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Partigiani in Sesta Zona: il caso di Dernice

Negli anni Quaranta sono circa ottocento le persone -soprattutto contadini- che risiedono a Dernice e frazioni. Sette di loro -giovani maschi soldati- muoiono nel corso del secondo conflitto mondiale: tre sono di Dernice, due di Vigoponzo, uno di Aia del Gallo e un altro della cascina del Marchese, piccola località di Vigana.

Atto di morte di Enrico Aloisio

Enrico Aloisio, trentaquattro anni, di Dernice, muore a Charkiv, in Ucraina, nel giugno del 1942, durante la campagna di Russia; ad aprile si era sposato, appena prima di partire.
Pierino Prosello, ventisei anni, di Vigoponzo, e Adolfo Tarditi, ventiquattro anni, di Vigana, muoiono nel corso della stessa campagna; a dicembre il primo, nella ritirata del gennaio 1943 il secondo.
Amelio Sinelli e Mario Ruffino, ventidue anni, di Dernice, sono dispersi entrambi: in Montenegro nell’agosto 1943 il primo, internato militare in Germania il secondo.
È un internato militare anche Terzo Davio, ventun anni, di Vigoponzo (benché emigrato da qualche anno a Carezzano), morto in Austria nel febbraio del 1945, mentre Antonio Semino, ventitrè anni, di Aia del Gallo, muore per ultimo, a Tambov, nell’aprile del 1945, prigioniero in un campo sovietico. [1]

Ottocento, dunque, i residenti nel Comune di Dernice ai quali sul finire della guerra, si aggiungono sfollati, fuggiaschi e partigiani. Al termine delle ostilità sono venticinque i dernicesi a ottenere dalla Commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane un attestato di partecipazione alla lotta di liberazione. Due su cinque hanno fatto vita di distaccamento: gli altri hanno collaborato da casa, correndo ugualmente rischi fatali. Tutti uomini: otto di Dernice, sei di Montebore, tre di Cavigino e altrettanti di Selvigara, due di Vigoponzo, uno di Fontanelle, uno di Gropparo e uno di Campioli.

Ci sono due coppie di fratelli e due coppie padre-figlio. Quattro hanno più di quarant’anni, due sono i trentenni, cinque ne hanno più di venticinque e ben quattordici ne hanno tra sedici e ventiquattro. L’età media è ventisei anni. Undici appartengono alla brigata Arzani, nove alla brigata Po, uno alla brigata Oreste e tre genericamente alla divisione Pinan-Cichéro; due –Raci e Nanni, entrambi di Dernice- risultano commissari politici -di distaccamento-; uno –Tuono, di Vigoponzo- è un vice-comandante, sempre di distaccamento  [2].

Franco Anselmi (1915-1945), milanese, ventotto anni, tenente dell’Aeronautica militare, pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre raggiunge in paese il villino del cognato. Anselmi, di famiglia agiata (il padre era un noto avvocato penalista; il cognato, genovese, era un medico chirurgo), aveva combattuto in Etiopia e in Spagna, nella seconda metà degli anni Trenta, e poi in Albania e di nuovo in Africa nel corso della Seconda guerra mondiale. Tomaso Toccalino (1919-2004), partigiano Bristol, di Montébore, ricordava che Marco (questo lo pseudonimo che Franco Anselmi avrebbe poi assunto) aveva fatto spargere la voce tra i giovani di Dernice rientrati dal militare. «Dopo un mese che eravamo a casa, all’inizio di ottobre Marco ci ha mandato a chiamare. Eravamo in otto: “Allora, cosa facciamo? Ci facciamo portare via?” Per noi la guerra era finita, però quando Marco ci ha chiamato cominciavano a venire su i carabinieri e prendevano il tizio e lo portavano via, prendevano caio e lo portavano via. Io ero sottufficiale e dovevo presentarmi e per gli altri era lo stesso discorso… “Cerchiamo di organizzarci, di prendere qualche fucile, di disarmare ‘sti carabinieri”. Volevamo evitare di farci portare via: lo scopo primo era quello. Non era di andare a fare il partigiano, sono qui, sono lì… Era solamente salvare la propria pelle e basta» [3].

Franco Anselmi, “Marco”

Nei mesi seguenti la storia della banda di Marco è comune a quella di tutte le altre bande -quindici, non più di venti- sorte nello stesso periodo sul territorio di quella che i partigiani avrebbero preso a chiamare Sesta zona operativa, cioè un esagono irregolare con Cogoleto, Ovada, Tortona, Bobbio, Varese Ligure e Moneglia ai suoi vertici.

Tra novembre e dicembre 1943 con Marco sono in tre, quattro, cinque, massimo sei. A gennaio sono in dieci, a febbraio in venti, alla fine di aprile ancora soltanto in trenta. Oltre a Dernice e a Montébore, la banda ha le sue basi ad Avi, a Camere Nuove e a Volpara.

I loro nomi: Smith, Giorgio, Chicchirichì, Claudio, Tom -fratello minore di Marco-, Biancaneve e Nembo, Tino e Gigi -due coppie di fratelli-, Patella, Cucciolo, Bufalo, Giacomino, Limonin; e poi Tullio, Tim, Torre, Baku, Treno, Cencio e Miro -due polacchi-; arrivano da Alessandria, Tortona, Castelnuovo, Viguzzolo, Pontecurone, Rivanazzano; da Ronco Scrivia, da Genova.

Ai primi di giugno sono una sessantina, alla fine del mese sfiorano il centinaio e alla vigilia della mitica battaglia di Pertuso (22-25 agosto 1944) sono circa centocinquanta.

