Dalla parte delle donne. La storia di Italia Donati
In occasione dell’8 marzo, Chieketè presenta questo contributo di Silvana Montecucco in memoria di Italia Donati. Perché dimenticare è impossibile e la violenza fisica e/o psicologica sulle donne è purtroppo presente ancora oggi.

Breve Sintesi della storia di Italia Donati
Nel 1883 sono i comuni a provvedere all’istruzione primaria. Raffaello Torrigiani, sindaco di Lamporecchio, ricco possidente con fama di donnaiolo, accoglie calorosamente la giovane maestra Italia Donati, nativa di Cintolese di Monsummano, e la costringe ad essere ospite presso la dépendence della sua villa, anziché abitare l’angusta stanza adiacente la scuoletta, prevista per le maestre. Nella villa il sindaco abita insieme a due donne, l’una considerata moglie, con una figlia, l’altra, concubina, con due figlie.

La presenza della maestrina suscita pettegolezzi, invidia, ritorsioni e isolamento. Il sindaco si vanta con gli amici di averla baciata. A quel punto si sparge la voce sulla dubbia moralità di Italia, persino la famiglia è perplessa. Italia si butta con ancor più passione nel lavoro, l’incarico le è confermato per due volte. Si prodiga nel 1884 per la gente colpita dall’epidemia di tifo. L’isolamento tuttavia cresce. Soltanto pochi le mostrano comprensione: il brigadiere dei carabinieri, il medico, il fittavolo.
Oltraggiata e additata come una poco di buono, indicata come seconda concubina del sindaco. Arriva al magistrato di Pistoia una lettera anonima che accusa la maestra di aver abortito illegalmente con l’aiuto del sindaco. Torrigiani è costretto a dimettersi, per Italia le conseguenze sono devastanti. Non c’è alcuna prova ma l’ostilità nei suoi confronti non ha freni. La sua salute si indebolisce, si diffonde la voce che sia di nuovo incinta. L’amministrazione comunale respinge la disperata richiesta di Italia ad essere sottoposta ad una visita medica che confermi la sua illibatezza e acconsente al trasferimento, per il successivo anno scolastico, alla scuola di Cecina (con un arbitrario scambio di maestre). L’ostilità non si ferma. Lettere anonime le attribuiscono una nuova relazione. Italia vede solo il suicidio come via per salvare la propria onorabilità. La sera del 31 maggio 1886 scrive un biglietto al fratello in cui si proclama innocente di tutte le accuse:
io sono innocentissima di tutte le cose fattemi… e chiede che un‘autopsia restituisca la sua onorabilità.
Esce di casa e cammina nel buio fino alla gora del vecchio mulino ad acqua sul Rimaggio, poco fuori dal paese. Ferma le sottane con due spille da balia per scongiurare l’umiliazione di venir trovata con le gambe scoperte. Salta nel vuoto. Il prezzo dell’onore è la morte, e solo a quel prezzo viene restituito.

La reazione dei giornali: il Corriere della Sera invia un corrispondente; su il Risveglio Educativo Matilde Serao scrive “Come muoiono le maestre”
Il 4 giugno la redazione de Il Corriere della Sera ricevette dal corrispondente di Pistoia, Ugo Maranzana, la notizia del suicidio di Italia Donati. Maranzana, a sua volta, era stato informato da un impiegato della Sottoprefettura di Pistoia, nella cui giurisdizione ricadeva il comune di Lamporecchio e i cui uffici, già dal 1884, erano a conoscenza del clima di intrighi e calunnie che regnavano nel piccolo comune toscano. Con il numero del 5 giugno, Eugenio Torelli-Viollier, fondatore e primo direttore del quotidiano milanese, annunciava l’invio sul posto di un redattore viaggiante, Carlo Paladini, futuro critico musicale, amico e corrispondente di Pascoli e Puccini. Il suicidio di Italia diventa un caso nazionale.
Matilde Serao pubblica un lungo articolo per Il Risveglio educativo e per Il Corriere di Roma dal titolo: Come muoiono le maestre, in cui denuncia la terribile condizione delle maestre di scuola. Il caso di Italia Donati non era un caso isolato.

