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Ma il Duce… è quello lì?

Benito Mussolini giunge in Alessandria il 17 Maggio 1939, tappa di una lunga visita che tocca diverse città del Piemonte. 
Dall’intera provincia i Fasci locali vengono mobilitati per inviare i militanti fascisti e gli iscritti alle diverse organizzazioni di regime alle “adunate oceaniche” che si svolgeranno in diversi punti della città. 
Vargo, nel suo piccolo (piccolo neanche tanto, visto che all’epoca conta circa 400 abitanti, molti dei quali risiedono nelle ancor numerose cascine fuori paese), ha nel Podestà Ponassi Eugenio una figura di riferimento.

Il signor Eugenio, come in paese viene rispettosamente chiamato, dopo che la sua condizione sociale è migliorata nel ventennio, è un personaggio, come si direbbe oggi:  pur provenendo da una piccolissima comunità appenninica, periferica rispetto alle città, grazie al suo prestigio intrattiene importanti relazioni ben fuori dai confini locali.

Il discorso di Mussolini in PIazza Garibaldi

Questo per dire che le direttive fasciste non arrivavano a Vargo solo attraverso i dispacci ufficiali. 
Di come venne annunciata ai varghesi la dichiarazione di guerra, o dello svolgimento dei campi di addestramento a Voltaggio per chi poi sarebbe stato spedito sul fronte alpino o in Cirenaica, o del servizio militare svolto nel cuneese, tratteremo in un altro articolo: ora, proseguendo su filo dei ricordi, vogliamo dedicare la nostra attenzione alla parata alessandrina. 
Il punto di partenza di questa storia è la stazione ferroviaria di Serravalle. A piedi, in bicicletta o su un carro a traino animale, è comunque qui che si deve convergere per salire sui vagoni che raccolgono gli uomini dalla valle Scrivia e dalle vallate circostanti.

Arrivati ad Alessandria la meta è piazza Garibaldi, luogo nel quale i varghesi si devono posizionare: il trasferimento deve essere celere, perché bisogna inquadrare le fila, controllare le divise, e poi attendere. 
A questo punto prende corpo un farsesco ricordo familiare, quello di mio nonno paterno Angelo Vigo (★1909 – ✞2001), che viene mandato come tanti altri a questa manifestazione, non importa se motivato o meno, e soprattutto senza tanti complimenti, pena sanzioni o ripercussioni di vario genere. 
Non è da solo naturalmente, con lui ci sono altri compaesani, conterranei e valligiani raggruppati tutti insieme: tutti aspettano il Duce, anche se ben pochi di loro hanno ben chiaro che faccia abbia Mussolini (in diversi non l’hanno mai vista neppure sui giornali o su eventuali manifesti) e cosa sia venuto a fare in Piemonte.  
Le divise sono state fornite dall’organizzazione fascista per l’occasione, ed in parte accomodate a casa prima di indossarle. I fucili con cui fare il presentatarm sono scarichi, non si sa mai… se non addirittura di legno.

Piazza Garibaldi gremita in attesa di Mussolini

Insomma, il fermento dell’attesa trascorre in maniera non molto ordinata: il gruppo dei varghesi fa capannello con qualche altro “miliziano” che si conosce di vista, o incontrato sul momento, giusto in tempo per fare un’amicizia che si sa già sarà della durata di poche ore. 
Sostanzialmente i grandi eventi come questo servono per uscire dal proprio piccolo mondo e vedere qualcosa e qualcuno di diverso. Cosicché non ci si accorge che il tempo passa, che altri invitati e spettatori arrivano, e che i responsabili fascisti della parata stanno mettendo in ordine le fila dei fascisti schierati perché l’autovettura scoperta del Duce si sta avvicinando.

