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Senti, avrei bisogno di parlarti ancora (prima parte)

La cascina appare improvvisamente al limitare del bosco. A settentrione i castagni domestici, verso sud l’orto e la vigna.
Il silenzio non è rotto neanche dal vento e il mio respiro è sospeso nonostante la fatica per arrivare sino lì: immagino i ragazzi, forse i bambini, di cento anni fa. Salivano con mucche e capre al pascolo e restavano quasi tutto il giorno a far la guardia perché non sconfinassero o mangiassero i polloni nelle scabbie tagliate. Cosa facevano? Giocavano. Forse alla cavallina o alla bun-na, oggi completamente dimenticate, sbucciandosi ginocchia e gomiti, bevendo alla sorgente e mangiando pane e formaggio. Tornavano a casa lentamente perché li aspettava qualche altra incombenza, tipo buttare il fieno nella greppia o sbattere il latte per farne burro. Alla sera, alla luce del lume, sillabavano con la mamma mentre al padre, disfatto dalla fatica, pendeva la testa pur stringendo il bicchiere con ancora un po’ di vino acidulo. 

Capisco solo adesso che non avevano, non conoscevano, le parole per dirlo. Come potevano descrivere quello che avevano provato arrivando a casa? C’era quella memoria di anni terribili, chi in trincea, chi in un campo di prigionia, chi in un ospedale e il pensiero dominante dei vecchi e dei bambini lasciati soli con una moglie che doveva lavorare 14 ore al giorno per sfamarli. Avevano alla fine ceduto: si erano convinti che tutto quel sacrificio fosse necessario, che tutta la Nazione partecipasse allo sforzo. Ma appena scesi dal treno, le gambe tremolanti, ancora la divisa sporca addosso, ebbene già avevano capito che era stato tutto un teatro, che solo i morti e la fame erano veri. Come potevano dirmelo con le poche parole che conoscevano? Con ritardo l’ho capito. 

Loggetta

I ponti si stagliano sul greto del torrente e nessuno è uguale all’altro. Li percorriamo, ignari del loro valore; essi hanno richiesto più esperienza, più lavoro, più professionalità rispetto a castelli e torri che invece ci affascinano solo perché sorgono su alture e li immaginiamo gotici, inespugnabili, orridi. È il culto delle vette e del mistero, antico come l’uomo, che prevale su ogni sentimento, su ogni razionalità. Eppure, i ponti di allora resistono ancora, e i manieri sono macerie che fischiano al vento invernale.

La Parrocchia dedicata a San Michele Arcangelo

L’odore del caffè alla domenica mattina. Tua madre non ti vedeva per tutta la settimana perché eri a Genova a studiare; quindi, esprimeva tutta la sua attenzione nei tuoi confronti in quelle 24 ore. Allora c’erano solo latte e biscotti Saiwa. Lo yogurt comparve solo 40 anni dopo e oggi se non c’è, la giornata è rovinata. Ma io pensavo solo alla compagnia che si radunava pian piano ai bordi del piazzale della chiesa, dove aspettavamo l’uscita delle ragazze dalla messa delle 11. Il pranzo interrompeva momentaneamente il nostro sodalizio, che subito dopo riprendeva al Bar Poldo o al cinema Columbia di Ronco o alla sede sopra la Canonica. Alla sera ci ritrovavamo con le ragazze in stazione, se faceva freddo, oppure in continui andare e venire sui marciapiedi di Isola. Parlavamo, non so quanto convinti, di Bertrand Russel o di Mao ma improvvisamente scattava l’ora dei sogni e progettavamo quello che non siamo mai riusciti a fare nella vita.

Poi il rumore lontano dell’autostrada si mischiava alla malinconia che invadeva i sentimenti: ancora pochi minuti e sarei partito per la Superba. Altri sei giorni prima di rivederci. Pensieri, aspettative, sogni, e una lei che forse non mi pensava, o forse ero io che non mi accorgevo che mi pensava. Complicazioni mentali all’inverosimile, sofferenza. Però tornerei indietro.

offizieu (mocchetto, candela fatta a mano)

Da bambino il freddo più intenso lo pativo alla novena dei Morti. Non ricordo a che ora c’erano le funzioni a cui obbligatoriamente mi mandavano. So che arrivavo a casa e la stufa in cucina mi ristorava. Le lenzuola in cui poi mi infilavo erano ghiacciate, eppure indossavo mutande lunghe e maglia di lana spessa un centimetro. Ma dopo un po’ il tepore si diffondeva nel corpo e mi addormentavo.