DAL CORRIERE DELLA SERA:. È noto che le povere maestre, nei piccoli comuni, sono spesso oggetto di indegne persecuzioni, che le pongono nell’alternativa di darsi al prepotente del luogo o di morire di fame. […] A nostre spese, quindi, mandammo un nostro redattore, Carlo Paladini, in Toscana, ordinandogli di fare un’inchiesta diligente. Ne venne fuori una storia tanto piena di dolore che quanti la lessero, ne piansero. Purtroppo il caso della povera Donati non è un caso isolato, aveva chiarito già il 5 giugno la redazione del Corriere. Ma fu la sua vita di lotta e di angoscia in uno stagno d’acqua verdastra a esser pianta con articoli e sottoscrizioni.
Il processo
L’interesse per le sventure di Italia Donati si riaccende 10 mesi dopo la sua morte, nell’aprile 1887, quando Raffaello Torrigiani, il sindaco, datore di lavoro di Italia, querela per diffamazione e ingiurie pubbliche il redattore viaggiante Carlo Paladini e il Corriere della sera per gli articoli pubblicati, insieme alla rivista Il risveglio educativo, che li ha in parte riprodotti o commentati. Il Torrigiani perde la causa e il giornale viene assolto perché nelle cronache del Paladini non si riscontrano né ingiurie né diffamazione, ma unicamente la descrizione oggettiva dei fatti.
Il libro di Elena Gianini Belotti. Una sintesi passo passo
La breve vita di Italia Donati è stata magistralmente raccontata da Elena Gianini Belotti, nel libro Prima della quiete, pubblicato da Rizzoli nel 2003
Singolare il luogo, come la storia di Italia. Un susseguirsi secolare di bonifiche, opere idrauliche, prosciugamenti, colmate, chiuse e pescaie, a seconda degli interessi dei signori che si alternavano nel tempo, da Cosimo de’ Medici a Leopoldo di Lorena. Le ricorrenti rivolte dei contadini per i danni subiti, le pestilenze, conseguenza dell’acqua infestata e guasta, le febbri malariche, conseguenze dei ristagni, a rendere più derelitte le esistenze già grame. Non come ora che il Padule di Fucecchio è area protetta, affascinante meta di turismo.

La strage di Fucecchio. Il 23 agosto 1944 furono massacrati indiscriminatamente 174 civili, fra cui neonati e anziani, all’interno del Padule di Fucecchio. Nel padule intricato la gente aveva cercato protezione, invece all’improvviso quel rifugio impenetrabile si era trasformato in una trappola mortale.

Prima che Italia nascesse, suo padre Gaspero era rivenditore di frutta, qualche anno dopo diventò granataio, fabbricante di scope, confezionate con la saggina del padule. L’unico ritratto di Italia emana gentilezza, sensibilità, timidezza. Al collo un cammeo appeso a una catenina, quel cammeo più volte portato e riscosso al monte dei pegni, i capelli chiari acconciati alla moda del tempo, la camicetta ornata di un volant. Una famiglia contadina analfabeta, solo il fratello sapeva leggere. Lei era diventata insegnante, altri orizzonti si spalancavano ai suoi occhi.
Una mattina di settembre del 1883 Italia Donati stava avviandosi fiduciosa e ignara verso una trappola mortale. La notte non aveva chiuso occhio, per timore di non svegliarsi in tempo, assillata per l’incontro che l’aspettava. Il suo pensiero andava alle altre notti insonni, quelle precedenti l’esame da privatista a Lucca, che non aveva superato, e a quelle prima del secondo esame a Firenze, dove aveva finalmente conseguito la patente di maestra elementare di grado inferiore. Le sovveniva il maestro Baronti che aveva avuto fiducia in lei e l’aveva aiutata a prepararsi, prima undicenne per il secondo grado della scuola elementare, poi per la patente di maestra. Nessuno tra i compaesani si era congratulato.
Una figlia di contadini vuol fare l’istruita come una figlia di signori? Bisogna accontentarsi di quello che si ha, accontentarsi del posto dove si sta. A cosa serve l’istruzione a una ragazza?

