L’Alcatraz della Val Lemme – seconda puntata
Breve riassunto della prima puntata (chi avesse il piacere di leggerla la trova a questo link: L’Alcatraz della val Lemme – prima puntata). Dal Forte di Gavi, l’Alcatraz della Val Lemme, una prigione dalla quale non è mai fuggito nessuno, alcuni ufficiali inglesi tentano la fuga. Ce lo racconta Jack Springle con il quarto capitolo del suo libro: Colditz Last Stop – Six escapes remembered.
Capitolo Quattro
Il Forte di Gavi, Liguria – parte seconda
Il duro, noioso lavoro necessario a tagliare un tunnel, due piedi per due piedi, attraverso la roccia, continuò per tutto febbraio e marzo senza problemi. Poi, un giorno di inizio aprile, ci radunò Buck Palm. Buck era un uomo enorme e robusto (era stato un lottatore professionista) che parlava con un forte accento Afrikaans. “Ho sforato oggi”, disse. “Calmatevi” continuò velocemente, bloccando i nostri sorrisi. “C’è un largo passaggio di filo spinato elettrificato, a forma di spirale, che scorre per il soffitto davanti alla nostra uscita. Siamo arrivati precisamente sull’apice dell’edificio delle guardie che si trova di sotto. Senza delle pinze tagliafili sarà impossibile salire sul tetto”.

Ci sentivamo scoraggiati. Ma ebbi un’idea. Da quando ero arrivato al Forte avevo cercato di fare amicizia con chiunque delle guardie non avesse paura di parlare. Con l’imminente invasione dell’Italia era possibile attuare un diverso tipo di rapporto, anche abbastanza buono, come quello con un lugubre genovese chiamato Prato. Lui aveva iniziato a passarmi delle notizie della BBC vietate e discutevamo apertamente di quel che poteva succedere dopo la sconfitta dell’Italia. L’idea fu di convincere Prato a portarci delle pinze tagliafili. Tentai la notte seguente. Egli era di guardia in un angolo buio del bastione. Ci salutammo piano.
“Sai che quando gli Alleati arrivano, voi guardie avrete dei bei guai”, dissi. “Gavi è conosciuto come campo di punizione”.
“É vero, Maggiore”, annuì.
“Potrei ottenere una lettera dal Senior che ti proteggerà, ma ho bisogno di qualcosa in cambio”.
Non dissi il perché volevo delle pinze, ma solo che potevo pagare il necessario. Sorprendentemente fu subito d’accordo.
“Però non posso comperarle qui. Dovrò aspettare finché ho qualche giorno di licenza per comprarle a Genova. Non so quando sarà.”
Non ci fu nulla da fare se non aspettare, fortunatamente non per molto. Non tornò al suo posto di guardia per quasi una settimana, ma quando arrivò le aveva con sé. Lo pagai e gli diedi la lettera del Senior con dei ringraziamenti tradotti in italiano, oltre un regalo di 10.000 lire. Forse avremmo potuto avere bisogno di lui ancora. Eravamo pronti a partire. Tenemmo da parte, dai pacchi della Croce Rossa, del cioccolato, l’uva passa e i biscotti da mettere dentro gli zaini. Avevamo delle mappe, le bussole fatte in modo artigianale e ognuno aveva messo insieme una collezione di abiti per aiutarci a sembrare dei civili. Io, per esempio, avevo una giacca color verde oliva appartenente ad un soldato greco, una camicia azzurra della RAF, cravatta nera e una fascetta nera del tipo che indica un lutto. I pantaloni erano di velluto ed erano quelli che avevo indosso quando fui catturato. Gli scarponi pesanti erano italiani, di ottima qualità, fabbricati a Venezia e comperati da un commerciante che arrivava una volta al mese nel campo.

Era importante decidere che cosa fare una volta sul tetto. Fortunatamente, la finestra della stanza degli attendenti dava proprio sull’area da raggiungere. Potemmo vedere molto bene gli ostacoli. Innanzitutto c’era il tetto. Questo, coperto con dei coppi, era ripido e difeso da due mitragliatrici, posizionate nelle due torrette, circa 30 metri da una parte e dall’altra dell’area. Si doveva attraversare il colmo del tetto e poi scivolare giù per le tegole, arrivando così fino ad un muro alto, raggiungibile con un piccolo salto. Questo muro circoscriveva il Basso Forte dove c’erano delle baracche per le guardie. Dovevamo camminare in cima al muro e dove finiva, contro una torretta non più utilizzata, scendere nella cittadella stessa. Una volta lì, dovevamo attraversarla fin dove cresceva un alberello davanti ai bastioni. Il primo fuggiasco doveva fissare una corda all’alberello, perché potessimo scendere giù i trenta piedi, per il versante ripido e roccioso. Il tetto sul quale dovevamo emergere dal nostro tunnel era difeso da mitragliatrici, perciò avevamo bisogno di una notte piovosa. Avevamo notato che con la pioggia le guardie tiravano giù il cappello e su il colletto del mantello, rilassando la vigilanza. Così il tempo atmosferico doveva decidere la notte per la fuga.

