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La giornata è ancora lunga

Provate ad immaginare di salire, invisibili, per i boschi sotto Montegià1 in una giornata di novembre del dodicesimo secolo, con la temperatura intorno allo zero: improvvisamente vedete un piccolo uomo raggomitolato dietro un albero che con il suo arco e poche frecce attende una preda. Sarà alto un metro e cinquanta, magro, sporco, vestito di stracci, emana un odore nauseabondo, la faccia e le mani coperte di croste nere, i capelli che spuntano da un rozzo copricapo in tela sono unti e disordinati. Riesce a rimanere in quella posizione, immobile, per più di un’ora, finché una lepre passa guardinga. Dista da lui forse dieci metri e vi sembra che ormai non abbia scampo. L’uomo tende l’arco lentamente e fa scoccare la freccia ma sarà il freddo, la posizione scomoda, l’arco rudimentale, la lepre che si muove e il bersaglio viene mancato. Adesso si alza, si stira e riuscite a vederlo meglio: ha i lineamenti di un uomo maturo, sdentato, ma gli occhi sono giovani. Se poteste chiedergli l’età non la saprebbe, forse riuscirebbe a farvi capire che è figlio del tale e nipote del tal altro, per lui la giornata è scandita dalla luce solare e adesso deve avviarsi verso il castello.

Montagià: l’attuale Monte Reale

Man mano il bosco si dirada e vi accorgete che Montegià è spoglio perché gli alberi sono stati tagliati per garantire una maggiore visibilità e difesa. Le pecore e le capre, pochi maiali, sono all’esterno di un primo, abbozzato, muro a secco da cui sporgono dei pali inclinati verso l’esterno. L’uomo entra in un varco ed incontra bambini cenciosi e qualche adulto sciancato, poi si fa riconoscere e gli viene aperta una porta che gli permette di attraversare le mura. L’interno è occupato da una torre in pietra posta al centro e intorno vi sono delle capanne con il tetto in paglia, non più di una decina, una per ogni famiglia. L’odore si fa più fitto ed è misto a quello del fumo che esce da un buco sul tetto, gli escrementi sono intorno alle capanne stesse e fetidi rigagnoli scendono verso il recinto. Oltre alle galline vi sono uno o due cavalli sotto una tettoia e pochi asini liberi, vi sembra di sentire anche il muggito di vacche dietro a una palizzata secondaria. Alcune donne passano frettolose e non riuscite a capire se sono giovani o vecchie, risultano ancora più mingherline degli uomini e non hanno nulla di attraente. La lingua che parlano è incomprensibile e non riuscite a distinguere se è un latino maccheronico o un dialetto che avanza verso un arcaico italiano.

Sugli spalti due guardie con mantello e spadone, alla porta della torre altri uomini come il vostro, che adesso chiameremo Franchinus, appena tornati anche loro da caccia: chi ha un uccello, addirittura vi sembra un corvo, chi un piccolo cinghiale, alcuni sono a mani vuote, altri hanno radici, nespole o bacche. Quello che sembra un capo, tra l’altro i suoi vestiti hanno una parvenza di colore e un po’ meno buchi, si fa dare una parte delle prede e del raccolto ed entra nella torre senza salutare o ringraziare. Franchinus aspetta che gli altri dividano il rimanente bottino ed è costretto a raccogliere gli scarti e un animale che sembra un topo poi si dirige verso la sua capanna da cui esce il vagito di un neonato. Per entrare si abbassa e appena dentro vi è poca luce ma riuscite a distinguere un vecchio che respira affannosamente steso su luridi stracci. Una donna accudisce il fuoco e una rozza pentola quasi informe contiene dell’acqua che bolle. Forse con lo sguardo, forse con dei grugniti si intendono e alla fine gettano nella pentola dei vegetali, pezzi di un grasso nauseabondo e una specie di frumento molto piccolo. Un otre coperto da una pelle di capra contiene la riserva d’acqua ed intorno vi è il resto della famiglia. La cena viene fatta sparire velocemente e poco dopo si sente il corno che annuncia il coprifuoco. La famiglia si raggomitola in un angolo dopo aver soffocato le ultime braci e nel freddo intenso della notte si addormenta.

