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La mia prima vaccinazione

Un giorno mia madre mi disse:”Andiamo dal dottore. Non ti preoccupare, ti farà solo un graffietto, una roba da niente“.

Ero molto sospettosa, ma mi fidavo della mia mammina.

Andavo a fare l’anti-vaiolo, quel vaccino che ha segnato le braccia della mia generazione con due bolli più o meno grandi.

Arrivati dal nostro buon dottor Maccarini, il papà della mia amica Federica, dopo poca attesa, fummo introdotte.

Scoperto il braccino, il dottore con una specie di pennino, almeno a me allora era sembrato così, mi praticò due graffietti.

Sentii un forte bruciore ed anche un po’ di dolore e pensai che mia madre mi aveva mentito, ragion per cui sviluppai una di quelle reazioni folli dei miei primi anni.

Pensai ad una protesta plateale, ad una specie di sit in.

In realtà il dottore aveva fatto un gran bel lavoro, come ebbe a dire mia madre negli anni a venire, perchè i segni sul braccio risultarono impercettibili, quello più basso quasi invisibile, ma ritorniamo alla mia protesta.

Giunte a casa, a pochi passi dall’ambulatorio, mi accovacciai nel fosso vicino al cancello dicendo che io non sarei entrata in casa, che sarei rimasta lì.

Non dissi per sempre perché forse non ne possedevo il concetto, ma forse l’intento era proprio quello: accucciata in un fosso per l’eternità (e qui uno psicanalista ci avrebbe il suo bel da fare).

Non ricordo come stessi, se avessi male, due linee di febbre, ma stavo lì, come un animaletto ferito, nel corpo e nell’orgoglio.

Non ci fu verso di smuovermi, non volevo essere nemmeno toccata, soprattutto in quel braccio lì.

La faccio breve, ad certo punto la mamma entrò in casa, aveva altri due figli piccoli e un sacco di faccende da fare.

Ogni tanto qualcuno mi veniva a vedere, io scura in volto rimanevo lì, in posa fetale nel mio fosso, il tradimento era stato grande.

Ricordo che mi portarono pranzo e cena nel fosso, smangiucchiai, non avevo fame e poi da piccola ero una musiga (mi dicevano così), cioè una bambina che si fa pregare per mangiare: in buca mì, in buca a tì, in buca ar can, am! (In bocca a me, in bocca a te, in bocca al cane, am!).

Insomma rimasi accucciata nel fosso tutto il santo giorno. Solo a sera col buio, col fresco, accettai l’abbraccio di mia mamma che mi portò dentro e mi adagiò vestita nel mio lettino dove piano piano presi sonno.

I giorni successivi il problema maggiore fu vestirmi e svestirmi, per il braccio che non poteva essere toccato, nemmeno sfiorato.

Ricordo perfettamente che, per parecchio tempo, se venivo casualmente toccata nel braccio vaccinato, avevo uno scatto, una reazione sgarbata. Poi me ne dimenticai, ma quella giornata nel fosso entrò nell’aneddotica familiare, ad indicare la mia natura di brava bambina, un po ‘strana.

Quando fu la volta del Sabin, in vaccino contro la poliomelite, fummo messi in fila a scuola e ci fu somministrato su una zolletta di zucchero.

La mitica zolletta.

La parola vaccino ci aveva creato un’attesa quasi drammatica, molti avevano ricordi anche più traumatici del mio, ma la zolletta aggiustò tutto. Erano anni in cui si cantava basta un poco di zucchero…e, anche se il retrogusto non era piacevolissimo, fu una passeggiata.

Ero a scuola, in fila con i miei compagni, probabilmente ritenni che non fosse il caso di indire una manifestazione di protesta, il gustaccio se ne andò ben presto e di lì in poi feci la brava bambina tout court.

Albert Bruce Sabin, a New York, negli anni Cinquanta.

Al di là dei racconti personali, quello che pochi conoscono è il grande gesto di Albert Sabin che rifiutò di brevettare il suo vaccino, rinunciando ai ricavi commerciali da parte delle industrie farmaceutiche.

Per la sua scoperta non guadagnò nulla. La decisione contribuì a mantenere basso il prezzo del vaccino e aumentare la sua diffusione.

Lo scienziato così si espresse in proposito: Non volevo che il mio contributo al benessere dell’umanità fosse pagato con della moneta.

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