Aspettammo. Bel tempo ogni notte. Non pioverà mai? Alla fine la fortuna ci toccò. Una sera d’aprile, alle cinque, una fitta nebbia coprì la fortezza. Inoltre iniziò a piovere forte. Decidemmo che la fuga doveva iniziare alle 22.00, a metà di un turno di guardia di quattro ore, quando le guardie non erano fresche perché, stanche, aspettavano il cambio. Michael Pope, un ufficiale della Marina, in modo disinteressato, doveva venire con noi fino all’uscita, per riposizionare il blocco di pietra sopra il buco, affinché non rimanesse l’evidenza della fuga. Se avessimo avuto successo, l’uscita avrebbe potuto essere riutilizzata per una seconda fuga, con Pope capo. Alle 21.30 circa il gruppo si radunò nella stanza di Hedley. Questo non costituiva un problema perché potevamo girare liberamente nel cortile e le guardie erano abituate a vederci. Appendemmo i nostri vestiti intorno al collo, discendemmo nel camino e nuotammo fino alla sporgenza. Ci rivestimmo. I quattro sudafricani andarono per primi. Palm il primo fra essi. Poi Cram, Sterling, io, Daly, Medd e alla fine i due attendenti, Hedley e McRae. Il mio compito, nel mezzo, era comunicare tra quelli davanti e quelli dietro in caso di qualche problema.
Palm doveva rimuovere la pietra che nascondeva l’entrata del tunnel, tagliare il filo e liberare il passaggio. Egli gattonò dentro il tunnel e noi stavamo in piedi nell’ordine corretto, di nuovo vestiti, sulla sporgenza, aspettando. Tremavamo tanto per l’eccitazione quanto per il freddo dopo la nuotata nell’acqua gelida. Entro quindici minuti Palm uscì: aveva preparato un’apertura attraverso il filo. Noi gattonammo dopo di lui uno per uno. Quando uscii sul tetto David, davanti a me, era già a metà strada lungo il colmo. Fu rassicurante che le mitragliatrici, sia da una parte che dall’altra, non erano visibili nonostante i riflettori. Gattonai lungo il tetto, scivolai giù per le tegole e saltai sulle mura del bastione. Le mura, anche se alte nel punto dove saltai, diminuivano gradualmente fino ad un’altezza di circa un metro. Raggiungendo il livello del terrazzo vidi Sterling davanti a me camminare velocemente verso il piccolo albero e la corda. All’improvviso, una porta di una delle baracche si aprì e circa sei soldati, cantando, evidentemente ubriachi, uscirono. Con le teste abbassate contro la pioggia, passarono davanti a David senza fermarsi ed entrarono dentro un’altra baracca. Li seguì un’altra decina. Questi videro David mentre correva verso il bastione e subito lo circondarono, gridando. Le sirene suonarono e si sentirono degli spari da qualche parte. Diedi un’occhiata dietro di me e vidi Medd, Daly e i due assistenti bloccati sul tetto. David si liberò e corse lungo il bastione con un mucchio di soldati al seguito. Mentre correva, lanciava dei colpi verso i suoi inseguitori.

forze di operazioni speciali
Era chiaro che dovevo badare a me stesso.
Nessuno si era accorto di me. Cercando di non attirare l’attenzione, camminai lentamente verso la corda, la afferrai e mi lanciai oltre le mura, cadendo per dieci metri: la corda si era spezzata. Fortunatamente, la mia caduta fu attenuata dalla pendenza ripida della collina rocciosa. Non mi feci male, ma persi lo zaino con i documenti, le mappe, la bussola e il cibo.
Mi alzai e, mezzo scivolando, corsi verso il paese, Gavi. Sentii alcuni colpi di fucile, i riflettori percorrevano le mura e le sirene suonavano. La scena era caotica, ma non avevo il tempo di osservarla. Il mio obiettivo fu di attraversare il paese, superare il fiume e poi ponderare la mia situazione. Non ebbi il tempo di pensare che cosa fosse successo agli altri. Nonostante la confusione nel Forte, il paesino dormiva tranquillo. Non c’era nessuno nelle strade e raggiunsi il fiume senza problemi, lo attraversai con l’acqua fino alla vita e mi sedetti fra i cespugli per riflettere sul da farsi. Anche se durante la caduta avevo perso il cibo, le mappe e la bussola, avevo ancora un bel po’ di soldi. Chiaramente fu inutile seguire il piano originale, camminare fino alla frontiera con la Svizzera e attraversarla a Zermatt. Ci dovevano guidare Alastair e David ed io non avevo né le conoscenze né il materiale necessario per tentare quel viaggio da solo. Una cosa fu certa: si sarebbe organizzata una caccia massiccia. Avrebbero pensato che andassi a nord, verso la Svizzera, perciò decisi di andare a sud, superando i monti della Liguria, verso Genova e la costa. Fui certo che chi mi dava la caccia non mi avrebbe cercato in quella direzione. Che senso avrebbe avuto andare verso sud? La mia seconda decisione fu di restare vicino a Gavi per ventiquattro ore. Ero certo che la squadra di ricerca si sarebbe allargata verso l’esterno e più lontano da Gavi. Era improbabile che un fuggitivo stesse fermo vicino alla sua prigione e, per ora, dovevo restare libero finché non fosse tornata un po’ di calma. Trovai un boschetto, molto fitto, vicino al fiume, a mezzo chilometro dal Forte; mi nascosi per tutto il giorno finché non fu notte. Continuava a piovere, ero bagnato e avevo freddo, ma ero felice. Ragazze che badavano alle oche mi passarono vicino, diverse volte. Allora mi sommergevo nel fiume fino alla testa, nascosto dai cespugli, aspettando che camminassero oltre. Non vidi alcun soldato. Quando l’oscurità arrivò, iniziai il mio viaggio verso sud, attraversando le montagne, verso la costa mediterranea. La pioggia era cessata. La gente di quelle vallate remote viveva isolata. Produceva il cibo necessario alla famiglia e un viaggio al mese con l’asino forniva il sale, la farina e poco altro dal paese più vicino, altrimenti gli abitanti lasciavano raramente la valle. Vidi una guardia forestale ma, con un po’ di fortuna, non mi fermò. Importante era poter spiegare il mio accento. Decisi di fingermi disertore da un gruppo di lavoro. Avevo già usato questa bugia altre volte durante le mie fughe nel sud d’Italia. Ormai sapevo che la maggior parte degli italiani della campagna simpatizzavano con chiunque volesse evitare di combattere per l’Asse. Nei successivi due giorni camminai in montagna, seguendo qualsiasi sentiero orientato verso sud. Avevo solo un obiettivo, quello di raggiungere la costa vicino a Genova, dove poter pianificare, secondo quanti soldi avessi. Ogni tanto vedevo qualche contadino nei campi, ma lo evitavo. Il secondo giorno però avevo fame, c’era abbondanza d’acqua nei ruscelli, ma non avevo mangiato.

