Relazioni e legami personali nella Novi risorgimentale
Una città come Novi nel Risorgimento era ricca di personalità e di iniziative che prendevano vita attraverso rapporti d’amicizia ed anche, come nel caso che sto per raccontare, di parentela. Dopo aver parlato, nel precedente articolo, del caso Montemanni, vorrei fornire altre informazioni sul clima che si respirava a Novi durante e dopo il Risorgimento: un clima ricco di interazioni personali tra personaggi di grande livello.

Uno di questi fu senza dubbio Don Capurro, grande intellettuale, insegnante, pedagogo, tra l’altro inventore di un metodo pedagogico innovativo, storico e studioso di archeologia locale, attivista politico d’ispirazione rosminiana molto vicino ad ambienti mazziniani e garibaldini, sostenitore delle prime Società di Mutuo Soccorso, giornalista per i primi fogli editi nella zona. Come si può ben capire siamo di fronte ad un esponente di spicco degli ambienti liberali dell’epoca.


Chiaramente Gianfrancesco Capurro era un personaggio eclettico e vulcanico, come ci fanno ben comprendere i suoi numerosi interessi e le altrettante attività che lo legavano al territorio e alla sua gente. Sempre dalla parte degli oppressi e degli umili, Don Capurro ebbe una vita molto intensa, non senza traversie a carattere personale, in quanto le sue prese di posizione, in particolare in merito al caso Montemanni e all’adesione alle associazioni mutualistiche, incontrarono la disapprovazione delle alte gerarchie religiose. Il gesto più apertamente di sfida fu quello relativo alla partecipazione al Congresso delle SOMS del 1858 a Mortara, nonostante l’esplicita proibizione del vescovo Negri.
Non approfondisco oltre la figura di Capurro perché, anche su questo sito, sono già comparsi articoli che lo riguardano ed è inoltre disponibile la bella monografia che gli ha dedicato Lorenzo Robbiano. Era però importante ricordarlo per dare un’idea del clima di grande entusiasmo patriottico che si respirava a Novi in quegli anni. E proprio in questo contesto si inserisce un episodio molto interessante avvenuto nella Sala Comunale di Novi nel 1866, alla vigilia della Terza guerra d’Indipendenza. La Comunità e la Municipalità novesi, che avevano già aderito alla sottoscrizione Un milione di fucili per Garibaldi, raccolsero i fondi per comprare le armi a nove giovani che si stavano per unire al corpo dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Non deve stupire il gesto perché i Cacciatori della Alpi erano, come nella tradizione dei Garibaldini, dei volontari e quindi carenti delle divise e degli armamenti necessari per combattere.
Questi nove giovani erano Giacomo Demicheli, Giuseppe Martelli, Carlo Curletto, Agostino Isola, Giuseppe Cantù, Matteo Pagetto, Andrea Pernigotti, Giuseppe Valenti e Pietro Tasso. I cognomi sono tipici del novese e alcuni molto diffusi, ma tra i giovani volontari spicca quello di Andrea Pernigotti. Andrea Pernigotti era uno dei figli di Stefano Pernigotti, originario di Cornigliasca, frazione di Carezzano, e titolare dell’omonima drogheria da cui prese vita la famosa industria dolciaria. Andrea era quindi fratello di Francesco, colui che trasformò la drogheria in industria.


Francesco Pernigotti sposò la sorella di Gianfrancesco Capurro, quindi tra il grande studioso ed il giovane garibaldino c’era anche un legame familiare oltre che ideale, essendo quest’ultimo fratello del cognato. Proprio a casa di Francesco Pernigotti Gianfrancesco Capurro si spense l’8 luglio 1882, assistito amorevolmente dalla famiglia della sorella. Le sue spoglie riposano alla frazione Merella nella chiesetta di San Bartolomeo, costruita dal padre.

Qui riposa Gianfrancesco Capurro
La storia però non finisce qui. Uno dei figli di Francesco Pernigotti, Stefano come il nonno, fu un eroe della Prima Guerra Mondiale. Arruolatosi tra i Lancieri di Novara si rese responsabile di gesti altruistici, anche nei confronti dei civili, meritando il grado di capitano e due medaglie di bronzo al valor militare. Le motivazioni delle decorazioni parlano di
coraggioso slancio in aiuto ai militari rimasti sotto le macerie di una casa, ai quali offrì aiuto concreto e conforto in attesa dei soccorsi… noncurante del furioso bombardamento nemico e sempre presente dove era maggiore il pericolo. Essendo stata colpita la Sezione di Sanità, seppe, col suo calmo spirito di organizzatore coraggioso, essere di validissimo aiuto, spendendo ogni sua energia… con grande continuo suo rischio personale.
Stefania Turr, giornalista e scrittrice, nel suo resoconto Alle trincee d’Italia così parla di Stefano Pernigotti:
Egli ha dovuto fare tutto, persino il chirurgo, persino l’ostetrico: entrando in Monfalcone trovò una povera giovinetta cui una granata aveva fracassata una gamba; non c’era tempo da perdere, non vi era alcun pronto soccorso: ebbene egli amputò la gamba.

Le benemerenze di Stefano in campo assistenziale furono riconosciute con una medaglia al merito della Sanità Pubblica. Purtroppo, il giovane non poté festeggiare la vittoria perché contrasse un’infezione e morì il 23 ottobre 1918. E se, come sostengono alcuni, laPrima Guerra Mondiale può essere considerata per noi Italiani la Quarta Guerra d’Indipendenza, Stefano Pernigotti può essere definito a tutti gli effetti l’ultimo eroe risorgimentale novese, cresciuto ed imbevuto degli ideali e dei valori che la sua famiglia e l’intera comunità novese gli avevano trasmesso in quegli anni di grande fervore intellettuale e morale.
