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Come è nato il canto partigiano “Dalle belle città”

Per molti anni, durante il mio lavoro di insegnante presso la Scuola Media Boccardo di Novi Ligure, ho collaborato nell’organizzare manifestazioni ed eventi con l’A.N.P.I. locale. Proficua fu la collaborazione con l’allora Presidente Franco Barella “Lupo”, un uomo straordinario con cui organizzammo mostre, commemorazioni, concorsi e spettacoli teatrali sul tema della Resistenza. Durante l’anno scolastico 2006-2007 organizzammo un concorso intitolato “Dalle belle città”, riservato alle classi terze, attraverso il quale vennero realizzati degli elaborati dagli studenti della scuola che poi vennero premiati e confluirono in una piccola pubblicazione.

Il libretto con gli elaborati degli studenti pubblicato in collaborazione con l’A.N.P.I. di Novi Ligure.

Nell’ambito dello stesso progetto venne organizzato e si svolse uno spettacolo teatrale intitolato anch’esso “Dalle belle città”, con protagonisti i ragazzi delle classi terze, che andò in scena il 26 aprile 2007, una data significativa per la Scuola Media Boccardo, perché corrisponde all’Eccidio della Tuara, avvenuto nelle immediate vicinanze dell’Istituto. Infatti all’entrata del complesso scolastico è affissa una lapide che ricorda la strage in cui perì anche un ragazzo sedicenne, Rinaldo Fossati. Per la stesura del copione venne realizzata una raccolta di materiali relativi alla Resistenza locale, fra questi una testimonianza di grande impatto emotivo: la storia della composizione del canto partigiano Dalle belle città da parte del comandante Emilio Casalini, nome di battaglia “Cini”, fucilato dai nazifascisti l’8 aprile 1944, nel corso del rastrellamento della Benedicta. La fonte del racconto era quella del fratello di “Cini” e venne raccolta da Franco Barella stesso che poi la trasformò in un dialogo teatrale per lo spettacolo.

Ma prima di proporvi il testo di quel dialogo, sceneggiato da Franco Barella per lo spettacolo Dalle belle città, converrà ricordare brevemente le figure dei due autori del brano, composto poche settimane prima del rastrellamento: Emilio Casalini e Lanfranco Rossi.

Emilio Casalini (Pontedecimo, 28 aprile 1920 – Voltaggio, 8 aprile 1944) è stato un partigiano italiano, comandante del 5º distaccamento della 3ª Brigata Garibaldi “Liguria” e autore del testo del canto partigiano Dalle belle città. Con il nome di battaglia “Cini”, fu attivo sull’Appennino ligure-piemontese nella zona della Benedicta. Proprio con quel gruppo di partigiani e per loro, Casalini scrisse nel 1944 il testo della canzone che venne musicata da Angelo Rossi, “Lanfranco”, presso la cascina Grilla, sul Monte Tobbio. Il suo campo d’azione era localizzato nei pressi di Voltaggio, una zona che nell’aprile 1944 fu colpita da un rastrellamento dei nazifascisti che sfociò nell’Eccidio della Benedicta. Alcuni testi presentano Emilio Casalini come studente. In realtà il giovane era maestro elementare, professione esercitata dal 1939 al 1941. Inoltre Cini rivestiva il ruolo di ufficiale di complemento dell’esercito ed era dotato di grande carisma, sapeva come parlare ai suoi uomini, ne condivideva i sacrifici, dando continuamente prove di dedizione e altruismo. Un testimone racconta che si era ridotto pelle e ossa perché quando arrivava qualche pacco da “giù” (si intende da Genova) lui divideva tutto e spesso, per questo, rimaneva senza. Da istruttore militare avrebbe voluto esercitare i suoi uomini con armi e munizioni che ai partigiani mancavano, non riuscendo quindi a poterli addestrare militarmente.

Emilio Casalini, nome di battaglia “Cini”.

