Il cappello del diavolo
Il luogo (Località di Gavi, lungo la strada per Francavilla) e la storia

Siamo in prossimità dell’antica Pieve di Santa Maria in Lemoris (XI sec), da secoli abbandonata e sconsacrata, ma che si può individuare appena fuori Gavi, fra le strade provinciali 176 e 160, sulla riva sinistra del torrente Lemme. Si narra che le donne di Francavilla, percorrendo questo tratto di strada per recarsi al lavoro in bicicletta al calzificio Morasso in Gavi, acceleravano la pedalata, rabbrividendo. Altri viandanti giuravano di aver sentito, passando di qui, un tintinnare di monete e un chiocciare di gallina.
La strada per Francavilla forma una curva che costeggia una parete rocciosa. Su questa parete un tempo si potevano scorgere due forme singolari, una tondeggiante, incavata al centro, dalle sfumature rossastre, una allungata, di poco sporgente.
Oggi quei segni non si vedono più; si osserva soltanto una targa, fissata sull’alto muraglione che fiancheggia la carreggiata, narrante, in dialetto, i fatti che hanno dato origine ai segni e al nome di questo luogo.

La foto digitale di Giacomo Gola, inattesa e sorprendente, grazie a innumerevoli tentativi di un lavoro corale di difficile lettura, ci ha permesso di individuare e comprendere tutte le parole, anche quelle che sembravano ormai cancellate per sempre, erose dal tempo e dalle intemperie.
I CUNTA EI FOE DI VEGI CHE NA MATIN’A U DIOVU
ARAGIÒ PERCHÉ’ L’EA ṢUNO’ L’AVERMAIA
PRIMA CHE LĖ L’AVESSE PUSSÙU FINÌ ID FÒ U SÒ GIU
L’AGIA PICCÒ NA SUCCO’ IN TU SCOGGIU DI STA RIVA
DU LEME IN PRUMIA DA VEGIA GIESA DA PIEIVE
U SEGNU DU SO CAPE’ E DA SO UEGIA I SUN RESTE’
IN TU SASU FIN QUONDE PER SLARGÒ A STRO’ I L’ON DIRUCCÒ
A PRO GOVI L’HA VUSSUU METTILU TURNA DUNDL’EA
E CU STE PAROLLE TEGNI A MENTE EI FETURaccontano le storie dei vecchi che una mattina il diavolo, arrabbiato perché era suonata l’Avemaria, prima che egli avesse potuto finire di fare il suo giro, abbia picchiato una testata nello scoglio di questa riva del Lemme dirimpetto alla vecchia chiesa della Pieve. Il segno del suo cappello e della sua orecchia sono rimasti nel sasso fino a quando per allargare la strada non l’hanno diroccato. La Pro loco di Gavi ha voluto metterlo di nuovo dove era e con queste parole tenere vivo il fatto
Nel 1966 la roccia di arenaria, dove i passanti, fra le diverse protuberanze e spaccature sassose, potevano scorgere i segni diabolici, fu demolita, per allargare la carreggiata, ormai troppo stretta fra il monte e lo strapiombo sul Lemme. Alessandro Magnone, detto Lo Sceriffo, noto fotografo gaviese, immortalò la parete con le impronte del diavolo, pochi minuti prima che esplodesse. L’avevano chiamato il cavalier Luigi Buscaglia e Carletto Bergaglio, promotori della Pro Loco, consapevoli di dover conservare un ricordo importante.

Salivano intanto diverse proteste: la visionaria leggenda e il luogo suggestivo non potevano sparire così incautamente, con un candelotto di dinamite. Gino Traverso, della storica pasticceria, riuscì a individuare il segnato sasso finito nell’argine del sottostante torrente e insistette affinché fosse recuperato, issato e incastrato dietro il terrazzamento in costruzione. Mancava ancora qualcosa, una targa ad esempio, che ricordasse il fatto. Fu Giuseppe Olivieri, assessore del Comune, a comporre il testo in dialetto, che venne inciso in una lastra in marmo, poi murata dove ancor oggi possiamo vederla rianimando il passato.
La targa espone concisamente una delle più tradizionali leggende nate a spiegare il mistero di quei segni, per secoli oggetto di fantasia popolare, dalla quale son scaturiti diversi racconti tramandati oralmente, ogni volta arricchiti di qualche particolare.