Non fu facile presentare le domande per il posto comunale, molte furono respinte; a Lamporecchio, per la frazione di Porciano, i bandi furono stranamente due a breve distanza. Lei aveva inoltrato domanda e questa volta la accolsero. Porciano, frazione di Lamporecchio, non era vicina, occorreva calcolare i costi dello spostamento, della pigione… su uno stipendio di circa 400 lire l’anno e un contratto capestro: si poteva essere licenziata o spostata in qualunque momento; solo dopo un anno avrebbe saputo se il contratto sarebbe stato rinnovato o no. Non aveva nessuna idea di cosa l’aspettava, ma non poteva assolutamente rinunciare. Per se stessa e per la famiglia affollata e miserabile che molto confidava nel futuro stipendio di Italia. Aveva ricevuto tanto ed ora doveva rendersi utile. Scese dal letto diventato una graticola e pian piano mise gli abiti frusti, calzò l’unico paio di scarpe che il fratello Italiano le aveva risuolato più volte, coprì le spalle con uno scialle. Il poco bagaglio già pronto, nella borsa la lettera di convocazione del sindaco. Il fratello l’avrebbe accompagnata, più grande di lei di parecchi anni, ciabattino. Saluti bruschi e frettolosi, li aspettava il calesse, noleggiato col prestito del cognato, in fondo al viottolo che, dalle Case Bini del Cintolese, dove abitavano i Donati, conduceva alla via Francesca (la Francigena).
Forse, dalle alture sopra Porciano, oltre quelle colline tagliate a terrazze di oliveti e vigne, così diverse dalla sua piana, riuscirà a distinguere il mare che non aveva mai visto.

Come altre ragazze della fine del XIX secolo e dei primi decenni del successivo, Italia aveva intrapreso l’unica professione che permetteva alle ragazze un timido inizio di emancipazione. Anch’ella si ritrovata alle prese con una legislazione ottusa che affidava ai comuni, invece che allo stato, l’istruzione elementare, esponendo così le insegnanti all’arbitrio e al sopruso dei gretti esponenti locali e all’indifferenza delle autorità scolastiche. Colpevoli erano principalmente i costumi, tanto è vero che, da quando nel 1911 le scuole elementari passarono allo stato, la vita delle maestre in paesucoli sperduti, tagliati fuori dal mondo, non migliorò affatto. Una giovane sconosciuta che arrivava da fuori veniva accolta con arcigna diffidenza, suscitava gelosie, invidie, sospetti e malevolenza. Con la sua presenza e la sua “autorità” sovvertiva l’ordine arcaico dei piccoli borghi immobili nel tempo. Della maestrina sola, il villaggio controllava ogni minimo gesto, parola, sorriso, foggia, atteggiamento e vi attribuiva significati perversi. Si faceva giudice della sua moralità, tutto diventava scandaloso per il compito educativo che le era affidato. Una maestra doveva essere come una monaca, riservata, austera, costumata, interamente devota alla sua missione, irreprensibile così da non offrire il minimo appiglio alle critiche. L’amministrazione, tendendo a risparmiare sulle spese scolastiche, sceglieva prevalentemente una donna, per poterla pagare almeno un terzo in meno rispetto agli uomini. Malviste dal clero, fino allora unico detentore dell’istruzione (e del relativo sussidio) e dalla popolazione, in quanto, insegnando ai ragazzi, sottraevano braccia da lavoro nei campi e nelle filande; malviste poiché non si poteva tollerare una giovane donna libera, lontana da casa, con una autorità sugli allievi, benché minima.
Il paese di Porciano era minuscolo. Poche case di pietra annidate sul monte, una torre, un campanile. Sulle pendici castagni e querce. Quel posto sarebbe diventato il suo. Dove sarà la scuola? Il calesse si fermò ad un cancello di ferro spalancato, lì abitava il sindaco. Italia e il fratello, con passi intimiditi si avviarono verso l’entrata della villa, severa, ombrosa, silenziosa. Uno scalpiccio e poi un uomo di mezza età a cavallo gettò un carniere allo stalliere che accorse. Poi qualche richiamo e alcuni volti si affacciarono: la famiglia chiacchierata del sindaco, che anche il priore censiva con imbarazzo nel libro delle anime parrocchiali. Due donne, una probabilmente moglie, l’altra parente o amante, tre bambine. Raffaello Torrigiani non ascoltò i timidi ringraziamenti di Italia. Con voce tonante e un ampio gesto mostrò dalla terrazza del giardino i suoi possedimenti. Poi a tavola con Italia impacciata; il sindaco, con lo sguardo che indugiava sulla sua figura, le sembrò un animale che gustava una preda. Avrebbe dovuto stare attenta, così come le aveva raccomandato il maestro Baronti. Il supplizio del pranzo finì. Ne cominciò un altro. Non sia mai detto che Italia possa cercarsi un quartierino vicino alla scuola, la villa è grande, deve assolutamente stare lì. Provò ad obiettare; il Torrigiani non era abituato ad essere contraddetto. Italia non aveva forza per ribattere, si rammaricò ancora timidamente, ma di colpo il sindaco, dal volto paonazzo, gridò che doveva stare lì, altrimenti il contratto sarebbe stato interrotto. Prima dell’inizio delle lezioni andò a visitare la scuola. Il tragitto non era breve, le donne di casa le spiegarono come prendere la scorciatoia del mulino di Rimaggio. Vide una stanza angusta, scalcinata, disadorna. Cinquantadue alunni come sarebbero riusciti a stare? I banchi sconnessi, la lavagna scheggiata, un’unica finestrella da cui a stento sarebbe penetrata la luce. L’entusiasmo cedette allo sconforto. Sul muro il ritratto di re Umberto I, di fianco una carta dell’Italia strappata e già da tempo superata dalla storia. Dove avrebbe fatto la ginnastica, materia obbligatoria? Forse nello spiazzo della chiesa se il priore fosse stato d’accordo. E i bambini dove sarebbero andati per i loro bisogni? Acqua non ce n’era e nemmeno una stufa. Ne avrebbe parlato al sindaco…ma il maestro Baronti le aveva raccomandato di non lagnarsi mai di nulla se non voleva rischiare di essere licenziata.

