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La parigina della Centuriona: Mirette Tanska

   “Cosa ci faccio qui? Io, Maria Giuseppina baronessa Tanska? Io, Mirette, Mirette marchesa Cambiaso, in questo buco di castello, tra puzze di vacche e pecore?”.
   “Cosa dici, mamma? È la tua casa.  E poi affacciati alla finestra. Laggiù, quel paese dai tetti rossi, Gavi, coi suoi campanili e le sue case protette da quella fortezza immensa!”.
   “Sì, Stefania; un carcere anche quella, come questo arrugginito castello, della “nobile” famiglia Cambiaso; ammuffita fra i carrugi di Genova, nei suoi paludamenti medievali che puzzano di vecchio, di passato, di morte. Puah!”.
   “Mamma, è la Centuriona! Il più bel castello dei dintorni. Una bella casa, in un posto pieno di colori, naturali, splendenti alla luce del sole, affascinanti sul far della sera, romantici al chiaro di luna!”.
   “Romantici… Romantica sei tu, ragazza in fiore! Io, ho conosciuto i veri colori del romanticismo, della Belle Époque, di Parigi. Io, ti ho insegnato a dipingere, come ho imparato da Santo e prima ancora affascinata dai colori e dalle figure sensuali di Falero. Là, a Parigi, la mia città, il mio mondo, la mia luce… spenta in questo buco fatto di puzze e solo di lavoro, interessi, soldi…”.
   “Mamma, è il lavoro di papà. Tuo marito, mio padre Luigi, potrebbe stare tra la nobiltà di Genova, tra le feste dei Cambiaso, dei Lomellini, dei Doria, degli Spinola… Siamo imparentati con la migliore aristocrazia di Genova… “.
   “E finiti in un cesso, come questo!”.
   “Ma come parli, mamma! Papà s’è buttato a capofitto in un’impresa nuova, che se funziona, porterà ricchezza alla famiglia!”.
   “Sì, infatti alla puzza delle vacche s’è aggiunta quella dell’uva marcia, che fermenta per riempire le cantine di un vino bianco, che puzza anche lui. E lo chiamano Cortese! Ammorba le narici, arroventa il palato, distrugge lo stomaco… Cortese, uno schifo imbevibile e invendibile!”.
   “Non essere sempre negativa, mamma! Dai tempo e penso che papà abbia fatto una scelta giusta. Ma noi che facciamo?”.
   “Stefania, ho pensato una cosa già da tempo ed è ora di realizzarla”.
   “Cosa hai inventato stavolta, mamma? Mi fai preoccupare”.
   “Una cosa grossa, ma devo farla. Ne sono convinta, ne sono sicura. Lascio papà!”.
   “Che fai? Mamma!”.
   “Lascio papà e questo cesso di castello!”.
   “Mamma, ma cosa dici? Dove andrai? E che farai?”.
   “Via, via da qui. Ho comprato una casa qui vicino, a Basaluzzo; pochi chilometri, ma sufficienti a sentirmi libera. Libera, finalmente! Tu ed Elena, tua sorella, verrete con me, sempre che vogliate seguirmi”.
   “È una pazzia, mamma, una pazzia. Ma come faccio a lasciarti sola? Ne parlo con Elena, ma vengo con te. Sono la tua petite, la tua piccolina”.
   “Pequeňita, mi diceva Falero, quando posavo nel suo atelier di Parigi! Altri tempi, ora voglio solo la mia libertà, LIBERTE’!”.

Mirette ritratta da Ricardo Falero

Stefania, l’ultima dei tre figli di Mirette e Luigi Cambiaso, nata nel 1887 è poco più che adolescente; quindi, il dialogo stretto tra madre e figlia avviene attorno all’anno 1900. Nel 1902 infatti morirà il marchese Luigi Cambiaso, a soli 59 anni.