Il 23 giugno a Rivarossa l’incontro che sancì il passaggio della banda -ora battaglione Casalini- in forza al dispositivo delle Brigate Garibaldi; ai primi di luglio il comando del battaglione si trova nel castello di Borgo Adorno: comandante sempre Marco, commissario politico Bruno (1910-1970), un operaio comunista di San Quirico in val Polcevera.

1983. Il Presidente Sandro Pertini inaugura il monumento in memoria di “Marco” a S. Sebastiano Curone, (foto tratta dal sito del Comune)

Tra i commissari comunisti -se ne avvicendano almeno quattro- e Marco -ufficiale, borghese- si va finisce presto ai ferri corti. Due di loro vengono disarmati e messi agli arresti. Questa la musica sino al rastrellamento di fine novembre, che si protrae per oltre un mese. La brigata -che ora si chiama Arzani- si scioglie, si disperde. Marco il 3 febbraio 1945 è a Milano, al funerale del padre. Viene arrestato e poi liberato grazie a uno scambio di prigionieri. Finisce a combattere in Oltrepò, con la divisione Gramsci, fino alla morte, il 26 aprile 1945 a Casteggio.

Giuseppe Persano (1924-2002), novese, di famiglia povera, a otto anni perde un occhio al tempo dei giochi. Suo padre, antifascista, manovale, «non ha mai avuto un lavoro normale, sempre a destra e a sinistra» [4]. Giuseppe inizia a lavorare a undici anni, nell’edilizia, e fino ai quindici fa il bocia, il garzone per gli imbianchini. «Ho fatto tanta fatica che non la auguro a nessuno. Servivo i muratori, dalla cantina fin su al tetto. Andavo a casa alla sera che piangevo, eppure qualcosa bisognava fare, perché in casa non ce n’era e allora cercavo di dare una mano».

Dopo l’8 settembre incontra i comunisti, partecipa al recupero di armi abbandonate dall’esercito, fa la staffetta da Novi alla Benedicta e, dopo, per le bande risorte dopo il grande rastrellamento: quelle di Merlo, di Veniero, di Giacomino; «e poi», diceva Giuseppe, «abbiamo sentito del rastrellamento della Pinan-Cichéro, nell’inverno, e appena finito, ai primi di febbraio, siamo andati su e abbiamo fatto il distaccamento». Ora è il partigiano Nito e questa che racconta è la storia della brigata Po, che nel febbraio 1945 «era in costituzione e poi si è chiamata Po-Argo, per via di Argo che hanno ucciso a Garbagna» [5], il 14 marzo 1945.

Il nucleo della brigata Po proviene da Cervesìna, piccolo Comune della pianura pavese d’Oltrepò situato alla confluenza dello Staffora nel grande fiume; della frazione di San Gaudenzio era Ras, il capo della brigata, Natale Moretti (1920-1947), ai monti con il padre Pietro (1884-1967) e due fratelli, Costantino (1914-1986), suo vice, partigiano Giorgio, ed Egidio (1923-1997), Saetta, coadiuvati a valle da un quarto fratello, Stefano (1918-2009), e dalla madre Luigia (1889-1960).

«Noi siamo stati subito a Dernice”, prosegue Nito, “ci siamo stati per bene: venticinque o trenta giorni. Poi siamo andati giù a Restegassi e da Restegassi siamo andati a Vallescura: con questi tre trasferimenti, è venuto il 25 aprile. Siamo andati giù a Tortona, sul castello».

Al 25 aprile Nito fa parte del distaccamento Albasio: è il distaccamento dei novesi. Ventuno su trentuno sono di Novi Ligure; quattro di Cornigliano e San Pier d’Arena, tre di Pontecurone, due di Corana e un bielorusso. I più numerosi (cinque) sono quelli del 1925 -vent’anni-, seguiti dal 1924 e dal 1928 -diciassette anni-; tre sono del 1922, due del 1926, due del 1927; uno è nato nel dicembre del 1929: quindici anni appena compiuti. L’età media: ventidue, ventitrè anni.

Il comandante è Max, Paolo Ferrando (1923-1996), è nato a Ovada ma risiede a Novi; il suo vice è Nello, Alighiero Ballotti (1923-2001), nato sulla montagna toscana, nella valle di Bisenzio, ma emigrato a Pontecurone; commissario politico e vice sono Villa, Clemente Gualco (1923-1996), di Novi, e Bill, Filippo Franchi (1914-1958), bergamasco del lago d’Iseo, emigrato a Genova e poi sposato a Novi.

Oltre a Nito ci sono Scintilla, Franco, Gioscar e Billy; Katia, Petrof, Sisifo e Monello; Dix, Suss, Bob e Tim; Eolo, Sergio, Pinco e Bedin; Tom, Jean, Lungo e Pollastro; Biondo, Remo, il russo Aculic e il più anziano, Loris, trentadue anni, da Cornigliano come gli altri due “anziani”, Ghen e Pirata, trentuno e ventinove anni, trasferiti alla Po da Mongiardino (distaccamento Villa, brigata Oreste) per punizione. Loris era nato a Lumezzane, in val Gobbia (Brescia), ma era emigrato a Genova a diciotto anni, per lavoro.

È a Dernice, lo abbiamo visto, che si apre e si chiude la storia del movimento partigiano borberino: ma cosa accade nel mezzo, in quei venti mesi che vanno dal settembre 1943 all’aprile 1945?

