DizionarioEnciclopediaMilitariRacconti, testimonianze, favole, poesieSeconda guerra mondiale

Era mio padre. Carletto, il soldato che odiava la guerra e amava la musica

A Carletto, mio padre


Si sedette vicino alla stufa mentre la donna si affrettava a oscurare le piccole finestre dell’isba. La fattoria sorgeva vicino alla strada: era una comunissima casa costruita con tronchi d’albero incastrati tra loro e il tetto ricoperto di paglia. Accanto ad essa vi erano una stalla e un fienile. La contadina era una donna di mezza età, col viso di cuoio e i lineamenti marcati. Solo gli occhi inducevano a pensare avesse in realtà meno anni di quelli che dimostrava. Erano occhi vivi e chiari, quasi stonati in quell’insieme, occhi di ragazzina in un contesto da vecchia. Era una persona abituata a lavorare duro, con qualunque tempo e per molte ore al giorno; la fatica l’aveva consumata nel fisico ma non aveva intaccato la freschezza e l’energia che quello sguardo comunicava. Si notava la sua agitazione in quel momento; se qualcuno avesse scoperto che aveva accolto in casa sua un nemico sarebbe andata incontro a grossi guai. I contadini e tutti gli abitanti dei paesi della zona avevano ricevuto istruzioni su come comportarsi nei confronti dei fuggiaschi: dovevano ignorarli e avvertire le autorità. Katrina però non ce la faceva più a vedere passare quei ragazzi lungo la strada senza fare nulla. Erano così giovani! E così malridotti. Avevano sguardi tormentati nei visi scavati dalla fame e dal freddo.

Quella mattina, quando si era accorta di quel soldato che piangeva lacrime gelate trascinando i piedi, la sua coscienza si era ribellata. Aveva pensato a suo figlio, anche lui in guerra, in quella stessa guerra ma dall’altra parte della barricata. Ragazzi che non si conoscevano e che dovevano uccidersi l’un l’altro. Anche questo giovanotto era il figlio di qualcuno, aveva di sicuro una madre, una famiglia che lo aspettava e che non sapeva nulla di lui. E se fosse successo al suo di figlio di trovarsi in difficoltà e nessuno lo avesse aiutato? Così gli aveva fatto cenno di entrare alla svelta e lo sguardo di gratitudine che lui le aveva rivolto aveva dissipato tutti i suoi dubbi. Il soldato era un bel ragazzo, la magrezza e gli stenti non avevano modificato del tutto i suoi lineamenti, lo sguardo era ancora forte, si leggeva dentro di esso che apparteneva ad un uomo che non si arrendeva e non voleva consegnarsi alla morte. Lui le sorrise timidamente, quasi un cenno di scuse, perché sapeva ciò che la donna stava rischiando aiutandolo. Lei gli indicò una sedia accanto alla stufa e lui si lasciò cadere su di essa stremato; poi avvicinò mani e piedi al calore del fuoco mentre il ghiaccio che aveva sui capelli, sulle ciglia e sulle sopracciglia aveva cominciato a sciogliersi e gli stava colando sul viso. I rivoli sembravano lacrime e andavano a morire sulla divisa stracciata.

Carlo Bricola, terzo da destra con il tamburino (caserma Passalacqua Tortona)