Maria Giuseppina, Mirette, Tanska nasce nel 1860 a Parigi da un nobile barone di origine polacca. È l’anno della grande trasformazione di Parigi per opera del Barone Haussmann che rivoluzionò l’assetto urbano della città dandole l’aspetto di oggi, con i grandi boulevard che convergono sull’Étoile. Quando Mirette si affaccia all’adolescenza a Parigi esplode la Belle Époque, l’epoca di grande fermento artistico e culturale: musica, teatro, i cabaret e i caffè-concerto, centri di ritrovo per artisti e intellettuali. Mirette vive quel mondo, le piace il bello, l’arte, frequenta gli ateliers di giovani artisti, fra questi l’affascinante nobile spagnolo Luis Ricardo Falero, noto soprattutto per i suoi dipinti di nudo femminile, che le dipinge un ritratto a mezzo busto da lei conservato gelosamente.

La incuriosisce, in uno dei salotti frequentati, un giovane italiano, certo più grande di lei, ma affascinante col suo fare discreto, quasi timido, che la osserva tentando di non essere notato. Dopo una breve frequentazione decide, sposandolo, di seguirlo in Italia. Mirette ha 18 anni, il marchese Luigi Cambiaso ne ha 35. Un colpo di fulmine? Certamente Mirette è innamorata, lascia tutto, Parigi, gli ateliers, la Belle Époque, il suo mondo di luci e colori e si ritrova a Genova, o meglio, alla Centuriona di Gavi. La famiglia Cambiaso, grande nobiltà genovese divisa in molte ramificazioni, con l’avvento del secolo XIX andò via via alienando l’immenso patrimonio genovese e dell’Oltregiogo. Il marchese Luigi II Cambiaso, proprio l’anno prima del suo incontro a Parigi con Mirette Tanska, si era accordato con il fratello Gio. Maria per una divisione parziaria dei beni di famiglia. Mentre Gio. Maria, primogenito, aveva preso i beni (palazzi e terreni) posseduti in Genova, Luigi aveva ereditato i terreni posti nei Comuni di Gavi, Voltaggio e Parodi, con la tenuta e il palazzo della Centuriona. È in questo cinquecentesco castello alle porte di Gavi che si ritrova Mirette, incinta della prima figlia, Elena, che nascerà l’anno successivo, il 1879.

La Centuriona

Alla Centuriona la precedente generazione di proprietari Cambiaso, i fratelli Nicolò, Santo, Luigi I e Michele, aveva eletto loro procuratori e rappresentanti Francesco ed Emanuele Pittaluga, padre e figlio; costoro presero dimora alla Centuriona e amministrarono i beni dei Cambiaso. Furono loro che diedero una svolta significativa e determinante alla coltivazione dell’uva Cortese. Sotto la loro attenta e lungimirante cura nel 1856 prendono avvio i primi impianti specializzati a monovitigno, di grandi dimensioni e con logica produttiva sistematica. Il monovitigno non era, allora, la norma ma quasi una scommessa, se non un azzardo. Un “avvio” che porterà dopo oltre un secolo alla produzione e al grande successo del Gavi docg. Il marchese Luigi II Cambiaso, divenuto proprietario e trasferitosi alla Centuriona, continua questo impegno che comincia a dare i primi faticosi frutti: è l’”impresa nuova di papà” di cui parla Stefania con la madre, tentando di difendere l’impegno del padre e convincere mamma Mirette a rimanere alla Centuriona.

