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Ancora streghe: la storia di Sibilia di Rocca Grue

Come i lettori di Chieketè ben sanno sono un’appassionata della storia della stregoneria, in particolare di quella locale. Abbiamo parlato in precedenti articoli dei casi più famosi, quelli cosiddetti del Vescovado, perché riferiti al territorio così denominato per essere feudo del Vescovo di Tortona. Abbiamo infatti parlato dei roghi cinquecenteschi di Carezzano e di Stazzano. In un altro articolo invece avevamo accennato alla strega Pattumeia, un personaggio probabilmente d’invenzione scaturito dall’inventiva di Carlo Varese che la inserì nel suo Folchetto Malaspina. Il romanzo, ambientato nel XII secolo, ai tempi dell’assedio di Tortona da parte dell’imperatore Federico Barbarossa, ci presenta una figura di strega che, seppur temuta, non è sottoposta alla caccia che si svilupperà nei secoli successivi, anzi quasi è considerata una risorsa per la comunità in assenza della medicina ufficiale. La stima per Pattumeia nell’opera di Varese è evidenziata, senza sottolinearlo, dal dettaglio che le terre di Varinella sono date in enfiteusi a lei nientepopodimeno che dal potente Abate di Precipiano.

Abbiamo quindi focalizzato due momenti diversi: il primo quello in cui le streghe, seppur temute, non erano perseguitate, il secondo quello riferito al cosiddetto periodo della caccia alle streghe, che va dal XV secolo al XVII secolo, l’età dei roghi che divamparono in tutta Europa, compresa la nostra zona. Oggi ci vogliamo soffermare su di una fase che solitamente è poco approfondita per il semplice motivo della carenza della documentazione, cioè la fase iniziale. Ovviamente quel periodo, in cui Inquisizione e Braccio secolare (la giustizia civile) non si erano ancora perfettamente coordinate nella gestione dei processi e delle successive esecuzioni, non ha lasciato grandi tracce nella nostra zona, ma un paio di casi li abbiamo, uno dei due leggermente più definito rispetto all’altro, ed è quello su cui ci soffermeremo.

Il primo caso in ordine di tempo relativo ad una condanna per stregoneria nel nostro territorio è quello relativo a una donna di  Forotondo, un paese dell’alta Val Curone, arsa al rogo nel 1439 a Carbonara Scrivia su condanna del giudice di Tortona. La notizia non circostanziata è contenuta in Storia dei Comuni e delle Parrocchie della Diocesi di Tortona di Don Clelio Goggi. Non si hanno altre notizie a parte una diceria tramandata in loco relativa al successivo rogo della casa dell’accusata a Forotondo dopo la sua esecuzione, raccolta da Don Goggi medesimo. Io sono originaria di Carbonara e quindi ho a lungo ricercato, anche soffermandomi sui toponimi agricoli, che spesso conservano tracce molto lontane nel tempo, ma non ho trovato nulla che si raccordasse all’episodio in questione. Quindi di questa donna non sappiamo nulla, né il nome, né i motivi per cui è stata arsa al rogo a Carbonara, un luogo non vicinissimo al suo paese, Forotondo. C’è la data, 1439, che attesta che si tratta del primo caso in assoluto della nostra zona, proprio agli albori della caccia alle streghe, e poi c’è la modalità dell’esecuzione, cioè il rogo, che è tipico della persecuzione subita da moltissime donne ritenute streghe, anzi in quel periodo, come ci insegna Carlo Varese, “maliarde”.

Uno scorcio di Forotondo nell’alta Val Curone

Veniamo però al secondo caso in ordine di tempo, cioè quello relativo ad una vecchia di nome Sibilia di Rocca Grue,  arsa al rogo nel 1456 su ordine del podestà di Tortona Jacopo Bovarelli. Per chi non conoscesse il luogo, Rocca Grue è una piccola frazione del Comune di Sarezzano che si snoda sulle rive dell’omonimo torrente. Per immaginarci il contesto da cui proveniva Sibilia ricorriamo al sempre indispensabile Don Clelio Goggi.

