Il gioco – un racconto serravallese

Racconto tratto dal volume L’ERA GLACIALE. Storie di Serravalle e di un ragazzo del ’56, di Riccardo Lera (edizioni Le Nuvole, 2019)

Quando ero un bambino e si giocava ai soldati, io volevo essere sempre soldato semplice. Si stava, d’estate, tutto il santo giorno sotto il palazzo del Pino; ci si andava tutti con la bici, con una cartolina tra i raggi di una ruota, fissata su di una forcella perché ci faceva più grandi, con la moto.

Il campo di battaglia era l’asfalto bollente, un anello grigionero intorno al palazzo, ma ci si poteva spingere anche nel piccolo prato della cabina dell’ENEL, lungo la strada che portava poi sul al Nocione, verso Ca’ del Sole, e nel cunicolo dietro ai “garagi”, luogo di epiche gesta e di frequenti imboscate che ti piovevano dall’alto per opera di chi, con agilità, riusciva a saltare sopra il tetto di bitume dei garagi stessi.

Chi invece voleva defilarsi dagli eventi scendeva giù dalla scaletta del distributore dell’AGIP, per prendersi, al bar, un ghiacciolo da venti lire, alla menta o al limone, ma bisognava stare attenti a non farsi vedere.

Gli eserciti erano stabiliti al mattino, a pari e dispari, dopo feroci litigi sull’esatta interpretazione del numero delle dita presentate. Pino e Carlo erano i due comandanti generali; abitavano lì, noi eravamo da loro ospitati e forse per questo nessuno aveva mai messo in questione il loro grado. Pino era lungo e magro da contargli le coste, elegante nei movimenti ed un po’ tenebroso, la fronte costantemente corrugata e sospettosa; suo zio, di cui portava il nome, era stato uno dei Martiri ammazzati alla Benedicta dai tedeschi e la cosa metteva soggezione e rispetto. Di Carlo ricordo poco o nulla; cercavo sempre di non star con lui, anche perché era di me più piccolo di ben due anni e non potevo concepire il comando riposto nella mente di uno a me inferiore d’età. E poi i suoi piani non avevano nulla a che fare col genio del Pino e infatti con lui si perdeva quasi sempre. Comunque a me giocare alla guerra non piaceva. Preferivo il pallone, oppure la gara con le bici, o le Olimpiadi, il tennis e la pallacanestro e persino il nascondino dove scappavo via con la Vilma, altra indigena del palazzo, perfetta conoscitrice del più piccolo locale anfratto.
Ma ai soldati proprio non mi andava giù. Vedevo l’eccitazione di tutti quando questo veniva deciso ed i gradi più alti dell’esercito non scendevano mai al di sotto del colonnello, o se si era piccoli come il Marco o il Fabrizio, capitano. Sottufficiali non ne esistevano.
“E tu Ricky?”, mi chiedeva trepidante qualcuno per la disputa del grado, perché ero grande e grosso più degli altri, ma la risposta mia li rassicurava sempre, “Semplice, soldato semplice”.
Nella mia posizione avevo enormi vantaggi; da me durante la battaglia si girava al largo, soprattutto da quando, una mattina, prima di entrare a scuola, avevo steso con un pugno diretto al mento, il Peppone, un gigante a quattro ante grosso il doppio di me. L’evento aveva suscitato un certo clamore, ma quel giorno il più stupito rimasi io, cercando di non darlo a vedere ai compagni, quando lo vidi steso sotto di me. Vidi la faccia preoccupata di qualche genitore mentre si facevano sopra a controllare il mio avversario, e da allora mi ripromisi di non sparare mai più un cazzotto in faccia ad un altro e così è stato.
Ma al di là di quel fatto di cronaca pugilistica, il soldato semplice aveva inoltre il vantaggio di non impartire ordini a nessuno, cosicché non si correva il rischio di sbagliare ed essere additato come l’artefice dell’onta di una sconfitta. E poiché tutti comandavano, si godeva della libertà di scelta dell’impegno meno gravoso, tanto nella concitazione delle azioni guerresche nessuno ti chiedeva poi conto di niente ed io facevo quello che mi pareva.