Non aveva amici né alla villa dove rassegnata e insonne abitava, né al paese. Mentre andava e tornava dalla scuola ogni giorno, intuiva sguardi diffidenti e allusioni. Non doveva stare sola, ma a chi chiedere dei propri familiari? L’impegno quotidiano la teneva occupata e appassionata, non aveva paura che l’istruzione potesse in qualche modo danneggiare gli scolari. La cultura poteva solo rafforzare il legame dei contadini con la terra, non reciderlo. Prima di uscire stringeva intorno al petto la fascia che era servita ai nipotini neonati e così si sentiva un po’ più protetta, come con uno scudo. Le lavandaie che incontrava presso il mulino non rispondevano mai al suo saluto caloroso. Un po’ di materiale le era stato consegnato, scarso e in cattivo stato, l’inchiostro avrebbe dovuto essere centellinato e i pochi gessi pure. L’impiegato del comune addetto alla scuola le aveva comunicato il titolo del libro di testo obbligatorio quell’anno, Il mondo nuovo, del professor Renato Fucini, ispettore scolastico del circondario di Pistoia, raccomandandole di badare che gli alunni se ne provvedessero. Alle pulizie della scuola avrebbe dovuto occuparsi lei. Per il freddo dell’inverno le sue colleghe non erano morte, dunque anche lei dovrà adattarsi. Ma era un obbligo riscaldare le aule! Il farmacista, uomo distinto, le aveva venduto a buon prezzo un po’ di cloruro e si era rallegrato della sua nomina e del suo interesse per l’igiene. Certo, in quei paesi l’igiene era pessima e la salute dei bambini cattiva. Le famiglie non volevano far vaccinare i bambini contro il vaiolo, piuttosto non li mandavano a scuola, così restavano analfabeti e in più si ammalavano.
Il primo stipendio si era subito liquefatto per i bisogni della famiglia. La prima domenica il sindaco la costrinse ad andare a Lamporecchio alla messa, sulla sua carrozza con le altre donne e bambine della villa. La gente si faceva da parte per lasciar passare la carrozza, con facce sbalordite, mormorii, darsi di gomito. La nuova maestra era anche la nuova amante? Solo a fine novembre riuscì a tornare a riabbracciare la madre. Si era comprata al mercato un paio di scarpe perché le vecchie erano troppo sfondate per affrontare la lunga camminata. Il fratello avrebbe cercato di rappezzarle alla bell’e meglio. La sorella più grande si mostrò reticente, non sarebbero andati a Porciano a farle una visita, il marito non era d’accordo, lui, messo comunale, si vergognava della sistemazione di Italia in casa di quel sindaco corrotto e libertino. C’era una reputazione da difendere. Tornò a Porciano con un fardello pesantissimo, si sentiva vacillare. Le gite domenicali a Lamporecchio non cessarono e aumentarono i sogghigni, le risate sgangherate. La moglie del sindaco era incinta, fra poco sarebbe toccato anche a Italia. L’estate torrida del 1884 invocava la pioggia, inutilmente. L’epidemia di colera scoppiò virulenta. Le scuole chiuse in anticipo non ebbero alcun effetto. Alcuni scolari già malati avevano contagiato i compagni e in seguito i parenti. Febbre, vomito, diarrea inarrestabili, i rimedi non c’erano. Bollire l’acqua dei pozzi e dei ruscelli, lavarsi ripetutamente le mani, non mischiare stoviglie dei malati con quelle dei sani, isolamento. Regole incomprensibili e spesso inapplicabili per la povera gente. Italia sarebbe dovuta tornare al Cintolese, ma non volle muoversi, piccoli e grandi avevano bisogno di lei. Andava di casa in casa a visitare i suoi scolari e gli altri malati. Si accertava che seguissero le regole, portava sapone e soda, consolava chi aveva perduto un congiunto. A fine luglio si scatenò un diluvio e l’epidemia cominciò ad attenuarsi. Decine i tumuli di terra fresca al cimitero. Italia poteva rientrare a riabbracciare i suoi, con un sorriso stavolta, poiché il sindaco le aveva confermato il posto per il prossimo settembre. Un sorriso a metà, pieno di amarezza: il Torrigiani aveva teso la solita trappola, il ricatto di abitare nella sua casa, pena il mancato rinnovo del contratto.

