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Matteo Sericano, velista valborberino (o quasi)

Il primo novembre 2026 prende ufficialmente il via da Saint Malo, in Francia, la Route du Rhum, uno degli appuntamenti più attesi e prestigiosi della stagione velica oceanica internazionale. Si tratta di una competizione in solitaria per raggiungere, dopo oltre 3.500 miglia, la Guadalupa. Quest’anno, fra gli oltre 45 partecipanti della categoria “Classe 40” ci sarà anche un valborberino (almeno d’origine): Matteo Sericano. Ci è sembrato opportuno, con l’occasione, recuperare un’intervista che il nostro socio Giovanni Guido ha realizzato con Sericano nel 2023. Da allore il nostro protagonista ha ancora affinato le sue qualità velistiche e ha cominciato a vincere importanti competizioni. La Route du Rhum è una nuova sfida nella quale lo accompagneranno tutta la nostra simpatia e il nostro affetto.

E dire che “il molo”, come lo chiamiamo noi del paese, lo aveva davanti a sè sin dalle prime estati in alta val Borbera. Forse un piccolo segno del destino, forse la curiosità nel vedere il fiume scorrere davanti alle finestre di casa e cercare di inseguire un piccolo corso d’acqua perdersi tra le immense correnti dell’Oceano. Matteo Sericano, 26enne genovese con salde origini di Cabella, ha deciso da tempo di dedicare la sua vita al mare. Quel mare che ha solcato decine di volte, nonostante la giovane età, lottando tra venti, onde e la bellezza pericolosa della natura. Una storia che va raccontata dagli inizi e che sembra riservare, per il futuro prossimo, ancora tante sorprese.

“Sono a Genova e ho sempre vissuto a Genova” esordisce Matteo “ma le radici sono a Cabella e se penso a un posto che considero casa, allora è proprio il paese di origine di mia madre. Un legame forte, importante, che si è cementato nel corso degli anni”. E basta vedere con che orgoglio il giovane velista si fa fotografare con un piccolo drappo di Cabella per capire che le sue sono parole sincere. Il borgo, però, a un certo punto, bisogna abbandonarlo. Staccarsi per andare alla ricerca di nuovi e lontani orizzonti. “La passione per la vela nasce per caso, a sei anni. Avevo finito la scuola e i miei genitori, come tutte le famiglie, erano alla ricerca di qualche attività che mi tenesse impegnato per un po’ di tempo. Gran parte dei miei compagni optavano per i centri estivi, mia mamma invece mi indirizzò verso un corso di vela”. Amore a prima vista, come si dice in questi casi. “Sono rimasto folgorato e ho capito presto di aver trovato la mia strada”. Una fascinazione che lo spinge subito a proseguire oltre le canoniche settimane estive. “Poco alla volta ho iniziato a fare agonismo, sopra delle piccole barche chiamate optimist. Un punto di partenza, sino ad arrivare alla competizione con imbarcature di classi olimpiche, intorno ai 18 anni”.

Matteo se la cava, eccome, ma la passione non si limita al golfo di casa o a qualche miglio di lontananza dalla costa. Il mare è un richiamo forte, difficile da dimenticare. Canto delle sirene che ha attirato, nel corso della Storia, pescatori, avventurieri, conquistatori, soldati, mercanti. Un mondo che la letteratura ha scandagliato in lungo e in largo, da Moby Dick alle Rime dell’Antico Marinaio. “Sognavo il mare aperto, le avventure, la voglia di spingermi oltre il mio piccolo orizzonte, vedere l’oceano. E per arrivarci, devi dedicare gran parte del tuo tempo al tuo sogno. Farne un lavoro. Nelle classi olimpiche ero bravo, verso i 14-15 anni avevo già una buona esperienza nel portare le cosiddette barche veloci e nel competere nelle regate d’altura. Il mare è fatto di storie uniche e incredibili. Ho avuto la fortuna di conoscere velisti come Giovanni Soldini e Alberto Bona, ho lavorato con loro e per loro. Grazie a queste esperienze ho deciso di mettermi in gioco sul serio”.

Un gioco dispendioso, utile ricordarlo. Perché i guadagni vengono re investiti in toto per acquistare attrezzature per la barca. Per la sua messa a punto, il miglioramento, le riparazioni. Sono macchine che vengono studiate per essere messe in mare con la massima precisione e perfezione. In questo caso, una voce importante, se non vitale, la ricoprono gli sponsor. “Il mio progetto agonistico” prosegue Matteo Sericano “nasce quando avevo 19 anni. Se vogliamo paragonarlo all’automobilismo, uno sport più seguito in Italia rispetto alla vela, possiamo dire che ero appena entrato in Formula 3. Con un “piccolo” problema. Ero senza sponsorizzazioni”. Che fare? In questi casi la determinazione aiuta e non poco. “Credevo troppo a questa impresa e alla fine, con fatica, siamo riusciti ad affittare una barca francese, classe Mini 650. Mi ero innamorato di quel mezzo e con la mia determinazione ero convinto che qualche sponsor saremmo riusciti a trovarlo”. Prima di ricominciare con il racconto di una vita tra vele e onde, meglio aprire una piccola parentesi “tecnica”. La classe Mini 650 comprende barche lunghe sei metri e mezzo capaci anche di affrontare una traversata oceanica in solitaria. E la Francia è considerata, anche dallo stesso Matteo, come il paradiso di questo sport. Ecco, allora che la mente torna alla prima “Mini trans”.

