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Le antiche vetrerie del Monte Leco a Voltaggio

Guglielmo Rebora

Conobbi Guglielmo Rebora nel 1976 ed era il tempo dei suoi ultimi viaggi in Africa. Discutemmo ovviamente di rocce dei nostri posti ma anche di noi stessi. Parlai soprattutto io, con la prosopopea di chi è all’inizio di un percorso professionale, davanti a chi era un saggio della geologia. Forse non compresi subito della sua esperienza, perché non era propenso a riferire di sé. Iniziammo però a fare piccole escursioni dove affioravano ricordi delle miniere di lignite in cui aveva lavorato.
Siccome mi interessava la storia militare arrivò a spiegarmi le sue missioni in Eritrea durante la guerra del 1935 – 36: può darsi che con gli anni io abbia ingigantito quanto mi disse, ma se non erro fu arruolato in aereonautica e venne mandato in missione in Dancalia per ricercare posti dove costruire campi d’aviazione. La Dancalia è una depressione desertica che arriva anche a 110 metri sotto il livello del mare e si trova tra Eritrea, Etiopia e il Mar Rosso. La popolazione viveva sulla costa e andava all’interno solo per avere il sale e commerciarlo. Spero appunto di non esagerare ma mi raccontò che una notte sentì gli ululati degli uomini lupo, piccole tribù che probabilmente adoravano la luna.
Quell’episodio lo affascinò e l’Africa rimase nel suo cuore. Quando cominciai a frequentarlo un po’ più assiduamente, soprattutto perché avevo iniziato a lavorare come geologo nelle gallerie in costruzione, mi chiedeva particolari delle tecniche utilizzate e faceva riferimenti ai lavori seguiti. Così scoprii che la sua preparazione, non nozionistica, copriva ogni specializzazione: strade, dighe, fondazioni, ricerca di cave, ponti o acqua.
Si interessava anche di storia e cito i suoi articoli “Castelum quei vocitatust Alianus” oppure “Un feudo lombardo a guardia della Postumia” pubblicati su Novinostra nel 1989 e nel 1990, tuttora utili ai ricercatori. La sua preparazione naturalistica lo portò a studiare la Quercus crenata Lam., l’Osmunda regalis L. (felce di grandi dimensioni) e la Rhamnus alpina L. con il suo probabile significato geologico. Questo articolo sulle vetrerie medievali del Monte Leco è la dimostrazione della sua capacità scientifica fatta di esperienza pratica: esse furono poi studiate da Tiziano
Mannoni, Severino Fossati e Lanfredo Castelletti nel 1975. Che dire? Si costruì un sismografo e mi anticipava le notizie di terremoti lontani facendomi sentire inadeguato al suo scibile. Concludo dicendo che le sue poesie, semplici, mi intenerivano e ed erano lo specchio di un Uomo che si stupiva del Cielo e delle Stelle, probabilmente allo stesso modo in cui le vide per la prima volta (Sergio Pedemonte).

La Valle Lemme ha origine dalla giogaja che si sviluppa a ferro di cavallo lungo il confine tra la Provincia di Alessandria e quella di Genova. Giogaja che ha le quote più alte della zona con i 1.172 metri della cresta delle Figne, i 1.072 metri del Monte Leco, il Passo della Bocchetta con 772 metri e la cresta sul lato di Fraconalto con oltre 800 metri in media. Le copiose nevicate invernali e le abbondanti piogge primaverili e autunnali alimentano perenni e fresche sorgenti, e da queste, offrono limpide acque al torrente Lemme, tanto pure da ospitare le esigenti trote.
Piante varie in prosperoso connubio o in plaghe monogenie tratteggiano di grigio il biancore delle nevi invernali e d’estate arricchiscono questa valle d’un bel verde e la rendono accogliente oltre ogni dire.

