PONTE ROTTO (1946): “La battaglia di Pertuso”

Sabato 1 agosto 2026 si terrà un’escursione guidata nelle Strette del torrente Borbera, organizzata nell’ambito della giornata dedicata agli ottant’anni di Ponte Rotto, il libro nel quale Gianbattista Lazagna, il partigiano “Carlo”, raccontò l’esperienza della Resistenza in Val Borbera.
I partecipanti raggiungeranno il greto del Borbera e lo percorreranno per circa cinque chilometri, camminando prevalentemente nell’acqua fino all’area attrezzata di Boscopiano.
L’escursione permetterà di osservare le profonde gole che il torrente ha scavato, tra pareti arrotondate, spiagge di ciottoli, pozze e tratti di acqua bassa. Sarà l’occasione per leggere direttamente nel paesaggio una storia geologica lunga milioni di anni e per conoscere gli ambienti della Zona Speciale di Conservazione “Strette della Val Borbera”, appartenente alla Rete europea Natura 2000.
Ma alle valenze naturalistiche e paesaggistiche si affianca il profondo significato storico di questi luoghi. Tra il 22 e il 26 agosto 1944 le Strette furono teatro della Battaglia di Pertuso, uno degli episodi più importanti della Resistenza in valle.
Per l’occasione pubblichiamo, con alcuni tagli, le pagine che Giambattista Lazagna ha dedicato alla Battaglia di Pertuso nel suo PONTE ROTTO, pubblicato nel febbraio 1946: si tratta quindi della primissima ricostruzione dell’episodio partigiano, e rappresenta un supporto documentario per chi parteciperà all’escursione e per chi sarà presente all’evento pomeridiano dedicato proprio agli ottant’anni dalla prima edizione del libro di Lazagna.
Al termine dell’escursione, a Boscopiano, è infatti previsto, per le ore 17.00, l’incontro pubblico “Ottant’anni di Ponte Rotto”, con Roberto Botta e Alessio Parisi (Redazione Chieketè).

Verso il 20 d’agosto ricevemmo l’ordine di spostarci col distaccamento Peters nelle valli Borbera e Curone per formare, insieme con un distaccamento sorto là e comandato da Marco e da Bruno, la 58a brigata Oreste.
Partimmo il 23 agosto col primo contingente di trenta uomini, perché altri ne avevamo dovuto cedere alla brigata Jori per la difesa di Barbagelata e della Forcella. Avevamo ceduto pure i mortai e le mitragliatrici, ma avevamo portato con noi gli uomini migliori e più anziani, che per un terzo erano armati di sten.
Fu una marcia lunghissima. Partimmo al mattino e camminammo in salita tutta la giornata. […] Al tramonto arrivammo ad un gruppo di capanne in cresta: le capannette di Pei. Dal lato opposto si stendevano il versante lombardo-piemontese degli Appennini e le valli Borbera e Curone.
[…] Cominciava a farsi notte. Entrammo in un casone, mangiammo un po’ di pane e formaggio che avevamo negli zaini e molti si coricarono per dormire. Io e Scrivia non avevamo coperta, come tutti i comandanti, perché non ve ne erano per tutti, e a 1500 metri fa fresco anche in estate. Uscimmo a passeggiare: parlammo della organizzazione della nostra brigata che doveva comprendere, oltre agli uomini che avevamo con noi, anche cinquanta uomini comandati da Marco e quaranta comandati da Pinan che avremmo trovato già a valle. Poi, Scrivia decise di andare in avanscoperta per controllare la situazione, ndr].
[…] Alla mattina partimmo. Arrivammo a Cosola, dove comincia la carrozzabile che scende verso la valle, alle undici. Avevamo un buon appetito poiché nelle ultime trentasei ore avevamo fatto due soli pasti di pane e formaggio. Ricorrendo a prestiti da molti vicini, furono raggranellate trenta pagnotte e trenta uova e con un buon minestrone ed alcune bottiglie, ci preparammo ad un magnifico pasto.
Ci eravamo appena messi a tavola che arrivò nel paese una vecchia corriera. L’autista mi portò un biglietto: «Vieni giù subito con la corriera, vicino a noi c’è un concentramento di duecento fascisti. Siamo stati informati da civili che attaccheranno oggi. Scrivia».
In fretta trangugiammo quello che era pronto: le uova e qualche bicchiere di vino, mettendo in tasca il pane ma rinunciando al minestrone. Salimmo sulla corriera.
La corriera partì e ci mettemmo a cantare tutte le nostre canzoni. Ognuno di noi sentiva il pericolo imminente, ma cantavamo forte i nostri canti di guerra e di vittoria. Dopo 15 km di strada arrivammo a Cabella. C’era pronto un camion più veloce. Si sentivano in lontananza le raffiche di mitraglia ed i colpi di mortaio. Montammo in fretta sul camion, mentre un gruppo di giovani contadini armati di fucile da caccia e di rivoltelle, salivano sulla corriera per accompagnarci. Il camion partì veloce. Sulla piazza di Cabella tutta la popolazione ammassata ci applaudiva forte mentre cantavamo. Dopo sette chilometri di strada il camion si fermò a Cantalupo. La popolazione ci corse intorno: donne e vecchi.