Il dialetto usato dal signor Olivieri è ormai quasi in disuso, molti termini sono stati italianizzati, perdendo la loro caratterizzazione. Ad esempio, immaginiamo sia raro sentire il termine: IN PRUMIA, dirimpetto, dalla parte opposta, oppure AVERMAIA. La parola sulla quale più ci siamo arrovellate, è stata GIU, giro. Si pensava ad un particolare percorso del diavolo, riferendolo ad esempio a quello descritto da Ezio Pestarino nel tracciato fra San Cristoforo e Cadepiaggio, ma il signor Olivieri spiega di aver inteso il giro notturno che il diavolo, nella tradizione, fa per andare a infastidire i mortali, assetato di anime, dissolvendosi alle prime luci dell’alba.
In girum imus nocte et consumimur igni
(palindromo latino, traducibile in: giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco)
Le leggende
Una notte di tanti anni fa il diavolo partì da San Cristoforo, prese il sentiero boschivo che fiancheggia la Val Lemme fino a Gavi e poi sale verso Valrossara e Cadepiaggio. Il Santuario della Guardia non c’era ancora, ma già esisteva l’abbazia di San Remigio; forse il maligno voleva andare a disturbare quelle anime. Incontrò un angelo lungo il cammino, così nacque una disputa su chi doveva scansarsi per lasciar passare l’altro, essendo troppo stretto il sentiero. Dopo un furente litigio, l’angelo l’ebbe vinta. Il diavolo si incollerì, imbufalito, afferrò il proprio cappello e lo roteò a velocità inaudita verso la roccia di fronte, dall’altra parte della valle, dove si conficcò rimanendo ben visibile. Nel punto in cui diavolo e angelo si scontrarono, grossomodo sopra l’ultima curva che scende da San Cristoforo, la collina forma un cocuzzolo che sarà detto Bric du Diovu o Bric dei Paganun.1
Ezio Pestarino ci ricorda anche che sotto la strada del Capè du Diovu, il Lemme forma un’ansa, creando un lago che una volta aveva acque scure e fredde, che incutevano paura; nessuno osava tuffarsi in quel punto poiché si immaginava corrispondesse alla voragine aperta dallo sprofondare del diavolo, percorsa da gorghi invisibili che avrebbero impedito al maligno di essere disturbato.
Le maestre, ancora negli anni sessanta, usavano raccontare agli scolari le leggende locali. Enzo Bergaglio ricorda la seguente narrazione, ascoltata a scuola ed anche dagli anziani del paese.
Una notte, un frate, mentre tornava a Gavi, trovò uno scrigno illuminato dalla luna. Lo aprì e ne uscì il diavolo. «Se mi vendi l’anima esaudirò il tuo desiderio più grande» disse il demonio. Il frate ci pensò su e, quasi a prenderlo in giro, gli chiese di costruire una chiesa in Gavi, quella notte stessa, prima del rintocco.
Gavi non aveva ancora una chiesa e i fedeli si recavano alla Pieve sul Lemme, lontana dal borgo, sulla strada per San Cristoforo. Il diavolo accettò; dallo scrigno uscirono migliaia di demoni, che si misero subito all’opera per erigere la chiesa. Il frate, vedendo la lena con cui i demoni lavoravano, cominciò a preoccuparsi per la propria anima, così corse a parlare col priore, il quale lo rassicurò: «Lasciali fare!». Costui aveva in mente quest’astuzia: invece di suonare le campane all’ora consueta, avrebbe dato in anticipo di piglio alle corde. E così avvenne. Il diavolo, sentendo i rintocchi, si infuriò, si avvitò nel cielo per scagliarsi contro l’opera ancora in costruzione e distruggerla, ma rimbalzò sulla Pieve, finendo col picchiare una formidabile testata contro la roccia dirimpetto, al di là del Lemme, lasciandovi impresse la forma del suo cappello e di un orecchio.
Altre leggende sono legate a questa località; una in particolare è suggestionata dalle credenze sulle incursioni dei Saraceni e si trova in Guida di San Cristoforo2. La stessa leggenda era stata raccontata nell’opuscolo pubblicitario dell’Antica Fabbrica di Amaretti G. B. Traverso, di Gavi, dove sono inseriti brevi cenni storici e leggendari, accanto all’invito a visitare Gavi e non perdere l’assaggio degli amaretti e del vino bianco, preferito dai famosi attori Gilberto Govi e Carlo Dapporto.