Un affresco di Mirette alla Centuriona

   “Mamma, in quel quadro che c’è alla parete di sala sei molto bella”.
   “Avevo 19 anni, Stefania, e tua sorella Elena ne aveva appena uno”.
   “Chi è Santo Bertelli, come c’è scritto dietro, il pittore?”.
   “Sante, certo il pittore. Fu tuo padre a insistere perché Sante dipingesse il mio ritratto. Voleva essere un regalo per la nascita di tua sorella, Elena”.
   “È bello, anche se tu sei più bella dal vivo. Però era bravo quel pittore”.
   “Hai ragione, Sante era proprio bravo, a dipingere e a conversare”.
   “Perché lo chiami Sante, mamma? Dietro c’è scritto Santo”.
   “Gli piaceva farsi chiamare così; era anche molto bello, oltre che di modi garbati”.
   “Mamma, non mi dire che…”.
   “Piantala Stefania, non ho voglia di parlarne; è passato tanto tempo!”.
   “Sì, però anche tu sei una brava pittrice. Ti ha insegnato lui, Sante?”.
   “Ricardo, Ricardo Falero a Parigi e i pittori degli atelier mi hanno introdotto nel mondo dell’arte, la Belle Époque… che mondo era quello…”.
   “Sì, ma è qui che hai cominciato a dipingere”.
   “A Parigi, avevo più o meno la tua età; ero molto giovane anche se ammirata”.
   “Sei molto bella ancora adesso, mamma”.
   “Sante mi ha aiutato a esprimermi con le figure, mi ha insegnato la tecnica, l’uso dei colori… Anche se però ho sempre voluto disegnare a modo mio e quello che mi pareva. Sante non era d’accordo, ma…”.
   “Ti è rimasto nel cuore quel Sante, eh mamma?”.
   “Non ne voglio parlare. Diamoci da fare a preparare quello che ci servirà nella nuova casa di Basaluzzo”.

Mirette ritratta da Santo Bertelli

Il ritrovamento di questo dipinto, essendo firmato e datato, assume i connotati di un documento. Esso consente, infatti, di stabilire la cronologia degli eventi che caratterizzarono la vita della marchesa Tanska. Il quadro, opera del pittore Santo Bertelli, conferma che l’autore del dipinto e la marchesa si frequentarono, avvalorando quanto riportato dalle cronache dell’epoca circa una loro presunta relazione. In effetti non era chiaro come i due si fossero conosciuti. Ora si può ragionevolmente supporre che fu proprio il marito, il marchese Luigi Cambiaso, commissionando questo quadro, ad aprire le porte del Palazzo della Centuriona all’affascinante e già famoso ritrattista. Probabimente galeotto fu il quadro…1 La lezione di Sante e il fascino per l’arte portarono Mirette a produrre molte pitture, disordinate, difficili da interpretare, con tecniche diverse, molte con scritture prevalentemente in francese, accuse alla marginalità costretta dalla famiglia Cambiaso (La Liberté est ma seule politique, … la persécution qu’il m’inflige). Pitture conservate e visibili ancora oggi nel suo “atelier” nella torre della Centuriona e nella Cascina la Rocca a Basaluzzo.

La cascina “la Rocca”

 Il temperamento estroverso di Tanska, il suo amore per la pittura e le frequentazioni che questa passione comportava, determinarono profonde divergenze con il mondo borghese e conservatore nel quale viveva Luigi Cambiaso. Mirette, quando ormai i figli erano adolescenti, scelse la libertà, abbandonò il marito per trasferirsi nella vicina Basaluzzo. Dopo la morte del marito (1902) Mirette Tanska radicò la sua presenza a Basaluzzo, acquistando anche una piccola tenuta detta La Rocca, nella quale si ritirò a vivere con le due figlie Elena e Stefania… (in una conversazione con un giornalista che la intervistava) Mirette confessò candidamente che la famiglia del marito, da lei abbandonato per seguire i propri ideali artistici, non aveva accettato con “signorilità” quella decisione2. E questo Mirette pagherà a caro prezzo.

Santo, il secondogenito di Mirette e Luigi – no, non c’entra il nome con Sante Bertelli; Santo era il nome del nonno, il padre di Luigi Cambiaso, e era abitudine assegnarlo al nipote – alla morte del padre aveva ereditato La Centuriona, ma invece di seguire le orme paterne di buon amministratore, sperperò il grande patrimonio fra Inghilterra e Stati Uniti, fino al punto di indebitare anche la madre e addirittura ipotecare La Centuriona incaricando la madre di curarne nel 1910 la vendita, che fu rilevata dal ricco medico Giulio Camagna, di Capriata d’Orba, titolare dei debiti contratti da Santo.

