RODOLFO STRUMIA – Insegnare al Liceo-Ginnasio “Doria” negli anni Settanta
Ho prestato servizio presso il liceo classico “Doria” di Novi Ligure come insegnante di latino e greco nel triennio liceale dal 1° ottobre 1971 al 30 settembre 1974. Dico subito – e chiarirò meglio in seguito – che proprio alla mia permanenza presso questo glorioso Istituto sono indissolubilmente legati molti tra i più cari e commoventi ricordi della mia carriera scolastica.

Avevo ottenuto il trasferimento a Novi dopo aver insegnato due anni a Sassari (avevo vinto una delle 34 cattedre messe a concorso in tutto il territorio nazionale), nei due successivi ad Alessandria (presso il liceo classico “Plana”, oggi “Umberto Eco”), e per altri tre anni in assegnazione provvisoria nei licei di Genova.
Nei quattro anni della mia permanenza al “Doria”, ho fatto quotidianamente il pendolare da Genova — dove abitavo e tuttora abito – a Novi e viceversa. Allora (anche se, fortunatamente, il regime fascista non c’era ancora) i treni partivano e arrivavano in orario: in quattro anni sarò arrivato in ritardo a scuola una o due volte. Oggi, per le ragioni che sono sotto gli occhi di tutti, non potrei più farlo e sarei costretto a porre la mia residenza nella sede della mia attività lavorativa.
Com’era la scuola allora? Ovviamente, molto diversa da quella attuale. In primo luogo, non era informatizzata. I registri — sia quelli di classe sia quelli dei singoli docenti — erano cartacei, e non elettronici; le lezioni avevano sempre luogo in presenza, mai on line; non esisteva ancora il problema dei cellulari. Per fare un esempio, lo studente che voleva “copiare” non poteva servirsi di Google o di qualche altro motore di ricerca, ma doveva ricorrere ad altri espedienti: riempiva la sua cartella di traduzioni dei testi classici, sperando di trovarvi il brano assegnato come compito in classe, esponendosi, però, in certi casi, al rischio di tradurre anche frasi che l’insegnante aveva tagliato e soggiacendo così all’immancabile ludibrio da parte del prof “vendicativo”.
Oppure, cercando di eludere la sorveglianza del docente — cosa non troppo ardua data la straordinaria capacità inventiva che i discenti hanno sempre dimostrato in questo ambito —, lo studente ricorreva all’aiuto di compagni più competenti di lui nel decifrare le lingue morte. Nel caso, invece, che uno studente volesse davvero colmare le proprie lacune nella conoscenza della grammatica greca e latina e migliorare le proprie capacità interpretative, ricorreva, potendolo, alle ripetizioni, cioè a lezioni private, con una certa assiduità.
Oggi, invece, gli studenti che si rivolgono a un insegnante privato sono pochissimi, dal momento che la scuola provvede a istituire “corsi di recupero” — peraltro poco efficaci per l’esiguo numero di ore che, a causa delle ristrettezze economiche degli istituti, possono essere messe a disposizione — ma soprattutto perché, in genere, la tendenza attuale dei Consigli di classe — pressati dalle richieste dei Dirigenti scolastici — è quella di promuovere anche chi ha gravi carenze nelle materie. Comunque, anche quei pochissimi studenti che si rivolgono agli insegnanti privati, lo fanno una tantum, e solo alla vigilia di una “verifica” (come si chiamano, oggi, i compiti in classe), evidentemente illudendosi che il docente sia un taumaturgo, in grado di renderli, con un colpo di bacchetta magica, capaci di superare qualsiasi difficoltà testuale.

