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UN FRANCESE NAPOLETANO PRIGIONIERO AL FORTE DI GAVI

“Il 23 luglio 1861, alle dieci di sera, una pattuglia dei carabinieri circonda una casina a picco sul mare, sulla costa di Posillipo. «Mani in alto, don Bonaventura, siete in arresto!». I militari cercano un prete, Bonaventura Cenatiempo, sospettato di aver ordito con cinque complici una congiura filoborbonica ai danni dei piemontesi. Bonaventura viene arrestato, i suoi complici riescono a far perdere le tracce. La casina dei congiurati è conosciuta con il nome di Frisio, dal nome dell’antica dimora dei signori di Frisjo, dove don Benaventura e soci si davano convegno”.

Così inizia il suo articolo su Il Mattino di Napoli Vittorio Del Tufo, dedicato piuttosto a una curiosità su Giosuè Carducci con il titolo “La congiuria di Frisio e il povero Carducci pazzo di gelosia”1. A noi ovviamente non interessa la gelosia di Carducci, ma il fatto riportato è l’inizio ideale per la storia che stiamo per raccontare. Infatti, il processo Cenatiempo che seguì e la sentenza dell’agosto 1862 fu l’occasione per far capire che il nuovo regime sabaudo non tollerava opposizioni di alcun genere alla normalizzazione imposta: don Bonaventura fu condannato a dieci anni di carcere e con lui due ufficiali dell’ormai disciolto esercito borbonico. L’ufficiale, la cui storia a noi interessa, era il conte Emile Théodule de Christen, figlio cadetto di una nobile famiglia alsaziana. Cosa c’entra un francese nobile e altolocato nella casina a picco sul mare di Posillipo? Per capirlo, riteniamo sia necessario però capire, anche se in linee generali, dove, quando, come quello che stiamo per raccontare è avvenuto.

Emile Théodule de Christen

La più nota guerra civile tra Nord e Sud di un paese è senza dubbio la guerra di secessione americana combattuta tra il 1861 e il 1865. Ma quella iniziata poco prima e protrattasi più a lungo (1860-1870) e non meno tragica fu la nostra: iniziata come Impresa dei Mille e protrattasi come guerra al brigantaggio. Ai primi del 1860 la penisola italiana era formata politicamente da tre blocchi territoriali: Regno di Sardegna a nord, Stato Pontificio al centro, Regno delle Due Sicilie a sud. Per tutto il risorgimento fino a gran parte del ‘900 l’impresa garibaldina e unitaria ha assunto toni epici, eroici. La storiografia più attenta e recente racconta con maggiore distacco quella che a tutti gli effetti fu l’usurpazione dello stato sabaudo a danno del Regno delle Due Sicilie, nonostante la parentela tra casa Savoia e i Borboni: “Il mio cugino napoletano” era solito Vittorio Emanuele II definire con sarcasmo Francesco II di Borbone, “Franceschiello” per i sudditi.

Francesco II

I briganti erano certamente anche tali, però alle loro formazioni armate irregolari i borbonici avevano deciso di ricorrere per contrastare l’avanzata da nord dell’esercito sabaudo sotto il comando del generale Cialdini, da sud per contrastare Garibaldi. Sul trono di Napoli sedeva Francesco II. Divenuto inaspettatamente a maggio del 1859, a 23 anni, sovrano per l’improvvisa morte di suo padre Ferdinando; si era da poco sposato con la diciottenne Maria Sofia di Baviera, sorella di Elisabetta (Sissi), la moglie dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Rimase in carica fino all’armistizio con le truppe piemontesi nel febbraio 1861 dopo la resa di Gaeta, dove si era rifugiato tentando un’ultima resistenza e da dove si recò a Roma sotto la protezione del Papa Pio IX. Dopo un mese, il 17 marzo 1861 si ebbe il passaggio del Regno di Sardegna al nuovo Regno d’Italia.