Il Monte Leco (Lecco) visto da sud – strada per i Piani di Praglia (F Ceragioli – Opera propria)

[…] Come tutte le valli che hanno origine da un valico montano divisore di regione, anche questa ha la sua storia che apprendiamo oltreché dai ruderi, dagli Storici. Intorno al mille la fiorente comunità dell’allora Fiaccone popolava la cresta che da Fraconalto va al Passo della Bocchetta e lungo questa cresta esisteva la mulattiera che collegava l’Alessandrino con il Genovesato. Oltre al Castello di guerra di Fraconalto, lungo questa mulattiera si trovava il Convento Valentudinario di San Gregorio, la Cappelletta di San Bartolomeo «loci Reste” e sul Monte Telegrafo una Torre per le segnalazioni a fuoco tra il castello di Fraconalto e gli avamposti alle mura di Genova.

Fraconalto – ruderi del Castello

[…] Ante mille e più indietro nel tempo, la strada di comunicazione interregionale era ubicata a ponente di quella ora descritta e precisamente sul versante Est del Monte Leco. Questa strada che è pervenuta a noi abbastanza intatta, localmente viene chiamata strada della «Vea». Da giovinetto percorrevo la zona alla ricerca di sassi e di erbe e gli amici del posto mi dicevano che sul «Pian della Vea», dal quale la strada citata avrebbe preso il nome, esisteva la «cava del vetro». Non prestavo grande attenzione a questa notizia, in quanto ritenevo che i pezzettini di vetro che si rinvenivano in questa località, e che io non avevo potuto esaminare, fossero dovuti ad un fulmine che avesse colpito uno sperone di roccia, cioè che si trattasse di una folgorite.

Però, più tardi permanendo nella zona per ricerche minerarie, sentii pronunciare da un anziano del posto il nome «Vea» con accento tale che somigliava moltissimo al vernacolo degli antichi genovesi quando volevano indicare una vetreria. E da qui, mosso soprattutto dall’intento di scoprire a quale fonte di materie prime tale probabile vetreria avesse attinto, sì iniziarono delle ricerche. Così si pervenne a localizzare due distinte zone dove si rinvengono in abbondanza dei pezzettini di vetro disseminati in una terra rossastra che allo studio risultò essere cenere e scoria di forno profondamente alterata.

La prima di queste località è ubicata sul Pian della Vea e la seconda, a circa 1200 metri a Nord da questa, in prossimità delle Sette Fontane però ancora sulla già citata strada della Vea. Essendo questa ultima località coperta da una fitta ceppala di castagno selvatico che limitava notevolmente la libertà di movimento, fu trascurata e si esamino di dettaglio il Pian della Vea. Fallita l’indagine geofisica si adoperò, per così dire, il metodo topografico. Si delimitarono in perimento i ruderi di una vecchia costruzione che affioravano quasi al centro del ripiano detto Pian della Veia e ne risultò una costruzione di metri 6 x 10. In relazione alla direzione dei venti predominanti ed alla climatologia in generale si stimò che l’eventuale forno dovesse sorgere a sud di detta costruzione: in tale direzione appunto si sviluppava maggiormente lo strato di cenere alterata.

In base ad uno schematico schizzo topografico ricavato con questa osservazione, si pervenne in meno di un giorno a scoprire quasi affiorante un rudimentale forno pieno di materiale semifuso. Tale forno, di forma circolare, del diametro di circa un metro, era costituito da un anello esterno fatto con pietre del posto, dette gabbro, cementate con terra. All’interno di questa muratura si aveva l’anello in pigiata di terra refrattaria; il complesso del forno, la cui profondità si poteva stimare intorno al metro e mezzo, era completamente interrato funzionando cosi il terreno da struttura portante e sostanzialmente da rivestimento coibente.
Prelevai alcuni campioni del materiale di cui era ripieno il forno e feci ricoprire il piccolo scavo con ramaglia in attesa di poter effettuare una ricerca ufficiale più di dettaglio. Con questo breve ciclo di ricerche oltre al forno si pervenne a scoprire, a Nord-Ovest e poco distante da questi ruderi, anche la cava che approvvigionava il materiale da fondere.