Se nell’autunno del ’43 i ribelli non arrivano a dieci, nella primavera del ’45 i partigiani sono ormai alcune centinaia; devono mangiare, dormire, ogni giorno. Una situazione che se non presuppone la totale sintonia tra popolazione e partigiani, esige quantomeno che la prima non sia, nella sua grande maggioranza, apertamente ostile ai secondi; e se effettivamente i più cercano di stare in disparte, scansando gli eventi come e quando possibile, alcuni fra loro collaborano più o meno attivamente con la Resistenza.

Una sera di gennaio -1945- i tedeschi arrivano a Selvigara mentre Ulno e compagni sono nascosti in un fienile di proprietà di Giovanni Colonna (1905-1976), contadino amico dei partigiani, patriota della brigata Arzani. Appena andati via i soldati, “un colpo di tosse e parole montanare allegre (…).

«Se ne sono andati. A quest’ora saranno ad Aia del Gallo – disse Giovanni con voce soddisfatta. – Ora vengo ad aprire la botola» (…). «Giovanni – disse Dana – Grazie! – Ricordati che il mondo cambierà, deve cambiare». Giovanni sorrise con quella sua bocca sdentata e buona, poi scrollò la grossa testa, incredulo. «Noi siamo altra gente!» gridò da lontano Dana, alzando la mano in segno di saluto[6].

Erasmo Marrè, “Minetto”

Giovanni è scettico -e come dargli torto- ma è un amico dei partigiani; li conosce, li nasconde, li aiuta. Conquistare la fiducia di -alcuni- contadini e valligiani non era stato semplice. Nel mese di giugno del 1944 don Marino Basso (1876-1948), anziano parroco a Vigoponzo, nativo di Rocchetta, viene malmenato e rapinato da due individui, che la banda di Marco rintraccia in val Grue e passa per le armi verso il monte Giarolo [7]; un sistema terribile, senza appello, utile a garantirsi una buona reputazione fra la gente. Alessandro Ravazzano (1928-2018), partigiano Cucciolo, di Novi, alla metà di dicembre 1944 ha l’influenza; non si nasconde coi compagni nelle buche preparate secondo le disposizioni dei comandi partigiani per interrarsi e sfuggire al rastrellamento, ma -racconta- «mi sono rifugiato a Vigoponzo, in una cascina dove mi hanno messo sul solaio (…) e son stato lì tre giorni, ogni tanto mi portavano una scodella di brodo, un pezzo di pollo» [8].

Quel gennaio del 1945 è un mese cruciale per la brigata Arzani, scompaginata dalle puntate di rastrellamento dei nazifascisti, orfana del suo primo comandante. Intorno alla metà del mese, dopo quattro settimane di sbandamento, si riformano due distaccamenti: uno proprio a Dernice, su iniziativa di Minetto, Erasmo Marrè (1920-2011), nominato comandante al posto di Marco, e il secondo a Bregni, in val Curone, in maniera spontanea [9].

I rastrellamenti proseguono: il 26 gennaio tedeschi e fascisti da San Sebastiano puntano Cantalupo e l’alta valle attraverso Dernice; sempre a Dernice, il 7 febbraio, un plotone di bersaglieri proveniente da Tortona viene bloccato e disarmato. A metà febbraio la brigata Arzani conta su tre distaccamenti: uno a Costa Merlassino, uno a Dernice e un altro -il comando- a Parogna; altri si stabiliranno a Sorli e a Sant’Aloisio, in val Grue e in val Curone.

L’ultimo rastrellamento – tragico, fatale, lo vedremo – a Dernice passa di venerdì, 2 marzo 1945, mentre l’ultima vicenda capita di sabato, il 21 aprile 1945: ne scrive nel suo diario don Marino Basso, citando il cadavere di un «maggiore generale germanico» portato in canonica dai partigiani, sepolto nel cimitero del paese e poi «riesumato e traslocato» finita la guerra [10]. Ce lo racconta in dettaglio un protagonista di questo episodio, il partigiano Nitzi, Carlo Taverna (1920-2023), intervistato nel dicembre del 2018:

Carlo Taverna “Nitzi”

Ci sono stati tanti episodi, anche buffi. Te ne voglio raccontare uno. I tedeschi avevano catturato un nostro pezzo grosso e noi ci siamo messi subito in movimento per scambiarlo; gli avremmo dato anche tre, quattro, cinque, sei soldati tedeschi, ma loro volevano un ufficiale, se no il cambio non lo facevano. Avevamo mandato giù un gruppo per pescare degli ufficiali che transitavano in macchina tra Tortona e Voghera; sono andati giù e sono riusciti a catturarlo. Io ero sopra a San Sebastiano Curone e arrivano quelli che erano andati giù. Era quasi buio: mi chiamano, esco sul terrazzo della casa e vedo questa macchina tedesca; sopra c’erano tre partigiani e, in un angolo, il tedesco, tutto impettito. Uno mi fa: «Adesso te lo lasciamo qui per interrogarlo e poi mandarlo al campo di concentramento», da Attilio, da Marco; io scendo, li saluto e un altro mi dice: «È lì». Entro in macchina: «Ma è morto», dico. Era morto! Era rimasto ferito e poi era morto. «Ma noi abbiamo finito, noi andiamo», dice uno dei tre. «Ma cosa ne faccio??», ero da solo… Allora, conoscevo il parroco di Vigoponzo, una frazione vicina, e sono andato da lui e gli ho detto: «Senti, è successo questo – Vieni, lo portiamo in chiesa». L’abbiamo portato in chiesa e l’abbiamo coricato su una panca. «Domani mattina faccio il funerale e lo seppellisco», mi dice. «Va bene», “ciao”, “ciao”. Nel borsello aveva i documenti: li ho mandati ad Attilio, con il mio rapporto. L’indomani mattina presto mi sento chiamare e mi affaccio. È il prete: «Vieni, vieni, vieni! Perché il tedesco…», e io : «È scappato?». «No, non è scappato: gli han portato via gli stivali!», aveva un bel paio di stivali, ma c’erano due scarpacce tutte rotte e gli stivali non c’erano più. Passata una settimana, è transitato di lì un gruppo di partigiani. Vedo uno con gli stivali e gli dico: «Dove hai preso quegli stivali lì?!», e lui mi fa: «Dove tu hai trovato un paio di scarpe tutte scalcagnate!», e ci siamo messi a ridere. «Adesso ci devi raccontare come hai fatto a sfilare gli stivali al tedesco, di notte, in chiesa, sulla panchina, che era già freddo”… Vedi, questi episodi, che sono buffi, in un certo modo ti dicono com’era la situazione» [11].

