Antifascismo e resistenzaAntifascisti e partigianiRacconti, testimonianze, favole, poesie

La liberazione di Serravalle

È mancato il 12 novembre ROMOLO BENASSO, partigiano della brigata Arzani, divisione Pinan-Cichero, e personaggio notissimo a Serravalle Scrivia. Nell’aprile scorso aveva compiuto 100 anni.
Negli ultimi anni della sua vita ha pubblicato diversi libri, di memorie e di riflessione.
Per ricordarlo proponiamo questo testo, tratto dal volume “Uno di Serravalle. Guerra e dopoguerra del Partigiano Sipe”, il primo libro da lui pubblicato, uscito in prima edizione, per le edizioni Joker, nel 2003.
I suoi libri sono reperibili nei principali store online e nelle librerie di Novi Ligure.
Le fotografie che accompagnano questo articolo sono state scattate da Anna Focante ne l 2009, ad eccezione di quella che chiude l’articolo, scattata ne 2023 (redazione Chieketè).

Verso la fine di marzo appresi dalla zia di Boschetto che i tedeschi avevano arrestato mio padre chiedendo in cambio del suo rilascio che mi consegnassi spontaneamente. Quando mi informarono della notizia, mio padre era detenuto già da parecchi giorni nelle carceri di Serravalle. Motivarono il ritardo col fatto che era più logico che si rischiasse la sua vita, che non la mia che ero più giovane. Può sembrare crudele, ma così pensò la mia famiglia. Quando comunque fui messo al corrente del fatto mi dissero anche che la situazione in carcere, nel corso dei giorni, volgeva al meglio. Ciò che arrivava dal fronte confermava lo sfacelo (eravamo a fine marzo) degli eserciti italo-tedeschi e quindi i carcerieri di mio padre, coscienti della loro precarietà, sapevano che gli conveniva comportarsi adeguatamente. Fu comunque per me un momento di assoluta tensione e seguii quotidianamente l’evolversi della situazione. Nei primi giorni di aprile mio padre fu liberato.

Verso la fine della prima decade di aprile, nelle prime ore del mattino, eravamo di pattuglia a Vargo e incontrammo, sdraiato su una lesa trainata da buoi, un partigiano gravemente ferito. A fatica ci raccontò che lui ed un altro partigiano, di ritorno da un’azione in pianura, erano rimasti vittime di un’imboscata da parte di militari tedeschi.

[…] Nella notte, forze tedesche avevano occupato la collina e stavano evidentemente preparando un attacco alla zona di Sorli. Corremmo ad avvertire il nostro Comando e subito una quindicina di uomini del distaccamento Squadra Volante furono spostati ad Albarasca, località a metà strada tra Vargo e Sorli.

Avanzando nel bosco sovrastante la frazione e riparati dagli alberi, cercammo di recuperare la vetta dove immaginavamo fossero ancora appostati i militari tedeschi. Infatti quasi subito fummo bersagliati da raffiche nemiche ed uno dei nostri cadde colpito a morte. Nel frattempo i rimanenti uomini del distaccamento, con l’appoggio di uomini del distaccamento Fracchia, attaccavano contemporaneamente dalla parte di Sorli i tedeschi, che si trovavano così accerchiati. La loro resistenza durò alcune ore e poi si precipitarono giù verso Borghetto, inseguiti da noi e lasciando sul terreno diversi morti. Ci recammo quindi nel punto descrittoci dal partigiano ferito, e nel sentiero a poche diecine di metri dalla chiesetta della Madonna della Neve trovammo il nostro compagno con il cranio sfracellato da colpi di pietra.

Il giorno dopo il nostro Comando decise un attacco a Borghetto. Vennero impegnati tutti i distaccamenti della Brigata Arzani e della Brigata Oreste e si provvide a circondare da tutti i lati la cittadina per impedire sia che arrivassero rinforzi da Serravalle, sia che i tedeschi potessero tentare eventualmente una fuga.

A Sorli fu piazzato il distaccamento armi pesanti. Il posizionamento dei distaccamenti richiese tempo e venne ultimato solo nel primo pomeriggio. Noi della Squadra Volante, senza avvertire il Comando, scendemmo verso Borghetto ed entrammo in una villa a poche centinaia di metri dal paese. La villa era collocata su una piccola collina e quindi in posizione favorevole. La proprietaria naturalmente non si dimostrò entusiasta del nostro arrivo e quando Negus, dalla finestra della sala, sparò i primi colpi con il bazooka verso Borghetto, la signora protestò fortemente sottolineando che la fiammata che usciva dal retro dell’arma, stava bruciando i suoi tappeti… Le ricordammo che stavamo facendo la guerra e le suggerimmo di toglierli.