… Sorgeva la rocca sopra una puddinga che si stacca dalla sovrastante collina e scende a precipizio sul Grue. Se ne vedono ancora le vestigia… Il Salice dà esistente la rocca nel 499; ma ciò non è ammissibile perché la parola rocca è di origine medievale. Narra la tradizione: i Saraceni, in una scorreria, si spinsero fino a Rocca; nel ritorno, a Cerreto, si accorsero che mancavano due di loro; ritornarono sui loro passi; seppero che i due mancanti erano stati uccisi alla Rocca; appiccarono il fuoco a questa ed alla sottostante villa. Scrive il Salice che Rocca nel 1043 era uno dei comuni della Contea di Tortona. Ciò è attendibile perché troviamo Rocca comune negli “Statuta Civitatis Dertonae”. Questo comune durò sino al principio del secolo XIX quando fu incorporato in quello di Sarezzano… Oltre ad essere nella contea di Tortona, Rocca era anche nel distretto della medesima, come si legge nei suddetti statuti.

Dalle osservazioni di Don Goggi si evidenzia che per l’amministrazione della giustizia Rocca Grue dipendeva da Tortona. Il podestà Bovarelli, istruttore della breve inchiesta su Sibilia, neanche si può chiamare processo, a proposito della vicenda scriveva: «…mia natura è di perseguitare et inquirere li delinquenti et malfactori ». Sinteticamente le accuse che venivano mosse nei confronti della donna erano quelle di:

  • essere de mala conditione et fama
  • aver  rofianata una giovane di dicto loco sino a condurla a vergogna
  • di aver attosseccato un suo genero
  • di aver guastato una putta.

L’accusata, senza altro tormento, confessò spontaneamente dichiarando che da oltre cinque anni andava in strigozo (al Sabba). Il giorno dopo il giudice la fè brusare. Sull’argomento è stato pubblicato un articolo di Gian Michele Merloni  ed è apparso su Sette giorni a Tortona il 24/2/1990.

Una stampa medievale che raffigura il sabba, la diabolica “reunion” di streghe e demoni

Dalla documentazione dell’Archivio di stato di Milano è possibile risalire alle parole stesse del Podestà dei Bovarelli sul caso di Sibilia in una lettera da lui inviata al Duca in data 11 ottobre 1456. Ve le sottopongo anche solo per il linguaggio con cui viene trattata la questione.

Ad questi dì passati ebbi indizio e chiara informazione de una vechia chiamata Sibilia (era il vero nome o era chiamata così?), del loco de la Rocha di Grivie, propinquo ad questa cità circha quattro milia et de la iuridictione d’essa, essere da mala conditione et fama, havere arrofianata una giovene di dicto loco, et desolatala da li suoi fratelli, et conductola ad vergogna; ancora aver attosseccato el suo genero, et avere guastata una pucta ad uno citadino di questa cità. Et perché mia natura è de perseguitare et inquirere li delinquenti et malfactori , me ingeniai di havere dicta vechia nelle mano, quale, senza altro tormento, de plano confessò tucto, excecto che de la dicta pucta, et à confessato che da anni cinque in qua è andata a strigozo et havere guasti lei, insieme con certe altre compagne, tre pucti, et così per effetto ho retrovato essere vero; onde che per exequire li dechreti de la V.E. et statuti di questa cità et ragione, stamactina la fe’ brusare.