All’alba Franchinus e altri due uomini scendono verso valle con la speranza di trovare qualche animale nelle trappole lasciate vicino al torrente. Camminano nella poca neve con gli stracci ai piedi e dopo un’ora arrivano alla ghiaia. Guardinghi si fermano a scrutare e, con il cuore in gola, vedono dall’altra parte alcune figure che avanzano, forse anche loro sono a caccia. Con circospezione i due gruppi si riconoscono e cominciano a dialogare attraverso il letto del fiume. Dicono che nella valle verso Grondona una chiesa è stata bruciata ed ucciso il sacerdote con un suo aiutante. Il loro capo li ha mandati in ispezione e pregano di avvertire tutti che probabilmente ci sono cattivi uomini in cerca di bottino. Immediatamente Franchinus e gli altri tornano sui loro passi e decidono di dividersi per poter passare dal castelletto di Agrofolieto2 e da quello sulla Costa al fine di consigliare ai presidi la massima sorveglianza. Franchinus invece prosegue direttamente per Montegià e nell’avanzare affannosamente gli vengono in mente altre situazioni simili quando la sua comunità e quelle vicine hanno sùbito la scorreria di gruppi armati che assaltavano i piccoli centri uccidendo tutti gli abitanti, razziando scorte e animali.

Agrifolieto: l’attuale Griffoglieto (Isola del Cantone)

Tebaldus, il signorotto che comanda a Montegià, è inflessibile sulle scorte custodite nelle caneve del castello: concede solo un pugno di cereali al giorno a persona, ma lo fa per non dover correre il rischio di veder morire di fame i suoi sudditi come successe anni fa a quelli del castello di Monte Bano3. Franchinus è tra quelli che sopportano di più le sue angherie perché è cosciente che senza di lui la sicurezza non esisterebbe, che la sua famiglia sarebbe alla mercé di qualunque bandito, che scomparso lui arriverebbe qualcuno forse ancor più violento ed esoso.

Se lo ricorda in quell’occasione in cui spinse tutta la comunità a combattere contro gli uomini venuti dal mare che avevano la pelle scura e le sciabole ricurve. Per Franchinus e molti altri l’unica soluzione sarebbe stata la fuga, ma Tebaldus aveva voluto affrontare il nemico cogliendolo di sorpresa tra i boschi di quella che i vecchi chiamavano ancora Insula ed era un insieme di rovine tra due fiumi. Con il suo coraggio era corso per primo nella mischia, urlando come un disperato, tagliando teste e infilzando nemici. Franchinus era rimasto immobile in attesa dell’ordine d’attacco con una paura terribile addosso, lo stomaco che si chiudeva e gli intestini che si liquefacevano. Non era scappato perché sapeva che lo avrebbero ucciso i suoi stessi compagni che d’altronde tremavano pure loro di paura come foglie alla tramontana. La mischia, una volta iniziata, toglieva ogni preoccupazione anche se lui era consapevole di non essere un gran combattente: qualunque avversario diretto lo avrebbe sopraffatto. L’unica speranza era quella di non dare nell’occhio ai nemici e colpire quelli stanchi o feriti tenendosi nella scia dei più robusti e coraggiosi. Fu comunque una questione di poco tempo e adesso ricorda solo le urla ma soprattutto quelle dei feriti al ventre che lasciavano strisce di sangue e sterco sul terreno emanando odore da macello. Tebaldus continuò a menare colpi anche quando i predoni furono battuti e ci vollero più uomini per trattenerlo e calmarlo, era in preda a una specie di follia che terrorizzava i suoi stessi compagni, però con la sua audacia aveva salvato il villaggio e conquistato il rispetto dei signorotti vicini.