Ci sarà una via d’uscita?
Argentina avrebbe potuto stare con lei, la nipotina, figlia di un fratello andato in America e mai più tornato. Si presentò alle case Bini il giovane e timido brigadiere, che Italia aveva già visto a Lamporecchio. Agitato, voleva parlare con lei: avrebbe dovuto svolgere delle indagini su Italia, a seguito di una denuncia anonima per procurato aborto con il concorso del sindaco Torrigiani. Il sindaco non poteva certo scagionarsi sapendo che tutti conoscevano i suoi vizi e la sua tirannia ventennale. Cercò di convincere che ad architettare la denuncia anonima era stato qualcuno per invidia di una importante onorificenza che gli era stata promessa. Italia, consumata dal tormento, per la prima volta pensò alla morte. I familiari non la proteggevano, la interrogavano con sospetto. Si fece coraggio e andò in comune a consegnare al sindaco la lettera in cui gli chiedeva di esonerarla a stare in casa sua. Niente da fare, lui non poteva essere contraddetto da una maestrina sprovveduta. Proprio adesso che era nato il piccolo Giovanni e la moglie poteva aver bisogno di lei. Ottenne di tenere la nipote Argentina con sé. Inoltrò intanto ricorso al procuratore del re e all’ispettore scolastico per avere almeno una riparazione alle infami calunnie. Le risposte non arrivarono. Forse la scienza poteva aiutare. Un medico e una levatrice avrebbero potuto accertare la sua purezza.
Si avvicinava l’inizio della scuola. Argentina non stava nella pelle dalla felicità, festosa, entusiasta e curiosa. Tutti a Porciano intanto credevano alla denuncia anonima: finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di informare le autorità! Non era pallida e stanca per la sua fatica nel periodo del colera, ma per la gravidanza e poi l’aborto!

Ormai la trappola era chiusa, qualunque mossa avesse fatto, sarebbe stata travisata. Anche a scuola non cessavano le risatine, soprattutto da parte delle ragazze più grandi, che si ribellavano alla ginnastica, ritenuta inutile, così come la pensavano in famiglia. Le donne di casa Torrigiani, pure ora che era nato il piccolo Giovanni, non cessavano di esserle ostili, non solo attraverso i silenzi e gli sguardi, ma con continue scenate. I consiglieri chiamati a decidere se concedere a Italia la visita medica richiesta, dopo aver infierito non poco contro la giovane, ad uno ad uno espressero vecchi rancori e accuse contro il sindaco alla cui tirannia ventennale erano decisi a por fine. Torrigiani capiva che ormai li aveva quasi tutti contro, non valeva più spartirsi il potere, la storia della Donati aveva cambiato le regole. Torrigiani si alzò dal tavolo e rassegnò le dimissioni. L’urgenza di dimostrare la propria innocenza diventava un tormento, un’ossessione. Incontrò l’ispettore Fucini che, seccato, le rispose che credeva alla sua innocenza, e si accontentasse, non era la sola ad essere incappata in tale disavventura, decine nel regno e anche molto più sfortunate di lei. Arrossendo gli chiese sommessamente di disporre una visita medica che accertasse la sua onestà.
Non si renda ridicola! Piuttosto un trasferimento, ma altro non gli competeva. La congedò e al ritorno a Pistoia chiese al sottoprefetto di fare indagini sulla moralità della maestra. Il consiglio comunale, riunitosi a porte chiuse, arcistufo dell’affare Donati che li infastidiva da mesi, ascoltò il lungo discorso dell’ex sindaco Torrigiani, propenso a concedere la visita medica, dicendosi sicuro della propria e altrui onestà. I consiglieri, insofferenti verso quell’uomo che continuava a comportarsi da padrone, si espressero al contrario, dunque a sfavore della domanda invocata dalla maestra: è chiaro che l’accusa sollevata dalla denuncia anonima è una calunnia, la condotta della Donati è eccellente, non necessita altro, solo dare la caccia all’autore di quella falsità.
Ma non sarà stata un’astuzia di quell’imbroglione del Torrigiani fare in modo che si votasse contro? Noi cosa ne sappiamo della Donati? Sicuramente una furbastra e loro babbei caduti nell’inganno.

