Don Gianni RUSSOTTO, curato a Isola del Cantone
Gianni Russotto (1941-2023) ha avuto una vita intensa. Ordinato sacerdote, dopo aver svolto la sua missione per alcuni anni in Italia, sì trasferì in CIle dove resrò per undici anni e visse in prima persona il golpe di Pinochet.
Ritornato in Italia, decise di abbandonare l’abito talare, ma non la fede: si sposò e fu attivo nel sindacato genovese.
I primi anni del suo sacerdozio li visse a Isola del Cantone, dove intrecciò con Sergio Pedemonte una intensa amicizia destinata a durare nel tempo (qui immortalata nelle foto scattate durante una loro gita, di pochi anni fa, sul sentiero E1 tra Fraconalto e Arquata).
Sergio Pedemonte ricorda l’amico durante gli anni del sacerdozio a Isola, e la vivace esperienza comunitaria “Isola Viva” di cui Rissotto fu animatore (Redazione Chieketè).
Don Gianni Russotto fu Curato di Isola molto tempo fa, nei fatidici anni del ‘68. Per alcuni di noi, alla voglia di scoperte tipica dei ventenni, si sommava l’influenza del clima politico: eravamo dei sovversivi di campagna che all’ombra del campanile finivano per contestare sé stessi.

Gianni, perché sorprendentemente fu il primo Curato a farsi dare del “tu”, aprì la porta della Canonica ad un esperimento che si chiamava ISOLA VIVA. Ogni sabato sera ci vedevamo in tanti, giovani e meno giovani, a discutere su fantomatiche gite, concorsi, mostre che poi puntualmente non si concretizzavano. Ma quello che contava era stare insieme, conoscersi, parlare. Non esistevano Presidenti e Consigli, fumavamo come turchi e ci facevamo crescere la barba.

Da Gianni avremmo dovuto imparare tantissimo, anche se allora non volevamo ammetterlo: innanzitutto l’altruismo, la caparbietà nel raggiungere gli obiettivi attraverso sacrifici personali, la generosità. Avremmo dovuto accettare che un’informazione non deve essere necessariamente un giudizio e che la tolleranza non è una debolezza. Suoi, e di pochi altri, furono il Villaggio dei Ragazzi, le Miniolimpiadi, i campeggi fino a Varazze, Recco e all’Antola.

Certe sere partivamo con zaino e sacco a pelo, anche d’inverno con la neve, e andavamo a dormire in qualche cascina, soprattutto in Alpe di Buffalora, una stravaganza che ci faceva vivere momenti bellissimi: una volta recitò la parte del Diavolo, un’altra fece il fantasma arrampicandosi sul campanile, un’altra ancora rapì uno di noi sorprendendo gli altri. Andare in Alpe, divenne nel nostro immaginario sinonimo di sfida al comodo letto, a quelli che rimanevano al caldo: era la nostra vita spericolata; forse una scusa per garantirci la diversità in un mondo che stava profondamente cambiando ma non sapevamo come.

Gianni si trovò cosi al centro di un processo che forse non avrebbe voluto guidare ma che lo vide, almeno ai nostri occhi, principale protagonista. Capimmo però l’importanza di quei giorni, come succede sempre quando si cresce, non appena lui andò via, prima a Bolzaneto, poi missionario in Cile, a Copiapò.
Ripensando a tutte le presunte fughe dalla realtà, condensammo nella poesia seguente quei tempi: inutile dire che non riesce senz’altro ad esprimere ciò che abbiamo provato.

A pensarci bene non era stupido
quel sentiero
che ci portava in Alpe al buio
anche se anonimo e faticoso
ma non guardarsi attorno
permetteva un dialogo
e riuscivi almeno a confessarmi.
Poi
sulla modesta vetta
quasi sempre sudato nella nebbia
ti fermavi alla porta di S. Anna
io scoppiato lì vicino
scettico ma serio
ascoltavo quel misto di preghiera
che usciva insieme alla tua tosse.
Non riuscivo a ridere
come avrei fatto in città
ed anche col solito vento
cessavan il respiro quei ruderi
scomposti e provati dal tempo.
