EnciclopediaTestimonianze

Uno svedese a Serravalle

“A me fia l’è gniüa mata. Uc mancova anch’ista!”
Sul divano giace una tenda accartocciata. La Emma proprio non ce la fa a continuare a cucire e ci scaglia sopra gli occhiali con scoramento esclamando “N’otra a na cumbinò! Ma cöuntime ‘n pò cme c’le pusibile?”
“Emma non si disperi, non è niente di grave. Glielo spiego io cos’è successo. La colpa dev’essere della calima”. “Ma cos’ ti disi ti assì! Cose clé sta calima?”
“La calima è un vento di scirocco che arriva dal Sahara e porta alle Canarie l’aria calda dell’Africa. Quando è forte provoca vere e proprie tempeste di sabbia. Noi non l’abbiamo vista una vera tormenta ma c’era sempre un vento caldo costante e una polvere sottile che si infilava sotto le porte e le finestre. Ce n’erano mucchi in tutta la camera d’hotel”.

La calima


“E bain cos u gheintra cu a me fia?” “Emma, deve essere colpa di quest’aria tiepida che ci ha avvolto per una settimana appena scesi dall’aereo. Siamo partiti da Serravalle col cappotto e là si viveva in costume. Deve averci fatto girare la testa ‘invesgendandoci’ un po’ tutti. Ma Martin, Martin è proprio partito! Cosa devo dirle Emma, è innamorato perso”
“Ma u sta in Svescia, l’e fein a perdise!”
“Lo so Emma, è un po’ distante, ma sarebbe peggio se fosse australiano, no?”.

Emma e Mario

Terminata la vacanza era d’obbligo spiegare l’arrivo imminente di uno svedese a Serravalle. L’interrogatorio cominciava dalla partenza: sette giorni lontani dal freddo e dalla nebbia del Piemonte per scaldarci le ossa al sole, il mare d’inverno ottenuto grazie ai nostri primi risparmi.
Poco più di vent’anni, quattro ragazzi e due ragazze a Gran Canaria, un posto niente di speciale, spiagge piatte e mare grigio dell’oceano ma locali ovunque e una quantità enorme di giovani soprattutto dal nord Europa. Per dirla alla serravallese, un vero ‘bulesume’.
Una sera, spariti i nostri amici dietro ad avvenenti gonnelle olandesi o impegnati al casinò, la Chicca (Cristina) ed io stavamo sedute al tavolo di un pub all’interno della kasbah, il cuore della vita notturna. Il Turbo Pub che avevamo scelto era, in tutta franchezza, di infima qualità e se ci fosse stata una parvenza di illuminazione avremmo visto parecchio sudiciume, ma avevano attirato la nostra attenzione lo stile rock e l’apice della colonna sonora raggiunto con Paradise City dei Guns N’ Roses che tutti gli astanti cantavano a squarciagola.
La mitologia nordica narra che le tre Norne sotto l’arco del Bifrost tessono l’arazzo del destino degli uomini. E’ una specie di ragnatela in cui ogni nodo, ogni intersezione tra un filo e l’altro è un accadimento ineluttabile.

Martin e la sua squadra di ping pong

In quei giorni queste divinità devono essersi occupate parecchio di un giovane, tal Martin Carlstein, che spensieratamente gioca a ping pong nella squadra della sua città, Varberg in Svezia. Un misterioso arcano deve averlo spinto a scegliere la nostra stessa destinazione e a fare il suo ingresso al Turbo Pub quella notte.
E’ un lungagnone magro magro con i capelli lunghi e biondi e si avvicina a Cristina con un sorriso disarmante. Esordisce parlando di ping pong ma potrebbe parlare pure della teoria delle stringhe, tanto il volere superiore del Walhalla ha già deciso tutto e la scintilla scatta in men che non si dica.

Martin Carlstein

La Emma annuisce pensosa “E auva cossu fa kilé? U vena ki?”
Eh sì, cosa può fare un vichingo innamorato se non fare i bagagli e presentarsi a Serravalle?
La mamma di Cristina, che non è mai stata bacchettona ma forse nel 1990 si mantiene ancora un pizzico tradizionalista, è diversa dagli altri esseri umani, è una specie di software in continua trasformazione e per necessità all’istante si evolve in Emma 2.0
Fine dei conformismi: se arriva il foresto, allora gli si darà il benvenuto come si deve. Non sia mai detto che non venga accolto nel migliore dei modi. In un batter d’occhio scova un decoroso appartamento ammobiliato nel palascion, casermone oggi fatiscente e evacuato degli ultimi abitanti, in via Palestro.