Racconta ancora nel suo libro Beppe Ravazzi:

Copertina dell’ultima edizione del libro di Beppe Ravazzi “Ulno”

I lavoratori guardavano con stupore quel gruppo di partigiani armati con “sten”, che salivano per i sentieri delle loro montagne e dei loro boschi e si soffermavano nei loro miseri paesi. Erano trentatre partigiani, che dicevano di provenire da Cuneo. «Quanta strada e quanti pericoli per giungere fino quassù!» pensavano i lavoratori, ed unitamente alle loro donne offrivano fiasche di vino e pane bianco e uova fresche. Le donne sorridevano a questi maschi che venivano coraggiosamente dalle Alpi per rafforzare l’Appennino.
Costoro, che volevano raggiungere l’Americano, il comandante dei partigiani di Varzi, quando si distendevano in fila indiana per le ripide mulattiere davano a chi li osservava il senso dell’ordine, della potenza e della disciplina. I lavoratori segretamente commentavano: «Questi non sono come i nostri! Questi hanno la disciplina e l’organizzazione» e sentivano il senso della sicurezza e della speranza.
«È giusta la strada per Dernice?», chiedevano quei giovani ai lavoratori sparsi sulle grillaie.
«È giusta» rispondevano i lavoratori fermati sulle loro zappe o sulle falci.
«Ci sono partigiani a Dernice?» e i lavoratori rispondevano di sì col capo bruciato dal sole. I trentatre partigiani arrivarono finalmente a Dernice e incontrarono Marco, Raffica e Curone, Tom, Runo e Bolo e Bianco.
«Da dove venite?» chiese Marco sorpreso e stupito al partigiano che aveva l’aspetto e i modi del capo.
«Veniamo da Cuneo; il mio nome di battaglia è Peter».
«Da Cuneo?» ripeté Marco e guardò Raffica e Raffica scanciò Curone. E tutti e tre risero. Risero anche i sopravvenuti.
L’incontro era stabilito.
I partigiani di Marco quando dovevano liquidare qualcuno dicevano: «Costui va a Cuneo». Tutti capivano che quello era stato condannato a morte in una buca, e il liquidato che doveva morire pensava che a Cuneo ci mandavano i prigionieri e, per quel tanto che era possibile in quelle circostanze, si rallegrava.
Marco dinnanzi a quei trentatre giovanotti ben armati ed equipaggiati ebbe un fugace senso di invidia. I suoi uomini dopo la battaglia di Pertuso stavano organizzandosi faticosamente e mancavano di tutto e sopra ogni cosa di armi automatiche. «Se avessi un paio di distaccamenti come questo, sarei a posto» pensava.
Meno entusiasta per quell’incontro, Raffica osservava in silenzio ed aveva sotto il naso, sul labbro superiore, un sorriso tutto raggrinzito dall’invidia e dal sospetto. Si grattava la nuca spostando continuamente il cappello sulla fronte[12].

È la mattina del 14 settembre 1944 e di lì a poco Raffica, Gino Rossi (1910-1983), braccio destro del comandante Marco, genovese di Quezzi, scopre le mutande «uguali e bianchissime» di due dei trentatrè partigiani appartatisi nel bosco per compiere i propri bisogni e, con la complicità d’uno di essi, ne smaschera l’impostura. Si trattava di una falsa banda di partigiani partita da Genova, dalla Casa dello Studente, sede delle SS, e capitanata dal maresciallo tedesco Josef Peters, dal tenente altoatesino Richard Kroner (del distaccamento della Guardia nazionale repubblicana presso la stessa Casa dello Studente) e dai genovesi Sergio Allori, sottufficiale dei “risoluti” della Xª Mas di stanza nella caserma di San Fruttuoso, e Angelo Rivera, sergente maggiore dell’esercito repubblicano.
Peters, Kroner e Allori vengono avviati a Cabella per essere interrogati e trattenuti come prigionieri; il primo riesce a fuggire nel corso di un trasferimento e a tornare a Genova; il secondo dopo quattro mesi viene consegnato ai tedeschi a Borzonasca in cambio di un capo partigiano; il terzo è fucilato a Bogli un mese dopo. Il loro “traditore”, Roberto Salano, viene accolto tra le fila partigiane e prende il nome di battaglia di Scampato (tuttavia non se ne trova traccia nelle banche dati del partigianato: è possibile che si tratti di un nome fasullo o che lo stesso abbia, in un secondo tempo, abbandonato la formazione).