[…] Uscimmo dal paese camminando in fila indiana nei campi. A qualche centinaio di metri da noi scoppiavano già i colpi di mortaio, che la eco della valle strettissima rendeva assordanti. A sinistra avevamo un roccione impraticabile ed il greto del fiume; vicino al fiume campi pianeggianti su cui camminavamo, e a destra un monte dirupato.
Continuammo ad avanzare, ma non potevamo vedere né dove fossero i nostri, né dove fosse il nemico.
«Diamo l’assalto?», mi disse deciso Crik.
«E a che cosa, se non sappiamo neppure dove sono i nostri?», risposi.
Scrollò la testa.

La zona si prestava bene agli accerchiamenti, formata come era da una gola incassata tra due monti dirupati. Dalla direzione dei colpi di mortaio, di cui alcuni ci erano già scoppiati a pochi metri, capimmo che i nemici dovevano essere nella strada. Bisognava perciò impadronirci delle alture prima che lo facessero loro. Dissi a Tigre di attraversare il fiume con dieci uomini e di risalire la montagna dal lato sinistro della gola per colpire i nemici dall’alto e di fianco. Con gli altri avanzai lungo la strada. Finalmente trovammo il primo gruppo dei nostri. Ci spiegarono come, mentre loro tenevano la strada, Scrivia con altri era salito sul fianco destro della gola.
Appostammo il nostro mitragliatore e aprimmo anche noi il fuoco sui nemici che si erano ormai arrestati e sparavano con le mitragliatrici e con i mortai.
Il fuoco dai due lati cominciò a farsi nutrito ed i fascisti cominciavano a indietreggiare a sbalzi in piccoli gruppi.[…] Avvenne allora l’assalto finale. Eravamo ad un centinaio di metri dal nemico e le raffiche degli sten battevano continuamente. Dai due lati della gola, i nostri scendevano di corsa. Il primo gruppo di fascisti quasi accerchiati si arrese in massa; gli altri indietreggiarono disordinatamente. Mentre disarmavamo i prigionieri, quelli dei lati inseguivano i fuggiaschi, che continuavano a sparare. Poi gli spari si fecero più lontani.
Percorsi quello che era stato il campo di battaglia. Una diecina di fascisti giacevano morti nella polvere, sporchi e insanguinati. Le loro armi erano sparse per terra, con elmetti e zaini. Un mulo era morto colpito al muso.
Nelle nostre mani restarono cinquantaquattro prigionieri oltre a 12 feriti nemici; avevamo conquistato due mortai, un cannoncino, sette mitragliatori, due mitragliatrici, settanta fucili, e qualche mitra. Dei nostri, cinque feriti, di cui due gravi. Cominciarono a tornare indietro quelli che avevano inseguito i fuggitivi, portando con sé Franchi e Kikirikì anche essi feriti gravemente nell’attacco finale.
Caricammo sul camion tutti i feriti per trasportarli a Rocchetta, dove vi era per fortuna un piccolo ospedaletto civile con dieci letti. Sistemammo sul camion partigiani e fascisti gli uni accanto agli altri. I nostri, di ritorno dall’inseguimento, ci dissero che Poker, uno dei nostri che si era lanciato troppo in avanti, era stato fatto prigioniero dai fascisti in ritirata.
Ritornammo verso il paese con la colonna dei prigionieri. Tutta la popolazione era sulla strada, ci applaudiva al passaggio e si rallegrava per la vittoria e per lo scampato pericolo. Molti dei ragazzi della vallata erano scesi con noi per difendere dall’incendio e dalla rapina la loro casa; erano partiti con fucili da caccia o pistole, ed ora tornavano armati di fucili tedeschi, mentre i loro amici li salutavano con gioia.
Nel paese ci offrirono da bere, correndo incontro ad ognuno di noi con bicchieri di vino.