Maria Sofia von Wittelsbach

Francesco II certamente non fu un grande statista, ma non ebbe neppure il tempo di provarci, travolto dalla fulminea conquista del Regno delle Due Sicilie da parte di Garibaldi e dei piemontesi; ma la sua statura morale e la grazia oltre che il coraggio e l’abilità politica della giovanissima consorte Maria Sofia gli attirarono simpatie popolari e militari. Da Gaeta e poi da Roma Francesco II fece appello alla resistenza armata contro un nemico usurpatore. Si formarono bande di avventurieri, briganti, ma anche “legittimisti” giunti da tutta Europa, pronti a difendere la giusta causa del Re spodestato e costretto a rifugiarsi a Roma sotto la protezione del Papa.

Fra questi “cavalieri idealisti” troviamo Emile Theodule de Christen, il protagonista della nostra storia. È lui che si trova in compagnia dell’abate Bonaventura Cenatiempo nella casina Frisio a picco sul mare, sulla costa di Posillipo, al momento dell’irruzione dei carabinieri; si progettava un’insurrezione contro gli usurpatori piemontesi. Emile de Christen fu condannato a dieci anni di galera, da scontare prima nel bagno penale di Nisida, poi nel carcere piemontese di Gavi e infine nella Cittadella di Alessandria. Ecco perché un francese borbonico pontificio della seconda metà dell’800 ci interessa così da vicino!

Il conte Théodule Emile de Christen nasce nel 1835 a Colmar, in Alsazia. Si dedica alla vita militare e a 25 anni è già colonnello dell’esercito francese. Nel 1860 lascia l’esercito e la Francia per rispondere, fervente cattolico e convinto legittimista, alla chiamata del Papa Pio IX rivolta all’aristocrazia europea “per costituire una struttura militare in difesa del potere temporale della Chiesa, ormai in forte stato d’assedio. Di Emile de Christen come persona abbiamo scarse notizie e una sola foto, naturalmente in uniforme. Ci è giunta però una sua descrizione, diciamo, ufficiale, in quanto è conservata nel fondo “Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli.  In una nota, priva di firma perché mutila, scritta su carta intestata “Luogotenenza generale del Re nelle Provincie Napoletane / Gabinetto”, e datata “Roma 20 agosto 1861”, lo scrivente comunica alla Questura di Napoli alcune notizie riguardanti il celebre legittimista alsaziano Emile Théodule de Christen, del quale l’autore della nota fornisce una dettagliata descrizione fisica:

«Di de Christen non v’ha la fotografia presso alcuno dei fotografi. D’altra parte, egli si trasforma spesso. La sua figura naturale però è questa. È di statura mezzana, più tendente al basso che all’alto. Cammina piegando le reni in avanti e spesso colle mani in tasca. È biondo di capelli, di ciglia e di barba. Il viso è regolare, se non che ha i zigomi un po’ sporgenti, l’occhio cenerino, la tinta, naturalmente bianca, delle carni dà un po’ in color rosa sporco, il che pare effetto di bruciatura di sole. Ha i baffi precisamente color di canapa. Chi potesse penetrare nella sua casa troverebbe certe maschere, barbe e parrucche di varii colori, vestiti da prete e da contadino, di tutto ciò era fornitissimo qui in Roma, come pure di armi. Mi ricordo benissimo che il suo padrone di casa avvisò questo Comando francese aver colui due casse, una di pugnali, l’altra di revolver. Ed il G.le Goyon [Charles-Marie-Augustin de Goyon, capo della guarnigione francese di Roma, n.d.r.] impedì alla sua gendarmeria di fargli una perquisizione»2.

Sebbene de Christen fosse accorso a Roma per il Papa, alla prova dei fatti lo troviamo arruolato nel Real Esercito delle Due Sicilie e per Francesco II s’impegnò su più fronti. Negli Abruzzi combatte a fianco dei briganti. Lo troviamo il 28 gennaio 1861 alla guida di una piccola truppa di soldati borbonici alla quale si erano uniti i “selvaroli” di Chiavone, soprannome del “brigante” Luigi Alonzi. Siamo a Bauco, oggi Boville Ernica, in piena Ciociaria, nei pressi di Sora. Di fronte i Granatieri dell’esercito piemontese guidati dal Generale Maurizio De Sonnaz. Scontro durissimo, che costrinse i piemontesi con la propria artiglieria a ritirarsi per evitare ulteriori perdite. Bauco fu la sola vittoria dell’esercito borbonico e di de Christen durante la conquista del sud Italia da parte dei garibaldini e dell’esercito sabaudo.

