I MORTI INVISIBILI

In memoria di uno zio che non ho mai conosciuto ma ho tanto amato

Bisio Armando “Armandein”(1922 – 1984)

“Il manicomio è una grande cassa di risonanza.

E il delirio diventa eco,

l’anonimità misura,

il manicomio è il monte Sinai, maledetto,

su cui tu ricevi le tavole di una legge

agli uomini sconosciuta”.

(Alda Merini)

Ultimo di quattro fratelli maschi, tra cui il famosissimo Giorgetti, e’ una delle vittime serravallesi della ritirata di Russia, durante la seconda guerra mondiale.

Vittima dimenticata perché il suo nome non compare ne tra i morti ne tra i dispersi, essendo miracolosamente riuscito a tornare sano e salvo a Serravalle, dopo la disfatta della seconda battaglia difensiva del Don del 11 dicembre 1942.

Nonna Elena lo amava più degli altri figli perché era quello più scavezzacollo e casinista, ma al tempo stesso quello più sensibile e fragile, tanto che papà mi raccontava che alla sera dopo cena era sempre seduto sulle ginocchia della mamma a prendersi le coccole, suscitando le gelosie e al tempo stesso gli sfottò degli altri tre fratelli.

Il ghiaccio, la neve e il freddo erano per lui un segno del destino perché già all’età di 6 anni, sfidando gli amichetti a chi più resisteva con la lingua appoggiata sul parapetto ghiacciato, vi rimase letteralmente appiccicato e fu necessario chiamare il dottore per liberarlo.

Se la cavo’ con qualche abrasione, un po’ di sangue e tanta paura.

E quando arrivo’ la chiamata alle armi la nonna piangeva per quel figliolo mandato in Russia, fra le fila dell’Armir, a sostegno delle truppe naziste impegnate nell’operazione Barbarossa.

Ma, a differenza di tante madri italiane, lei quei quattro figli maschi partiti al fronte, Berto (Bartolomeo) in Albania, Giorgio in Grecia, Giorgetti (Mario) in Africa e Armando in Russia, dopo anni senza notizie, nemmeno per lettera, ebbe la fortuna di riabbracciarli tutti, al termine della guerra.

E Giorgetti mi raccontava che, malgrado il nonno fosse convinto comunista, accetto’ di buon grado che nonna tutte le mattine, senza perdere mai un giorno, si recasse all’Oratorio dei Rossi, in segno di ringraziamento al Signore per averle restituito vivi i quattro figli.

E proprio Armando veniva considerato un miracolato, perché prima dello scoppio della guerra frequentava “e Bufe’ da Stasion” ed era intimo amico di tutti quei poveri ragazzi barbaramente trucidati nell’aprile del 1944 da militari della GNR e da reparti nazisti alla cascina Benedicta.

Mia mamma diceva che sicuramente, se fosse rimasto a Serravalle, si sarebbe unito a loro andando incontro anche lui a quel tragico destino.

Ma la vita da e toglie in ugual misura e terminata la guerra due gravissimi lutti colpirono la mia famiglia.

Mio zio Giorgio, nel frattempo assunto in ferrovia, venne letteralmente fatto a pezzettini sui binari, a soli 28 anni, proprio in prossimità della stazione di Serravalle, da un merci che, per il fischio di un treno in arrivo, non aveva udito sopraggiungere alle due spalle.

A breve distanza di tempo, quando il lutto non era ancora stato elaborato da nonna, Armando cominciò a dare segnali di squilibrio mentale.

In piena notte, si vestiva, prendeva il fucile da caccia del padre e andava a nascondersi sui boschi sopra la Montanina.

E quando il nonno e i fratelli lo recuperavano dopo estenuanti ricerche con la pila, con il viso completamente stralunato e il corpo paralizzato dalla paura ripeteva sempre la stessa storia : ” stavano arrivando i Russi, io, Kiev e Bogdana siamo dovuti scappare altrimenti ci avrebbero catturato e trucidato”.

Gli episodi di fughe improvvise durante la notte si intensificavano sempre di più e anche di giorno cominciò a nascondersi in cantina o nella legnaia, reagendo con violenza alle preghiere della nonna di rientrare in casa.

A malincuore il medico curante sentenziò che si trattava di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche, come esposizione a morte reale o minaccia di morte, gravi lesioni oppure violenze subite (meglio conosciuta in tempi più recenti come sindrome del Vietnam, quella che colpì i soldati americani al ritorno da quella assurda mattanza nel Sud Est asiatico).

Armando non poteva piu’ rimanere a casa, era necessario ricoverarlo all’ Ospedale psichiatrico di Alessandria perché avrebbe potuto compiere atti di autolesionismo e violenze verso i suoi stessi familiari.

Il nonno, quando a Natale veniva a pranzo da noi, prima di iniziare a mangiare, ci faceva sempre recitare una preghiera per lui e piangendo ricordava che per convincerlo a salire sull’ambulanza gli aveva raccontato che lo avrebbero portato in vacanza al mare.

La nonna morì di crepacuore di lì a qualche anno, per quel dolore a cui non seppe mai rassegnarsi e una volta che anche il nonno la raggiunse nel 1967 tocco’ a mio padre Giorgetti diventare tutore di Armando ed occuparsi di lui insieme a suo fratello Berto.

Due volte a settimana, alternativamente, si recavano a trovarlo e a portargli vestiti puliti e viveri, oltre alle sigarette e alle monetine per il caffè; era infatti diventato un incallito fumatore e bevitore di caffè.

In quell’ oretta di visita consentita dai regolamenti non proferiva una parola, rimaneva in silenzio guardando per terra, completamente assente dalla realtà e sordo alle domande di papà.

Il personale medico e infermieristico gli voleva bene perché era calmo e inoffensivo, mai un elettroshock, mai una camicia di forza e nemmeno una semplice soluzione fisiologica per l’effetto placebo.

Poteva girare tranquillamente nel reparto, immerso com’era nel suo mondo incomprensibile a tutti noi comuni mortali.

La sera a cena, quando papà tornava dall’ospedale, regnava un silenzio tombale e mamma non vedeva l’ora di andare a dormire per rompere quell’atmosfera surreale.

Se una cosa ho sempre ammirato di mio padre e’ stata la dignità e la leggerezza con cui ha sopportato questa tragedia familiare.

Chi lo ha conosciuto ha di lui il ricordo di un uomo solare, estroverso, casinista ma posso garantire che dentro di sé quel fratello al manicomio era per lui un macigno che lo schiacciava e lo consumava dentro lentamente, giorno dopo giorno.

E quando Armando morì per una brutta pancreatite nel 1984, radunò me e mamma e ci disse : ” Ho sempre sperato che se ne andasse prima di me per non lasciarvi questo peso sulle spalle e Dio mi ha ascoltato !”