Alle tre del pomeriggio circa, arrivai sopra un pianoro con un paesino fatto di una decina di povere case e una piazzola dove alcuni uomini giocavano l’equivalente italiano del boule. Il luogo era così remoto che decisi di farmi coraggio e raggiungerli. Se ci fossero stati dei problemi avrei potuto correre. Mi avvicinai al gruppo. Giocavano davanti ad un negozio. Dietro c’era un bosco e una vallata ripida verso la quale potevo scappare.
“Buona sera”, dissi. “Chi sta vincendo?”
Il vincitore indicò se stesso. Gli altri, vecchie donne e uomini e qualche giovane restarono in silenzio. Vivevano isolati e li potevo scioccare con le mie bugie enormi.
“È difficile camminare su queste montagne”, dissi. “Sono un disertore tedesco e non voglio tornare in Germania. Mia madre è italiana. Ha dei parenti vicino a Genova e sto cercando di raggiungerli”.
La loro curiosità fu totale. Da dove ero fuggito? Quanto tempo fa? Perché mia madre ha sposato un tedesco? Avevo mangiato? Ammisi di non aver mangiato e chiesi di comprare del vino e del formaggio dalla piccola bottega. Era impossibile comprare il pane senza la tessera.
“Poverino!” Esclamò una delle vecchie ed entrò nella bottega. Non c’era ostilità né sospetto tra le persone, perciò cominciai a chiacchierare con loro. Potrei unirmi al gioco?
Mentre giocavamo, mi raccontarono che la mulattiera che seguivo mi avrebbe portato nella vallata, lontana circa cinque miglia, dove passava il treno Torino – Genova. C’era una piccola stazione e, tutti i giorni, di buonora, i lavoratori, da un paese vicino, salivano sul treno per andare a Genova. Fu un’informazione vitale perché così pensai di unirmi ad una folla di altri viaggiatori. Quando finì la partita, la vecchietta comparve dalla bottega con del pane, formaggio di capra e un fiasco di vino tutto per me. Ci sedemmo seduti in cerchio, discutendo della guerra. Raccontai tutto sulla Germania (dove non ero mai stato). Mi piacque questa gente, ma mi piacque ancora di più dopo aver bevuto il vino. Alle cinque circa del pomeriggio, con il morale alto grazie al cibo e al vino, salutai tutti e iniziai a camminare lungo il sentiero indicatomi. C’erano ancora tre ore di luce così volli arrivare in cima alla collina che dava sulla vallata dove correva il treno, prima che diventasse buio. Poco prima del buio vidi chiaramente la valle con la ferrovia. Inoltre, vidi un villaggio: doveva essere là che i lavoratori salivano. Avevo bisogno di sapere l’orario dei treni. Non volli aspettare dentro il paese, dove un estraneo avrebbe destato curiosità, perciò cercai una fattoria e la trovai. Bussai alla porta e una giovane donna l’aprì. C’era suo marito? Speravo di no. Infatti era con l’esercito. Le raccontai che mi fu promesso un lavoro a Genova e le chiesi se sapeva se il treno da Torino si fosse fermato nel piccolo paese e a che ora passava il primo. Le cinque e mezza, mi disse. Fu tutto ciò che ebbi bisogno di sapere. La ringraziai e ripartii. Dovevo prendere quel treno, così tornai nel bosco per passare la notte. Ma, tra l’agitazione e la paura di non svegliarmi in tempo, non dormii, passai la notte passeggiando. Avevo previsto una mezz’ora per arrivare alla stazione. Perciò, poco prima delle cinque, partii, calcolando il passo per poter arrivare giusto in tempo per comperare il biglietto. Volevo evitare l’eventualità di parlare con i lavoratori. Fui puntuale, arrivando cinque minuti prima del treno. Comprai il biglietto e salii su un vagone bestiame aperto, con una trentina di lavoratori. Iniziai a parlare con una ragazza, per non sembrare un completo estraneo. Stranamente, non destavo curiosità e una mezz’oretta dopo scesi alla stazione centrale di Genova. Avevo raggiunto il mio primo obiettivo.