Il 6 settembre dell’anno precedente Francesco II aveva lasciato Napoli dove il giorno dopo sarebbe arrivato Garibaldi, addirittura in treno. Il sovrano Borbone tenta un’ultima resistenza nella fortezza di Gaeta. Anche qua troviamo de Christen a combattere sugli spalti. Il 13 febbraio 1861 Francesco II decide la capitolazione della fortezza anche per risparmiare ulteriori inutili vittime fra la popolazione civile e i militari. La resa di Gaeta e la fuga del Re con la Regina Maria Sofia verso Roma, accolti e protetti da Pio IX, segna la fine del Regno delle Due Sicilie e la successiva proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861.

la fortezza di Gaeta in un quadro dell’epoca

L’indomito colonnello alsaziano alla caduta del regno napoletano non si rassegna e si mette in contatto con gli ambienti rivoluzionari napoletani che complottavano per realizzare un’insurrezione popolare contro il Regno d’Italia, anche con l’aiuto di “guerriglieri selvaioli-briganti”. Ecco perché lo troviamo presente nella casina Frisio quel 23 luglio 1861 insieme al gruppo che faceva capo all’abate Bonaventura Cenatiempo. Arrestato e imprigionato, finisce nel carcere di Santa Maria Apparente. Prima di essere processato Emile de Christen rimane in carcere quasi un anno. È in tale incerta e frustrante condizione che in lui nasce l’idea di documentare i suoi tristi giorni di prigioniero in un diario, che rimane una testimonianza della giustizia riservata ai “ribelli” napoletani dopo l’unità d’Italia. Il “Journal de ma captivité suivi du récit d’une campagne dans les Abruzzes” (“Giornale della mia prigionia seguita dal racconto di una campagna negli Abruzzi”), pubblicato a Parigi nel 1866, ebbe un grande successo in tutta Europa, a parte ovviamente nel Regno d’Italia dove fu censurato; parve la risposta a Le mie prigioni di Silvio Pellico che narrava l’esperienza di detenzione sua e dell’amico Maroncelli nelle carceri asburgiche dopo l’arresto nell’ambito dei moti rivoluzionari del 1820.

Nella introduzione Emile de Christen chiarisce il perché del suo scrivere:

«Come soldato condussi alla pugna e qualche volta alla vittoria dei bravi contadini degli Abruzzi; come prigioniero passai lunghe ore nelle segrete. Ciò che mi fu dato di operare, ciò che mi è stato giocoforza soffrire, non era mio compito di ripetere, ma alcuni miei amici hanno domandato queste confidenze, e per corrispondere alle loro preghiere le feci di pubblica ragione».

Il 18 luglio 1862 inizia il processo, che suscita grande interesse nell’opinione pubblica: vi assistono numerosi giornalisti della stampa italiana ed estera e tra questi Alessandro Dumas e Marc Monnier. 

Per la difesa ci sono i migliori avvocati di Napoli, a dimostrazione che l’opinione pubblica non era affatto schierata con la nuova amministrazione sabauda. Ne è conferma quanto scrive de Christen nel suo diario il 15 gennaio 1862:

«Fummo condotti sulla strada di Pozzuoli, a piedi, tutti e tre legati. Il maresciallo d’alloggio ci consentì di prendere una vettura a nostre spese, e ci fe’ accompagnare da gendarmi a Cavallo. Nel mentre attraversavamo il villaggio di Fuor-di-Grotta, la popolazione si fece sul nostro passaggio e ci dimostrò francamente la più viva simpatia. La scorta ebbe il rinforzo di due gendarmi nell’uscire dal villaggio; vedette a cavallo perlustravano la via a brevi distanze, ma ciò non impediva ai contadini di correrci incontro e salutarci».

Nonostante i tenaci e puntuali interventi degli avvocati, le procedure furono imbarazzanti. Un esempio della correttezza procedurale usata è riportato nel diario di de Christen: durante l’istruttoria, un testimone oculare, chiamato a identificarlo, sbagliò indicando il suo vicino di sedia; l’errore fu corretto dal magistrato in persona, che indicò al testimone colui che doveva essere accusato. La condanna, emessa il 7 agosto 1862 fu “esemplare”: il processo all’abate Cenatiempo e suoi adepti divenne l’occasione per dare un avvertimento a tutti quelli che pensavano di contrastare il nuovo regime sabaudo. Emile Theodule de Christen fu condannato a dieci anni di galera, da scontare dapprima nel bagno penale di Nisida, poi nel carcere piemontese di Gavi.