In quegli anni la scuola era ancora ben lontana dalla smisurata e perniciosa burocratizzazione che ha raggiunto oggi. Non si tenevano ancora frequenti riunioni tra docenti “per materia”, “per aree disciplinari”, “plenarie” ecc., pedantescamente programmate fin dall’inizio dell’anno scolastico, a prescindere da eventuali necessità del momento; riunioni spesso verbose e inconcludenti nelle quali, più che confrontarsi proficuamente su programmi e metodologie, ci si parla addosso per esibizionismo; incontri che, comunque, sottraggono tempo prezioso all’attività didattica, intesa come preparazione delle lezioni e correzione dei compiti in classe.
Il confronto tra docenti in quegli anni avveniva in modo, per così dire, più “ruspante” – il che non vuol dire meno proficuo – in sala professori nell’intervallo, oppure nelle cosiddette “ore buche” – ore libere tra una lezione e un’altra -; e, magari, durante i viaggi in treno – quando ancora ci si parlava, anziché essere assorbiti ciascuno per proprio conto nella solitaria consultazione di WhatsApp o nell’uso del proprio computer.
Quello che veramente importava, allora, era l’attività didattica, intesa soprattutto come rapporto diretto e senza intermediari fra docente e studenti. E questo rapporto si fondava, per lo più, sul rispetto reciproco. Intendo dire che, normalmente, il professore considerava gli studenti come delle “persone”, ciascuna con le proprie caratteristiche, non già come dei numeri o dei “moduli”; e gli studenti riconoscevano agli insegnanti la competenza – se c’era – e il ruolo di guida. (Tra parentesi, non mi sono trovato in difficoltà con gli studenti e ho dialogato con loro anche nei tempi della “contestazione”, a Novi poco accentuata e ormai in declino).

Non mi risulta, per esempio, che a quei tempi un insegnante si sia mai comportato come, di recente, una professoressa di Genova, la quale, ad un’alunna dall’aspetto non molto simile a quello di Brigitte Bardot dei vecchi tempi, ha avuto l’impudenza di dire: “Se io fossi te, la mattina, guardandomi allo specchio, mi sputerei addosso”.
Anche in quegli anni, ovviamente, non erano molti gli studenti che conseguivano facilmente brillanti risultati: lo studio ha sempre comportato impegno e fatica. Ma, diversamente da ciò che accade oggi, chi incontrava difficoltà non cercava “scorciatoie” o facilitazioni, né, tanto meno, veniva agevolato, come avviene oggi in modo smaccato e indecente, dal personale scolastico o, soprattutto, da sedicenti esperti o “tecnici” — medici, psicologi, psichiatri — che ormai la fanno da padroni e condizionano pesantemente l’attività didattica e il rapporto interpersonale fra docente e discente.
Ed ecco pullulare, ormai, i “dislessici”, i “disgrafici”, i “discalculici”, studenti e, più spesso, studentesse con problemi psicologici o addirittura psichiatrici (ma dov’erano, una volta?), per i quali devono essere approntati programmi personalizzati — ovviamente, ridotti al minimo – e mappe concettuali; dev’essere assicurato l’appoggio di insegnanti di sostegno — che, a volte, per eccesso di zelo, non riconoscono la leadership del titolare della cattedra e giungono a contestarne la didattica —; devono essere effettuate lezioni a domicilio, ecc.

