e gravemente contagiato dall’ansia tutta milanese di fare presto.

Chi se n’era certamente accorto era stato l’ex Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, padre di un collega di Costa; stava assiso ad un tavolino di un noto caffè sulla piazza di Portofino, sotto alla propria bellissima casa, con un elegante completo di lino ed un candido panama sul capo, quando, vedendo Costa che attraversava con il solito passo frettoloso la piazza – in pieno agosto era quasi impossibile che le motivazioni della sua fretta fossero di natura lavorativa –aveva dismesso la lettura del suo giornale e l’aveva apostrofato: «Bravo Costa! Corri, corri, che così arrivi primo a Staglieno!»

Dunque, era questo! Era per questa vita senza sussulti – se non si consideravano le sfuriate di Costa, che tuttavia erano come i temporali estivi: sonore, rapide a manifestarsi, rapide a svanire, senza lasciare segno – ma anche senza eccellenze che Carla era stata preparata dall’educazione ricevuta. Così rifletteva tra sé e sé, seduta nel portico dello Spineto, guardando il sole che tramontava dietro le colline e sorseggiando il suo bicchiere di whisky – con molta acqua e ghiaccio – e fumando l’ormai abituale sigaretta al mentolo: si può dire che fossero gli unici suoi vizi, ed erano, come si vede, di ben modesta entità.

Mentre rifletteva con un po’ di scoramento su questi pensieri, sentì nella sua testa la voce di Frau Greta, sua madre, che diceva: «Oh bravo! Tu non ti preoccupare! Lascia queste fantasie a quei farabulani dei filosofi. Fai solo quello che ti sembra giusto. Fai la moglie e la madre e vedrai che tutto andrà sempre come deve andare». 

L’ whisky era finito, come la sigaretta; e un piccolo brivido di freddo – il sole era ormai tramontato da qualche minuto – la indusse a rientrare in casa.

Epilogo

Avevano sempre sperato che si trovasse lo stivale pieno di marenghi d’oro, quello che per loro – gli abitanti dello Spineto – doveva essere per forza quello di Isidoro Chenousset. Nessuno aveva mai capito che le monete d’oro nascoste nello stivale non c’erano mai state! O, se c’erano state, erano presto sparite senza lasciare traccia di sé. Il tesoro del quale favoleggiava la leggenda era sempre lì: era lo Spineto; la casa delle radici della famiglia, di quelle radici profonde e vigorose che permettevano di affrontare ogni vicissitudine della vita nella convinzione che ogni tempesta si sarebbe acquietata, che ogni disavventura avrebbe avuto soluzione e la solidità della loro storia, la continuità delle loro abitudini, pur nel mutare imposto dai tempi, li avrebbe protetti e incoraggiati a perseverare, a migliorare.

Se lo avessero capito avrebbero smesso di contrapporsi per ogni sciocchezza; avrebbero accettato di sacrificare la miope soddisfazione puntuale di piccole e meschine volontà di predominio alla solida forza di una convivenza pacifica.

Fino a che era vissuta Frau Greta, con le sue svagate e perentorie asserzioni, con i suoi imprevedibili “oh, bravo!” aveva spento sul nascere contrasti  e fantasie: lo Spineto era tutto di tutti! Quando lei era mancata era lentamente ma inesorabilmente venuto meno il tacito assenso alla condivisione e, cominciando dalle piccole cose – una carriola, una zappa,… – era montato il tarlo della rivendicazione di titolarità. Carla, di fronte a questa deriva, che percepiva chiaramente come una minaccia al suo modo di concepire la vita, aveva istintivamente adottato l’atteggiamento del sacrificio: rinunciare per sé e per la sua famiglia a scegliere ciò che altri appetivano; sostenere economicamente interventi che altri proponevano ma che non volevano o potevano pagare. Il tutto abilmente celato sotto un profilo comportamentale di rigore e di equità.

Ma non aveva compreso che attutire i contrasti, anziché affrontarli e rimuoverne le cause, era un atteggiamento che avrebbe funzionato solo finché lei avesse avuto la capacità di farlo e che la sua azione, certamente ispirata ai più nobili propositi, preparava invece una maggiore conflittualità quando fosse venuta meno.

Adesso stava lì nel portico, immobile sulla sedia a rotelle. Con lo sguardo rivolto a occidente, al profilo delle colline, verso il sole che tramontava, con una coperta lieve posata sulle gambe ormai inutili a sorreggerla. Quanto era cambiata dalla donna asciutta ed energica che avevo conosciuto al tempo della mia giovinezza! Chissà che cosa stava chiedendo al sole morente? Forse che anche gli altri capissero; che dessero pieno senso alla sua esistenza tutta spesa per la famiglia, comprendendo e accettando di adeguarsi. Forse.

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