“I pascoli degli Erchi oggi; sullo sfondo, Rocchetta Ligure, il torrente Borbera, la ripa”. Foto tratta dalla pagina Facebook dell’allevamento di Cascina Nerchi

All’alba del 15 settembre, in località Erchi, vengono fucilati in ventinove: oltre a Rivera, ci sono dodici militi della Guardia nazionale e sedici marò dei “risoluti”. Il più anziano ha quarantasette anni; il più giovane, sedici. L’età media, al netto degli ignoti: ventiquattro anni; perlopiù genovesi per nascita e residenza, e poi toscani, lombardi, emiliani.

Di un altro episodio notevole, per significato e svolgimento, veniamo a conoscenza grazie a una delle interviste pubblicate ne I giorni della montagna.

Io passo da Campioli, che andavo su al comando e mi sento chiamare.
“Brandillone, Brandillone, vieni qui, vieni qui!”.
“E cosa c’è?”.
Lì i Campioli erano quattro o cinque case, no? e c’era uno che c’aveva il pollaio, dove tenevano anche il maiale. Sai che cosa c’han fatto, al sciur Pipein? L’han beccato e l’han messo dentro assieme al maiale! E mi chiamano…
“Che cosa c’è?”.
“Vien qua, che ti facciamo vedere una bestia rara!”, la bestia rara… mi aprono e c’era lui nell’angolo: “Uuuuh!!! Adesso mi ammazzano… adesso mi ammazzano…[13].

L’episodio narrato da Dante Fossati (1921-1999), di Rivalta Scrivia, partigiano Brandillone della brigata Arzani, confermato anche da Biancaneve, Carlo Bocchetti (1923-2008), di Tortona, riguarda Giuseppe Orsi (1882-1948), sciur Pipèin, industriale tortonese con un centinaio di operai alle sue dipendenze, impiegati nella realizzazione di trattori e macchinari agricoli; con l’inizio della guerra aveva convertito la produzione a fini bellici (granate e selle per muli) [14].

Prelevato a Tortona dai partigiani del SIP della val Borbera, in collaborazione con il Cln di Tortona e con un operaio dello stabilimento, probabilmente tra il febbraio e il marzo del 1945, fu trasportato in carrozza ai Campioli e quindi, a piedi, ai Dovanelli, sede di uno dei campo di concentramento dei prigionieri, dove fu costretto -da Attilio, capo del SIP dell’intera Sesta zona- a versare venti milioni di lire a favore della causa partigiana [15].

Non era stato il primo e non fu l’unico caso, quello di Orsi, di un industriale rapito a scopo di riscatto. Ce ne parla Marco Secondo, Giuseppe Balduzzi (1922-2021), capo del SIP in val Borbera:

Giuseppe Balduzzi, “Marco II”

Qual è la considerazione che ha fatto il Comando Zona, e che io condividevo e condivido? Dice: “Non possiamo chiedere contribuzioni ai contadini residenti sul nostro territorio perché, a parte che son povera gente, in genere, ma ci crea impopolarità”; ci avrebbe creato una situazione di conflitto con la popolazione, cosa da cui ci guardavamo bene. Così, ad un certo momento, dopo il rastrellamento dell’agosto, verso la fine del ’44 – e questa è la terza fase -, il Comando Zona è venuto nella determinazione di ricorrere a finanziamenti forzosi a carico di quegli elementi fascisti che si erano arricchiti col Fascismo e soprattutto nei confronti dei collaborazionisti dei tedeschi: quelli che costruivano le fortificazioni, che in definitiva lucravano sulle disgrazie della patria in forma molto accentuata, tant’è vero che i collaborazionisti a un certo momento erano considerati nostri nemici quasi più dei fascisti, perché aiutavano i tedeschi più loro che i fascisti. Questa idea dev’essere venuta ad Attilio; ricordo quando me ne parlò: “Li individuiamo, diamo mandato ai CLN della valle Scrivia – di Novi, di Tortona – di segnalarci i collaborazionisti che lavoravano per i tedeschi”, che si arricchivano a discapito nostro, limitandoci a poche persone, ai più facoltosi, o quelli che profittavano di più, e facevamo dei veri sequestri di persona [16].

Tre -anzi quattro, o meglio cinque- sono i caduti partigiani sul territorio di Dernice: due a luglio 1944, due a settembre e l’ultimo a marzo del 1945.

Davide Arbanelli, ventidue anni, e Arrigo Badino, sedici, entrambi genovesi di San Pier d’Arena, tracciatore e disegnatore il primo, garzone meccanico il secondo (in altri documenti sono definiti entrambi studenti), muoiono a Montebore il 3 luglio 1944; le carte della smobilitazione li assegnano alla brigata SAP Jori, una brigata cittadina che si costituì -in città, a Genova, e non già in montagna- mesi dopo la loro morte, mentre i fascicoli personali dei due caduti conservati nell’archivio Ilsrec li assegnano alla brigata Jori di montagna, che tuttavia né in quei giorni né mai occupò questa zona. Per entrambi la data d’ingresso in banda è fissata al 1° luglio 1944: due giorni prima di morire, e per entrambi la definizione è «caduto in combattimento» [17].

Nel fascicolo personale di Arbanelli è conservata una memoria autografa del padre, senza data ma probabilmente sollecitata nel 1955 da Mario Cassiani Ingoni, presidente dell’Istituto storico della Resistenza in Liguria; il padre scrive, del figlio, che questi “operò in città con atti di sabotaggio, in seguito ai quali fu arrestato dalle brigate nere e condotto nelle carceri politiche. Il 15 maggio 1944 riusciva a fuggire dal carcere e raggiungere in montagna la brigata Jori”. Detto della brigata Jori, occorre aggiungere che l’arresto, precedente al maggio 1944, non avrebbero potuto effettuarlo le brigate nere, corpo sorto solamente nel luglio successivo.