Conosco delle professoresse costrette a far lezione a studentesse con problemi psichiatrici recandosi nelle strutture che le ospitano o al loro domicilio, e a tornarsene talvolta indietro senza aver concluso nulla, o perché la studentessa “è uscita”, o perché “oggi non si sente di seguire la lezione”. Io sono convinto che questo “assistenzialismo didattico” sia controproducente e rovinoso per il discente, che diventa sempre meno responsabile e sempre meno fiducioso nelle proprie autonome capacità, e che, una volta uscito dalle ali iperprotettive della scuola e del suo entourage ed entrato nel mondo del lavoro, difficilmente troverà chi “la destra soccorrevole gli porge, / scusa gli errori suoi, festeggia il novo / suo venir nella vita, ed inchinando / mostra che per signor l’accolga e chiami”1.
Per quanto riguarda me e il metodo didattico da me seguito, ho sempre ritenuto – e spiegato agli studenti – che lo scopo primario dell’insegnamento liceale del latino e del greco sia far conoscere la civiltà classica nella varietà dei suoi aspetti (istituzioni civili, politiche e religiose, strutture socio-economiche, produzione letteraria e artistica, speculazione filosofica, ricerca scientifica, usi e costumi ecc.) attraverso la lettura di brani significativi nel testo originale e in traduzione. La conoscenza della lingua, tranne che per quei pochissimi discenti destinati a proseguire studi specifici, in quest’ottica non è un fine, ma solo un mezzo.
E poiché il tradurre comporta, oltre a conoscenze di base, una serie di operazioni mentali complesse, non si può pretendere che tutti gli studenti siano in grado di leggere un testo classico come lo leggevano Cicerone o Isocrate; perciò, le prove insufficienti – quando non siano estremamente gravi – vanno valutate con una certa indulgenza: molto più probanti e importanti mi sono sempre apparsi i risultati delle prove orali, poiché per esse era richiesta la conoscenza di brani e tematiche trattati – anzi, oserei dire, sviscerati in classe: uno studio domestico serio, e, spesso, appassionato, poteva quindi condurre a risultati brillanti.
Inoltre, ho sempre fatto presente che la mia valutazione di ogni prova, sia scritta sia orale, esprimeva un giudizio “tecnico” e, per quanto possibile, oggettivo su quel singolo test, ma non coincideva certo con il giudizio complessivo sullo studente (che dipendeva da molteplici fattori: la sintonia intellettuale ed emotiva con i temi via via affrontati, gli interventi estemporanei “dal posto”, la partecipazione al dialogo educativo, l’originalità del pensiero, ecc.). E allo studente fornivo svariate occasioni per riprendersi dopo un eventuale infortunio, non negavo mai la possibilità di un recupero, alimentando la fiducia nel miglioramento della propria situazione.
Con questo metodo didattico “ruspante” e, soprattutto, con l’empatia con gli studenti, credo di aver sopperito al mancato intervento di psicologi e psichiatri.
Nei quattro anni della mia permanenza al Liceo “Doria” di Novi, posso dire di aver avuto un buon rapporto con tutte le classi che mi sono state affidate, anche con quelle in cui mi sono trovato ad insegnare per un solo anno; ma, in particolare, ho avuto la fortuna di incontrare una classe veramente eccezionale, quella che ho portato dalla prima liceo al diploma di maturità nel luglio 1974, la “mitica” 3ª B del 1974. È una classe che ho seguito e che mi ha seguito da allora fino ad oggi.
Erano giovani diversi fra loro per indole, ideologia, interessi, hobby ecc.; eppure, già negli anni del liceo erano rispettosi l’uno dell’altro, fra loro solidali, pronti ad aiutarsi reciprocamente; e nel corso degli anni hanno continuato a frequentarsi – nei limiti del possibile, lavorando alcuni di essi in località fra loro lontane -0 e a organizzare periodicamente pranzi e cene (ad alcune delle quali hanno avuto la generosità di invitare anche il loro vecchio prof).

