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ALICE, Lina “a Capouna”

Materassaia, cuoca Ospedale San Giuliano (Serravalle Scrivia, 8 agosto 1911 – Novi Ligure, ottobre 2006)

Davanti alla ex pasticceria Delizia c’è Via degli Orti, in fondo alla quale, salendo quattro scalini, si trova un cortile stretto tra due caseggiati, uniti questi ultimi da due lunghe file di terrazzi comunicanti. Case di ringhiera alla milanese, per intenderci.

Per un tempo immemore, al secondo piano, ci abitò mia nonna Lina, “a strapuntea” conosciuta ai più come la Lina “a Capouna”. Leva 1911.

Nuni

Se sulla prima definizione non ci sono dubbi dal momento che la Lina ha cucito materassi per mezzo paese, su Capoun, declinato al femminile Capouna, il buio si fa fitto, perso nella notte dei tempi.
Anche suo fratello Gigi, classe 1907, era chiamato Capoun ma nemmeno lui conosceva l’origine di questo soprannome. Forse lo aveva già il loro padre ma questi aveva passato troppo tempo in guerra ed era scomparso troppo presto per poter tramandare la storia ai suoi figli.
La cosa strana è che, dopo Gigi, solo mia nonna venne insignita del titolo, inspiegabilmente non le sue tre sorelle. Erano semplicemente le sorelle della Capouna..
La Lina era una donna rotondetta con grandi occhi azzurri. Un occhio era “cifulein” a causa di una cataratta mal curata ma con l’altro ci vedeva come una falco.
Caustica e dai modi bruschi, bastava niente che diventasse fumantina ma aveva in pregio la generosità.

Nel dopoguerra, prima di diventare cuoca all’ospedale San Giuliano, intraprese l’attività di materassaia. “Strapounte” singole, matrimoniali, canapé e qualsiasi cosa avesse bisogno di imbottitura.
Quando arrivava un’ordinazione, la Lina chiamava l’aiutante, la cognata Nora, nonna della Cristina che per anni ha gestito il Pink Bar di Vignole.
Andava a cercarla in Piazza del mercato perché il telefono era un “cossu” che serviva solo per emergenze, per cataclismi, mica per “belinate”. ll povero apparecchio, che i miei erano riusciti a installare a forza, giaceva sconsolato in un angolo della sala, sopra un mobile, altezza da terra più di un metro e mezzo.

Dalla cantina, un posto alla Dario Argento che metteva i brividi, usciva un macchinario di legno e dentoni di ferro. Una specie di cavallo con basculante davanti. Sedendosi sopra e oscillandolo la bascula avanti e indietro si cardava la lana.
La Nora e la Lina stendevano un lenzuolone nel cortile, spandevano la lana e tutte due, carponi per terra, cucivano il materasso con aghi di proporzioni enormi.

Lina

Aveva un buco mia nonna nel centro della mano sinistra, un passo falso dei primi anni di attività.
Ai tempi la Lina non era l’unica ad avere in astio il telefono. In tanti si presentavano di persona per “comandare” materassi, anche dai paesi lontani, persino foresti di Isola del Cantone o di Busalla.
Il viavai di clientela si mischiava al tran-tran dei due palazzi, un brulicare continuo di gente. Le porte erano sempre aperte, tanto ogni momento era buono perché arrivasse qualcuno. Si chiudevano solo di notte, anzi la Capouna la sua porta la sprangava proprio. Una riga di “fureggi” da cima a fondo in stile mago Houdini.
Per passare un po’ di tempo con la nonna, visto che era sempre presa da materassi, Pro Loco, gite col pullman della Pia (ci vorrebbe un capitolo a parte per questo argomento), permanenti e messe in piega, rastrellamenti del nonno all’Osteria di Pollero, raviolate e via scorrendo, io e mia sorella trascorrevamo il sabato sera a casa sua.
Cena e serata scivolavano via, dopo però ci aspettava al varco la temuta camera da letto. La Lina aveva poche ma ferree regole di vita. La principale prevedeva zero riscaldamento in camera da letto. Anche in pieno inverno. Finestra aperta sempre. Un freddo glaciale da far rimbombare le orecchie. Caldo da “sciopare” ovunque ma lì “neinte, manco a muì”. Faceva bene al fisico, “a diva lé”.
Ci rimboccava le coperte, peso specifico della ghisa, e dormivamo così, movimenti azzerati, testa ficcata sotto le coperte, con la speranza che l’angelo custode del libro di catechismo di mio sorella ci facesse riaprire gli occhi la mattina seguente.
Per la cronaca altre disposizioni prevedevano che i materassi venissero ribaltati ogni santo giorno, movimento che la Lina eseguiva come si solleva una piuma, e soppressione totale dell’acqua. Aveva deciso di bere solo “gasòsa”, prima concessione al neonato consumismo. Ogni 15 giorni gliene portavano una scorta, mentre la bombola del gas la “rabatava” su per le scale Brugnatelli, il papà della dottoressa. Ho avuto sempre l’impressione che la bombola pesasse più di lui mentre entrava ansimante con la vocina leggera trasmessa alla figlia.