Martin e Niklas e la gatta Mugni


Sotto sotto, chissà, forse ha pensato: magari si stufa, sarà abituato a vivere nella bambagia, ha ventun anni, chi glielo fa fare di stare li dentro?
Il piano terra poi non è certo un posto allegro perché Fossati, dove lo scandinavo dovrà entrare ogni mese per pagare l’affitto, vende casse da morto, e sopra ci abitano personaggi di punta del folklore serravallese, Gino Ciöa e la Luisa, sorella del Figio, che hanno una caratteristica comune: se li lasci a briglia sciolta ti devastano di parole. Il ragazzo forse è un orso e quei due lo faranno diventare matto.
Invece Martin, che nel 1990 è extracomunitario e ha dovuto iscriversi a un corso di Italiano a Milano per avere il permesso di soggiorno, prende possesso del piccolo locale e non potrebbe starci meglio. E’ uno svedese atipico, tutto il contrario di un musone. Più persone conosce meglio sta.
Certo i primi tempi colloquiare non è il massimo, in paese l’inglese lo sanno in pochi e l’italiano è ancora tutto da imparare.
Mentre aspetta che Cristina torni dal lavoro c’è un sistema facile per incamerare nuove parole: la tv.
Quello che resta subito in testa sono le “reclam”: “Perché noi alla Standa conosciamo bene il valore dei soldi!” e “Splu Splugen …svita la voglia di vita!” sono le prime frasi di senso compiuto in Italiano di Martin a Serravalle.
Ci pensano i tanti amici a insegnargli la lingua e, con gran rammarico di mio papà, a farlo innamorare della Juve grazie a una serie di partite al Delle Alpi con il Ciglia e Beppe Romairone.
Se non bastasse, per avere ancora più compagnia, Martin se ne torna da Milano con una gattina che chiama Mugni. E’ un felino nero e iperattivo che un giorno viene affidato alla Emma.
“Va bain, ala sero in ti na stanscia e speriamo bene”. Ma quando entra per controllare, la gatta non c’è più. “E auva ‘nde kl’è?”. La porta del terrazzo è un po’ aperta e le lenzuola stese svolazzano a bradelli, “Bel Segnu! L’è cainta zu”. Fortuna che con l’aiuto delle unghie sui teli come in un cartone animato, la Mugni atterra senza un graffio e aspetta dentro un vaso di poter tornare a casa.

Ne sa qualcosa anche mia mamma Angela che la tiene per una giornata e mezza. Siccome la gatta trova di suo gradimento zampettare sui fornelli, mi intima di riportarla al palascion onde evitare di rendere a Martin “gatu buiu inta casarola”.
La marcia svedese procede comunque inarrestabile e anche la futura suocera è presto conquistata. Si dà il via a spignattamenti in grande stile, “l’è csi mogru is fiö, bisogna rimpolparlo un po’”.
Nessun problema con ravioli, pasta di ogni genere e dolci ma la Emma è avvisata che in Svezia il coniglio non lo mangia praticamente nessuno, è considerato un animale domestico come in America. La assalgono i dubbi: lepre, cinghiale, fagiano… li mangerà? E se vede spennare, scuoiare, tutte le preparazioni varie, visto che Mario, suo marito, è cacciatore e torna sempre a casa con un sacco di selvaggina, assaggerà qualcosa? Presto fatto: quello che succede in cucina lo svedese non deve vederlo e la porta diventa un muro invalicabile. Tutte le scuse sono buone per non farlo entrare. “Va da là…eintra no…siediti in sala…”
Poi a tavola “Cos’è questo?” “Pollo” “E questo?” “Anche!” “Ma è diverso!”. “Ma nooo cos’ti disi? Devono essere i chiodi di garofano!” “E questo? Ma è più scuro!” “Ma no, è che l’ho fatto cuocere nel vino rosso..” Insomma per Martin il menu prevede sempre ‘pollo’ per andare sul sicuro.
Quando si ha a che fare con i vichinghi c’è un ultimo piccolo problema e questa volta tocca a Mario risolverlo: bisogna alzare tutti i lampadari perché Martin ci picchia sempre contro con la testa.
Finalmente il matrimonio s’ha da fare e poco tempo dopo un divertentissimo pranzo di nozze dal sempre compianto Gillo a Bosio con gli invitati che si capiscono più a gesti che a parole, la Panda rossa è pronta, Mugni compresa, per il lungo viaggio verso il nord.

Sposi!

Per l’occasione la Fernanda e Maurizio del Lux interrompono il traffico davanti al bar posizionando un tavolo al semaforo per un ultimo brindisi. Cose che si potevano fare nei tempi andati…
In questi trent’anni la Cristina e Martin, che ormai capisce buona parte del dialetto e usa abitualmente termini come ‘rugna’ o ‘stranguscion’, hanno sempre fatto avanti e indietro, acquistando come base un appartamento al Campo Sportivo. Per avere un indizio della differenza tra il suo paese e il nostro basti pensare che lo svedese non aveva la più pallida idea dell’esistenza del notaio… “Ma perché si deve pagare?”
Martin nel tempo si è distinto anche come promotore del turismo locale portando tra le nostre strade tantissimi amici e conoscenti. Qualche anno fa addirittura un pulman intero di colleghi e per il suo cinquantesimo compleanno altri venticinque amici, ristorati al bar Caffé Latte della Manuela Merlano e Gabriele Castellini e alloggiati in alberghi e bed&breakfast della zona. Insomma solo per questo meriterebbe la cittadinanza onoraria.

La festa dei 50 anni di Martin a Serravalle


Di persone come Martin ne ho conosciute poche, sempre col sorriso e attento a tutti, un vero entusiasta della vita. Dalla Svezia ci ha portato in dono la correttezza e una gentilezza senza pari.
Chiudo con un’immagine che meglio di tante parole racconta il nostro amico Martin, ‘un foto’ come direbbe lui… beh gli articoli indeterminativi non sono il suo forte, ma glielo perdoniamo volentieri.
Dedicato a Martin e Cristina e auguri nell’anno del vostro trentesimo anniversario.

Un ‘foto’ di Martin