l’attuale castello di Montessoro

Adesso però occorre avvertirlo delle cattive notizie al più presto e, nonostante i dolori al petto, Franchinus accelera l’andatura. Giunto al castello, si fa riconoscere e subito va alla torre dove Tebaldus sta discutendo con altri e vedendolo in quello stato s’interrompe e l’ascolta. Immediatamente comincia ad emanare ordini e una luce d’orgoglio gli illumina gli occhi, uno dei suoi fidi accende un fuoco per fare segnali, anche se la visibilità è minima, un altro manda i ragazzi a chiamare tutti gli uomini validi che sono fuori dal castello, qualche donna si mette sugli spalti ad osservare insieme ai soldati, altre iniziano a preparare le armi ai mariti o a mettere in posizione strategica i contenitori d’acqua contro gli incendi. Quando il sole è alto il castello è pienamente organizzato alla difesa, tutti sono rientrati, alcuni bambini e vecchi vengono radunati nella torre. Il castello può contare su una cintura costituita appunto da Agrofolieto, Costa e altri avamposti, in parte torri oppure recinti di grossi massi o semplicemente punti emergenti nel paesaggio che servono a sorvegliare le strade di accesso o transito per pretendere il pedaggio e, come in questo caso, per vedere i movimenti di nemici e poi correre al castello in caso di pericolo. Intorno al fortilizio principale sulla cima di Montegià c’è il primo recinto in pietre e bastoni appuntiti ed infine, ultima ratio, le mura. L’ansia persiste quando non si sa chi è il nemico, quanti sono, come sono armati: fino ad una cinquantina di uomini si può presumere che intendano razziare le comunità più deboli e continuare nel loro cammino; invece, se sono un centinaio o più occorre l’aiuto dei vicini per poterli sconfiggere. Per questo Tebaldus ha mandato due ragazzi veloci a Monte Cagnus4, per sapere se anche quelli di Monte Bano, di Montalto o di Caranza5 sono disponibili ad unire le forze in caso di necessità. Nel frattempo, l’unica soluzione è rimanere riparati nel maniero e preparare tutto per un eventuale assedio. Se per Franchinus l’attesa è snervante, tanto che gli toglie la fame perenne, per Tebaldus è un’occasione per dimostrare forza e coraggio: con i suoi sgherri si raccontano duelli, battaglie, razzie e rapine, sfoderano gli spadoni e urlano, bevono quel poco vino acidulo che rimane e si fanno preparare focacce di miglio con carne essiccata. Sembra quasi che desiderino lo scontro per poter catturare cavalli, servi, armi e quanto altro è possibile e l’idea di soccombere non sembra passargli per la testa. Franchinus ha delle protezioni in cuoio alle spalle e agli avambracci sapendo benissimo che un fendente lo renderebbe monco nei migliori dei casi: il suo terrore però sono le frecce che possono arrivare silenziose indirizzate alle parti molli del corpo. Una regola non ufficiale prevede che ai colpiti alla pancia, amici o nemici, finita la battaglia venga dato il colpo di grazia, cosa che può arrivare anche dopo parecchie ore di terribile sofferenza.

Monte Cagnus: l’attuale Montecanne (Isola del Cantone)

Con tutti questi pensieri riesce a malapena a capire che qualcuno è giunto al castello dicendo che a valle sono stati visti degli uomini dirigersi verso Genua in tutta fretta ed erano sprovvisti di bestie e carichi. La tensione raggiunge il massimo quando dalla torre di Costa giungono urla e sembra di scorgere del fumo. A stento Tebaldus trattiene alcuni dei suoi che vorrebbero correre in soccorso ed è costretto a piattonarli con lo spadone, anche lui è dilaniato dall’istinto di uscire e attaccare. Il nervosismo si trasmette ai cavalli, alle pecore e capre, ai cani che iniziano a ululare mentre donne e bambini piangono e, insieme al sacerdote, pregano e invocano i Santi. Inizia a nevicare e cala una specie di nebbia che rende tutto lattiginoso, ormai il castello è invaso da un parossismo contagioso, lo stesso Tebaldus comincia a dare segni di insofferenza e molti credono di scorgere ombre furtive al limitare dei boschi. Forse Costa e Agrofolieto sono stati aggirati o sono caduti, forse gli uomini perversi hanno ormai circondato il castello e aspettano il momento propizio per attaccare.