Più ricco e interessante il fascicolo di Badino, dove si trova anzitutto, anche in questo caso, un autografo del padre, ragionevolmente coevo a quello dell’Arbanelli: «appena sedicenne fuggì da casa nel 1944 per andare coi partigiani ad Ormea – Garessio – Valle d’Inferno dove passò parecchie peripezie, ma data la giovane età e i vari pericoli che si trovavano, perché non ancora bene organizzati, e le brigate non ancora formate, lo mandarono a casa dopo essere scampato da una battaglia fra tedeschi e partigiani dove ritornò a casa lacero ed affamato, però ragazzo ardito continuò ad operare in città, dove venne arrestato dalle brigate nere, e fuggito dalle carceri il 15 maggio 44 andò di nuovo in montagna dove peregrinò parecchi giorni finché venne poi aggregato alla brigata Jori dove dopo pochi giorni morì in combattimento il 3-7-44». Ancora la brigata Jori, ancora le brigate nere, ancora il 15 maggio, stessa data dell’arresto indicata per Arbanelli.

Ma non è tutto: in un questionario -che somma altre precisazioni a ulteriore confusione- intitolato «Dati biografici del caduto», alla voce «attività nella guerra partigiana», si legge che Badino «a soli sedici anni fece parte del I° Alpini a Cuneo-Garessio, dopo scappò a casa perché le formazioni vennero sciolte, ed anche in città era sempre fra i primi a fare dei boicotaggi ai tedeschi finché una sera venne arrestato insieme ad un altro suo compagno, e riuscirono a fuggire in montagna dove si aggregarono nella Brigata Jori dove trovò la morte in un conflitto colle brigate nere a Dernice-Garbagna (Montebore)».

A questo punto è appena il caso di segnalare che Arrigo Badino era fratello minore di Luciano Badino, partigiano Athos, commissario politico della brigata SAP Buranello, operativa in San Pier d’Arena proprio a partire dalla fine di aprile del 1944 [18]. Luciano, nel dopoguerra militante del PCI e dell’ANPI, il 18 gennaio 1945 venne arrestato e, come appurarono i processi, sottoposto a «sevizie particolarmente efferate»: fu denudato, malmenato, legato con le mani dietro la schiena e appeso al soffitto per le ascelle, con una carrucola, e infine immerso con i piedi in acqua bollente mista a soda caustica [19].

Dernice dall’alto

Esiste infine, nel fascicolo di Arrigo Badino presso l’archivio Ilsrec, un promemoria -sempre senza data- dal titolo «I fratelli Badino»; qui Luciano, maggiore di tre fratelli, marinaio a Gaeta all’8 settembre, inizia la sua attività antifascista, a contatto con i GAP di San Pier d’Arena, sin dal mese di ottobre del 1943; individuato alla fine di gennaio del 1944, raggiunge i partigiani della Benedicta, dov’è assegnato al secondo distaccamento in qualità di commissario politico. Sceso in città in missione alla fine di marzo, viene arrestato dai questurini e poi trasferito alla caserma dei “risoluti” della Xª Mas di San Fruttuoso: qui evade «praticando un foro nel pavimento della cella, passando attraverso la fognatura. Non appena ha la possibilità di eludere le ricerche della polizia fascista facendosi credere militare (con l’ausilio di documenti falsi) riprende i contatti con i G.A.P.» e con Germano Jori, il comandante dei gappisti genovesi. Caduto in combattimento Jori a giugno (in verità a luglio), si dedica alla costituzione delle SAP, le squadre di azione patriottica; a luglio (e dunque non ad aprile) è commissario politico della neonata brigata SAP Buranello; poi l’arresto di gennaio, le torture «col sistema del “pedicure” (immersione delle estremità inferiori in acqua bollente, con aggiunta di soda caustica)», la degenza -sino al 25 aprile- «in una lurida cella, poco curato e sofferente per la cancrena prodottasi in seguito alle ustioni di terzo grado ad ambedue le estremità inferiori».

Arrigo invece, «fin dopo l’armistizio, viene a conoscenza che in quel di Cuneo reparti di ex alpini appartenenti al disfatto esercito, stanno formandosi in varie squadre partigiane (Brigate della Mauri) e malgrado la sua giovane età (poco più di 15enne) si porta a Cuneo e immediatamente entra a far parte di una formazione» che, senza armi ed equipaggiamento adeguati, si scioglie in occasione del rastrellamento d’aprile. «Ritornato a Genova si propone di ritornare dopo un breve periodo di pausa, sulle montagne della Liguria o del Piemonte», dove -e qui scompare l’arresto subito con Badinelli- «viene assegnato alle dipendenze della Brigata Jori, dove dopo vittoriose azioni e colpi di mano effettuati contro il nemico, il giorno 3 luglio 1944 cade eroicamente in combattimento a Montebore».

I ruderi della Benedicta subito dopo la Liberazione

Gli atti di morte, compilati negli uffici comunali di Dernice nel corso del 1947, confermano il luogo della morte (Montebore) e la data (3 luglio). Badino, proveniente dall’esperienza della val Tanaro scompaginata dal rastrellamento compiuto dai nazifascisti tra il 7 e il 12 aprile 1944 (quasi in contemporanea a quello della Benedicta), rientrò a San Pier d’Arena dove sarebbe stato arrestato, in un giorno compreso fra la seconda metà di aprile e la prima metà di maggio, assieme al Badinelli con il quale doveva aver ripreso una qualche forma di attività clandestina.