Credo di aver vinto molte volte per merito mio. Chi se ne fregava del grado? Il Pino intelligente capiva, mi passava vicino e a bassa voce mi diceva bravo ed io che comunque detestavo quel gioco di gerarchie e di botte, tornavo a casa alla sera contento. A dire il vero poi di botte vere e proprie non si trattava; si usavano spade di legno, o fucili ad elastico, roba tutta fatta in casa e i più assatanati avevano pure l’elmetto, un casco vinto con i punti del burro Prealpina, per difendersi. Inoltre, tutto questo, altro non era che semplice allenamento perché girava fra di noi voci di bande terribili e feroci tipo quelle del P. e del B., gente, si diceva, col coltello che non scherzava per niente ed uno di noi, l’Urla, quello che aveva passato un’ora in galera per aver fatto blu di pugni il figlio della guardia carceraria, aveva commesso la scelleratezza di legare, in azione solitaria, il Patula ad un albero dietro al Castello, dai Sabbioni, e l’aveva lasciato lì solo come un cane, che a liberarlo ci dovette andare di notte, pieno di angoscia e dopo affannata ricerca, suo padre il guardapesca.
Vero era anche che l’Urla da noi veniva poco, perché già da allora col Pino si guardavano in cagnesco, ma non si sapeva mai e la percezione del nemico incombeva nelle zucche di molti. Certo, eravamo bravi ragazzi e nessuno di noi si sarebbe sognato di invadere la loro zona dall’altra parte del paese, ma il nostro territorio era pur sempre sacro.
Comunque in tanti anni non successe niente e inutili si rivelarono le tante precauzioni prese, giunte, nella loro massima espressione, con la costruzione di una capanna – bunker sotto la cabina dell’ENEL, poi distrutta per volere del vigile comunale, rea, la capanna, di deturpare l’amena vista a chi entrava in Serravalle.
E’ evidente che in paese non eravamo nemmeno considerati una banda ed insomma certo non potevamo essere considerati i diretti discendenti della cattolicissima e borghese “Porta Genova”, che negli anni del primissimo dopoguerra fronteggiava la temibilissima e proletaria “Recuperi”, fatta dai figli dei rossi. Mio padre, proletario più di tutti ed orfano, della “Recuperi” non volle assolutamente far parte, e fu stratega, racconta, o quadro della bianca “Porta Genova”.
A lui, evidentemente, quel gioco piacque e fu poi ufficiale nell’esercito, sottotenente d’artiglieria.
Ma io con diffidenza guardavo il succedersi delle leve dei coscritti, e mi giurai che a militare non ci sarei mai andato.
Di guerra sapevo che la prima l’avevamo vinta ed il nonno la raccontava in lingua emiliana, nelle sere d’inverno, lo stecco di saggina in bocca, fra un mistero doloroso e l’altro, quelli dei rosari imposti da Teresa sua moglie. Nonna partiva forte ed era latino da far rizzare i capelli, ma lui, se c’era da contar su Vittorio Veneto, di controcanto tagliava la preghiera corta, Santa Maria nostrimorte amen. Lei lo guardava di sghimbescio sotto la luce da venti candele, ma lui, i piedi ficcati sotto la stufa, fingeva di non vederla.
La seconda mi fu detto in casa che la perdemmo, che ci fu la guerra civile, i bombardamenti, la fame e morti a non finire e mia madre era nata là, a Marzabotto dove i cadaveri di civili inermi avevano insanguinato le montagne dell’appennino. Troppi morti. E a soldato ci si andava per quello, per chi ne faceva di più.
Peccato originale contro le leggi familiari scoccò nel gioco e poiché in casa il pallone era considerato da mio padre come la passione del popolo bue e faccenda non da intellettuali, in me crebbe una passione smisurata per il calcio. Questa avanzò, incorreggibile, su due fronti ben distinti.
Il primo consistette in un libro reliquiario a quadretti, sul quale incollavo con cura ritagli della stampa immortalanti ogni gesto tecnico dei miti della grande Inter di Herrera. Vi si poteva pertanto ammirare la perfetta ed immodificabile scriminatura dei capelli del Giacinto Facchetti, gigante da Treviglio, il calzettone arrotolato del mancino Mariolino Corso, le mani nude di Giuliano Sarti il portiere e via via tutti gli altri.
A nulla valse l’embargo posto dai miei sulle figure Panini, dal costo proibitivo di lire dieci per busta, due virgola cinque per ogni calcistica icona; in mancanza di quelle, le forbici impietosamente operavano drastiche cesure sulla pagina sportiva del giornale, specie nei fogli delle edizioni a me più care, quelle del lunedì.