Dopo un certo periodo di tempo, ci accorgemmo che da Sorli il distaccamento armi pesanti, con i suoi mortai, anziché colpire il centro del paese, dove erano annidati i tedeschi, stava sbagliando il bersaglio e le bombe cadevano molto vicine a noi. Non ci volle molto per capire che stavano proprio puntando su di noi ed infatti poco dopo il tiro venne purtroppo raddrizzato e le bombe cominciarono a cadere sul tetto della villa.

Il Comando da Sorli, vedendo uomini armati muoversi attorno alla casa, immaginando che fossero tedeschi, aveva dato ordine di puntare in quella direzione. La colpa era nostra che non avevamo ritenuto di dovere avvertire il Comando sulla nostra intenzione di scendere ad occupare un avamposto! Solo dopo molti tentativi riuscimmo a comunicare ai nostri che ci stavano sparando addosso. D’incanto il fuoco cessò ma ormai avevamo perso delle ore e con l’imbrunire il Comando ritenne di non dovere rischiare uomini per il raggiungimento di un obiettivo che per il momento non era indispensabile.

Ai primi di aprile dalla pianura cominciarono ad affluire numerosissimi giovani che non si erano presentati alle armi rimanendo nascosti, e giovani disertori della Repubblica di Salò, desiderosi di entrare a fare parte del movimento partigiano.
Francamente, quel fatto dei giovani che salivano su in montagna era per noi positivo poiché ci confermava che le forze nemiche si stavano sfaldando e che si stava avvicinando la fine della guerra. Avremmo preferito che fossero saliti da noi qualche mese prima… ma li accogliemmo comunque con simpatia.

Nel mese di aprile si intensificarono i lanci alleati di armi e ci vennero consegnate divise americane che indossammo tutti. Così il nostro, da esercito di ‘ribelli’ dai variegati colori, divenne, anche formalmente, un esercito regolare.

Il 24 aprile arrivò finalmente la notizia che Genova era insorta ed il nostro Comando della VI Zona Operativa ordinò alle forze partigiane di iniziare la marcia verso la liberazione delle nostre città e dei nostri paesi. Alla Brigata Arzani venne assegnato il compito di scendere verso Borghetto, Arquata, Novi, Cassano, e Villalvernia, zona molto vasta e ancora controllata da grossi presidi tedeschi.

Scheda riconoscimento partigiano di Romolo Benasso

A Borghetto le forze partigiane incontrarono una forte resistenza e solo dopo furiosi combattimenti il presidio tedesco si arrese. In memoria della tragica fine del nostro compagno al quale venne fracassato il cranio dopo che cadde ferito, il nostro Comando, non essendo riuscito ad ottenere la confessione da parte dei militari direttamente colpevoli, decise di usare il sistema della ‘“decimazione”, largamente adoperato in passato dalle forze tedesche.

Vennero sorteggiati dieci prigionieri e messi davanti al plotone di esecuzione, lasciando a loro il tempo necessario per un ripensamento, e finalmente vennero fuori i nomi dei due militari colpevoli del feroce assassinio. Vennero fucilati non perché avevano ucciso in combattimento, ma per l’atrocità con cui avevano finito il nostro compagno.

La notte del 24 aprile io scesi con i miei compagni verso Serravalle. Sapevamo che era occupata da un gruppo di circa duecento uomini comandati dal tenente tedesco Uthec. La mattina del 25 scendendo da Monte Spineto, ci piazzammo a mezza costa ed iniziammo un furioso combattimento, indirizzando i nostri colpi verso Porta Genova, la parte del paese oltre il fiume che dà verso Arquata.

[…] La battaglia durò per diverse ore. Nel pomeriggio attraversammo il ponte sullo Scrivia e cominciammo ad occupare alcune posizioni nel paese. I tedeschi con le loro batterie distrussero alcune case nel centro e solo il giorno dopo il tenente Uthec si arrese. Dopo lunghi patteggiamenti (Uthec minacciava di fare uccidere ostaggi che diceva di avere in sue mani a Novi) concedemmo ai tedeschi via libera per la ritirata verso il nord. Uthec era colui che aveva ripetutamente minacciato mia madre di uccidere suo marito se non mi fossi consegnato. Rimpiango di non avere aderito alla richiesta di mia madre, che nel giorno della Liberazione mi aveva chiesto di accompagnarla davanti al tedesco per potergli dire: “Ecco tenente, qui c’è quel mio figlio che desiderava tanto ‘conoscere’…’’!

Quel 26 aprile tutto il paese era letteralmente per le strade e noi partigiani venimmo sommersi dagli abbracci, dagli applausi di tutta una popolazione gioiosa per la fine di una guerra che era sembrata eterna. Sempre quel giorno vidi avvicinarsi a me il proprietario di una grossa fabbrica, che riconoscendomi in mezzo a quella folla straripante, mi abbracciò entusiasta e mi disse: “Bravo, bravo figliuolo, assieme ai tuoi compagni, hai contribuito a salvare l’Italia, ve ne siamo tutti riconoscenti”. Devo dire che il fatto mi impressionò abbastanza, perché quel signore era sempre stato, per noi popolo, inavvicinabile. Ma imparai a capire che quell’episodio era appena l’inizio di una lunga storia.