(ASM, Lett. di Jacopo Bovarelli podestà di Tortona, 9 ottobre 1456)

Consapevole della non semplice lettura dello scritto del Bovarelli riassumo i contenuti salienti in un linguaggio comprensibile per tutti:

Nei giorni passati raccolsi gli indizi e chiare informazioni riguardo una vecchia chiamata Sibilia, del luogo di Rocca Grue, vicino a questa città circa quattro miglia e sotto la sua giurisdizione, una vecchia di cattiva condizione e fama, per avere arruffianato una giovane di quel luogo, per averla allontanata dai suoi fratelli, e averla portata a vergogna; e ancora per aver avvelenato suo genero, e per aver rovinato una ragazzina figlia di un cittadino di questa città. E siccome è mia natura perseguire e indagare i delinquenti e i malfattori, feci in modo di avere questa vecchia tra le mani, la quale, senza altro tormento (tortura), senza difficoltà confessò tutto, tranne per l’episodio della ragazzina, e ha confessato di andare al sabba da cinque anni e di aver danneggiato (o ucciso) altri tre bambini con altre sue compagne, e così, di conseguenza, ho ritrovato che il fatto corrispondeva al vero; ragion per cui per eseguire i decreti di Vostra Eccellenza e gli statuti di questa città e regione, stamattina la feci ardere al rogo.

Cosa è possibile dedurre da questa lettera? Per prima cosa che l’accusa nei confronti di Sibilia proveniva da una diceria raccolta dal Podestà. Secondo aspetto, da approfondire, è il nome Sibilia: nella lettera si dice “chiamata” e non che fosse il vero nome che non viene indicato negli atti. Inoltre i delitti per cui la donna, definita “vecchia”, viene perseguita sono quelli classici dei processi di stregoneria: striamenti, avvelenamenti, infanticidi e naturalmente la partecipazione al Sabba, qui denominato “Strigozo”, da stria, il termine con cui nella nostra zona viene indicata la strega, un vocabolo che deriva dal latino strix che originariamente indicava gli animali notturni come l’allocco, il gufo e la civetta.

A prima vista sembrerebbe che la donna non fosse stata torturata e che avesse confessato spontaneamente. Non siamo certi che sia proprio così. Il podestà Bovarelli parla di avere potuto avere la vecchia “tra le mani”, un gergo che rimanda a una forma di arresto e detenzione piuttosto “manesca”, inoltre accenna alla confessione “senza altro tormento” ed è proprio quell’”altro” a farci pensare che qualche “tormento”, termine che nelle sentenze indica la tortura, deve esserci stato per convincere Sibilia a vuotare il sacco. Un particolare ci suggerisce l’idea di una confessione incompleta. Nell’aver ammesso le sue colpe, la vecchia nega, comunque, di “aver guastato una putta”, timido tentativo di difesa in un contesto che, come vediamo, non era nemmeno processuale, ma si trovava nella fase che definiremmo ancora dell’istruttoria.

Altro aspetto molto interessante è riferito ai supposti sabba che si sarebbero tenuti in Val Grue con altre donne, ovviamente della cricca delle streghe. In moltissimi processi di stregoneria, tra cui anche quelli da me narrati riguardanti il Vescovato, cioè i casi di Carezzano e Stazzano, ricorre sempre la presenza di “aliis striis”, di altre streghe. L’aspetto ha una sua valenza curiosa: sembra che gli inquirenti fossero convinti di essere circondati da una moltitudine di streghe e che le accusate fossero solo una sparuta rappresentanza di una congrega molto ampia che poteva raccogliere gran parte della popolazione femminile.

