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Giovanni Grasso Fravega

I crinali che abbracciano la val Borbera nascondono gemme rare. Storie e personaggi che hanno segnato questo impervio territorio. A volte poco noti, e meritevoli di una riscoperta, forse soprattutto nel nostro territorio, perché altrove il loro nome è tutt’altro che sconosciuto. Nomi e volti che hanno celebre la valle e che vanno ricordati. In passato il comune di Albera ha voluto ricordare Giovanni Grasso, pittore scomparso nel dicembre del 2019 e di casa da queste parti. Lui come la sua famiglia, da quasi settant’anni. Conversando con la sorella Lorenza, salta subito all’occhio un particolare. Descrivere Giovanni Grasso come un pittore è riduttivo, perché è stato molto di più. Un fine umanista, uomo di cultura a tutto tondo che ricercava la bellezza nell’arte, attraverso vari stili pittorici, tra le pagine dei libri e anche nei prati fioriti. Nato nel 1938, per moltissimi anni ha avuto uno studio d’arte a Genova insieme al pittore abruzzese Pier Canosa.  

“Mio fratello” esordisce Lorenza “aveva una cultura sconfinata sin da bambino. Spesso, se cercavo un vocabolo, evitavo di consultare l’enciclopedia e chiedevo direttamente a lui. Divorava libri su libri. Ricordo le nostre estati ad Albera. Io e mio fratello Alessandro sempre in bicicletta o al fiume e Giovanni chiuso in camera a studiare. Leggeva tantissimo ed era un grande appassionato di arte, letteratura, storia e religione”.

La villa di famiglia conserva ricordi sparsi del pittore. Stampe e libri, mentre il pianoforte di Lorenza Grasso, insegnante di musica in pensione, troneggia al centro del salone.

“I miei genitori erano molto pazienti con lui. Anche in viaggio o in vacanza, dovevamo chiedere se avesse da leggere o studiare e alcune volte ricordo che ci trovavamo alla ricerca di un tavolo perché si potesse sedere con i suoi amati tomi. Oppure quando supplicò mia madre di acquistare oggetti d’antiquariato del ‘700: e aveva solo 12 anni”.

Uno dei libri illustrati da Giovanni Grasso

Le foto sul pc mescolano ricordi di famiglia e capolavori pittorici, mentre la mente torna ai momenti passati. Racconti che tratteggiano un ragazzo non comune, affamato di sapere e di cultura, magari meno estroverso di molti suoi coetanei, ma dotato di un’ottima memoria, che gli sarebbe servita durante la sua esistenza.

“Giovanni non guidava” prosegue Lorenza “e toccava a me portarlo nei luoghi più disparati, alla ricerca di quadri, stampe e altre opere. La cosa mi divertiva e vedevo in lui un grande entusiasmo. Conosceva a menadito paesi e città, pur senza esserci stato, grazie alla minuziosa ricerca su libri ed enciclopedie”.

Il liceo artistico, al momento di scegliere l’iscrizione alle superiori, è il suo sbocco naturale.

“La passione per il disegno l’aveva da sempre unita alla storia dell’arte, tant’è vero che, una volta terminati gli studi, iniziò a collaborare con la sua professoressa come esperto d’arte e antiquariato. Un consulente di trent’anni più giovane, ma di sicuro valore. Senza contare che era considerato come uno dei massimi esperti di stampe in Europa”.

La carriera prosegue in maniera naturale. Giovanni Grasso resta tra i banchi di scuola, passando dalla parte della cattedra. Insegnante di disegno nelle scuole medie cittadine. La sua cultura lo portava a spiegare la materia in modo che i suoi alunni se ne innamorassero.  «Le sue spiegazioni le rivedo alcune volte nel modo di raccontare l’arte di Vittorio Sgarbi. Più che critici, esperti appassionati in maniera viscerale di questo mondo» prosegue la sorella, mentre scorre sul computer fotografie che delineano i vari stili del pittore che ad Albera aveva il suo buen retiro.

“L’arte moderna non era il suo stile, era legato al classico. Lo si intuiva anche a sentirlo parlare il francese, che sapeva benissimo, ma con una proprietà di linguaggio più simile a quello dei grandi scrittori ottocenteschi che alla lingua attuale. Colpa, se vogliamo usare questo vocabolo, di grandi come Proust e Balzac. Ha passato gran parte della sua vita a studiare la vita e le opere di Giovanni David, pittore e incisore del Settecento natio di Cabella e molto attivo presso la nobile famiglia Durazzo a Genova. Su di lui ha scritto alcuni libri e lo ha, di fatto, riportato alla luce, visto che in pochi, a Cabella e dintorni, ne conoscevano la storia”.

acquaforte di Giovanni david

Lo studio con gli alunni, ma non solo. A Giovanni Grasso e al suo radicarsi in val Borbera si devono due (ri)scoperte molto importanti per questa zona. Tra loro lontane, con l’unico tratto in comune di quest’uomo amante del sapere in ogni sua forma. E l’altra scoperta di cui parlavamo? In questo caso, occorre abbandonare chine, pennelli e tavolozze e incamminarsi sulla strada che collega il paese al famoso borgo di Vendersi, che noi tutti ricordiamo per gli spaventapasseri. Tra i due abitati sorge il Mulino di Santa Maria. Celebre per la tradizionale Festa del Pane che si svolge ad agosto, ogni estate.

 “Giovanni aveva suggerito agli amministratori locali di far riscoprire il mulino e il suo borgo. Infatti, grazie alla sua passione per la floricoltura, si era dedicato personalmente a comporre composizioni floreali che abbellissero le pietre del villaggio nella giornata di festa. Un altro atto d’amore per la sua valle”.

Valle che, di tanto in tanto, riaffora nelle sue opere, tra un bosco e una nevicata, e che ha visto nascere e consolidarsi una grande amicizia tra Grasso ed Emilio Spallasso, pittore e artista che nella vicina Cabella era di casa. «Emilio lo aveva praticamente adottato come suo allievo prediletto. Insieme si divertivano a dipingere e alcuni loro quadri rappresentavano le caricature di entrambi». Un sodalizio che rinverdiva i fasti artistici di un piccolo spicchio d’Appennino che ha sempre celato, nel corso dei secoli, un tratto inconfondibile. Quello dell’amore per l’arte pittorica, dalle stampe ai quadri, dalle tele al plexiglass. Un mondo che Giovanni Grasso ha contribuito a elevare, immerso tra le pagine di mille libri, circondato dai colori dei suoi fiori, all’ombra dei monti che sovrastano Albera. 

(tratto da un articolo pubblicato su “Panorama di Novi” nell’ottobre 2024)

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