Fui libero dentro una grande, anonima città, con un po’ di soldi in tasca. Era il giovedì prima della Pasqua 1943. La stazione di Genova era colma di traffico tipico del mattino presto. Nessuno aveva il tempo né la voglia di guardarsi intorno. C’erano i soliti carabinieri a coppie, attenti, ma ero abbastanza sicuro che non cercavano me, cinquanta miglia a sud di Gavi. Per il momento mi sentivo sicuro. Mi sedetti su una panchina vicino alla stazione e studiai la mia situazione. Non ero molto convinto della mia giacca da soldato greco: dovevo rubare una giacca o una maglia civile. Per quanto riguardava i soldi, ne avevo a sufficienza per un qualsiasi biglietto ferroviario di cui avessi bisogno e per mangiare qualcosa nelle trattorie. Sapevo che spaghetti, riso, pane, carne erano razionati, ma il minestrone, il pesce, il cioccolato, il surrogato no, come pure la birra e il vino. Avevo perso le mappe e la bussola, ma avevo una buona idea della geografia dell’Italia del nord e potevo decidere un piano di viaggio più tardi. Non avevo documenti, questo era un problema serio. Dovevo inventare una storia. Decisi di fingermi un croato. La Croazia insieme alla Slovenia erano le uniche province della Jugoslavia pro Italia; la gente sapeva poco di quel paese e il mio accento quando parlavo italiano o tedesco si poteva spiegare, visto che nessuno conosceva la lingua croata. Questo decisi, tornai in stazione e comprai in edicola il Voelkischer Beobachter, il giornale ufficiale del partito nazista e il Giornale d’Italia, idem per il partito italiano fascista. Con questi sotto il braccio speravo di essere identificato dai passanti come un buon sostenitore dell’Asse. Funzionò benissimo. Pensai di rimanere a Genova alcuni giorni, perciò sostituire la giacca divenne una priorità. Dovevo trovare qualcosa di meglio. Prima della guerra ero stato a Genova, così quando scesi dal treno potei orientarmi. Ero vicino al porto e ancora più vicino al quartiere a luci rosse, comodo per i marinai.

Partii per questo quartiere. Le otto del mattino non era l’ora di punta per i bordelli, così i carruggi erano praticamente vuoti. Ciò che cercavo, e poi trovai, erano i panni stesi lungo i fili da una casa all’altra, attraversando la strada. Dopo un quarto d’ora vidi ciò che cercavo: una vecchia maglia appesa. Non c’era nessuno. Mi arrampicai ad un lampione, raggiunsi il filo e rubai la maglia, trasferendo la fascetta nera. Scappai via. Erano passati quasi quattro giorni da quando ero fuggito da Gavi. Non avevo dormito se non per poche ore, bagnato, nel bosco, un sonno disturbato dalla paura. Mi sembrò che qualche ora di riposo sarebbe stata un buon investimento. Mi avviai verso il duomo di Genova, non lontano dalla stazione. Trovai un angolo buio vicino all’organo, mi inginocchiai e posai la testa nelle mani. Mi addormentai subito, ma l’agitazione e l’orologio nella testa mi svegliarono dopo un paio d’ore. Dovevo studiare il viaggio verso la Svizzera. Avevo una discreta conoscenza della geografia dell’Italia settentrionale grazie a qualche viaggio e allo studio della cartina quando ero a Gavi. Sapevo che a nord di Milano c’erano due laghi, al confine con la Svizzera. Uno, quello di Como, era la meta naturale per un fuggiasco (e per i contrabbandieri italiani) con il confine stretto su un pezzo di terreno pianeggiante, attentamente controllato. Troppo rischioso. L’alternativa era il Lago Maggiore. Il Lago Maggiore per la metà è in Italia e l’altra metà in Svizzera. Nella parte superiore si trova la città svizzera di Locarno. Nella parte sud, il piccolo paese italiano Verbania-Pallanza. Avevo viaggiato in treno da Venezia a Parigi passando per Milano prima della guerra. Ricordai che prima di entrare in galleria a Domodossola, il treno si era fermato a Verbania-Pallanza per pochi minuti. Ciò significava che, se potevo arrivare là, ero solo a venti miglia dal confine con la Svizzera sulla parte ovest del lago. Arrivai alla decisione di viaggiare da Genova a Milano e poi fino a Verbania-Pallanza, tutto il viaggio in treno, velocemente. Nel frattempo ero libero, avevo un po’ di soldi. Nel caso fossi tornato in Inghilterra, decisi di dare un’occhiata a Genova, a vedere i danni provocati dalle nostre bombe e a chiacchierare con degli abitanti per capire le loro idee sulla guerra. Avevo parlato con delle guardie, ma non con i civili. Intorno a mezzogiorno entrai in un piccolo ristorante trasandato, vicino al porto. Ordinai minestrone e grappa, aprii il giornale tedesco. Due soldati tedeschi entrarono e si sedettero al tavolo accanto. Essi cercarono di ordinare un pasto ma non parlavano italiano. Li aiutai. Con i loro coupon potevano acquistare pane, formaggio e spaghetti. Ognuno ordinò tre bottiglie di birra.