Non c’è evidenza di alcun combattimento avvenuto a Montebore il 3 luglio 1944, mentre una possibile chiave di lettura della morte di Arbanelli e Badino la troviamo nel diario di Picchio, Dino Merlo (1921-2002), di Castelnuovo Scrivia, partigiano del battaglione Casalini, in quei giorni stanziato anche nella zona di Montebore; non c’è una data precisa, ma siamo nel mese di luglio. Il distaccamento di Picchio scende dall’accampamento del monte Ebro a Costa Merlassino; il capo in quei giorni è Bruno – «genovese», «marxista», «sulla quarantina» –, «tenace e duro come una roccia. Quando emette una sentenza non torna più indietro». Un giorno al distaccamento arrivano due ragazzi: “Hanno poco più di vent’anni. Sono molto ben vestiti, indossano camicie di pura seta con giacche sportive alla principe di Galles. Chiedono di arruolarsi nelle file partigiane. Il Commissario Bruno promette loro che li accetterà solo se avranno i giusti requisiti. Rimangono con noi per parecchi giorni, ma noi li sorvegliamo. Intanto Bruno prende le necessarie precauzioni inviando una staffetta nei luoghi di residenza dei due giovani per indagare sulla loro vera identità. Risulta che sono due spie fasciste mandate per infiltrarsi nelle nostre fila. Vengono immediatamente fucilati[20].

Al netto dei «parecchi giorni», notazione che sembra contrastare con le carte, che fissano l’ingresso in banda dei due al 1° luglio, due giorni prima della morte, questa è la storia -pare evidente- di due giovani partigiani genovesi giunti in val Borbera, ritenuti spie al soldo del nemico -già arrestati e fuggiti e perciò stesso suscettibili di sospetto- e fucilati di conseguenza: presumibilmente un tragico errore a cui, probabilmente anche grazie all’interessamento di familiari (e in specie del fratello di uno dei due, capo partigiano torturato dai fascisti), la Commissione ligure di riconoscimento delle qualifiche partigiane a guerra finita pose rimedio, restituendo loro ex post la dignità di patrioti.

Commissione che quella stessa dignità riconobbe anche al quarto -ma non al quinto- dei caduti sul territorio di Dernice: si tratta di Giacomo Catellani e di Francesco Toni, ventenni genovesi, nati nel 1924, di Pegli il primo e di San Quirico il secondo, entrambi partigiani alla Benedicta; il primo, in seguito a quel rastrellamento, «si era volontariamente consegnato» ai fascisti «in cambio della libertà di suo padre e di suo fratello, imprigionati dai tedeschi come ostaggi»[21]; analoga vicenda per il secondo, che però non figura tra i caduti partigiani. Terminarono i loro giorni assieme, con la divisa da “risoluti” della Xª Mas, fucilati dai partigiano di Marco.

Bruno, che di quella banda era stato il commissario politico, in una memoria intitolata «La cattura di 33 S.S.» [22], ricordava che «mentre si procedeva per l’inoltro dei prigionieri [verso il luogo della fucilazione], dalle file di questi due voci mi chiamarono; avvicinatomi riconobbi due elementi che avevano fatto parte con me della 3ª Brigata Liguria in Terza Zona, 1° distaccamento alle Capanne Superiori. Io ero al terzo. Avevano scelto male. Vennero fucilati assieme agli altri». Più magnanima di Bruno, nel dopoguerra, e probabilmente anche in questo caso dietro l’interessamento dei parenti di Catellani, fu la Commissione di riconoscimento.

Lapide commemorativa posta sulla parete esterna del Municipio di Dernice

L’ultimo caduto di Dernice, in occasione dell’ultimo rastrellamento di Dernice, è anche quello con la storia più semplice: il 2 marzo 1945, nel centro del paese, viene ucciso Giancarlo Pernigotti, partigiano Ciccio della brigata Po, non sappiamo di quale distaccamento. Studente, nato a Voghera nel febbraio del 1924, era sempre vissuto a Tortona; il suo cadavere venne sepolto in un loculo del cimitero e poi trasferito a guerra finita. Sul verbale firmato dal sindaco Davide Semino nell’agosto seguente e trascritto nei registri di morte di Dernice e Tortona si legge che “truppe tedesche in azione di rastrellamento il giorno due predetto entravano nell’abitato di Dernice ed in via Fumatori trovavano un giovane che al loro approsimarsi si dava alla fuga – da parte della truppa veniva aperto il fuoco ed il giovane colpito al dorso, alla regione cervicale ed alla regione lombare decedeva poco dopo come risulta al certificato stesso del dottor Dario Marugo di Genova che si trovava sfollato in Comune. Il giovane come è stato accertato con riconoscimento fatto da parte dei di lui parenti e da inequivocabili documenti è risultato essere, come sopra abbiamo riferito[23].

Il dottor Marugo era il cognato del comandante Marco il quale, di lì a poche settimane, l’abbiamo visto, sarebbe caduto a sua volta nel corso dei combattimenti per la liberazione di Casteggio.


[1] Archivio comunale di Dernice.

[2] Archivio Centrale dello Stato, schedari del fondo Ricompart, in parte consultabili online sul portale partigianiditalia.cultura.gov.it/

[3] D. Borioli e R. Botta, “I giorni della montagna. Otto saggi sui partigiani della Pinan-Cichero”, pp.70/71.