“Da Lorient, l’Eden della vela europea, ai Caraibi. Da solo. Senza contatti, telefoni, apparecchiature elettroniche. Devi cavartela alla vecchia maniera, con la carta nautica e la tua esperienza pregressa. Una follia che mi stimolava”. Il tutto, senza tralasciare gli studi. Infatti, nel mentre del suo percorso sportivo – lavorativo, Matteo non dimentica i libri e si laurea in Filosofia presso l’ateneo genovese. Una volta completato il curriculum universitario, si parte per la Francia. Siamo nel 2019. “In Bretagna mi sono recato per allenarmi, in vista delle qualificazioni alla Mini Trans, per la quale serve un punteggio minimo per prendervi parte. Ho trovato un’atmosfera unica per quella che i francesi chiamano course au large, la corsa in altomare”. Matteo diventa il più giovane partecipante tra tutti i membri della flotta. “Un’esperienza pazzesca, incredibile, ma…senza il lieto fine che ognuno di noi si aspetta”. La vita non è un film, lo cantavano vent’anni fa anche gli Articolo 31 e non tutto fila liscio. Soprattutto quando sei in mezzo alla natura. Una natura che l’uomo, in maniera sempre più violenta, tende a distruggere con noncuranza.

“La gara si divide in due tappe. Dalla Francia alle Canarie e dalla Canarie ai Caraibi. Termino la prima parte in ottima posizione, settimo su ottantacinque partecipanti. Posso giocarmela, penso tra me e me. Invece, dopo cinque giorni di navigazione verso il Caribe, ecco l’urto contro un container semi sommerso. Il mare è molto più inquinato di quanto possiamo immaginare e non parlo solo di plastica. Di container spersi tra gli oceani ve ne sono moltissimi”. Uno di quelli collide contro la sua imbarcazione. I danni sono gravi. “Ho pensato al peggio, ho rischiato di perdere la barca per la quale avevo lavorato mesi. Sono riuscito a raggiungere, dopo due giorni di navigazione, l’isola di Sao Vicente, arcipelago di Capo Verde”. E per chi pensa che il velista arrivi a terra, lasci il suo mezzo a riparare e se ne riparta tranquillo per caso, sbaglia di grosso. “Un’altra avventura incredibile, perchè dovevo sistemare la barca e ripartire per l’Europa. Mi sono fermato un mese e mezzo. Un mese e mezzo di peripezie, di tante persone conosciute. Un periodo dove ho capito quanto sia importante, anzi fondamentale, il fallimento. Non mi era mai successo, ma è stata la mia esperienza sportiva più importante”. Parole che raccontano nel migliore dei modi la maturità di un ragazzo pronto a lasciarsi il passato alle spalle e rilanciare la sua vita con nuovo entusiasmo. “Credimi, nello sport, ma immagino anche nella vita, fallire è vitale per capire come hai toccato il fondo e come poter ripartire per arrivare all’obiettivo che ti sei prefissato”.

Infatti, due anni dopo, Matteo Sericano si riqualifica per la Mini Trans e questa volta arriva a destinazione. Intanto, oltre a essere diventato presidente della classe Mini Italia e amministratore delegato di un’azienda che produce pezzi di carbonio per barche da corsa, tra il nostro Paese e l’Estonia, continua a sognare con i piedi per terra. Facendo tesoro di tutte le esperienze, anche quelle negative. “La mia vita d’atleta, in solitario o con un equipaggio, prosegue. Corro per diverse classi e in Francia ho capito che la carriera velica si può sviluppare meglio che in Italia, anche se i costi sono insostenibili senza l’aiuto degli sponsor”. Anche per passare di classe, uno degli obiettivi del velista val borberino. “L’idea è passare alla Class 40 in breve, ma soprattutto, riuscire nell’impresa di compiere, solo o in doppio, il giro del mondo”. Un’avventura con la A maiuscola. Il sogno di ogni marinaio che ha passato le sere d’infanzia a divorare Salgari, Melville e Stevenson. Non basta, ahimè, lo spirito d’iniziativa. Il denaro reclama il suo spazio e non da poco. “Senza sponsor è irrealizzabile, infatti in questi mesi sono e sarò impegnato nella ricerca di fondi. Solo per costruire la barca ci vorranno otto mesi”.

E dopo? “E dopo spero di partire!” chiude Matteo con il solito entusiasmo di chi non vuole arrendersi per realizzare un sogno nato nell’estate di vent’anni fa.

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