Un poco sollevata Italia si preparava per tornare al Cintolese per le vacanze pasquali. L’attendeva l’inferno. Stavolta poche righe in rima appese alla porta del municipio, ormai sulla bocca di tutti, la precipitarono ancora nella disperazione, solo la morte le avrebbe dato consolazione. A casa cercarono di rassicurarla, forse avrebbe potuto trovare un altro lavoro, ma dello stipendio avevano bisogno, non c’era quasi più nulla da portare al banco dei pegni. Tornò a Porciano con Argentina e cercò di stare alla larga da tutti, camminava come un fantasma, ignorando risa e chiacchiericci. Si risolse di andar via dalla casa del Torrigiani e affittò un quartierino accanto alla scuola, dove aveva abitato anche la maestra precedente. Conduceva una vita monacale, percorreva in fretta i pochi passi da casa a scuola, andava a letto presto per risparmiare sul petrolio. Qualche uovo, due mele, noci e pane, piccoli doni del suo gentile vicino, Leopoldo Torrigiani (non parente dell’ex sindaco). Sembrava un’altra, smagrita, consunta, incerta nel camminare, lo sguardo spento.Si fece forza e decise di andare al comune a chiedere un trasferimento. Com’è che quella Donati continua ad attirarsi ostilità e cattiverie? Altre donne disonorate c’erano state in paese, ma poi col tempo le chiacchiere si erano assopite. Anche la maestra che l’aveva preceduta aveva avuto il buon senso di levare le tende, come le altre, affinché le maldicenze si quietassero. Perché la Donati si ostinava a restare?
L’incaricato del comune ne avrebbe parlato all’ispettore, sperando che non si seccasse troppo.
E’ sicuramente di nuovo gravida, così pallida, i malesseri che l’assalivano anche a scuola… dell’Eugenio stavolta, ricco anche lui, sapeva scegliere bene. Di sicuro si libererà anche adesso del bambino, durante le vacanze pasquali.
Fissava il vuoto per ore, non si pettinava più, trascurava la pulizia delle vesti, tralasciava di accendere il fuoco, non si occupava di Argentina che correva dalla fantesca di Leopoldo, che aveva preso a benvolerla. Quella sera c’era un chiarore insolito alla finestrella di Italia, di solito sempre al buio. Leopoldo guardò preoccupato, il camino era spento, la porta chiusa dall’interno, Italia non rispondeva. Finalmente riuscì a sfondare la porta. Il braciere acceso e Italia immobile come se dormisse appoggiata al tavolo. La scosse con furia e spalancò la finestra, la trascinò sul pianerottolo, lei aperse gli occhi, poi scoppiò in pianto. Aprile 1886, il consiglio comunale delibera il trasferimento ad altra sede. Come? Uno scambio con la maestra di Cecina, senza che questa fosse interpellata, con una ridicola motivazione, che indignò la maestra di Cecina e i genitori dei suoi scolari. Partirono altre lettere anonime: a Cecina non si vogliono gli avanzi dei porcianesi! Stiano lassù le loro svergognate! Arrivò finalmente la visita del fratello tanto agognata, che ora la lasciava indifferente, pallida, smagrita, le vesti le cadevano di dosso. Ora te ne vieni via le disse il fratello dopo aver visto le lettere.
Lunedì 31 maggio 1866. I nipotini, Donatino, figlio di Italiano, e Argentina, che erano rimasti con lei, si coricarono presto. Lei sedette al tavolo di cucina, penna e calamaio, qualche carta da lettere. Fredda e calma cominciò a scrivere. Assicurò i genitori della completa innocenza, ma il disonore che l’aveva coperta di fango, senza alcuna colpa, le rendeva impossibile continuare a vivere. Affidò al fratello Italiano alcuni incarichi, rassicurandolo e chiedendo perdono. Le era stato insegnato che l’onore era il bene supremo per una ragazza e ora solo la morte poteva restituirlo. L’ispezione del corpo, che tanto aveva implorato, ora, che diventava un testamento, nessuno avrebbe potuto impedirla. L’infelicissima Italia sarebbe morta per l’onore.
Portatemi a Cintolese se potete, se non costa troppo.
Depose la penna, il pensiero andava ai suoi scolari, avrebbe potuto aspettare la fine delle lezioni, ma si era decisa a non rimandare. Indirizzò poche righe anche al mite brigadiere, che sicuramente sarebbe stato chiamato e avrebbe aiutato il fratello a disporre come lei chiedeva, a lui, stremata, denunciò il nome di chi più di tutti l’aveva calunniata: l’ultimo sussulto di rabbia prima della quiete. Indossò il grembiule rosso sopra il vestito, calzò le vecchie scarpe, scese le scale e si avviò a passi spediti nel buio. Arrivò al sentiero che conduceva al mulino di Rimaggio, attraversò il ponticello, si orientò a tentoni fino alla ricolta e al muretto. Si appoggiò e guardò in basso, intuì la massa dell’acqua che gorgogliava confondendosi con lo scroscio della corrente sulle pale del mulino. Slacciò il grembiule e lo adagiò con un sasso che lo tenesse fermo, così che il vento non lo facesse volar via. Tranquilla salì sul muretto, prese due spille da balia dalla tasca e con quelle raccolse in pieghe l’orlo della veste. Non voleva che nell’acqua si sollevasse mostrando le gambe scoperte. Trattenne il fiato e si buttò.