Eppure, con questa classe l’inizio non era stato facile: il comportamento degli studenti nei miei confronti era corretto, ma non lo sentivo simpatetico; avevo, anzi, l’impressione che le mie parole non penetrassero nei loro animi, ma rimbalzassero come respinte da un muro di gomma. Da che cosa poteva dipendere questo? Non lo so di preciso: forse dal mio comportamento verso di loro, rispettoso e professionale, certo, ma probabilmente un po’ distaccato; o anche dal fatto che dei giovani liceali, per appassionarsi agli studi classici – e non solo ai cantanti e agli sportivi di moda ai loro tempi – devono venire adeguatamente stimolati e motivati, e io non avevo ancora trovato il bandolo della matassa.
Certo, c’era anche qualche intermezzo divertente: una volta un’alunna mi diede una risposta da me giudicata non corretta e io, stizzito, volli replicare ma, scombussolato dall’ira, iniziai a balbettare: “Non sono abituato ad essere preso a pe… pesci in faccia”. La frase divenne memorabile e, come appresi in seguito, entrò a far parte di un opuscolo nel quale gli alunni registravano le mie “frasi celebri” (me ne donarono poi una copia…).
Ma, improvvisamente, un bel giorno l’atmosfera cambiò in modo radicale. Avevo condotto la classe in gita scolastica all’abbazia di Vezzolano, che, purtroppo, era chiusa e incustodita, sicché potemmo ammirarla solo dall’esterno. Sulla via del ritorno, il pullman fece sosta, non ricordo dove, per il pranzo. E a tavola mi trovai insieme con alcuni alunni, con i quali mi misi a conversare del più e del meno, con cordialità, spontaneità e franchezza. Accennai anche, alternando la voce di basso e quella di baritono, qualche battuta del duetto tra Sparafucile e Rigoletto. Il ghiaccio era rotto. Sempre sulla via del ritorno, durante un’altra sosta a Rivalta Scrivia, su un piazzale mi misi a giocare a calcio con alcuni studenti.
Da quel giorno, l’atmosfera in classe mutò radicalmente: ormai tra noi c’era un vero e proprio feeling, che giovò moltissimo anche al rendimento scolastico. Molti studenti e studentesse ora studiavano sia perché sinceramente interessati alle tematiche culturali sia per far piacere al loro amato prof.
Ricordo che un giorno, in 2ª liceo, un’alunna, poi prematuramente scomparsa, mi citò a memoria, in metrica, in modo fluido ed estremamente espressivo, il testo del carme 73 di Catullo:
Desine de quoquam quicquam bene velle mereri
aut aliquem fieri posse putare pium.
Omnia sunt ingrata, nihil fecisse benigne
prodest, immo etiam taedet obestque magis;
ut mihi, quem nemo gravius nec acerbius urget,
quam modo qui me unum atque unicum amicum habuit
“Smetti di credere che il voler bene possa meritare una qualche riconoscenza da parte di qualcuno o che qualcuno possa nutrire un affetto sincero e leale. Tutto è ingratitudine, e nulla giova l’aver agito bene, anzi per di più genera disgusto e nuoce maggiormente, come a me, che nessuno offende più duramente e più crudelmente di colui che fino a poco tempo fa mi ebbe e ritenne l’unico e solo amico”.
Io rimasi sbalordito; mi pareva di avere ascoltato non la mia studentessa della 2ª B, ma Catullo in persona: ma all’ammirazione si mescolava anche una certa trepidazione, perché, senza dubbio, solo un’esperienza personale estremamente coinvolgente aveva potuto indurre questa ragazza a rivivere con tanta capacità di immedesimazione la vicenda dell’antico poeta.
Con gli studenti di questa classe disputai, sempre nel 2° anno di liceo, una memorabile partita di calcio nello stadio di Novi: sugli spalti assistevano le studentesse della classe e studenti di altre classi liceali, nonché mia moglie e mia figlia venute da Genova insieme con le nostre gattine.

Per mettere in evidenza come sono cambiati i tempi, ricordo un fatto accaduto in un’altra classe del Liceo “Doria”: un giorno, un’alunna dalla intelligenza spiccata e dall’ottimo rendimento scolastico, seduta nel primo banco, non so se casualmente o intenzionalmente, mi volse le spalle e rimase a lungo voltata a parlare con la compagna seduta dietro di lei nel secondo banco. A un certo punto, io decisi di richiamarla all’ordine, non però in modo perentorio, ma ricorrendo all’ironia. Le dissi, infatti: “Cara…, preferirei vedere il tuo grazioso visino anziché il tuo pur grazioso sederino”. La ragazza, richiamata all’ordine, non se la prese, non assunse un atteggiamento ribelle, ma, correttamente, si rimise a posto, scusandosi.
(Tra parentesi, faccio presente che, come è ovvio, per me le alunne sono sempre state “sacre e inviolabili” e tali sono rimaste anche dopo aver cessato di essere mie alunne, a distanza di anni).
Se oggi mi azzardassi a rivolgere parole del genere ad una studentessa, questa non esiterebbe a citarmi in giudizio per violenza sessuale, istigata dai genitori e dalle autorità scolastiche; il ministro dell’istruzione (o quel che è) mi licenzierebbe tagliandomi anche il TFR, e io finirei sui giornali e su tutti i canali televisivi, additato al pubblico ludibrio.