Concentrammo tutti i prigionieri in una casa vuota, e mentre Scrivia li interrogava, mi recai all’ospedale. Si erano dovuti mettere dei materassi a terra per ospitare tutti i feriti, venti tra partigiani e fascisti. I medici erano venuti anche dai paesi vicini e fasciavano le ferite di tutti. Il cappellano raccolse in tutte le case materassi, coperte e biancheria per i feriti. Le donne del paese si prodigarono nell’ospedale insieme colle suore. Dei nostri feriti, solo Franchi era grave. Delirava e si agitava seminudo sul letto, scuotendo il suo corpo muscoloso da atleta, mentre il suo viso si contraeva nello spasimo.
[…] Mandammo un partigiano d’urgenza in Val Trebbia a cercare un apparecchio per la trasfusione del sangue e ad avvertire il babbo di Franchi, che si trovava a Gorreto. Passai poi a vedere gli altri feriti. Nonostante il dolore erano tutti sereni.
[…] Passai poi a vedere i fascisti. Erano tutti stupiti di essere ancora vivi, perché si aspettavano, da quanto diceva la propaganda fascista, di essere scorticati e martoriati. Vi era un tenente tedesco tra loro, che era istruttore. Mi avvicinai a lui, e gli chiesi come stava. Mi rispose subito:
«Male», guardando altrove.
«La gamba vi duole molto?», dissi indicando la sua fasciatura.
«No, – rispose, – male perché sono prigioniero».
«Poteva capitarvi peggio, – dissi, – dodici dei vostri sono morti».
«Meglio essere morto, – mi disse, – che essere prigioniero e vedere quello che ho visto».
«Qualcuno vi ha trattato male?»
«No, appunto questo mi turba, ho ucciso molti partigiani, ero sicuro di far bene perché i miei superiori dicevano che i partigiani erano banditi che derubavano e terrorizzavano i civili e che torturavano i prigionieri».
[…] Smise di parlare, poi disse di nuovo:
«Vorrei essere morto; non avrei voluto vedere che avevo combattuto e ucciso gente come voi».
Si voltò dall’altra parte, con una espressione di grande scoramento.
[…] L’indomani mattina con Scrivia continuammo a interrogare i prigionieri. Appartenevano quasi tutti ad una scuola sottufficiali di Novi Ligure. Ci dissero che avevano come obiettivo il monte Antola, e che erano stati mandati come esploratori; altri dovevano seguire nei giorni successivi. Ci preparammo perciò a nuovi combattimenti.
Le nostre forze erano di circa novanta uomini. Il nostro armamento era però molto migliorato dal giorno prima. Avevamo infatti due mortai, cinque mitragliatrici ed un cannoncino con una ventina di colpi. Inoltre una trentina di giovani dei paesi si erano armati di fucili e stavano a guardia dei prigionieri, pronti a intervenire quando li avessimo chiamati. Predisponemmo delle pattuglie sulle vette dei monti intorno alla gola di Pertuso. Un uomo anziano si offerse di andare in bicicletta a Borghetto, 10 km dopo Pertuso, per vigilare sui movimenti nemici.
Verso mezzogiorno, arrivò dalla Val Trebbia una staffetta mandata da Canevari e Miro. Ci portava un biglietto in cui ci avvertivano che anche da quella parte erano stati attaccati da ingenti forze nemiche che erano state respinte. Però si stavano formando grossi concentramenti di tedeschi e di alpini che da notizie ricevute dovevano [effettuare] nove puntate concentriche con direzione l’Antola.
Il comando zona valutava, dalle notizie ricevute, a quarantamila uomini complessivamente i concentramenti di truppe destinate al rastrellamento della nostra zona. A queste forze non potevamo opporre che circa tremilacinquecento uomini male armati, compresi quelli della divisione «Giustizia e Libertà» di Bobbio.
La situazione si presentava quindi assai critica. Non era possibile sperare sui rinforzi che avevamo chiesto, poiché tutte le brigate erano totalmente impegnate, ognuna sul suo fronte. Ci preparavamo quindi a non fare assegnamento che sulle nostre forze. Mobilitammo subito due camioncini per tenerli pronti a evacuare a Cosola i nostri feriti in caso di ritirata.

Verso mezzogiorno arrivò in bicicletta anche il nostro informatore che era andato a Borghetto. Ci segnalò che circa trecento uomini erano arrivati lì con camion e che stavano ora avanzando a piedi verso le nostre posizioni. Ci disse poi che Poker, fatto prigioniero, era stato subito fucilato a Persi.
Portammo quindi in linea tutte le nostre forze, salvo una decina di uomini che mandammo ad accompagnare i prigionieri a Cabella, più lontano dalla linea di combattimento. Dopo mezz’ora le nostre pattuglie avanzate cominciarono a far fuoco sull’avanguardia nemica.
Questa volta però, invece di continuare sulla strada, i fascisti salirono sul monte dal lato destro della gola. Appena vista la manovra, spostammo una buona parte delle nostre forze appostate sulla strada, verso il monte da destra della gola, alle ripe rosse. Occorrevano però quasi due ore di cammino per arrivare in cima. I nostri lassù erano una ventina. Si difesero accanitamente, mentre noi salivamo quasi di corsa. Eravamo ad un quarto d’ora dalla vetta, quando i nostri dovettero cedere, scendendo giù a precipizio, mentre i tedeschi sparavano contro di loro. Si fermarono insieme a noi, e ci consultammo rapidamente.
«Se perdiamo la vetta, la battaglia è finita». A gruppi di tre o quattro risalimmo, strisciando verso la vetta. Ad una cinquantina di metri dalla vetta, sparammo le prime raffiche su un gruppo di fascisti che stavano in piedi. Qualcuno cadde, gli altri si nascosero. Di corsa sparando avanzammo verso la vetta, mentre il nemico sorpreso si ritirava di qualche centinaio di metri. Sfruttammo subito il nostro successo avanzando veloci. I fascisti si attestarono presto su un altro cocuzzolo di monte, a qualche centinaio di metri. Per due volte tentammo di sloggiarli, ma ci ricacciarono ben protetti dal terreno accidentato.

