L’eclissi del 1961

Mio padre mi svegliò che era ancora buio, un buio leggero, da mattina che deve cominciare. Mi disse di vestirsi in fretta, che c’era da vedere una cosa che capitava una volta sola, e che bisognava andare in alto, dove il paese finiva e cominciava la terra. Uscimmo per via San Bernardino, che allora era solo una striscia di ghiaia e polvere, e ogni passo faceva un rumore secco, come se il freddo spezzasse i sassolini.
Salimmo piano, lui davanti, io dietro, con quella sua camminata che non aveva fretta ma non si fermava mai. Via Borgonuovo era uguale, senza asfalto, una lingua chiara che saliva verso il campo sportivo e l’odore dell’erba bagnata che arrivava da ogni lato.
Quando girammo a sinistra per via San Rocco, il cielo era già un po’ più chiaro, ma non abbastanza da capire il colore del giorno. Pochi metri dopo la svolta, dove oggi c’è un murales, allora c’era solo una piccola scarpata, un rialzo di terra che nessuno guardava. Mio padre mi disse di salire, e io mi issai con le mani nella terra gelata, mentre lui mi sosteneva con un gesto che non aveva bisogno di parole.
Da lì si vedeva tutto verso est sud est: oggi ci sono le scuole, il rumore dei bambini, le auto che passano; allora c’era solo il parco di villa Caffarena, un vuoto verde che scendeva fino alla villa, senza quella strada che ora porta a via Abbazia. Era un mondo più largo, più silenzioso, più lento.

Mio padre tirò fuori dalla tasca della giacca un oggetto che avevo visto mille volte in casa, ma che non avevo mai capito davvero: una lastrina scura, spessa, fissata in una cornicina di legno sorretta da un manico, sempre di legno, con i bordi consumati. Era quella che usava al laminatoio a caldo dell’Ilva, per dirigere la colata, per guardare dentro la luce bianca del metallo senza bruciarsi gli occhi. Me la porse come fosse una cosa preziosa. «Con questa puoi guardarlo», disse. Io la presi nella mano destra, sentii il freddo del legno e il calore delle sue mani che l’avevano tenuta per anni davanti al fuoco vivo dell’acciaio.

Alle otto e mezza il cielo era limpido come vetro, un azzurro che non aveva ancora il peso del giorno. E all’improvviso la luce cambiò. Non si spense: si fece più sottile, come se qualcuno avesse passato una mano davanti al sole. L’eclissi arrivò così, senza rumore, senza un annuncio. Io sollevai la lastrina davanti agli occhi, e il sole diventò un disco scuro, perfetto, come se fosse stato disegnato. Il bordo della luce tremava, si assottigliava, si chiudeva. Il mondo intorno si fece un chiarore strano, come se la penombra avesse un suo respiro. Mio padre posò una mano sulla mia spalla. Non disse nulla. Non serviva. Guardammo il sole diventare una falce, poi un’unghia, poi quasi niente.
Il freddo aumentò di un soffio, gli uccelli smisero di muoversi, e il parco di villa Caffarena sembrò più grande, come se la penombra lo avesse allungato. Io sentii qualcosa che non avevo mai sentito: la certezza che il cielo può cambiare, che il giorno può diventare un’altra cosa, che la luce non è garantita. E quella lastrina, che per lui era lavoro e fatica, per me diventò il modo di vedere il cielo mentre cambiava. Quando il sole ricominciò a tornare, mio padre fece un piccolo cenno, come per dire “è finita”. Scendemmo dalla scarpata, riprendemmo via San Rocco, poi via Borgonuovo, poi via San Bernardino. Il paese era lo stesso, ma io no. E lui, mentre camminava, aveva negli occhi quella calma che hanno gli uomini quando sanno di aver mostrato ai figli qualcosa che resterà.


Abitavamo a Genova all’epoca. L’eclissi del 1961 la guardai affacciata ad una finestra, accanto a mia madre. Ricordo tutto di quel momento e, seppur avessi sei anni meno un mese giusti giusti, “sentivo” che lei avrebbe desiderato immensamente vivere quel momento nella sua Cadepiaggio. Casualmente (ma sarà proprio così?) il 12 agosto ero sul piazzale della Madonna della Guardia di Gavi… Lì sotto c’era Cadepiaggio, c’era mia madre…