La gioia di quei giorni bellissimi era arricchita dall’arrivo della primavera, gli alberi cominciavano a mettere i primi germogli, il sole cominciava a distribuire il suo tepore. Il paese era in festa, ed io, uno dei pochi partigiani di Serravalle, ebbi la fortuna di scendere il giorno della Liberazione nel mio paese. Per parecchi giorni venni circondato dall’affetto e dalla ammirazione degli abitanti, e scoprii, con stupore, che praticamente tutti i Serravallesi erano stati da sempre antifascisti! Mi sentivo gratificato dalle incessanti attenzioni nei miei confronti e mi accorsi di avere un grande numero di amici che non avevo mai conosciuto…

I giorni che seguirono la Liberazione li passai a raccontare, su richiesta, la mia storia di partigiano, oppure divertendomi a sparare con il mio mitra dal ponte sullo Scrivia ai topi che infestavano le pietraie del fiume. Sparavo molto bene, e poiché passavo lunghi periodi sul ponte a colpire bersagli impossibili, avevo sempre un nutrito pubblico come spettatore. Ricordo che a volte, alcuni militari americani di passaggio, mi buttavano le sigarette nel fiume e si divertivano a vedere come io le colpivo regolarmente.
Devo dire di essere stato da sempre un discreto esibizionista e quindi, avendo scoperto di possedere la proprietà di ottimo tiratore, mi esibivo spesso e volentieri.

Una sera di luna, nel pieno centro del paese sparai ad un filo della corrente ad alta tensione ed incredibilmente lo tranciai. Serravalle, che da soli pochi giorni aveva dimenticato l’oscuramento imposto in tempo di guerra, si ritrovò di nuovo al buio. I cittadini non apprezzarono…

[A inizio giugno] si provvide a trasferire a Serravalle le salme dei Martiri della Benedicta. Vennero esposte nella piazza del mercato del paese le sedici bare contenenti i corpi delle giovani vittime della ferocia nazifascista. L’atmosfera ridiventò tesa, ed io ricordo di avere visto quel giorno, tra i prigionieri che avevamo prelevato dal carcere e trasferito nella piazza affinché vedessero i risultati dei crimini commessi dai loro camerati, un membro delle Brigate Nere che nei giorni precedenti alla mia salita in montagna si era vantato di avere partecipato alla strage.

Non riuscii a trattenermi e lo prelevai per ricordagli ciò di cui si era vantato. Quindi lo condussi dietro il muro di cinta della piazza e, ricordandomi di quell’episodio di un anno prima, quando due camerati miei coetanei dal cinema del paese mi avevano portato proprio in quel punto per sparare sopra la mia testa due colpi di pistola, resi la “botta” facendo partire una raffica tra le gambe del fascista. Mi sembrò comunque poca cosa in quella giornata in cui, a pochi metri da noi, erano esposte le bare di sedici giovani.
Ai funerali partecipò letteralmente tutto il paese.

In quei giorni intanto si era costituito un tribunale popolare che doveva giudicare i fascisti caduti prigionieri. Il tribunale si riunì nel grande salone del cinema di Serravalle. Era composto da partigiani, componenti del C.L.N. locale e comuni cittadini che formavano la giuria popolare. Agli imputati venne concesso il diritto alla difesa. Tutto appariva regolare, se non che il salone si era riempito di cittadini che reclamavano a gran voce la pena di morte per gli imputati. Fu per me un momento di riflessione. Non ero certo tenero verso i fascisti che avevo combattuto duramente durante i mesi della guerriglia partigiana. Mi ricordai dei momenti terribili che avevo passato nelle carceri di Voghera, ma mi accorsi che in quel momento quelli che infierivano più duramente nei confronti degli imputati erano i cittadini presenti in quella sala. Tra costoro individuai molti serravallesi che non avevano mai speso una parola contro Mussolini, e anzi si erano dimostrati da sempre solidali con quel regime. Indubbiamente tra i presenti molti erano anche quelli che avevano sofferto per avere subito imposizioni, angherie e soprusi da parte dei gerarchi. Mi impressionò comunque la ferocia dimostrata contro il gruppo di imputati da parte del pubblico. Se la guerra fosse finita con la vittoria nazifascista, sarei stato io forse uno degli imputati per il quale veniva richiesta la pena di morte…

Un pensiero su “La liberazione di Serravalle

  • Otello T.

    Interessante. Avevo letto 2 libri suoi .

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