“Non sei tedesco”, mi disse uno di loro, guardando il giornale.
“No”, risposi. “Sono croato, ma mi piace leggere i giornali tedeschi perché ho lavorato in Germania e a me piace il popolo tedesco”
“Non ti piacciono gli italiani?”
“Discretamente, ma non sono soldati. Non avete degli alleati molto utili”
Entrambi sorrisero.
“Fanno più problemi che altro. Hitler è un grande uomo ma ha fatto un errore con Mussolini”.
Concordavo. Mi offrirono una birra e parlammo della guerra. Stavano ritornando in Germania da Tunisi. Gli inglesi sono dei bravi soldati, pensavano. Gli americani sono indisciplinati ma hanno un meraviglioso equipaggiamento. Inoltre, i due tedeschi avevano sentito dire che gli americani venivano pagati molto. Dopo un po’ mi salutarono. Ordinai un caffè e tornai al mio giornale. Il piccolo cameriere italiano si avvicinò.
“Parli bene italiano per essere tedesco”
“Non sono tedesco. Sono croato”
“Capisco. I tedeschi sono rudi. Non so perché siamo entrati in guerra con loro. Personalmente mi piacciono gli inglesi. Prima della guerra ho lavorato in un ristorante a Sanremo. Essi mi davano delle belle mance. I tedeschi non ti davano mai niente”.

Chiesi il conto. Mentre pagavo pensai al bel commento sui rapporti dell’Asse. Passai il pomeriggio a girare la città. Avrei voluto vedere i danni fatti al porto dai nostri bombardamenti, ma rinunciai perché avvicinandomi alla zona vidi un crescente numero di poliziotti. Non serviva a nulla andare in giro, così decisi di partire per Milano il giorno dopo. Alle sei di sera, quando la stazione si mostrò più affollata, andai in biglietteria e comprai un biglietto andata e ritorno per Milano. Due carabinieri stavano osservando la coda alla biglietteria e un biglietto di ritorno era meno sospetto. Studiavo l’orario e decisi di prendere un treno locale che partiva alle 11.00 la mattina dopo, fermando in tutte le stazioni. Mi sembrò più sicuro se, per qualche motivo, avessi dovuto scendere e scappare prima di arrivare a Milano. Cenavo con calma in un’altra piccola trattoria, questa volta mangiando sardine, calamari grigliati e una bottiglia di vino rosso. Dopo, andai al cinema per far passare il tempo e quando uscii tornai alla chiesa a dormire nell’angolo più buio, fino all’alba. Fino alla partenza del treno camminai nelle parti più affollate della città, dopo una colazione fatta di altre sardine, un caffè e grappa. Comprai tre barrette di cioccolato per riserva. Siccome era Pasqua, il treno era affollatissimo, tutti in piedi; aspettai fino all’ultimo momento a salire per non dover parlare con qualcuno. In piedi in corridoio non riuscivo a muovermi. Guardavo fuori dalla finestra aperta, dando la schiena alla folla. Mi andava benissimo. Ci volevano circa due ore, fermandosi ogni quindici, venti minuti e la mia più grande preoccupazione era un controllo dei documenti. Tuttavia, sapevo che i controlli sui treni dei pendolari non erano tanto comuni quanto sui treni veloci. Speravo nella fortuna. Una delle stazioni fu Arquata Scrivia. Là ebbi il piacere di immaginare la Fortezza di Gavi in lontananza. Non ebbi la tentazione di scendere.
Mi trovavo nella parte anteriore della carrozza. Dopo circa un’ora sentii le parole odiate: “Documenti, signori”, gridate da due poliziotti ordinari, che erano entrati dalla coda del treno. Immaginai dieci, forse quindici minuti per completare il controllo dell’intera carrozza piena di viaggiatori. Era probabile che quelli fossero gli unici poliziotti sul piccolo treno pendolare. Allora mi spostai lungo il corridoio affollato, dalla mia posizione vicino alla finestra fino alla successiva carrozza. Potevo solo aspettare e sperare nella prossima stazione, prima dell’arrivo della polizia. Dopo circa dieci minuti, il treno iniziò a rallentare e, allo stesso tempo, sentii le voci dei poliziotti che si avvicinavano. Fu un brutto momento. Finalmente, il treno arrivò ad una stazione piuttosto grande, Voghera. Mi feci strada attraverso la folla fino alla porta e scesi insieme a parecchie altre persone. Poi, lentamente, camminai fino all’ultima carrozza. Un momento prima che il treno ripartisse, io risalii. I poliziotti si stavano spostando, allontanandosi da me; ma… sarebbero ritornati? E… quanto tempo sarebbe occorso prima di arrivare a Milano? Non osai chiedere. L’ora seguente fu estremamente stressante. Comunque, una signora anziana mi chiese di darle una mano con dei pacchi alla successiva fermata. “Qual è la prossima fermata?” chiesi. “Milano”, rispose lei. Dissi di sì, l’avrei aiutata. Infatti, essere insieme ad una vecchia signora nella stazione di Milano mi sarebbe stato utile. Scendemmo, entrambi carichi di pacchi.