Nel corso del rastrellamento che si sviluppò tra Il 6 e il 7 aprile del 1944 trenta partigiani, sotto la guida di Casalini, lasciata la Cascina Grilla, furono catturati nei pressi del Monte delle Figne, al Passo Mezzano, per essere giudicati da un tribunale di guerra. II comandante Casalini venne portato a Masone, Campomorone, Crocefieschi e Voltaggio. I tedeschi volevano pubblicizzare la sua cattura e lui cercò di accontentarli: ovunque passavano, Casalini si alzava in piedi sulla macchina che lo trasportava, salutando tutti col pugno chiuso. Dopo un processo farsa, fu condannato a morte venendo sbeffeggiato, quando si offrì di prendere il posto dei suoi ragazzi. Venne ucciso il giorno 8 aprile, con altri sette, a Voltaggio. A monsignor Zuccarino che lo vide per ultimo, disse che era orgoglioso di morire per l’Italia libera: «Sono un ufficiale della scuola italiana e non sarà mai che io mi arrenda al nemico».

Monumento ai Martiri di Voltaggio nel cimitero del paese

L’autore della musica del canto fu Angelo Rossi, nome di battaglia “Lanfranco”, nato nel 1924 a Cava Manara (PV). Insegnante di musica, noto anche con lo pseudonimo di “Matanzas”, fece l’orchestrale per tutta la vita, suonando anche con Marino Barreto junior e girando tutto il mondo come musicista. Nei primi anni settanta alcuni partigiani sopravvissuti, tra cui i fratelli di Cini, per difendere i diritti della canzone, trasmessa nel dopoguerra tutti i giorni da Radio Genova, si recarono dal notaio Ottavio Ferrando di Chiavari per farsi redigere un atto notorio. Rossi aveva trascritto su di un foglio la melodia del canto, firmandola con nome, cognome e indirizzo. Così Lanfranco raccontò in seguito il momento la composizione della musica di Dalle belle città:

Il foglio firmato da “Lanfranco” e presentato al notaio

Ecco veniamo adesso all’episodio del canto…Lì l’iniziativa è stata di Casalini e di De Menech: Io mi ricordo loro due che si dedicavano al testo…”Stiamo facendo un inno e tu fai la musica: prova!” È così che son nato…autore, è stato così. E allora…perché il problema era: ma come faccio a ricordare cosa penso? Scrivere, non è che ci fosse abbondanza di cancelleria…Io ricordo una carta tipo quella del gorgonzola…quella bianca, un po’ spessa…E la matita…io non so se c’era la probabilità di fare la punta se si spuntava. Non so, ma le cose più sciocche magari mancavano…Dunque quando han fatto il testo, un paio di strofe mi pare così, allora…e mi ricordo che sono uscito di sentinella ed era una bella giornata di sole… E Allora mi son messo lì, a cercar di tirar delle righe e di segnare, più che altro per ricordarmi il motivo, insomma, poi, frase per frase, strofa per strofa le ho insegnate agli altri, ecco perché dovevano pur impararlo ‘sto canto, no? Come mi è venuto il ritornello, come musica? All’allegria…all’allegria! Ah…può immaginare i ragazzi che lo cantavano! Che allora, se sto lì, sempre in tono minore a dire delle cose meste, insomma…cosa facciamo? Diventiamo più cupi ancora…Invece lì c’è una strofa in minore, tutta la parte iniziale e poi quando sono arrivato lì, insomma, adesso la butto sull’allegro…quando sono arrivato al ritornello, proprio immaginandomi quando i ragazzi lo cantavano…Però, insomma, quel ritornello serviva per stare allegri… (Intervista di Franco Castelli a Cava Manara, 8 ottobre 1998).