I saraceni, diventati padroni di Gavi, per il loro culto si recavano in un vecchio oratorio già dedicato a san Giacomo. Il diavolo esultava pensando che finalmente avrebbe avuto in poter suo i gaviesi, i quali invece, sempre devoti alle tradizioni, continuavano a recarsi alla Pieve sul Lemme, disertando il disadorno oratorio. Il diavolo pensò ad un altro stratagemma: li avrebbe attratti con una magnifica opera d’arte. In una notte tenebrosa, tra l’ulular del vento e il rimbombo dei tuoni, fece sorgere sulle rovine del vecchio oratorio la splendida parrocchia di San Giacomo, che possiamo ancora ammirare. I gaviesi, accorti, non abboccarono e seguitarono a frequentare la Pieve. Il perfido allora volò sul colle dirimpetto alla Pieve per lanciare la sua maledizione. Dalla chiesa, proprio in quel momento, vide uscire una maestosa processione con canti e preghiere. Disperato per l’insuccesso, urlò di rabbia e batté un tremendo colpo nella roccia, sprofondando negli abissi infernali. Quella botta lasciò una vasta impronta circolare, sfumata all’intorno di un alone rossastro, ei capé du diovu, nome col quale quel luogo venne sempre chiamato.
E’ Angelo Rossi3 a raccogliere, sistemare e sfrondare le numerose versioni e a riportare il racconto più misterioso e ricco di particolari. Un patto misterioso è stipulato fra il diavolo e un uomo di Gavi, che dona la sua anima domandando per sé una lunga vita, grandi ricchezze e, strana richiesta, la costruzione da parte del demonio, in una sola notte, di una chiesa. Lucifero accetta, sceglie il luogo, appena scese le tenebre si mette al lavoro con i suoi accoliti. Frattanto il peccatore, pentito, sconvolto dal suo gesto, fugge disperato a cavallo, cercando di tenere lontano da sé la maledizione ed invocando il cielo. Così cavalcando giunge presso una chiesa, ove, sfinito, smonta di sella buttandosi sdraioni sul sagrato. Intanto il suo cavallo galoppa da solo verso Gavi e va a raspare il selciato avanti la porta del sagrestano, svegliandolo. Questi scende dal letto, scorge all’orizzonte una luce che scambia per l’alba e a notte fonda suona l’Avemaria. Il diavolo, al rintocco della campana, fugge con le sue schiere, giocato. Lascia la chiesa senza campanile, perde la preda. Nella fuga rabbiosa si sprofonda nelle viscere del monte, lasciando sulla roccia l’impronta infuocata del suo cappello e del suo enorme orecchio e sotto la montagna parte del tesoro preparato per la mancata vittima: un barile zeppo di monete d’oro e una chioccia con sette pulcini dello stesso metallo.
Una variante sostituisce alla cavalcatura un gallo, che sveglia col suo canto il campanaro. I viandanti, passando di notte da Ei capé du diovu, sentono l’alettante e insieme pauroso tintinnio delle monete e il chiocciare della gallina che chiama i suoi nati, il tutto custodito da un sasso magico, inattaccabile dal piccone e dalle mine.
Il particolare della chioccia con i pulcini d’oro si ricollega all’antichissima credenza pagana che vedeva in questi animali il simbolo della fecondità, credenza protrattasi nel medioevo. Alcuni addirittura raccontavano che sotto quel monte dormisse il diavolo; chi avesse osato disturbarlo sarebbe stato rincorso all’infinito.

(Foto tratte dal Bollettino Ligustico per la Storia e la Cultura Regionale, III – 4, 1951)
In versioni meno antiche, la chiesa del diavolo diviene quella romanica di San Giacomo, nella stessa Gavi. I volti umani decoranti i peducci degli archetti pensili della facciata assumono qui tratti demoniaci.
La cripta stessa incuteva un terrore agghiacciante per chi vi si avventurava: ogni luce misteriosamente si spegneva e, nell’abside della stessa, un orribile dipinto infernale non tollerava nessun intonaco, tutti franando miseramente appena distesi, per forza diabolica. Lucifero pareva esercitare una sorta di diritto locativo entro le mura dell’edificio da lui costruito. Qualche affresco antico rappresentante scene infernali avrà forse suggerito questo racconto che arricchisce la favola4.
Considerazioni finali
Le leggende narrate, fra le più popolari e suggestive, sono per alcuni aspetti simili, delineano luoghi identificabili e spiegano chiaramente come gli enigmatici segni sulla roccia fossero causati dalla testata del diavolo, esprimendo quella che poteva essere un tempo la mentalità della popolazione, il suo figurarsi l’immagine e le azioni del diavolo, che agiva nella Val Lemme e le cui imprese rispondevano alle domande e allo stupore di fronte alle stranezze dell’ambiente o della storia. Il demonio non appare solo come tentatore ma anche espressione delle forze misteriose della natura.