A colpi di colla il quadernetto s’ispessiva, ogni fotografia accompagnata da righe di commento solitamente ricopiate pari pari dalle didascalie sottostanti, ma a volte impreziosite da personalissime annotazioni, quando quelle giudicate non sufficientemente idonee. Raggiunto lo spessore di un messale, il quaderno era poi sottoposto all’invidiosa attenzione di chi, come me, era accecato da nerazzurra passione.
Ricordo lo scintillare d’occhi nel Maurizio, figlio di Joele il gommista, le guance paonazze di Friulino, gli apprezzamenti trionfali del Figio e il solco più accentuato del solito fra le rughe frontali del Pino.Il secondo fronte fu il gioco vero e proprio, ma lì fu più difficile, perché non dotato di piede fino. Per le enormi pedule calzate venivo subito scelto per evitare di giocarmi contro e stavo da difensore, attaccato al mio uomo, e se proprio questi mi scappava, da rognoso che ero, falciavo anche. Difficilmente andavo su, oltre il mezzocampo e così di reti ne ficcai dentro poche, nonostante i sogni d’attacco rimuginati prima di ogni partita.
A Serravalle si giocava in molti posti. Se di puro allenamento si trattava, c’era spazio sempre dal Pino, i garagi eretti a porte, nel cortile di Mino o giù in valletta oppure ancora dal Figio, dall’acidotanico, fra i prati circostanti la vecchia fabbrica dismessa. E lì pure le reti c’erano, attaccate ai pali che suo padre aveva piantato giù per bene nella terra.
Ma i luoghi in cui si poteva assaporare il gusto alto e crudo della competizione erano solo due: il campetto dalla chiesa ed il campo sportivo. Serravalle sta stretto, in un pugno di terra rinserrato da un lato dallo Scrivia e dall’altro dalle prime falde dell’Appennino; la strada principale la infilza per il lungo, spaccandolo in due come una mela, ma urbanisticamente il taglio si pone per il lato corto, all’altezza della stazione ferroviaria. Su verso Genova è via Berthoud, col borgo vecchio, le chiese, il municipio, le scuole e l’ospedale, giù verso Milano è viale Martiri della Benedicta con i palazzi nuovi, le fabbriche e l’ingresso per la camionale.
Monumento sottolineante questa demarcazione costruttiva è il grattacielo dell’Eur, un pugno sparato dal cielo negli occhi ai serravallesi, sorta di mostruosità architettonica figlia illegittima degli anni del boom economico. Un lembo di paese sta oltre il fiume, il Lastrico, con le sue case che quasi si mischiano con quelle di Stazzano; ci si arriva passato il ponte della Madonnetta. Lo Scrivione ha cercato più volte di buttarlo giù per portarselo via e sembra poterlo fare durante le sue piene, con l’acqua nera e quel ribollire urlante contro gli argini, ma lui, con quegli archi tutti ineguali, è rimasto, artigliato al greto, sempre disciplinatamente al suo posto. Su dal Lastrico una strada, inerpicandosi a tornanti, porta su di un colle, dalla Madonna del Monte, santuario votivo. L’ultimo brandello del paese sta su un altopiano che corre sopra la parte nuova, scisso da una depressione, la valletta col suo rio, in due aree, il Borgonuovo e Ca’ del Sole. Il campo sportivo è in Borgonuovo, allora cinto da alti pioppi e per trequarti, fino agli inizi degli anni ottanta, da grandi campi di grano, mentre il quarto lato strapiomba fra i rovi fitti giù verso la valletta e guai a cacciare la palla laggiù, perché corri il rischio di non ritrovarla.
Il campo te lo aprivano i preti. Se ci volevi giocare, d’estate, a scuola finita, dovevi andare a sentir messa alle otto, in parrocchia. Poi, prima con Don Luigi ed in seguito con il viceparroco nuovo, Don Lino, con quegli occhi che Caronte sicuramente gli invidia, si saliva là in cima per giocare.
Gli spogliatoi erano chiusi e ci si cambiava sui gradoni di cemento della piccola tribuna ed io avevo la maglia nerazzurra con un quattro sulla schiena, fissato con le graffette metalliche di una cucitrice.
Prima giocavano i più piccoli d’età, solo su una metà del campo ed una porta era stabilita da due borse stese sull’erba, con un’immaginaria traversa tra il cielo e la terra che variava di posizione a seconda del giudizio arbitrale, dell’abilità di chi aveva tirato (per uno bravo era sempre goal, anche quindici metri sopra il terreno, per uno scarso un rasoterra poteva non essere sufficiente) ed infine del carisma del portiere.
“Alto”, potevi sentenziare se eri un buon portiere, anche se la palla quasi si configgeva nell’erba.