Come è nato il canto partigiano Dalle belle città – dialogo sceneggiato da Franco Barella

Prima voce: La stradina sassosa in leggera salita ci portò accanto al muro laterale del cimitero di Voltaggio. Il mio accompagnatore si mosse appena. Senza guardarmi alzò timidamente il braccio verso un punto della parete.
Seconda voce: Ecco è qui che li hanno uccisi.
Prima voce: E scese dietro di me. Non riuscivo a mettere a fuoco le immagini, vedevo tutto grigio e uniforme. Incrociai le braccia sul petto e abbassai la testa chiudendo gli occhi.
Seconda voce: Sai dicono che prima che li fucilassero abbiano gridato «Viva L’Italia, abbasso i Tedeschi» o «i fascisti». C’è chi lo ha visto tuo fratello quando lo portarono prigioniero, malconcio dalle botte, che si alzava e salutava a pugno chiuso e anche che…
Prima voce: Si interruppe rispettando il mio silenzio. Alzai lo sguardo facendolo scivolare lento dall’erba fino al muro. Il piombo dei colpi sparati, che lo avevano sbrecciato in più punti, sembrava fosse appena uscito dai fori. Alcuni segni erano meno profondi, forse perché lasciati dai proiettili passati attraverso le carni dei condannati, straziandole.
Seconda voce: Straziandole.
Prima voce: Ora era chiaro quello che Emilio aveva voluto dire quel giorno, lassù sul casotto di pietra. Emilio, il comandante “Cini”, per me solo mio fratello, stava chino sulle quattro assi del rozzo tavolo intento a scrivere. Provai a leggere quello che stava scrivendo allungando il collo sopra la sua testa. Era una poesia. Emilio, ma sei diventato matto? Ti metti a fare le poesie?
Seconda voce: Non è una poesia, è una canzone.
Prima voce: Lessi sempre più incuriosito.
Seconda voce: Dalle belle città date al nemico, fuggimmo un dì sull’aride montagne…
Prima voce: Bella l’immagine delle città date al nemico, poi quell’aride a queste montagne calza come un guanto di pelle. Non ebbi riposta.

Seconda voce: Cercando libertà tra rupe, cercando libertà per il suol tradito. Lasciammo case, scuola e officine, mutammo in caserma le vecchie cascine…
Prima voce: Ora non avevo più voglia di ridere, ma desiderio di abbracciare teneramente mio fratello. Lui colse il mio turbamento e sorridendo affettuoso lesse il ritornello.
Seconda voce: Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti, ma quella fede che ci accompagna sarà la legge dell’avvenir.
Prima voce: Attese un attimo poi commentò.
Seconda voce: Vedi, non credo basti avere un ideale, combattere e anche morire perché diventi una realtà per tutti. È necessario parlarne, farlo conoscere e diffonderlo, magari cantandolo forte nel vento, perché, se tu scompari, almeno resterà vivo quel canto, anche se sarà soltanto l’ultimo urlo. Sulle strade dal nemico assediate…
Prima voce: Già, è vero, in pratica siamo assediati.
Seconda voce: Lasciammo talvolta le carni straziate…
Prima voce: Emilio, ascolta quello straziate mi pare un po’ forte, un po’ esagerato. Si potrebbe dire: colpite, ferite – che so – trapassate. No, trapassate non va, è anche peggio. Trova un’altra parola, vedi straziate dà l’idea del dilaniare e con cattiveria, feroce anche. Dapprima Emilio cancellò la parola, parve ripensarla, poi la riscrisse e si volse a me, sorrise mesto, assorto, lo sguardo lontano, come se guardasse avanti nel tempo.
Seconda voce: Emilio Casalini, nome di battaglia “Cini”, autore del canto Dalle belle città, venne ucciso alla Benedicta. Questo è l’affettuoso racconto che il fratello ha scritto per noi perché, come gli disse Emilio in quella fredda casupola di pietra tra i monti…« il suo ideale, cantato forte nel vento, resti vivo per sempre.»

NOTA DELL’AUTRICE. Erano ragazzi, questo si capisce dai racconti, e anche nella tragicità degli eventi c’era questo bisogno di cantare in maggiore, di recuperare qualche attimo di allegria anche nei momenti più cupi.
Sono particolarmente legata a questo canto partigiano perché ho una fotografia formato cartolina che mio padre Martino inviò ai suoi genitori a New York il 1 maggio 1945 da Milano, in cui era entrato con le formazioni di Giustizia e Libertà, liberandola. La firma è “I Ribelli della Montagna”.

I disegni allegati e presenti nel libretto edito dall’A.N.P.I. di Novi Ligure e dalla Scuola media Boccardo sono di Franco Barella.

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