A tavola lo zio mi raccontava di quando si cantavano i notturni e le lodi in latino, in toni diversi con particolari cadenze e virtuosismi a seconda di chi li eseguiva. Nel pomeriggio o alla sera dei Santi noi ragazzi eravamo forniti di offizieti (1) dalle diverse forme e colori che accendevamo in chiesa sul poggia-braccia delle panche dopo aver messo sotto di loro un foglio di carta velina per raccogliere le gocce di cera. Come è facile immaginare, la liturgia passava in secondo piano rispetto al divertimento. Erano giorni uggiosi combattuti con le caldarroste, le pelate (2) e qualche raro dolce perché il pensiero era rivolto alla fine di quelle vacanze di secondo piano, troppo brevi e troppo intrise di solitudine. Non era ancora il tempo della musica, della compagnia, e delle ragazze, dei battiti al cuore, dell’ansia continua nel vederla e parlarle.

Quando vedo la Scrivia dall’alto, quelle pareti ripide che finiscono direttamente nell’acqua, mi soffermo con fatica a immaginare le centinaia di migliaia di anni che ha impiegato a scavare il suo letto. A volte diciamo: “Quanta acqua è passata sotto i ponti!” e non diamo importanza all’aspetto fisico o morfologico dell’affermazione. Ma ogni minuto piccole particelle sono trascinate a valle e, prima o poi, finiranno nel Polesine a sopraelevare ulteriormente il Po. Durante le piene, enormi massi si staccano dai fianchi e tentano di ostruire il torrente. Fra cento anni non ci saranno più, erosi da quel movimento senza fine dell’acqua. Chi siamo noi? Nulla in confronto a questi fenomeni, però riusciamo a distruggere il paesaggio a una velocità infinitamente superiore rispetto alla Scrivia.
Il fiume parla. La Scrivia lo fa con il rumore mentre ti avvicini, poi con l’odore dei salici, infine con la luce, ben diversa da quella in paese. Alzi gli occhi e vedi un pezzo di cielo tra due pareti ripide di roccia che portano impresso il livello della massima piena. Da giovane, come tutti. pescavo con la canna spartana e un amo che tratteneva un po’ di mollica. Oggi soffrirei a vedere un pesce dibattersi sulla riva.  Con le mani cercavamo sotto le pietre della ravessa(3) i barbi e i cavedani non disdegnando le povere natrix, i serpenti più pacifici che esistano. Quasi impossibile prendere i testoni che fermi nella sabbia non si vedevano e si muovevano velocissimi a scatti. Allora non c’erano le nitticore e le nutrie però nel panorama zoologico erano compresi i gamberi dei rii affluenti.
Camminare dalla Sabbiunea, sotto il cimitero, fino alla pila del ponte vecchio in cima d’Isola, era un safari godibilissimo: A  luglio l’abbronzatura ci aveva cambiati in moretti nordici ma non ce ne fregava niente. Poi ci spostammo sempre più frequentemente nel Vobbia perché la qualità dell’acqua della Scrivia cambiava in peggio: le discariche a cielo aperto dei paesi a monte “donavano” detriti di vetro, plastica, ferro, ceramica. Dai laghi del Baraggio o dei Cavalli o della Stanza, l’appuntamento pomeridiano si spostò a quelli delle Figgie, delle Catene o ai re Laghetti. L’ambra solare che le ragazze si spalmavano sulla pelle risvegliava i nostri primi istinti mascolini e l’avvento del bikini fu una bomba atomica.

Località Prodonno

  1. offizieu o mocchetti sono delle candele fatte a mano in varie fogge: scarpette, casette, alberelli[]
  2. castagne bollite private sia del pericarpo, sia del tegumento – o pellicina interna – da mangiarsi nel latte tiepido[]
  3. ràpida – acqua bassa che scorre[]

Un pensiero su “Senti, avrei bisogno di parlarti ancora (prima parte)

  • Domenico Ponta

    Grazie Sergio, hai fatto rivivere i ricordi della nostra infanzia.

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