Il gruppetto varghese continua a scambiare qualche parola e non capisce come deve disporsi in base agli ordini concitati che riceve da ufficiali e sottufficiali sbraitanti che vanno e vengono per la piazza. 
La fortuna dei nostri, e di mio nonno in particolare, è che si trovano ad una estremità della piazza, opposta a quella da cui si sviluppa il corteo. E così, senza preoccuparsi d’altro, assistono all’avvicinarsi di una grande autovettura scortata e, con molta calma, continuano a mantenersi fuori dalle righe, sporgendosi per vederla arrivare, motivati solo da pura curiosità e non dal cerimoniale né dal protocollo (e che ne sanno del cerimoniale e del protocollo?). Sono attratti unicamente dalla curiosità, dalla città che alcuni vedono per la prima volta, non rendendosi conto che gli altri drappelli si sono man mano schierati. La loro testa vaga in un’unica direzione che non è certo quella della parata, rispetto alla quale sembrano quasi degli spettatori.

Il corteo di auto guidato da Mussolini entra in città

Insomma, la scena clou che dobbiamo immaginare è quella di 4-5 persone che, senza quasi accorgersi del mondo circostante, vedono arrivare quest’auto che si arresta proprio davanti a loro e dalla quale un impressionante figuro volge il suo sguardo (fisso ma anche un po’ stravagante) verso di loro, piantando i suoi occhi cupi direttamente verso quei ragazzi. “Cosa vorrà mai questo qui”, raccontava mio nonno rievocando la loro avventura (e la scenata in cui si trasformò). “Perché guarda proprio noi?” 
Ma ecco che un preoccupato responsabile del servizio d’ordine corre precipitosamente verso di loro gridando: “Cosa fate? perché non siete schierati? mettetevi in riga!” 
Occorre fare una precisazione. Era in effetti necessario che venisse intimato di mettersi sull’attenti perché mio nonno, ad esempio, continua a tenere candidamente le mani in tasca (col potenziale rischio che potesse nascondere un’arma), ed i suoi compagni si guardano tra di loro tenendo i fucili a terra od appoggiati ai loro fianchi (non sono carichi, ma magari la baionetta può servire per ferire).

Il clima era effervescente per la presenza del Duce, e il servizio di sicurezza probabilmente non impeccabile, con gli uomini della milizia e dei fasci più impegnati a mostrarsi al Capo del fascismo (ci siamo noi, eccoci qua!), che a curare a dovere gli aspetti della sicurezza… Eventualmente ci avrebbe pensato il manganello a risolvere tutto. Ecco perché potevano succedere situazioni grottesche come quella di cui si stavano rendendo protagonisti i fascisti arrivati da Vargo. 

Ad ogni modo il “risveglio” è fulmineo: in un decimo di secondo i nostri varghesi assumono la posizione canonica (mio nonno estrae subito le mani dalle tasche per dimostrare che non ha nulla da nascondere), ed il Duce riprende senza problemi il percorso, rendendosi ovviamente conto di trovarsi di fronte a dei figuranti preparati come si può, e comunque senza intenti cattivi (ma comunque è bene non fidarsi; la prima paura di un dittatore è sempre che attentino alla sua vita). 
Resta però, in quei ragazzi un interrogativo senza risposta: “Ma chi è klè quel lì ku pasa?” (e meno male che non l’hanno indicato puntandolo con un dito e con la qualifica dispregiativa “lì-lè”). La risposta è altrettanto fulminea da parte dello staff: “Saluto al Duce del fascismo, il cavalier Benito Mussolini! 
Mio nonno ed i suoi compari non nascondono, rievocando l’episodio, la loro delusione: “Ma l’è quel lì u Dúce?” Ben messo, sì, ma brutto, senza capelli, con quell’aria strana ed occhi strabuzzati, quell’abito nero… molto più belli i cavalli, le armature di chi lo scorta… (ecco cosa li incuriosiva, del resto quando si va in giro lo si fa per vedere qualcosa di nuovo od inusuale, no?). 
Ad ogni modo il siparietto “varghese” termina velocemente senza esiti nefasti, e il corteo può proseguire per passare agli altri momenti della giornata.  
I fascisti-figuranti, una volta dato lo sciogliete le righe, tornano a casa appena possibile, senza tanti complimenti; del resto i milioni di baionette dell’Era Fascista devono essere altrettanto velocemente raccolti e caricati sui mezzi di trasporto, per essere esibiti in altre piazze, non importa se uomini e mezzi sono sempre gli stessi o altri… In fondo si sa, la messinscena è sempre la stessa, fatta girare per la Penisola…

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