La stazione di Milano era molto diversa da quella di Genova, essendo un terminal importante, di collegamento fra i treni da nord a sud, da est a ovest. Inoltre era la principale città più vicina alla Svizzera. Carabinieri e Camicie nere erano ovunque, controllando ogni fila alla biglietteria. La speranza migliore per me consisteva nel chiacchierare più a lungo possibile con l’anziana amica, mentre studiavo il tabellone delle partenze per la prossima tappa: treni diretti a Stresa, Verbania-Pallanza e Domodossola. Per fortuna, un treno sarebbe partito nei prossimi venti minuti. La signora con i pacchi mi salutò e partí. Ora, dovevo comprare il biglietto da solo. Fare la fila alla biglietteria non fu una bella esperienza. I carabinieri vigilavano davanti allo sportello e potevano sentire la destinazione del biglietto comprato. Avvicinandomi allo sportello il mio cuore batteva forte. All’ultimo momento decisi di comprare un biglietto per Stresa, più lontano dalla frontiera con la Svizzera. I carabinieri sarebbero stati meno interessati a un viaggiatore che andava a Stresa. A Stresa poi avrei comprato un altro biglietto con ritorno, questa volta per un treno locale Verbania-Pallanza. Tutto andò bene. Presi il mio biglietto e mi allontanai lentamente con l’espressione di uno sconsolato e pensieroso. Credo che la fascetta nera che portavo sul braccio fu molto utile nello scoraggiare conversazioni e domande. L’espressione depressa era una buona maschera. Il treno in attesa era quasi deserto. Entrai in uno scompartimento vuoto e tirai fuori il giornale tedesco. Era un bel pomeriggio soleggiato d’aprile e mi sentivo contento mentre il treno si allontanava dalla stazione in direzione di Stresa. Però rimasi apprensivo circa i controlli dei documenti. Non potevo usare lo stratagemma di prima in questo treno, perché era vuoto e Stresa era la seconda fermata. Per la prima ora, uscendo da Milano, attraversammo un paesaggio pianeggiante e verde con delle nuove colture e alberi da frutta in fiore. Alla prima fermata, guardai lungo il corridoio per capire se salivano dei poliziotti. Non vidi nessuno. Salirono pochi nuovi passeggeri. Uno entrò nel mio scompartimento accomodandosi vicino alla finestra. Era una ragazza graziosa con in braccio una cappelliera di cartone. Desiderai, come sempre, sembrare una persona che viaggiava in compagnia, perciò, sedetti a fianco a lei. Parlammo e guardammo fuori dal finestrino, mentre il treno iniziava il percorso lungo la riva del Lago Maggiore verso Stresa. Lei era l’assistente di un modista e stava portando un cappello ad un cliente di Stresa. Aveva con sé un rotocalco francese, pieno di fotografie di moda, che mi mostrò. Quando le raccontai di essere stato a Parigi, mi fece tante domande. Era vero che tutta la città era stata costruita sottoterra? Spiegai che una persona poteva viaggiare sottoterra sulla Metro, ma la gente abitava sopra la terra. Questo la rassicurò. Disse che non riusciva a capire.
All’improvviso, sentii dal fondo della carrozza: “Documenti, signori”. Visto l’esiguo numero di passeggeri, l’uomo sarebbe arrivato velocemente nel nostro scompartimento. Dovevo fare qualcosa, in fretta. Mi affidai al senso romantico del maschio italiano. Posai il braccio destro sulla sedia dietro la spalla della ragazza, voltai la schiena alla porta scorrevole dello scompartimento, misi la faccia vicino alla ragazza, che pensava stessi guardando con attenzione le fotografie nella rivista, e aspettai. Speravo che, da come si presentava il quadro, chiunque entrasse ci avrebbe creduto due innamorati. (Molti anni dopo seppi che Robert Donat si comportò allo stesso modo in una situazione simile nel film “The Thirty-nine Steps”).

