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T’in lu fè no e Prezepiu?

Chi ha deciso di “fare” il presepio, giorni fa ha fatto uscire le statuine dalla scatola in cui sono state custodite per tutto l’anno in luogo inaccessibile (vuoi mica tirarle fuori d’estate?), ha racconto il muschio nei boschi e qualche rametto che ricostruisca uno scenario agreste, ha trovato la segatura (se no come facciamo a simulare le dune del deserto?), da qualche parte ha recuperato manciate di sabbia e un po’ di pietruzze per realizzare le strade che convergono verso la grotta; e ora, finalmente, si gode la sua creazione, ulteriormente arricchita da “fantasmagorici” effetti “corso d’acqua” ottenuti con le strisce della carta azzurra con cui venivano fasciati alcuni generi alimentari, oppure utilizzando fogli di plastica o di alluminio o, ancora, pezzi di carta stagnola, mentre l’illuminazione era garantita dagli elettricisti locali, professionisti od improvvisati, che realizzavano cordoniere con i terribili “piselli” e lampadine collegate in serie (quindi se una bruciava interrompeva la corrente alle altre e si doveva avere molta pazienza nel trovare la lampadina da sostituire) con aggiunta di abbondante metratura di filo, a rischio incendio. Tutte difficoltà difficoltà tecniche che non spaventavano nessuno, ma mettevano piuttosto alla prova l’impegno e l’ingegno di tutta la famiglia.

Ma tutto questo rappresenta lo sfondo, più o meno fantasioso e più o meno ricco, ma le protagoniste del presepe sono loro, le statuine di ogni grandezza e di ogni fattezza!

Qualcuno forse ricorderà che le cartolerie dell’Oltregiogo, appena giunto l’autunno, esponevano in vetrina diverse statuine con cui arricchire il presepe di famiglia. Per i più fortunati c’erano invece le statuine provenienti da negozi o mercati specializzati di città, statuine che una volta acquistate venivano religiosamente tramandate come dote di famiglia.

E così, se pensiamo alla Serravalle e all’Oltregiogo di un tempo, non era difficile incontrare personaggi, mestieri, paesaggi, situazioni che poco avevano a che fare con la Palestina di duemila anni fa. Ecco di seguito, ad esempio, alcuni dei mestieri più conosciuti e rappresentati:

il merciaio (u mersò): in effetti più di uno, proveniente generalmente dalla Val di Taro in provincia di Parma e solo in seguito stabilizzatisi nel nostro territorio dove, muniti di furgone, qualcuno dei loro discendenti fa ancora la sua comparsa nei mercati.

il venditore di merluzzo: nella sua bottega c’era di solito una bacinella con il baccalà a mollo nella salamoia, mentre appeso all’ingresso campeggiava lo stoccafisso, secco e rigido… come uno stoccafisso, appunto. Entrambi garantivano tutto l’anno pietanze povere ma prelibate. Questo mestiere non va confuso con quello dell’anciué (venditore di acciughe) che invece apparteneva a una apposita confraternita di mestiere, il cui ultimo esponente è stato un distinto signore di Pozzolo Formigaro che vendeva il suo prodotto solo al mercato di Novi del giovedì.

Non mancava nel presepe chi preparava la farinata (fainò), tutt’ora eccellenza del nostro territorio ed il venditore dei canestrelli bolliti novesi, sempre presente a Montespineto per le feste del santuario.

Tra i generi alimentari stagionali non mancava la pateca (anguria), il cui chiosco era posizionato all’altezza della piazza del cimitero vecchio, ma per ragioni ovvie è solitamente difficile trovarlo nel presepe natalizio (ma noi ci siamo riusciti). Spesso i venditori di pateche si riciclavano d’inverno commerciando gustose caldarroste.

Magari non tutti lo ricordano ma un mestiere ambulante era quello del kareghé (impagliatore di sedie prima ancora che di ceste) che transitava a piedi, di paese in paese, con in spalla la sua attrezzatura, a proporre la sua merce o le sue riparazioni.

Chi invece può dimenticare il negozio della Paèguea, giunta e stabilizzatasi nel borgo di Serravalle Scrivia direttamente dal Lago Maggiore, portandosi dietro le sue competenze ed il suo linguaggio; gli ombrellai, infatti, per non farsi rubare le competenze tecniche del loro artigianato, avevano inventato una loro lingua, il tarash, incomprensibile ai non addetti ai lavori, e che la signora Motta talora utilizzava.

Un mestiere che invece aveva una storia a sé era quello del magnan (calderaio), di prevalente competenza degli zingari che transitavano anche nella nostra valle e spesso si accampavano vicino ai fiumi (ma dei séingri si veda il mio articolo pubblicato a suo tempo).

Si potrebbe addirittura simulare una ricostruzione di quel che avveniva in piazza delle Aie, luogo appena fuori le mura dove venivano accatastati i covoni di grano per la trebbiatura.

La lista potrebbe continuare e lasciamo ai lettori il compito di andare alla ricerca di quello che hanno in casa nel proprio presepe. Abbiamo cercato di esporre le situazioni più curiose.

Quello che ci interessa è evidenziare come il presepe sia la rappresentazione di Cristo che si è voluto fare uomo per salvare tutti, quindi tutte le categorie sociali; pertanto possono essere rappresentate nel presepe perché Cristo vuole essere presente per tutti. Di conseguenza le ambientazioni possono avvenire anche in contesti che nulla hanno a che vedere con i mestieri della terra Santa di 2000 anni fa. Così nel presepe del Nord Italia in particolare sono presenti elementi che altrove non si trovano (e viceversa). Sono quindi caratteristiche alcune statuine come quelle della scena dell’allevamento e macellazione del maiale (animale non ammesso nell’alimentazione ebraica e solo allevato per gli “invasori” romani), o dell’allevamento di alcuni tipi di animali quali i tacchini, giunti solo con la scoperta dell’America, o della coltivazione di alcuni tipi di frutta e verdura (ad esempio i pomodori che non erano ancora stati importati o le castagne, farina dei poveri in Europa, che non erano presenti nei testi alimentari ufficiali dell’Ebraismo).

Insomma fate come vi pare, ma soprattutto buon Natale e buone feste !

Per i termini dialettali che compaiono nell’articolo abbiamo dovuto compiere una scelta tra le diverse “parlate” che caratterizzano i paesi dell’Oltregiogo. Abbiamo deciso di utilizzare il dialetto serravallese perché possiamo contare su una fonte a stampa autorevole, il Vocabolario Serravallese-italiano di Roberto Allegri.

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