Tebaldus manda altri uomini al primo recinto a dare il cambio a chi è ormai è sfinito dalla tensione e dal freddo, raccomandando al suo più fidato consigliere di lasciar avvicinare gli assalitori per risparmiare frecce e giavellotti ma, in caso di scavalcamento del recinto, di rifugiarsi immediatamente nel castello senza affrontare il nemico corpo a corpo. Tutti iniziano convincersi che il nemico non è un signorotto che reclama più territorio o nuove tasse, non è gente che parla la stessa loro lingua, non sono soldati che risparmiano le donne e i bambini accontentandosi di prendere ostaggi per legare a sé la popolazione del castello. Se fosse così avrebbero già mandato un emissario a parlamentare e prima di attaccare si sarebbero esibiti in una specie di parata per manifestare la loro forza. Con gente simile le battaglie e gli assedi sono competizioni cruente ma non crudeli e allo stesso assalitore non conviene distruggere la fortezza e sterminarne gli abitanti. Con gruppi sconosciuti e di passaggio la tattica di attacco è simile a quella del branco di lupi a cui conviene di non lasciare superstiti alle spalle.

Quando la neve cessa di cadere e la temperatura si irrigidisce maggiormente, le urla di chi è al primo recinto si fanno più acute e tutti si pongono sul chi vive con Tebaldus che dall’alto della torre fissa immobile. Una figura si avvicina al recinto, si vede che è stanca e cammina a fatica così che alcuni uomini si precipitano fuori a dargli un aiuto e appena dentro si accascia. Viene portato dal capo che ordina sia suonato il corno a raccolta e tutti trepidando si fanno intorno alla torre. Il discorso di Tebaldus è breve: sembra che non ci sia un gran pericolo; i due ragazzi inviati per notizie sono tornati ed hanno informato che quelli di Grondona, dopo aver catturato i razziatori della loro chiesa, una decina di banditi, li hanno subito ammazzati. Solo pochi sono riusciti a fuggire e probabilmente sono quelli passati vicini alla torre della Costa, bisogna tenere ancora gli occhi aperti, il pericolo di bande numerose non esiste.

Franchinus a quel punto si dirige verso la zona sacra dove statue in legno appena sbozzate rappresentano Dio, la Madonna ed alcuni Santi, i quali gli ricordano gli idoli che suo nonno adorava di nascosto. Adesso sente la stanchezza e la fame, ma una specie di euforia lo prende così che anche lui inizia una specie di ballo sfrenato. Sa già che per alcune notti si sveglierà bagnato di sudore con negli occhi scene di violenza su sua moglie e i figli, si vedrà incatenato e portato in terre lontane, trattato come un cane, venduto e infine, sfinito dal lavoro o da una malattia, ucciso dal suo stesso padrone. Occorreranno giorni perché possa ritrovare un po’ di serenità e subito dopo riprenderà l’angoscia per il cibo: riuscirà a procurare qualcosa? Non verrà il momento che Tebaldus, su istigazione di altri lo scaccerà dal castello perché inetto e di peso? Devono ancora passare i giorni più bui dell’anno e solo quando il sacerdote festeggerà la Pasqua sacrificando un agnello, la vita assumerà un aspetto più positivo con notti meno fredde e la speranza che il prossimo raccolto sia sufficiente per tutti.

La giornata è ancora lunga.

  1. Attuale Monte Reale ↩︎
  2. Griffoglieto (Isola del Cantone, GE) ↩︎
  3. Toponimo oggi sostituito da Castellaccio di Montessoro ↩︎
  4. Montecanne (Isola del Cantone, GE) ↩︎
  5. Montalto fu castello sopra a Rigoroso di Arquata Scrivia (AL) e Caranza è oggi Mongiardino Ligure (AL) ↩︎

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