Queste, del cappello e dell’orecchio, che racchiudono l’impresa diabolica dell’edificazione di una parrocchia, sono leggende circoscritte alla Val Lemme; in altri luoghi d’Italia, l’impresa del diavolo è sovente la costruzione di un impossibile ardito ponte, il “ponte del diavolo”, per l’appunto. Lo schema ha diversi punti in comune: il diavolo girovago di notte alla ricerca di anime, diavoli e angeli che si incontrano, il patto, le luci sinistre di fulmini nella notte nera, la processione orante, il diavolo giocato e furibondo. Manca, qui, l’odore dello zolfo.
Una leggenda poteva celare ciò che non si sarebbe potuto dire o discutere apertamente, pena l’accusa di blasfemia. Ad esempio, nel caso gaviese, come spiegare che la chiesa romanica di San Giacomo sia nata senza campanile? Chi poteva edificare quella chiesa, scontrandosi con i giudizi contrari della curia tortonese (nella cui giurisdizione anche il territorio di Gavi era allora compreso)? La parrocchia fu dunque eretta dal diavolo evidentemente, senza portarla a termine, lasciandola priva del campanile.
Si aggiunge, allontanandosi un po’ dalla località qui discussa, ma rimanendo ancora in Gavi, sul tema del diavolo: perché il rosone sopra il portale maggiore della chiesa romanica di San Giacomo non è un cerchio perfetto?

della Parrocchia di San Giacomo a Gavi
(Angelo Rossi, Il Portale di San Giacomo di Gavi, Bollettino Ligustico per la Storia e la Cultura Regionale, VI – 3, 1954)
La tesi di laurea di Vittorio Morasso spiega come il rosone sul portale della parrocchia di Gavi non sia preciso: i cerchi che lo compongono presentano, tutti nello stesso punto, una spezzatura, che forma uno spigolo, visibile a sinistra di chi osserva. Non è un errore di costruzione; una spiegazione attendibile risale ad una leggenda popolare di origine medievale. Il diavolo, costretto dalla maledizione divina a vagare senza posa, aveva una sola possibilità per stabilirsi in un luogo a compiere i suoi malefici: entrare in un cerchio ove potesse girare all’infinito. Interrompendo il rosone i costruttori volevano scongiurare quel pericolo e fugare ogni apprensione nell’animo dei fedeli. Il rosone è noto fra i gaviesi come il rosone del diavolo.
Nella consuetudine dell’architettura medievale, le forme non potevano essere perfette, poiché la perfezione appartiene al divino. Gli elementi che ornano la facciata della chiesa gaviese (rosone, bifora e lunetta) non sono ben allineati; guardando nelle vicinanze, la disposizione delle pietre sulla facciata della pieve di Sant’Innocenzo a Castelletto d’Orba presenta anch’essa evidenti irregolarità non casuali. Alcune particolarità architettoniche e scultoree dell’edificio gaviese sono spiegabili dalla presenza, su cui concorda la maggior parte degli studiosi, di maestranze d’oltralpe, ma, alcune specifiche osservazioni farebbero ipotizzare la mano di artisti catari, provenienti dall’Occitania: la loro terra martoriata, dove la popolazione fu perseguitata tra il XII e il XIII secolo (le crociate albigesi), costrinse i pochi superstiti, a cercare riparo altrove. Ma questa è un’altra storia.
Fonti
Angelo Rossi, La chiesa del diavolo, arte e leggenda alla Pieve del Lemme, Bollettino Ligustico, III-4, 1951 Angelo Rossi, Il portale di San Giacomo di Gavi, Bollettino Ligustico, VI-3, 1954
Vittorio Morasso, La chiesa medioevale di Gavi, tesi di laurea, Milano, 1955
Marco Rescia, La Pieve del Lemme, Società storica del Novese, 1976
Alessandro Laguzzi, San Cristoforo, Guide dell’Accademia Urbense, Ovada, 2002
Giampiero Carbone, Cappello del diavolo, recuperata la foto della leggenda, La Stampa, 2010
Ezio Pestarino, La leggenda del cappello del diavolo, La Madonna della Guardia, Gavi, n. 2, luglio 2021
Giacomo Gola, Foto digitale ravvicinata della targa, 2025
Giuseppe Olivieri, La storia e il testo della targa, testimonianza orale, Gavi, 2025
Ditta G. B. Traverso, DI Gavi, locandina pubblicitaria, anni Sessanta del Novecento
Enciclopedia delle Regioni, Aristea, Milano
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