Poi sgarronavano i più grandi, le scarpe bullonate su tutta la superficie del campo, e già qualcuno era davvero bravo, i fratelli Talarico sopra tutti. Momento di gloria fu in quegli anni, giocando fra i piccoli, la volta in cui, sbagliando un cross, infilai da trenta metri la palla giusto nel sette opposto. A fine partita mi venne accanto Giovanni Talarico; chinato ginocchioni sul campo intento ad allacciarsi le scarpe mi disse:
“M’han detto che hai fatto un gran gol”.
Annuii fieramente. Lui guardò su in alto,
“Hai visto il cielo oggi?”.
Strizzai gli occhi, mentre lui si risollevava,
“E’ senza colore, come latte”.
Guardai in alto, l’afa spessa e grassa copriva la vista.
“Hmm” feci io per non contraddirlo e lo guardai correre via, mentre pensavo che solo per quelli buoni il cielo poteva avere il sacro profumo del latte.
Il campo sportivo era comunque un mangiare fine e raro, razionato solo nei mesi buoni. La zuppa quotidiana si consumava sul campetto, dalla chiesa. Di terra battuta prima e d’asfalto poi, questo si snodava terribilmente irregolare, fra il muro esterno della navata destra della chiesa, abside compreso, ed il muraglione a zeta sorreggente le case vecchie e strette di via Gazzi. Unico lato regolare si disegnava dietro la porta di via Tripoli, separato da questa da una cancellata dalle punte di ferro aguzze, che guai a infilzarci sopra il pallone, perché ti si bucava di sicuro. La porta opposta era infissa al terreno, in obliquo, a sinistra quasi attaccata all’angolo alto del muraglione sotto via Gazzi, per cui la sua linea di fondo correva solo da una parte, a destra, quasi dietro la parrocchia, sotto il costone di tufo del Monte Castello. Sopra di essa una nicchia ospitava una Madonnina, poi protetta con una grata dalle energiche pallonate di cui era la frequente, innocente, destinataria.
Il fuori non esisteva, si giocava di sponda, di muro, di rimpallo e se la palla schizzava sopra ai tetti ma si riscodellava per gravità in mezzo al campo era sempre buona. Il gioco é sempre stato maschio e un po’ fetente. Le ossa rotte non si contavano: Pasqualino, il Ciuci, Giorgio il Lungo ed altri, tra gambe e braccia, han fatto la fortuna degli ortopedici dell’Ospedale di Novi. Cinque contro cinque, le leggi del gioco erano semplici, ma ferree; si andava ai dieci, cambiando campo ai cinque. Chi perdeva usciva, chi vinceva andava avanti, scegliendo di giocare inizialmente dal lato di via Tripoli, per sfruttare il campo leggermente in discesa e più largo in attacco, nel secondo tempo. La selezione era feroce, il più grande scannava il più debole, senza tanti complimenti. Tutta roba che Darwin o Malthus manco si sono sognati.
Se eri una scarpa o troppo piccolo d’età, per giocare non avevi scelta: o portavi il pallone o stavi in porta. Io scelsi la seconda possibilità e negli anni, l’asfalto ridotto mentalmente al più comodo degli Scriviaflex di Canegallo, divenni a mio modo un personaggio.
Ogni leva ha i suoi miti e per noi lo sono stati, fra i tanti, Menin, Nicorelli e Beppe Bailo.
Ma ci sono anche situazioni da assurdo kafkiano, non fotografabili da un racconto, come il goal ciccato con tiro scoccato da mezzo centimetro dalla porta da parte di Watson, storpiato in Buozzon o, a seconda delle varianti, Quozzo, dai tifosi assiepati ai lati di quell’arena, per non parlare del celeberrimo rigore di Alfieri con palla incastonata altissima sopra la traversa, tra gli smerli della canonica, un miracolo di imponderabile imperizia balistica.
E poi il pubblico, gli inni e gli sfottò, con soprannomi variopinti e coloratissimi, da Caccadelsole a Gnacchere, da Bottacagaricotta a Marocchì per finire alle risse, di cui l’eco delle sberle di Urla sulla faccia di P. ancora si ode a distanza di decenni, se si porge attentamente l’orecchio.
Giocavamo tutti lì, dietro un pallone di plastica ed ancora oggi mi riesce impossibile pensare che alcuni di noi non giochino più da nessuna parte; dieci anni dopo un’avversaria maligna e mortale, droga maledetta, li ha poi incontrati deboli, illusi e falciati per sempre.