Journal de ma captivité

«10 febbraio 1863. Sulle nove arrivammo a Novi: nel discendere dalla vettura fummo legati insieme e posti nelle prigioni della città (…) – giunge l’ora del trasferimento al Forte di Gavi – Accompagnati dal comandante d’alloggio e da quattro gendarmi stavamo, era l’un’ora pomeridiana, per montare l’omnibus tolto a fitto, quando un sotto-tenente della gendarmeria di Novi accorse, e rivolgendosi al sotto-ufficiale che ne scortava gli chiese chi noi fossimo; ed essendogli stato risposto, che noi eravamo prigionieri politici, il sotto-tenente ordinò di incatenarci fortemente. E di fatto fummo di nuovo avvinti alla lunga catena, e introdotti nella vettura con due gendarmi, mentre due altri avevamo preso posto nel davanti tenendo in mezzo Bishop, che aveva ambe le mani legate».

Un viaggio, anche se relativamente breve a confronto di quello per nave tra Napoli e Genova, poi in treno da Genova a Novi, ma certamente scomodo. «A Gavi discendemmo alla caserma dei carabinieri, e poscia fummo condotti, a piedi e sempre incatenati, alla casa di relegazione posta sulla cima di alta collina». Da via della Circonvallazione, dove a Gavi era la vecchia Caserma dei Carabinieri, alla mulattiera a poche decine di metri e quindi su per l’aspro e ripido sentiero, “sempre incatenati”.

«Entrammo venimmo presentati al Direttore, il quale ci disse avrebbe fatto quanto stava in poter suo per rendere il soggiorno di Gavi un poco sopportabile, ma che non essendogli pervenute istruzioni particolari, faceva mestieri che avessimo subìto la severità dei regolamenti, passando cioè quindici giorni in segreta col solo nutrimento della porzione di pane e di minestra distribuita ai prigionieri, senz’altro letto che il paglione del regolamento».

Erano partiti da Novi in omnibus dopo “un’ora pomeridiana”, quindi i prigionieri, dopo la fermata nella caserma dei carabinieri di Gavi, si presume che giungessero al Forte verso le cinque pomeridiane e, essendo inverno, sicuramente era quasi buio. Il Direttore appare spiazzato: non ha istruzioni specifiche, davanti a sé non ha delinquenti comuni, ma dei soldati dichiarati “prigionieri politici”, una voce non contemplata nel registro del Forte, per cui non può che applicare il regolamento comune: quindici giorni di isolamento in quelle segrete sotterranee scavate nella roccia che ancora oggi sono visibili dalle grate a livello della terra nel cortile della Cittadella.

la mulattiera che conduce al forte

«Ne si condusse separatamente in celle che torna assai difficile descrivere, avvegnaché fossero sia di giorno come di notte immerse in profonde tenebre, potendo una cattiva lucerna lumeggiarne appena le tristi pareti. La mia cella inoltre, siccome quella che confinava con tre condotti di cisterna, era corrosa di umidità». Cosa fare in una situazione, a dir poco, insopportabile? «All’intendimento di conservare qualche po’ di calore – eravamo al 10 di febbraio e nella montagna – mi affrettai a coricarmi e ad invilupparmi”. E il giorno dopo all’alba: “Gli 11 di febbraio col sorgere del dì mi si fece alzare acciocché mi uniformassi, diceasi, al regolamento: bisognava obbedire, e mi convenne accoccolarmi in un angolo tutto tremante pel freddo». Conosciamo bene il freddo che congela la pelle a Gavi agli inizi di febbraio, appena dopo i “giorni della merla”; quindi non occorre molta fantasia per intendere il patimento nel fisico, ancor prima che nel morale di Emile de Christen e compagni.