I soldati italiani erano i peggio equipaggiati ed erano arrivati in quelle terre inospitali dove il freddo dell’inverno portava spesso la temperatura a meno quaranta sottozero, senza attrezzature e con cibo insufficiente. In quelle zone ogni alba era blu dal gelo e i russi, temprati dall’abitudine, non avevano avuto difficoltà a ridurre gli invasori a un esercito di formiche agonizzanti, gelate, impaurite. Le strade erano cosparse di coperte abbandonate, di stracci e di cadaveri ai quali spesso i sopravvissuti dovevano rubare i vestiti per non congelare. Cercavano rifugio in casolari abbandonati o semidistrutti dai combattimenti e dalle cannonate ma le soste troppo brevi e la mancanza di cibo contribuivano ad aumentare la spossatezza; il freddo dava poi il colpo di grazia. Spesso dovevano litigare con i soldati tedeschi che li trattavano come sottoposti e li cacciavano dai rifugi aggredendoli con il calcio dei fucili. I più debilitati, i più sfiniti, i feriti e i più anziani si lasciavano andare e si fermavano aspettando la dolce morte dell’assideramento. Carlo non era stato ferito, nonostante il passaggio sotto il fuoco nemico. Sembrava essere immune alle pallottole che spesso lo avevano sfiorato sibilando a pochi centimetri dal suo viso. Non le temeva, e attribuiva questa sua presunta immunità alla Madonna della Guardia di Gavi, il suo paese. Credeva lo proteggesse, ne aveva l’immaginetta nella tasca, gliel’aveva data sua madre il giorno in cui era partito. “Portala sempre con te e tornerai” gli aveva detto. E lui ci credeva e si sentiva potente, non avrebbe mollato, sarebbe tornato a casa, alla sua terra, ai suoi tramonti e alla sua musica. Da troppo tempo non posava le dita sulla tastiera della sua fisarmonica, la fisarmonica costruita per lui a Stradella, con la bottoniera di madreperla grigia sul lato sinistro e la tastiera bianca e nera su quello destro. Manovrava con destrezza il mantice rosso cupo mentre faceva correre le dita a formare armonie; sfiorava gli intarsi a forma di fiore e le due sirene sui lati che reggevano il suo nome e il suo cognome in corsivo. Le dita ora erano gonfie ma a volte si muovevano come se stessero suonando un valzer o un tango argentino. E allora la musica si sovrapponeva al rumore assordante delle cariche di artiglieria e lo cancellava, la ritrovava persino nel vento siberiano che passava ululando fra gli arbusti. La sua mente cercava la musica durante i massacranti quaranta chilometri quotidiani a piedi, senza poter salire su un carro e lasciar riposare le gambe nemmeno per qualche metro. Anche i feriti, se erano italiani, dovevano marciare a piedi perché i pochi camion riservati a loro erano stati occupati da tedeschi sani, disposti anche ad uccidere piuttosto che cedere il posto. A volte quando le forze sembravano abbandonarlo Carlo visualizzava lo spartito, ripassava la posizione delle mani e ascoltava il fluire leggero di quell’arte che lo trasportava lontano, lo liberava dal freddo, gli dava la forza di continuare il cammino. Quelle melodie lo riportavano a casa: sedeva tra i filari, sentiva l’odore della terra scura e bagnata, assaporava il rosso di un tramonto, sfogliava i tralci di vite mentre il sole si buttava dietro la collina, poi risaliva l’erta della sua vigna da tutti chiamata Giardino per la sua posizione soleggiata. Così si allontanava da quella guerra che non aveva voluto, che non era la sua, che gli stava rubando la gioventù e aveva ucciso molti dei suoi compagni. Quella guerra che tirava fuori il peggio delle persone, che le faceva litigare per un pezzo di pane o per una patata trovata in un fienile o che faceva emergere generosità inimmaginabili, perché c’era anche chi aveva divideva l’ultimo boccone con i compagni più deboli.

