I lupi

Ero sceso ad Arquata e non c’erano più treni per Isola: vidi il fumo della locomotiva che pian piano scompariva verso sud trafitto dai primi fiocchi di neve fradicia. C’era un solo telefono pubblico a Isola e d’altronde cosa avrei detto: «Sono a piedi, attaccate il carrozzino e venitemi a prendere»? Non era la serata giusta ma non volevo neanche dormire nell’Albergo della Posta. Così ebbi l’ardire di arrivare a Isola a piedi, d’altronde il campanile aveva rintoccato solo le 20.
Decisi di passare da Vocemola guadando lo Scrivia con i gampi, farmi dare una lanterna dal Semino che aveva fatto il militare con mio padre e proseguire per Mereta, Prarolo, Prodonno. In poco più di tre ore sarei arrivato. Così feci e vidi scorrere le luci di Rigoroso e poi Pietrabissara sull’altro lato del torrente, raggiunsi Mereta, poi Prarolo in ritardo perché era quasi mezzanotte e il Giuanin stava chiudendo l’osteria. Continuava a cadere nevischio ed acqua, tirava un forte vento freddo che faceva rabbrividire anche chi era seduto vicino al fuoco. Desideravo partire lo stesso nonostante il parere dell’oste. «Cosa volete che mi capiti, in breve tratto arrivo all’Albora, alla Guardia e di lì in Prodonno è poca strada». Il vecchio Giuanin allora pretese che mi accompagnasse suo figlio Martino il quale avrebbe dormito in Prodonno e lo provvide di torcia che i più benestanti tenevano sempre in serbo per casi come questi, come teniamo noi le candele.

Le torce erano fatte di corda di stoppa imbevuta di colofonia ed altre resine. Si battevano a terra in modo che gli stoppacci si staccassero l’uno dall’altro e poi si accendevano. Facevano un gran fumo ma anche chiaro e il vento non le poteva mai spegnere. Partimmo salutati da tutta la famiglia ed in breve arrivammo all’Albora. Intanto l’acqua era cessata e si era trasformata in neve, il vento era sempre più forte ed il freddo pure. Arrivando alla Guardia, scorgemmo nella neve fresca le orme di almeno tre lupi; a poca distanza notammo i loro occhi lucenti e rossi al chiarore vacillante della torcia. La nostra fortuna era proprio quella torcia. I lupi dovevano essere ben famelici perché ci seguirono fino in Prodonno e poi si misero a ululare a lungo perché sentivano l’odore delle pecore nel chiuso. Era tardi
per quei tempi, almeno l’una, e bussammo all’uscio ripetutamente prima che qualcuno venisse ad aprire. «Chi siete?». «Sono io, il Pué».
Entrammo e il caldo, la luce delle lampade, i volti delle donne, ci fecero capire perché gli inglesi usano “House” (casa come edificio) e “Home (casa famigliare): una sensazione di benessere, riconoscenza, ringraziamento, ci riempì l’animo assaporando quel latte bollente a cui qualche mano amorevole aveva aggiunto miele e cognac.
(Liberamente tratto dalle “Note” di Natale Rivara, pubblicate nel volume “Storie di uomini e immagini isolesi“, a cura di Sergio Pedemonte, 2013 )