«Il giovedì 12 febbraio, il direttore, certo Ferrante napolitano, si portò nella mia segreta per chiedere se avessi a implorare qualche cosa, manifestando di più il suo dispiacere sincero per essere costretto a trattarci di cotal guisa; aggiunse che in considerazione della minaccia di perdere il posto, non gli era dato di scostarsi dal regolamento, e che del resto d’ora in ora aspettava istruzioni da Torino, ove aveva scritto per averne».

Ferrante, Direttore del Forte-penitenziario è, guarda caso, napoletano e certamente, anche se non in sintonia, si sente vicino a questi prigionieri “particolari”; ma proprio perché napoletano, quindi di quel Regno cancellato da poco dai Savoia di Torino, teme di essere accusato di favoritismo e di rischiare il posto. Quindi non rimane che applicare il regolamento. De Christen si mostra ancora più nobile e di ben altro livello: «Lo ringraziai della sua buona volontà, e dichiarai rendermi benissimo capace della sua posizione».

gli interni del forte prima dei restauri

Sta arrivando un nuovo gesto disumanizzante che ci porta nella memoria gesti uguali nei lager tedeschi dell’epoca nazista e fascista: «Poco dopo la di lui partenza, il custode s’introdusse nella mia cella e fecemi cucire sovra il braccio sinistro il numero d’ordine che quindi innanzi sostituiva il mio nome. Datando da questo dì, io mi chiamo – Numero 150 – e in virtù di codesto numero vengo dopo a 149 assassini e ladri. Tortora segna il numero 151, Caracciolo il 152, De Luca il 153 e Bishop il 154. Di più è vietato di desegnarci diversamente; e le nostre famiglie, alle quali si diceva esserci permesso di scrivere due volte il mese, dovevano indirizzare le lettere agli anzidetti numeri, redigendo a mo’ di esempio il mio indirizzo nella guisa che segue: Al numero 150 presso la casa di relegazione a Gavi».

Il Direttore, chissà dopo quanti pensamenti e accidenti per la complicata situazione capitata proprio a lui, alla fine si decide a prendere una posizione più conforme alla realtà che gli sta davanti, indipendentemente dal regolamento:

«Nel giorno appresso, oggi 13 febbraio, il Direttore del carcere entrò a mezzodì nella mia segreta annunziando essere egli determinato di accorciare i quindici giorni di isolamento, e di permetterci in seguito la vita comune: aggiunse che d’ora innanzi avremmo potuto mangiare ciò che ne andava a grado, e che ne sarebbe stato consentito un materasso».

La data “oggi 13 febbraio” ci indica che de Christen scrive mentre vive quel momento così doloroso della sua esperienza carceraria e rimanga fortemente deciso a continuare, a non dimenticare:

«Durante il tempo da noi scorso in segreta, divorati dalla noia, né potendo scrivere per mancanza d’inchiostro e di penna, avea tentato proseguire il mio giornale traendo profitto dalla fuliggine che attaccavasi al cappuccio della mia lucerna, mentre uno stecchetto della mia granata mi teneva le veci di penna».  

Finalmente, dopo 20 giorni di sofferenze e umiliazioni nel Forte di Gavi, dove per regolamento lui e i suoi compagni sono costretti vivere la prigionia fianco a fianco con assassini e ladri comuni, arriva la svolta: «Domenica 1 marzo. Fummo condotti nelle otto e mezzo ad assistere alla messa. Alle due il Direttore ci annunziò che l’ispettore generale del ministro dell’interno, il sig. Peri, era giunto a Gavi con la missione di condurre nella cittadella di Alessandria Bishop, de Luca e me. (…) Poscia facemmo in tutta fretta i bauli, e ci ponemmo in cammino”. Giunti al fondo della mulattiera, sono condotti fuori dalla Porta Genova, l’attuale piazza Roma, per salire su una carrozza. “Giunti al villaggio di Gavi trovammo la popolazione affollata attorno la carrozza destinataci. Quella buona gente ci si schierò d’intorno al nostro avvicinarsi e ci accolse con cenni non dubbi di simpatia, e quasi dicea di rispetto. Salimmo in vettura accompagnati da tre gendarmi e procedemmo alla volta della stazione di Serravalle».