Sentii dei passi nel corridoio. Si fermarono e anche il mio cuore quasi si fermò. Spostai la testa ancora più vicino alla ragazza. La porta si aprì. Per un momento ci fu una pausa. Poi sentii la porta richiudersi. Un colpo di tosse e poi: “Buon giorno”, disse l’uomo splendido e sensibile, mentre riprendeva il suo controllo. Da quel momento fui estremamente agitato e poi molto contento arrivando a Stresa. Scesi dal treno portando la cappelliera della ragazza. Avevo intenzione di convincerla a cercarmi il prossimo treno per Pallanza e comprarmi il biglietto, così avrei evitato di fare la coda. Sicuramente ci sarebbero stati dei carabinieri. Proposi un caffè. Lei accettò ed entrammo nel bar. Dissi di dover telefonare a Genova e che ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Le chiesi di comprarmi il biglietto e di prendere informazioni sulla prossima partenza. Le diedi i soldi e uscii dal bar. Camminai fuori dalla stazione per un po’, poi rientrai. Aveva preso il biglietto: il prossimo treno sarebbe partito un’ora dopo. Prendemmo un altro caffè, facemmo un brindisi a noi (al nostro amore?) con un cognac, scambiammo i nostri indirizzi, il suo a Milano, il mio a Gavi (una bella intuizione, pensai) e ci salutammo. Camminai lungo la riva del lago per far passare il tempo. Erano circa le sei di sera e il sole stava calando dietro il Monte Bianco verso ovest, un tramonto bellissimo. Mi sentivo felice e abbastanza sicuro di poter farcela, anche se c’era ancora il breve viaggio a Pallanza e il pericolo onnipresente del controllo documenti, specie vicino al confine. Non dovevo preoccuparmi. Entrai dentro il bagno non appena partì il treno, aprii la finestra per una possibile via di fuga e uscii soltanto quando arrivammo a Pallanza. Nessun altro passeggero scese. Stava diventando buio, ma fu sufficientemente chiaro perché potessi vedere il lago; sapevo che la strada per la frontiera e Locarno percorreva la riva di ponente. Iniziai a camminare i quaranta chilometri, decidendo di seguire la strada, più veloce rispetto all’arrampicarsi sulle montagne. Prima mangiai le tavolette di cioccolato. La fortuna era con me. La strada era praticamente deserta e all’una del mattino arrivai a Intra. Avevo letto il libro di Hemingway “Addio alle armi”, che parlava di Intra e quanto fosse facile attraversare la frontiera con un’imbarcazione. Vidi le luci di Locarno ma non avevo una barca. Era evidente che il lago era pattugliato dalla polizia perché si vedevano i riflettori illuminare l’acqua, probabilmente per controllare i pescherecci. Fui sorpreso di non incontrare alcun problema attraversando Intra. Le strade deserte, tutto silenzio, una luna luminosa mi permise di leggere le indicazioni per Locarno. Passai le ricche case delle pensioni Milano, Budapest e Monaco di Baviera. Volevo entrare dentro uno dei giardini per riposarmi, ma, per la prima volta notai quanto i ricchi proteggano la loro proprietà. C’erano mura alte, enormi cancelli, recinzioni di ferro con il filo spinato: impossibile. Camminai fino all’alba. Con la prima luce capii di essere a cinque miglia dalla frontiera. Dovevo decidere se prendere la via delle montagne oppure nuotare per tre chilometri di notte, evitando i controlli italiani. Mi sembrava che la prima cosa utile da fare fosse quella di riposarmi. Avevo dormito molto poco da quasi una settimana e iniziavo a sentirmi debole. Avrei deciso quale strada più tardi. Vidi quel che mi serviva in una boscaglia densa di rododendri, sotto la strada, scendendo giù verso il lago. Strisciai fino alla riva e mi coricai. Mi addormentai subito.
Fui svegliato da qualcuno che mi scuoteva. Saltai su, nelle braccia di due carabinieri. Era il pomeriggio tardi. Dormivo da otto ore. I carabinieri erano in perlustrazione. Ciò che avevo fatto – dormire per quasi un giorno intero – fu così terribile che non tolleravo ripensarlo. Fui agghiacciato dal dispiacere. Chi mi catturò mi portò alla stazione di polizia e il capo telefonò a Gavi. Mi fornirono un pasto meraviglioso con tanto vino e poi mi chiusero dentro una cella con un ottimo letto. Il giorno dopo iniziai il viaggio di ritorno, Stresa, Milano, Gavi, la direzione contraria. Salendo in treno pensai a ciò che era successo. Dormivo ben nascosto dentro una boscaglia densa di rododendri, trenta metri dalla strada, sulla riva del lago, ma fui trovato da una pattuglia dei carabinieri. Non capivo. Parlai con le guardie che appartenevano alla stazione di Intra.
“I carabinieri pattugliano sempre dentro quella boscaglia?” Chiesi.
“No”, risposero.
“Perché erano lì quel giorno?”
Le due guardie si scambiarono uno sguardo e rimasero in silenzio.
“Perché?”, Insistei.
Dopo un po’, uno rispose.
“Stavano cercando un contrabbandiere che era scappato due giorni fa da una prigione a Milano. I carabinieri pensavano che avrebbe tentato di attraversare la frontiera proprio dov’eri tu. Sei stato sfortunato”. Ebbe la decenza di aggiungere: “È un ottimo posto, quello, per attraversare”.

Questa notizia servì ad aumentare il mio dispiacere. Se non ci fosse stato il contrabbandiere sarei riuscito nell’intento e la guerra sarebbe stata molto diversa per me. Di cattivo umore mi accucciai nell’angolo del vagone merci. Quando arrivai a Gavi incontrai ufficiali e le guardie diverse. Sembra che fossimo i primi a riuscire a fuggire in 600 anni; io in libertà per dieci giorni. L’ufficiale di turno quando scappammo doveva andare davanti alla corte marziale e le guardie furono punite a lungo, rinchiuse dentro le celle d’isolamento. Chiesi se qualcuno di noi fosse ancora in libertà, ma non ricevetti risposta. Naturalmente il passaggio che avevamo utilizzato era stato chiuso. Il Comandante mi interrogò a lungo. Due compagnie del reggimento Alpini ci avevano cercato. (Perciò avevo avuto ragione a non muovermi!). Come avevo potuto rimanere fuori senza degli amici? Chi erano questi amici? Senza documenti non avrei potuto arrivare fino alla frontiera, qualcuno doveva avermi fornito dei documenti. Eccetera, eccetera. Conoscevo bene la tecnica d’interrogatorio e non ebbi difficoltà a parare le domande, finché rinunciarono. Ebbi trenta giorni di isolamento, non male, tutto considerato. Mentre mi riportavano in cella, vidi Alastair Cram e David Sterling. C’è ancora qualcuno fuori? Gridai. No, risposero; i sudafricani e Cram furono presi dagli Alpini a nord di Gavi. Tutti gli altri furono catturati nel Basso Forte.