Alle prime luci dell’alba fu avvistato un fagotto sul fondo del bottaccio, un grembiule rosso, quello che Italia soleva indossare sopra la veste per recarsi a scuola, è appoggiato sul muretto. Nella tasca del grembiale un borsellino con dentro una chiave e un biglietto. Si accertò il suicidio per annegamento di Italia Donati, giovane maestra nella scuola di Porciano, dal settembre 1883. L’autopsia chiesta dalla stessa giovane nell’accorato biglietto rivelerà la sua illibatezza, come sempre aveva inutilmente sostenuto.
Nessuna chiesa poteva celebrare il funerale per Italia, suicida. Fu portata dopo una veloce benedizione al cimitero di Porciano, in un angolo remoto, nascosto dai rovi.
Le sottoscrizioni promosse dal corriere della sera. Il secondo funerale. Come la figura di italia era recepita dalla stampa e dai lettori. Le leggi scolastiche del tempo. Essere maestra e donna: una duplice discriminazione
L’adesione collettiva si manifestò nelle sottoscrizioni che giunsero copiose alla redazione del Corriere della Sera, che aveva lanciato una raccolta fondi in nome di Italia Donati. Gran parte della somma raccolta fu donata ai genitori e al fratello. Furono soprattutto gli insegnanti ad aderire alla sottoscrizione e a incitare i propri pari a imitarli: colleghi, facciamo quel ch’è in noi, affinché quella terra brutale che, vivente, non si peritò vigliaccamente di calunniarla, morta, non l’abbia.

Migliaia, secondo le testimonianze dell’epoca, furono i partecipanti al secondo funerale, avvenuto in pompa magna il 4 luglio 1886. Ancora mesi dopo, il flusso di telegrammi e donazioni non conosceva tregua. Le leggi scolastiche, l’arbitrio dei sindaci, l’avarizia sulle spese per l’istruzione non furono tutto in quella vicenda. Ci furono un terreno culturale e sociale favorevole, una società che si rispecchiò nelle traversie della giovane maestra toscana e vi trovò motivi a lei consoni. Nell’inchiesta del giornale milanese Italia Donati acquisì le fattezze di un personaggio claustrale, prossimo alle figure della tradizionale narrativa primo-ottocentesca che ancora faceva bella mostra di sé nelle librerie delle famiglie borghesi: una donna giovane e bella, ma povera, costretta a lavorare per mantenere la famiglia indigente e la madre malata. Raffaello Torrigiani, divenne il lupo. Sindaco di Lamporecchio fino al 6 novembre 1884, aveva esercitato un potere apparentemente assoluto sul borgo, e tanto più sulle sue maestre. Nel periodo del processo, era un uomo sulla quarantina, di pelo biondo, con una barbetta corta e ricciuta ed un naso adunco. Tutti sapevano, né egli lo nascose, che professava la religione de’ mormoni, almeno per quanto riguardava il matrimonio. Nel reportage di Paladini, che dell’inchiesta privilegiò gli aspetti romanzeschi e drammatici, la dimensione sociale apparve di soppiatto. Quello della maestra toscana, aveva concluso il redattore viaggiante, era uno dei tanti drammi della vita delle maestre nei comuni lontani dai grandi centri. A conferirgli un rilievo tutt’altro che secondario furono le reazioni a caldo dei giorni successivi, come quelle di Serao e Marcati: furono le loro conclusioni a segnare, anche in altre riviste, il tono degli editoriali successivi.
Matilde Serao scrisse per il Corriere di Roma del 25 giugno 1886 un articolo dal titolo: Come muoiono le maestre, in cui denunciava la loro condizione miseranda e redisse un elenco delle vittime nei piccoli paesi del nord come del sud. Giovani donne cadute sul campo dell’emancipazione. Dietro queste storie ci sono quasi sempre odiose calunnie inventate da un pretendente respinto, spesso un loro superiore, che vanta diritti per quell’apparente libertà e autonomia, interpretandole come disponibilità o libertinaggio, da cui è convinto gli derivi una vera e propria licenza di caccia alla preda.