La gente di Gavi, allora come anche ora, sa rispettare l’onore e il valore anche di chi appare un vinto, quando ne comprende l’onestà e la coerenza di scelte anche diverse, perdenti. De Christen è un militare tutto d’un pezzo, che all’onore, alla dignità e all’onestà delle proprie scelte sacrifica impunità, salute, sicurezza, onorificenze. Ma non è un folle invasato fatto di freddo acciaio. Nelle sue pagine si leggono momenti di attenzione, commozione, gratitudine certamente difficili in chi vive situazioni ingiuste, come la vita che ha scelto gli ha poi riservato. L’attenzione alla gente di Fuor-di-Grotta a Napoli, come a quella di Gavi che lo saluta «con cenni non dubbi di simpatia, e quasi dicea di rispetto», indica una sensibilità interiore che le azioni feroci e sanguinose di lotta non hanno scalfito.

«In Alessandria fummo ricevuti dal Direttore dello Stabilimento penitenziario, il cavaliere Locatelli e da un maggiore di gendarmeria, i quali misero a nostra disposizione un legno coperto perché fossimo condotti alla cittadella (…) Insomma, io, nonché i miei compagni, dopo una prigionia di diciannove mesi, siamo stati trattati per la prima volta come detenuti politici».

Un sospiro di sollievo trapela dalle parole di de Christen, non tanto però per il miglior trattamento riservato, quanto invece per il riconoscimento della propria dignità di soldato anche se perdente.

la cittadella di Alessandria

Per sua fortuna de Christen fu scarcerato dopo due anni di detenzione dalla Cittadella di Alessandria, ultima sua prigione, grazie a pressioni internazionali. Il 1 novembre 1863 infatti il re Vittorio Emanuele II emanò un decreto d’amnistia e il conte Emile Théodule de Christen torna finalmente libero. Da Genova s’imbarca per Marsiglia e raggiunge Parigi dove pubblica nel 1866 il suo diario del carcere, Journal de ma captivité, che diventa subito un bestseller. Però, da vero cavaliere antico, il conte alsaziano intende rimanere fedele ai suoi ideali  e continua a combattere la sua “buona” battaglia. Dopo brevissimo tempo dalla sua liberazione, infatti, torna a Roma con l’intenzione di riprendere i contatti con gli esuli napoletani  e vi rimane per difendere il Papa con il suo battaglione di volontari stranieri, prima contro Garibaldi a Mentana nel 1867, poi nello stato maggiore delle truppe pontificie per combattere le truppe piemontesi nel 1870. Pio IX però rinuncia all’inutile sanguinoso scontro con le truppe piemontesi, che entrano vittoriose in Roma da Porta Pia. De Christen viene espulso e, ammalatosi gravemente, muore a Roma poco dopo a soli trentacinque anni.

Una vita incredibile, intensamente vissuta seguendo i propri ideali, quella del conte Emile de Christen. Una vita breve, avventurosa, combattuta senza mai piegarsi, indietreggiare, sia sui campi di battaglia, come nelle più infide prigioni del nuovo Regno d’Italia. Gli mancò l’onore di cadere sul campo, ma il conte de Christen, gaviese per un mese, resta per noi un indimenticabile eroe d’altri tempi.

Fonti

Silvio Vitale, I Congiurati di Frisio, ed. Il Cerchio, 1995

Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, “S.M.Francesco II, Re delle Due Sicilie”   

Fondazione Il Giglio, Eroi Emile de Christen un cavaliere al servizio di Francesco II

Wikipedia – Emile Theodule-de-Christen

Centro Documentazione e Studi Cassinati, Fernando Riccardi, La battaglia di Bauco: l’ultima           vittoria dei “briganti” borbonici,  2009

Emile Théodule de Christen, Journal de ma captivité: suivi du récit d’une campagne dans les           Abruzzes, Josserand, 1866. Giornale della mia prigionia seguita dal racconto di una          campagna negli Abruzzi, 1866

Editoriale Il Giglio, Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane, 1997

Libertà e Persona, Rino Cammilleri, Il papista borbonico, 2011

  1. Vitorio Del Tufo, “La congiuria di Frisio e il povero Carducci pazzo di gelosia”, Il Mattino, 20 settembre 2020 ↩︎
  2. Comitati delle Due Sicilie, Lorenzo Terzi, Un identikit di Emile Théodule de Christen nelle carte della Questura, 2025 ↩︎

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