Abitanti del palazzo di via degli Orti e loro amici

La mattina si svegliava l’alveare: scendeva dal piano di sopra la Anna Berthoud che si fermava per il caffè e saliva su la zia Mariuccia, sigaretta di ordinanza e bicchiere di cognac all’evenienza.
Ai miei occhi di bambina la zia Mariuccia era un ufo. Primo, non aveva figli e per l’epoca era già un evento; secondo “a purtova e broghe” e ti dava l’idea di essere una strana; terzo, non faceva manco una delle cose che indaffaravano le altre donne, niente cucito, niente grandi spignattamenti. Sigarette e alcol forse l’hanno spedita al creatore prima del tempo, ma era avanti un secolo la zia Mariuccia e mi piaceva un sacco.
La Anna Berthoud, piccina, minuta e educatissima, al contrario la ricordo sempre con vestitoni neri (al massimo grigi) lunghi “fein ai pei”, quelli delle foto antiche in bianco e nero.
Era la sorella di Roberto, grande amico di mio nonno Dario e partigiano ucciso dai nazisti. Mio papà Lino, figlio della Lina e per proprietà transitiva detto Capoun, ricordò per tutta la vita il rumore sulle scale degli stivali dei tedeschi che salivano a prelevare il Berto. Direzione l’orrore della Casa dello Studente di Genova.
Sulle stesse scale ora invece risuonava di tanto in tanto la voce cristallina di mia zia Nuni, maritata Quinto Gozzo, proprietario per anni dell’omonimo bar sotto ai portici a Novi (credo l’insegna porti ancora il suo nome).
“Buteee Ciao Bute! kme che ti ste’ Bute?” (Botte perché mia nonna da bambina era la “tracagnotta” di casa. Ma occhio a chiamarla botte, solo la Nuni era autorizzata).
Era un ingresso radioso condito da un chilo di rossetto e onde biondo platino, retaggio di un giovanile sogno nel cassetto di fare l’artista, che allora corrispondeva all’attrice (“se me nona a gavesa e roghe a fisa ‘n caretu” era l’opinione di mia nonna a proposito di tale velleità).
La Nuni tirava fuori dal “cantrino” i tarocchi e dal momento che il tavolo era praticamente attaccato all’uscio, “brancava” per la giacca quelli che passavano e cominciava lo show.
Mio nonno Dario, che le carte non se le faceva leggere, era tranquillo e trascorreva le ore a giocare a domino e a insegnare a me, che avevo 5/6 anni, il gioco della briscola. Lo vedevo come un mago, gli assi e i sette li aveva sempre lui. Diceva “sta a veghe cum vena l’asu d’cupe” e tac “u surtiva”.

Giovanni Marsiglia
Giovanni Marsiglia

L’altro pacifico del caseggiato era Giovanni Marsiglia, Giuvanein. L’uomo con la faccia più buona del mondo. Un pezzo di pane.
Viveva in fondo al terrazzo con la moglie Tugne, la Carusheina, va da sé originaria di Carrosio. Erano i suoceri di Gianni Bobbio, il cantore di Serravalle.

Rimaste vedove troppo presto e campate molto a lungo, Capouna e Carusheina erano diventate una coppia di ferro.
Careghe sul terrazzone nelle ore più calde in estate, caffè e rosario nei pomeriggi troppo freddi per “sto in giu”.
La Tugne era devota professionista e recitava con dedizione rosari e litanie. Per mia nonna religione coincideva con “strugiare” marmi in chiesa insieme alla Mafalda e stirare le tovagliette degli altari. Fatti concreti. Così verso la metà delle orazioni, sbuffando, roteava l’occhio cifulino e buttava l’altro in cielo. “Ora pro é – Ora pro nobi” che sembrava più corretto e si faceva prima.
Poi c’erano la Bina col marito Mario Mazzarello, la Lola, la vedova Branchini, la Madamein che sembrava Giulietta Masina ne La Strada, coi capelli a zazzera e un “inprincipio di arterio” come diceva la Capouna.
La Rina Castanò che si unì al tandem delle careghe sul terrazzo e tanti altri che ci vorrebbe un’ora per descriverli tutti.

Insomma, nonostante uno dei motti di mia nonna da ospitale piemontese fosse “se ti veni bain, se t’in veni meiu”, che nel succo significa se mi fai visita bene ma se non vieni meglio, la sua casa era un vero porto di mare. Un mondo perduto, così diverso e lontano dal nostro.