Era stata una buona settimana, ma con un finale bruttissimo.
NOTA
Alle ore 23 del 21 aprile 1943 la fuga dal Forte è scoperta. Immediatamente, Giuseppe Moscatelli, il colonnello del CAMPO N. 5, fa diramare l’allarme con l’elenco e la descrizione dei fuggiaschi.
I fuggiaschi segnalati risultano 12.
Pringle racconta invece di 11 componenti il gruppo di fuga, i dieci previsti e concordati tra lui stesso e Alastair, più Sterling. Michael Pope (nell’elenco di Moscatelli) non è fra gli 11 fuggitivi menzionati da Pringle. Pope infatti aveva il compito di seguirli per rimettere la pietra in fondo allo scavo e di guidare una prossima fuga, se quella fosse riuscita.
*CAMPO N. 5. Così era chiamato il campo per prigionieri di guerra del Forte di Gavi, istituito dal giugno 1941 per sorvegliare meglio i recidivi, già evasi da altri campi, essendo considerata impossibile l’evasione da questa fortezza.
| NOMI DEI FUGGITIVI nelle memorie di Jack Pringle | Grafia dei nomi, come risulta nel telegramma di allarme | Grado indicato nel telegramma di allarme |
| Jack Pringle | Pringle Iohk | capitano inglese |
| Cram Alastair | Cram Alastai | sottotenente inglese |
| David Sterling | Stirling David | tenente colonnello inglese |
| Peter Medd | Medd Peter | tenente di vascello inglese |
| Alan Pole ingegnere minatore | Pole Allen | tenente sudafricano |
| Charles Wuth ingegnere minatore | VVud Norman | tenente sudafricano |
| Palm Buck cercatore d’oro | Palm Ralph | tenente sudafricano |
| Pat Patterson cercatore d’oro | Paterson Svithun | tenente sudafricano |
| Jerry Daly | Dalj Gerardo | capitano inglese |
| McRae Attendente | Mac Rae Arhur | soldato inglese |
| Hedley Attendente, cuoco | Fedleu Jacf | soldato inglese |
ALTRI PROTAGONISTI
citati nel racconto di Pringle.
Michael Pope (scritto Pope Mechael nel telegramma di allarme, considerato fra i 4 ufficiali catturati la notte stessa).
Un ufficiale della Marina, che, in modo disinteressato, doveva accompagnare i fuggiaschi fino all’uscita, per riposizionare il blocco di pietra sopra il buco, affinché non rimanesse l’evidenza della fuga. Se avessero avuto successo, l’uscita avrebbe potuto essere riutilizzata per una seconda fuga con Pope capo.
Anch’egli partecipò allo scavo del tunnel, secondo la ricostruzione di David M. Guss in Un Uomo in fuga – la vera storia di Alastair Cram, Newton Compton editori, 2018.
Tag Pritchard, paracadutista dei Fucilieri Gallesi, comandava con ottime competenze i prigionieri non ufficiali.
Slobodan Drasković, prigioniero jugoslavo che aveva vissuto gran parte della sua vita in Germania, frequentando l’Università di Monaco. Conduceva il gruppo di discussione in tedesco cui Pringle stesso partecipò.
Leading Seaman McCrae, soldato semplice, compagno di cella dell’attendente e del cuoco Hedley, lo scopritore del vuoto dietro la parete. Dorme sotto di lui, nel letto a castello. Insieme decidono di sfondare la parete.
In realtà si tratta dello stesso attendente che troviamo nei ricordi di Pringle, quale McRae, e indicato nel telegramma come Mac Rae Artur.
Colonnello Fraser, un giovane colonnello neozelandese, amato e rispettato, il Senior British Officer (S.B.O.), l’ufficiale più alto in grado nel campo fra i prigionieri, il loro portavoce e riferimento.
A lui si rivolgono Pringle e Alastair per chiederne il parere sul piano di fuga e sull’ammissione di Sterling.
(Sulla figura e sul nome dello S.B.O. al Forte di Gavi, nel periodo della prigionia di Pringle, cfr. David M. Guss, Un Uomo in fuga – la vera storia di Alastair Cram, Newton Compton editori 2018)
Aldini, tenente italiano, accompagna Pringle appena arrivato al Forte, prima di affidarlo a Medd.
Prato, guardia che fornisce a Pringle le pinze tagliafili.
SIGLE
S.B.O. Senior British Officer, l’ufficiale di maggior grado fra i prigionieri nel campo. Il loro portavoce e riferimento.
S.A.S. Special Air Service.
Gli obiettivi della SAS erano sfiancare le forze tedesche che si stavano ritirando e assicurare i primi contatti con l’American First Army che avanzava dall’Algeria.
Tali operazioni richiedevano un alto livello di preparazione e di iniziativa personale tra tutti i gradi e Sterling era stato estremamente determinato nel pretendere l’eccellenza nel suo reggimento.