[4] Archivio ILSREC, fondo “Memoria orale”, intervista di Alberto Piccini a Giuseppe Persano, effettuata nell’ottobre del 1996.

[5] Beppe Ravazzi (1915-1989) nel suo splendido “I guerriglieri dell’Arzani”, pubblicato nel 1965, riporta alcuni dialoghi che avvalorano il ricordo di Nito. Alla fine di febbraio, parole di Attilio, capo del Servizio informazioni e polizia -SIP- dell’intera zona partigiana, «la Po (…) è in via di costituzione a Dernice, con Ras» (p.149); lo stesso Ravazzi, partigiano Ulno, capo del SIP della brigata Arzani, con il commissario politico della brigata, Curone, Mario Silla (1891-1977), al principio della battaglia di Garbagna chiede «l’intervento della Po di stanza ed in via di formazione a Dernice» (p.164); infine Jonny, Egidio Villa (1921-1971), uomo del SIP della divisione Pinan-Cichéro, ai primi d’aprile passa per Cà di Borella, sede del SIP dell’Arzani, per un confronto con Ulno e per accommiatarsi dice: «Ora vado a Dernice, alla Po-Argo» (p.186).

[6] Ravazzi, “I guerriglieri dell’Arzani”, p.127 (seconda edizione).

[7] A. Bassi, “Parroci, partigiani ed ebrei sui nostri monti”, 2004, p.27; conferma del fatto in A. Di Raimondo, “Vobbia, tra Feudo e Comune”, pubblicato nel 1978, e in G. Gimelli, “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, edito nel 1985, dove i due “sbandati” sono identificati per “un ufficiale americano precipitato nel corso di una incursione aerea su Novi Ligure e un giovane tortonese” (p.383 del primo volume).

[8] D. Borioli e R. Botta, “I giorni della montagna”, p.59.

[9] G. Lazagna, “Ponte rotto”, pp.182, edizione del 2005; dalla “Intervista a Minetto”, pubblicata da Lazagna nel 2002, sappiamo che Minetto, assieme a Scrivia, Aurelio Ferrando (1921-1985), e a Leopardo, Fermo Bruno (1925-1986), compie in quei giorni un lungo giro in val Grue «per studiare il territorio, per vedere dove e come piazzare i distaccamenti» e per spargere la voce tra i «gruppetti di partigiani sparpagliati nei paesi di concentrarsi a Bregni» (p.81).

[10] A. Bassi, “Parroci, partigiani ed ebrei sui nostri monti”, 2004, pp.12/13.

[11] Intervista a Carlo Taverna, 12 dicembre 2018.

[12] Ravazzi, “I guerriglieri dell’Arzani”, pp.73/74.

[13] D. Borioli e R. Botta, “I giorni della montagna”, p.87 e pp. 142/143.

[14] Si veda la lezione “Giuseppe Orsi: il fabbro che diventò industriale” dello scorso 26 novembre del corso di economia dell’Unitre di Tortona, consultabile online su https://www.unitretortona.it/.

[15] Ravazzi, “I guerriglieri dell’Arzani”, pp.160/164; magnifica la ricostruzione del dialogo tra Attilio e Orsi che Ulno ci restituisce nel capitolo 34 del suo libro. Attilio in prima battuta chiese quattro milioni: al rifiuto di Orsi, se ne andò, ritornò il mattino dopo e ne chiese otto; di fronte al secondo rifiuto, andò via per ritornare il mattino dopo ancora, chiedendo dodici milioni, e infine venti. Di fronte alle proteste di Orsi, il capo del SIP chiuse la partita in questi termini: «Commendatore, noi la mandiamo a Cuneo. E, creda, lo facciamo a malincuore, perché contrariamente a quello che pensavo lei è un industriale simpatico. Lo dicono anche i guerriglieri che la sorvegliano».

[16] Interviste a Giuseppe Balduzzi, primavera 2019, pubblicate in “Marco Secondo Marco”.

[17] Archivio ILSREC, fondo DV.

[18] Si veda, presso il Fondo Questura (Archivio di Stato di Genova), conservato nei fascicoli intestati ad Agostino Canepa e Otello Sartori, il verbale d’interrogatorio di Mario Roccatagliata, nato a San Pier d’Arena nel 1920, partigiano Otello della brigata SAP Buranello, steso il 10 marzo 1945 presso la locale caserma delle brigata nere: «Circa 10 mesi fa a mezzo del mio amico BADINO Luciano Commissario della Brigata SAP “Buranello” di Sampierdarena, entrai a far parte di detta organizzazione sovversiva ed in seguito fui nominato dallo stesso Vice Comandante e poi comandante del distaccamento “Maccaggi”».

[19] Si veda il verbale d’interrogatorio di Luciano Badino rilasciato nel maggio 1946 in Questura a Genova e conservato nel fascicolo intestato ad Agostino Canepa (ASG, fondo Questura).

[20] D. Merlo, “Memoria partigiana”, a cura di Antonello Brunetti, 2011, p.45.

[21] E. Panarari, “Socialismo, fascismo e resistenza a Pegli”, 1995, p.45; i giardini sopra il depuratore di Pegli sono intitolati alla sua memoria.

[22] G. Gimelli, “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, pp.168/172, terzo volume.

[23] Archivio comunale di Tortona.

Un pensiero su “Partigiani in Sesta Zona: il caso di Dernice

  • Olga Benassi

    mio padre Benassi Ettore “Torre” ha fatto parte dell’Arzani e poi come vice comandante della Pinna Cichero.

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