Un particolare che richiederebbe un approfondimento è quello relativo al nome della donna, cioè Sibilia, che farebbe subito pensare al classico nomen omen, cioè guarda caso una perfetta coincidenza di denominazione e ruolo. Nel testo di Luigi Fumi L’Inquisizione romana e lo Stato di Milano da cui ho derivato molte notizie sul caso in questione, si accenna ad altre sentenze del XIV secolo, quindi ancora precedenti, in cui ricorreva questa denominazione di Sibilla, da ricollegarsi alla leggenda omonima e addirittura a quella legata alla Sibilla norcina. L’autore in questo caso si riferisce al mito della Sibilla Appenninica, che avrebbe avuto il suo antro in una grotta sul Monte Sibilla nei pressi della città di Norcia, in Umbria. Sulla Sibilla di Norcia potremmo ritornare più avanti perché l’argomento è molto interessante, quello che però ci interessa è che la vecchia della Val Grue veniva chiamata Sibilia, cioè il suo era una sorta di nome d’arte, un soprannome con cui veniva identificata. Il fatto che nello stesso periodo, o anche precedentemente, ci fossero stati altri casi in cui ricorreva la stessa denominazione, fa pensare alla presenza di una sorta di setta della Sibille, ben diffusa in tutta la penisola, una setta che probabilmente aveva origini antiche, forse legate a culti pagani mai del tutto scomparsi nelle zone rurali e nell’entroterra.

Spero che i lettori possano trovare intrigante come lo è stata per me questa storia, dai contorni non precisissimi, ma sufficienti per immaginare una situazione molto diffusa di donne che praticavano arti antiche, magiche, ma anche mediche, che ad un certo punto della storia diventarono capro espiatorio per carestie, pestilenze e guerre. Come nelle altre vicende che ho raccolto, si evince come alla base dei rapporti sociali ci fosse una forma di solidarietà interna femminile in  epoche in cui per la donna, la “femina”, era suggerita l’etimologia di “fede minus”, essere dotato di meno fede e come tale più idoneo ad essere indemoniato, come avevano suggerito Institor e Sprenger, i frati domenicani autori del Malleus Maleficarum, Il martello degli streghe, il manuale del cacciatore di streghe che, nel 1487, cioè agli albori della stampa, divenne un best seller che ebbe ampia diffusione in tutta Europa. Quindi è possibile che nelle comunità rurali le donne fossero unite da un legame di reciproco aiuto, magari sotto la guida di una donna più esperta, quello che probabilmente era Parmina Gatti, la donna che nel processo di Carezzano viene definita “magistra” e quello che poteva rappresentare in Val Grue Sibilia, che addestrava le più giovani (havere arroffianato una giovene di dicto loco) ad un’arte che si tramandava da generazioni.

Nell’interessante tomo di Luigi Fumi, oltre a quello di Sibilia, si fa riferimento ad altri casi dello stesso periodo, cioè di quando si era agli albori della caccia alle streghe. La cosa interessante riguarda l’aspetto dell’istruttoria, dei processi e delle esecuzioni in questa fase. Mentre nel periodo della caccia alle streghe era l’Inquisizione che svolgeva il compito di interrogare, raccogliere prove e confessioni “in tormentis” (con la tortura) e poi l’esecuzione della condanna, cioè il rogo, passava al cosiddetto “braccio secolare”, nella fase iniziale era la giustizia civile ad occuparsi dell’intero pacchetto. Bastavano delle semplici “vox populi” per imbastire una procedura frettolosa e parziale, arrivando all’esecuzione tramite rogo, in pochi giorni, nel caso di Sibilia sembra addirittura soltanto due. I podestà, in questi casi, facevano un po’ di testa loro e questo non sempre risultava gradito all’autorità ducale che spesso emanava richiami per situazioni in cui non vi erano sufficienti fondamenti per procedere. In qualche caso addirittura ci furono dei proscioglimenti e delle donne ebbero salva la vita. Bastò poco, però, perché la situazione cambiasse e avesse inizio una delle più grandi persecuzioni della storia, quella in cui la colpa principale per le accusate era quella di appartenere al sesso femminile.

Fonti:

  • Luigi Fumi, L’Inquisizione romana e lo Stato di Milano, Archivio Storico Lombardo – giornale della Società Storica Lombarda, serie quarta, fascicolo XXV, 11 marzo 1910, Anno XXXVII
  • Don Clelio Goggi Storia dei Comuni e delle Parrocchie della Diocesi di Tortona.
  • Gian Michele Merloni, articolo su “Sette giorni a Tortona” del 24/2/1990.

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