L’inchiesta Donati e la sottoscrizione per i suoi funerali furono soprattutto l’occasione per rivendicare su scala nazionale e generale una causa che, fino ad allora, aveva trovato spazio solo sulle riviste magistrali: l’avocazione – almeno nei piccoli comuni – dell’istruzione primaria allo stato. Il dibattito sulla misura legislativa entrò, dopo il giugno 1886, negli orizzonti dell’opinione pubblica, pur trovando i suoi primi sbocchi parlamentari e governativi solo diversi anni dopo, a Ventesimo secolo ormai iniziato – la centralizzazione delle scuole nei comuni con meno di 10000 abitanti fu infatti completata nel 1911, al termine dell’annosa approvazione della legge Daneo-Credaro.
La tomba
Elena Gianini Belotti, ripercorrendo i luoghi di Italia in cerca delle sue tracce per scriverne la memoria, andò a cercarne la tomba nel cimitero di Cintolese, ormai più ampio oltre la parte antica, invano. Nessuna traccia né della tomba, né della lapide fatta incidere dal Corriere con i soldi delle sottoscrizioni. Inizialmente sepolta a Porciano, in disparte a causa del suicidio, fu poi traslata grazie a una sottoscrizione popolare. Sulla tomba era stata collocata una lapide di pietra nera pagata dal Corriere, con un’iscrizione in lettere dorate:
A Italia Donati maestra municipale a Porciano bella quanto virtuosa costretta da ignobile persecuzione a chiedere alla morte la pace e l’attestazione della sua onestà.
Il suo caso divenne simbolo delle misere condizioni e dei pregiudizi contro le insegnanti dell’epoca. A lei è intitolata la scuola primaria di Cintolese.
Italia Donati nel teatro
Nel 2012 Claudio Vittone scrisse lo spettacolo teatrale Italia Donati, maestra, ispirato alla sua vicenda, messo in scena dalla compagnia teatrale teatrovillaggioindipendente di Settimo Torinese;
Nel 2019 Simona Vannelli ha sceneggiato e diretto lo spettacolo teatrale La maestra dal grembiule rosso ispirato alla storia di Italia Donati e messo in scena dalla compagnia teatrale La Compagnia degli Aironi. Lo spettacolo fu presentato anche nell’ambito del cartellone off del Festival L’eredità delle donne diretto da Serena Dandini nell’ottobre 2019.
BIBLIOGRAFIA
Matilde Serao, Scuola Normale femminile, Nuova Antologia, 1885;
Carlo Paladini, Le sventure di Italia Donati, in Corriere della sera, 10-11 giugno 1886;
Matilde Serao, Come muoiono le maestre, Corriere di Roma, 25 giugno 1886;
Elena Gianini Belotti, Prima della quiete. Storia di Italia Donati, Rizzoli, 2003;
Christopher Duggan, La forza del destino, 2009, pp. 314-320.
Paola Luciani, La condizione delle maestre italiane alla fine dell’’800. Il caso di Italia Donati, Galaad Edizioni, 2012.
A. Ascenzi, Drammi privati e pubbliche virtù. La maestra italiana dell’Ottocento tra narrazione letteraria e cronaca giornalistica, Pisa, ETS, 2019;
Valeria Merola, La tragica storia di Italia Donati, su railibro.rai.it, RaiLibro;
Chiara Martinelli, Quanti la lessero, ne piansero, Diacronie, online dal giugno 2018, http://journals.openedition.org/diacronie/8162; DOI:
https://doi.org/10.4000/diacronie.8162;
Graziella Gaballo, Italia Donati, Enciclopedia delle donne.it.