Lavorazione del vetro nel Medioevo

Le vicende della vita mi portarono nel Sudamerica e pertanto non si fece nulla del programmato. Al ritorno in Patria iniziai lo studio del materiale raccolto che mi permise solo conclusioni di carattere tecnico precludendomi però ogni possibilità di inquadramento cronologico. Perciò con lo scopo e la speranza di avere del nuovo materiale più indicativo dal punto di vista storico, si tentò di raggiungere nuovamente il forno. Non avendo sottomano il taccuino di campagna delle prime ricerche, pur essendo accompagnato dallo stesso scavatore, non pervenimmo, anche perché la nuova vegetazione aveva modificato l’aspetto della località, a ritrovare il forno. Si giunse tuttavia a rintracciare un canale refrattario che indubbiamente aveva attinenza con il forno, ma altre vicende di lavoro interruppero nuovamente le ricerche.

Il materiale semifuso trovato nel forno risultò essere costituito prevalentemente da una roccia localmente abbondante che i geologi chiamano Gabbro. I vecchi vetrai avevano cura di scegliere per fondere la parte bianca di questa roccia, cioè quella che si dice facies leucocratica, questo perché la facies bianca del Gabbro per i suoi particolari componenti minerali è facilmente fusibile. Per renderla maggiormente fusibile aggiungevano anche del quarzo che veniva estratto in modeste quantità nelle vicinanze della cava di Gabbro. È sorprendente notare come già a quell’epoca avessero scelto tra le rocce locali la parte verde difficilmente fusibile per rivestire il forno e la parte bianca molto facilmente fusibile per ricavarne il vetro. Presso i ruderi della vecchia costruzione, con i modesti scavi eseguiti, si ricavò anche un pezzo di oligisto, minerale di ferro che non è della zona, ma che deve essere stato importato e che forse veniva aggiunto come colorante.
Infelicemente, anche stante il fatto che praticamente non si sono fatti scavi, non si pervenne a scoprire né cocci né manufatti che avrebbero aiutato molto nella classificazione del tipo e dell’epoca di questa attività.

Vetrerie medioevali nell’Appennino tra Savona, Genova e Alessandria

Gli Storici di queste zone, molto dettagliati dal mille in avanti, non parlano di questa industria certamente notevole per quell’epoca. D’altro lato sia nei ruderi del Convento – Valentudinario di S. Gregorio che nei ruderi del vecchio castello del Monte Telegrafo tra le pietre si sono rinvenuti dei mattoni vetrificati simili a quelli dei ruderi della vetreria. Se si volesse pensare che queste costruzioni avessero predato i ruderi della vetreria si potrebbe tranquillamente far risalire questa attività a molto tempo prima del mille.
Non so, ma ogni volta che posso fermarmi a godere l’aria balsamica degli abeti di questa località, con il pensiero vado indietro nel tempo e interrogo un vecchio faggio nel tentativo forse vano, ma piacevole, di avere la vera storia di questa attività e pian piano dal faggio il Demone della ricerca m’assaie e mi tenta a nuove indagini. Ma gli abeti severi mi dicono subito “guarda e osserva, è il destino di ogni cosa grande o piccola dell’Uomo di finire sotto la coltre della Natura”. È giusto, tuttavia la mia è una forzata rinuncia.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 1965 della rivista “La Provincia di Alessandria.

Rebora non potè completare la sua ricerca, per le ragioni a cui accenna anche nel suo articolo. Tuttavia questo articolo fece da stimolo potente per ricerche successive. Tra esse di particolare importanza quella condotta da Severino Fossati e Tiziano Mannoni, Lo scavo della vetreria medievale di Monte Lecco, in “Archeologia Medievale” II, 1975, il cui debito verso il lavoro di Rebora (il quale collaborò anche alla realizzazione della ricerca dei due studiosi genovesi) è evidente e dichiarato.
L’articolo è reperibile in rete a questo link:
https://www.yumpu.com/it/document/view/15502954/lo-scavo-della-vetreria-medievale-di-monte-lecco-istituto- (Redazione Chieketè)

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