Frattanto trovammo Dagostino ferito in un cespuglio. Era colpito al petto da una pallottola esplosiva. […] Cercammo di medicarlo, con qualche benda che avevamo in tasca, mentre la sparatoria continuava, respirava affannosamente, tutto insanguinato. Ci disse, parlando a stento, che i fascisti l’avevano visto e stavano interrogandolo, quando eravamo arrivati noi ed i fascisti erano scappati.
«Un ufficiale tedesco mi ha chiesto quanti eravamo. “Cinquemila”, ho risposto».
Mentre lo fasciavamo disse ancora:
«Avvertite i miei genitori. Date il mio nome ad un distaccamento».
Chiuse gli occhi. Tom gli toccò il polso:
«Non batte più, – disse. – È morto».

Poco distante da lui trovammo un altro dei nostri, già morto, con una ferita di scheggia di mortaio e crivellato da una ventina di proiettili, segno che era stato finito da una raffica dopo essere stato ferito. Frattanto il combattimento fra noi e i fascisti era rallentato e solo di tanto in tanto si scambiava qualche fucilata. Cominciava a farsi notte. I nemici non sparavano quasi più. Poi quando fu scuro, ci avvicinammo alla posizione nemica. Ci preparavamo a dare l’assalto, ma arrivati al cocuzzolo nemico, non trovammo nessuno. Le parole di Dagostino, ed il nostro attacco di prima aveva fatto effetto sul nemico.
Tornammo a Pertuso mesti, coi nostri due morti sulle spalle. Nel ritorno trovammo fascisti morti nel bosco. Altri feriti avevano potuto portarli via, come apprendemmo più tardi dai borghesi. Dei nostri, Marietto e Richin erano stati feriti, Repetti era morto. Quella sera, ci consultammo sul da farsi: le nostre munizioni erano ormai limitatissime, le notizie degli altri fronti cattive. I nostri avevano dovuto abbandonare Torriglia, e pareva che anche a Bobbio, la «Giustizia e Libertà» avesse ceduto. Eravamo tutti stanchi per i combattimenti dei giorni precedenti. All’ospedale avevamo dieci feriti, di cui tre gravi.
Era arrivato il padre di Franchi ed aveva deciso di portare il figlio subito in Val Trebbia, dove poteva tentare meglio l’operazione. […] L’indomani mattina i civili ci vennero ad avvertire che i fascisti stavano di nuovo marciando verso di noi. Questa volta erano circa un migliaio divisi in tre colonne, che ci avrebbero attaccati in tre punti distanti uno dall’altro. Decidemmo quindi che Pinan col distaccamento Verardo cercasse di fronteggiarli in Val Sisola; Scrivia col Peters in Val Borbera, e Marco in Val Curone. Ma era chiaro ormai che non potevamo tenere, con cento uomini male armati, un fronte di più di 15 km contro mille nemici. Decidemmo quindi di tentare di resistere fino a notte, in modo da poterci ritirare con l’oscurità, dopo aver messi in salvo i feriti ed i prigionieri.
[…] Cominciammo subito a mandare i prigionieri ed i feriti a Cosola. Dovemmo però lasciare a Rocchetta Leni, Pinocchio e Richin perché il medico ci disse che non potevano sopportare il trasporto. Ci garantì di salvarli lui, fidandosi soprattutto del fatto che noi lasciavamo a Rocchetta dodici feriti nemici. Mi recai da questi, e dissi loro che ci ritiravamo. Li lasciavamo liberi, ma essi dovevano salvare la vita ai nostri tre partigiani feriti gravi. Minacciai di fucilare tutti i prigionieri, se uno dei nostri feriti veniva ucciso. Verso il tramonto, i nemici ci attaccarono, dai lati ed al centro della gola.
Questa volta, eravamo tutti riuniti su una altura, e ci difendemmo bene finché venne notte, causando qualche perdita al nemico, e risparmiando al massimo le nostre munizioni. Quando venne scuro, i nemici desistettero dall’attacco, e noi ci ritirammo verso Cosola.