Carletto Bricola, primo da sinistra, fila dietro

Carlo odiava le armi e solo il pensiero di dover sparare a qualcuno gli dava nausea. Non era mai andato nemmeno a caccia, amava gli animali, figurarsi se poteva puntare il fucile sulla gente! Fino a prima di partire per il fronte, faceva parte della banda militare e suonava la fisarmonica e il tamburino. Ma la Russia lo aveva messo in contatto con la parte più dura di quel conflitto e ora che stavano ripiegando aveva vissuto realtà terrificanti. Ogni giorno incontrava la morte, vestita da freddo, da fame, da guerra. Lo seguiva, si nascondeva tra gli alberi poi compariva all’improvviso e portava via qualcuno. Fino ad allora Carlo le era sfuggito ma la conosceva bene. L’aveva vista in faccia e l’aveva guardata negli occhi. La temeva ma non voleva lasciarla vincere. L’avrebbe fuggita e la scherniva, l’avrebbe ricacciata indietro con la forza del suo disprezzo.Aveva ancora davanti, scolpito nel cervello, lo sguardo di Stefano, un ragazzo piemontese come lui, il giorno in cui aveva deciso di fermarsi. Si era bloccato all’improvviso, il viso sferzato dal vento gelido che soffiava sempre e non si fermava mai, tagliando la faccia come un coltello. Aveva il volto livido e le labbra violacee, il sangue non circolava più, le mani e i piedi erano gonfi come meloni e gli facevano male, ogni passo era una coltellata al cuore.“Non ho più forze” aveva detto. E si era lasciato cadere a terra. Carlo non riuscì a convincerlo a proseguire, Stefano si accoccolò sulla neve e chiuse gli occhi:”Va’ tu, non morire con me, non ne vale la pena. Io non ce la faccio più, tu hai una possibilità, continua a camminare, torna a casa. Vai dalla mia famiglia e porta mie notizie. Non voglio che si lascino andare a vane speranze di rivedermi”. Non ci fu modo di dissuaderlo: alla fine Carlo si arrese al volere del compagno ma non lo lasciò solo, lo caricò sulle spalle lo condusse in un casolare abbandonato dove gli rimase accanto cercando di scaldarlo massaggiandogli gambe e braccia. Ma fu inutile e quando si rese conto che l’amico ormai era morto, aveva perso la colonna che stavano seguendo. Si ritrovò solo in mezzo alla neve e senza nulla da mangiare. Era ormai alla disperazione quando scorse quell’isba nascosta tra la vegetazione. E quando si rese conto che la contadina lo avrebbe aiutato ringraziò la Madonna e riprese coraggio.

Carletto, nella sua amata vigna il ” GIARDINO”

Ora stava al caldo, in quella stanza straniera e accogliente, sentiva il sangue che ricominciava a fluire e si accorse che lo stava prendendo il sonno. Tutta la stanchezza emergeva prepotente, aveva davvero bisogno di riposare almeno qualche ora. La donna gli offrì della vodka allungata con acqua e un po’ di pane e formaggio. La bevanda fu uno schiaffo alle viscere ma servì a scaldare immediatamente le sue membra intorpidite. Masticò lentamente il cibo che gli era stato offerto assaporando piccoli bocconi. Si ricordò che da giorni non si nutriva quando si accorse della fatica che faceva a deglutire anche pezzi piccolissimi. Quando vide che gli abiti si erano quasi asciugati del tutto si rese conto che di lì a poco avrebbe dovuto uscire e ricominciare a camminare. Non poteva rischiare che la neve cancellasse le tracce dei compagni: avrebbe perso la strada e la direzione e sarebbe morto di sicuro. Era comunque di umore meno cupo e si avviò verso la porta. La donna gli porse la bisaccia che a lui sembrò più pensante di quando era arrivato. Si sarebbe poi accorto che conteneva una forma di formaggio e una pagnotta che la contadina gli aveva donato nonostante anche lei e la sua famiglia non avessero molto da mangiare. Lui non sapeva ancora che sarebbe stato il suo unico sostentamento per molti giorni a venire e una delle principali cause della sua salvezza.

Katrina gli fece una carezza sui capelli guardò fuori e gli fece cenno di via libera. Mormorò un saluto:”Xороший сын удачи-buona fortuna figliolo”, accennò un mesto sorriso e pensò a suo figlio. Si sentiva più serena adesso. Carlo uscì e il gelo esterno gli dette uno scossone, il bianco del paesaggio lo abbagliò per qualche minuto e davanti agli occhi danzarono mille cristalli di ghiaccio. Davanti a sé un’interminabile pianura gelata. Sintonizzò i suoi pensieri, le note riempirono il silenzio e ricominciò a camminare con passo lento e costante.


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