Giunto a questo punto, mi sorge un dubbio: il fatto che dalla mia attività di docente io abbia – anche per fortunate circostanze – tratto tante soddisfazioni, e la mia età molto avanzata (già Catullo, rivolgendosi a sé stesso, giustamente diceva “ingratum tremuli tolle parentis onus” – elimina il fastidioso peso del vecchio genitore —, cioè “non comportarti da vecchio brontolone”), non mi avranno indotto ad abbellire eccessivamente metodologie e comportamenti del passato e a dipingere, per contro, la realtà scolastica attuale in modo tanto negativo da sconfinare, talvolta, in un’ingiusta denigrazione?
Esistono, certo, anche oggi giovani e bravi insegnanti preparati e animati dal genuino proposito di promuovere la crescita umana e culturale degli studenti loro affidati; e il fatto – inoppugnabile – che l’attività didattica sia oggi soggetta a svariati condizionamenti e limitazioni – di natura burocratica, ma non solo – rende ancora più meritorio il loro impegno (d’altra parte, anche in passato c’erano insegnanti che lasciavano a desiderare sotto il profilo professionale e umano). Molto dipende dallo spirito con cui si affronta questo lavoro (sono restio a usare il termine “vocazione”, sono sempre stato sospettoso e diffidente verso ogni enfasi verbale e concettuale): può essere il mestiere più bello del mondo, quello che ci si potrebbe augurare di rifare in un’eventuale “reincarnazione”; oppure può costituire un’autentica palla al piede, una catena da schiavi.
In queste considerazioni conclusive ho parlato solo degli insegnanti: infatti, sono convinto che gli studenti, proprio in quanto giovani, finiscano sempre prima o poi con il seguire la strada giusta, qualora vengano adeguatamente stimolati, motivati, appassionati e, insomma, resi consapevoli di poter fare un passo più lungo di quello che credevano di essere in grado di fare, anzi, più lungo di quello che fino a quel momento realmente avevano potuto fare.


- Giacomo LEOPARDI, Le ricordanze ↩︎

Un cordiale abbraccio da un allievo genovese di pochi anni dopo ad una persona competente e sincera e quindi rimasta nel tempo riconoscibilissima, in tutti i suoi tratti, professionali e umani, garbata ironia e autoironia comprese
Grazie Prof.!
Per averci fatto amare le sue materie e per essersi fatto amare così tanto da noi che non l’abbiamo mai dimenticata.Torneremo a trovarla….. promesso!
Sono Felice Marenco, un allievo della terza B di 52 anni fa del liceo classico di Novi Ligure.
Dopo un ginnasio mal fatto, con problemi di preparazione e una certa depressione dovuta alla vita di collegio, approdai al glorioso liceo “Andrea Doria” di Novi Ligure.
Con il latino non avevo grossi problemi, ma la mia preparazione nel greco antico era invece molto scarsa, anche se ero stato sempre promosso. L’estate precedente avevo preso lezioni private da un bravo professore di Ovada che insegnava al liceo di Acqui Terme.
Diventato alunno del liceo classico di Novi, mi presentai al professor Strumia, il titolare della cattedra di lettere classiche. Mi fu subito simpatico. Dichiarai le mie lacune. L’insegnante era esigente, ma umano; sapeva motivare e ottimizzava gli sforzi e l’impegno degli allievi, anche di quelli non tanto bravi. Ci aiutava insegnandoci a cavarcela da soli, però non ci lasciava soli.
Così rimediavo con l’orale le insufficienze delle versioni scritte, perché al terzo trimestre si faceva la media. Fui in questo modo spronato a “maiora viribus audere”, un motto latino che, anni dopo, ritrovai a militare prestando servizio nella fanfara dei bersaglieri della terza brigata Goito.
Strumia utilizzava la sapienza dei classici come strumento formativo ed educativo. Non so se l’assetto scolastico di oggi permetterebbe a un tale docente di dare tanto. La burocrazia contro Strumia? Oggi forse il professore non potrebbe farci vedere il meglio del mondo antico perché sarebbe tartassato dalla burocrazia.
Se fossi capace di scrivere una considerazione inattuale come quella che Nietzsche scrisse a proposito di Schopenhauer – la terza considerazione si chiama appunto “Schopenhauer come educatore” – allora io scriverei “Strumia come educatore”. Ma non sono capace e allora mi limito a: “52 anni di grazie, professore”. Perché quello che ho imparato grazie a lei mi è servito dopo, all’università e poi anche sul posto di lavoro.
Grazie ancora infinite per tutto