L’operazione condotta da Tanska, seppure su mandato del figlio, non piacque molto ai Cambiaso, non solo per quello che la tenuta rappresentava per la famiglia, ma anche per il sospetto che questa transazione potesse tornare, in qualche modo, a benficio della vedova di Luigi3. Le finanze di Tanska erano esigue. Alla sua morte, avvenuta alla Centuriona il 12 marzo 1902, il marchese Luigi Cambiaso elesse come erede universale il figlio Santo, lasciando una “legittima” di settantamila lire a ciascuna delle due figlie.

Un affresco di Mirette alla cascina “La Rocca”

Della moglie Mirette Tanska si ricordò solo per notare che quando lei se ne andò dalla Centuriona si era portata via alcuni gioielli, come specificò nel suo testamento: “Lascio a mio figlio Santo i due braccialetti d’oro con i 14 diamanti tolti dalla scatola di tabacco che Napoleone I regalò ad un mio antenato, braccialetti che mia moglie si portò via quando abbandonò il tetto coniugale, rilasciandomene però dopo ricevuta”4. Offeso per la fuga della moglie, ma preciso nei documenti. Chissà dov’è finita quella tabacchiera che Napoleone Bonaparte regalò a Michelangelo Cambiaso quando questi era primo Maire della città di Genova5 si chiede Armando Di Raimondo nella sua preziosa e documentata ricerca sulla marchesa Mirette Tanska Cambiaso.

In tale situazione di mancanza di proventi certi, i prestiti al figlio Santo mai restituiti e la vita dispendiosa tuttavia condotta, Mirette ben presto si trovò in evidente difficoltà tanto da essere costretta a vendere nel 1912 anche la casa e la tenuta La Rocca di Basaluzzo. Con la casa anche la restante famiglia di Mirette si disperse: Santo all’estero tentando di sopravvivere, Elena, la primogenita, cercò e fu accolta a Genova dalla famiglia Cambiaso, Stefania venticinquenne rimase attaccata alla madre che pensò di trovare rifugio momentaneo e sicurezza a Parigi presso i parenti del padre. Combattiva e ribelle s’impose di attaccare la famiglia Cambiaso che tanto l’aveva e tuttora l’osteggiava. Convinta da avvocati parigini, tornò in Italia e fece causa ai Cambiaso perché le fosse riconosciuta la parte di eredità che, secondo lei, le spettava. Anche per evitare altri scandali, le fu concesso un modesto vitalizio.

Sembrava la fine di una vita sognata a Parigi negli splendori della Belle Époque nascente, combattuta a Gavi nel castello La Centuriona, rivitalizzata nel mito della libertà riconquistata nella tenuta La Rocca di Basaluzzo, e ora costretta alla sopravvivenza in una modesta casa sulle alture di Righi a Genova. Ma il peggio doveva ancora venire!

Passo alla Porta delle Chiappe è la classica crêuza genovese, quel viottolo ripido che si arrampica sulle colline sopra il centro cittadino e il porto; ha al centro un lastricato di mattoni rossi con ai fianchi ciottoli di torrente. Dicono che il nome derivi dalla lingua celtica, gli antichi Liguri, e significa “buon sangue”, come i mattoni rossi fanno ricordare. Buon sangue non correva certamente nella piccola abitazione di Mirette e Stefania, costrette a sopravvivere tra poco più che l’indigenza e la rabbia che le spingeva a continuare l’impari lotta legale con la famiglia Cambiaso. Troppo “libere”, in particolare la madre, per essere “perdonate” dai parenti, inevitabilmente avversi poiché appartenenti ad una classe sociale conservatrice e sulla via del tramonto. Anche se non ci sono le prove, esiste tuttavia il dubbio che i “nobili” discendenti di Luigi Cambiaso si adoperarono per ostacolare economicamente le due e respingerle ai margini della società6.

Un furgone bianco arranca su per le Mura di Sant’Erasmo, imbocca Mura delle Chiappe fino al bivio di Passo alla Porta delle Chiappe, scende con attenzione per lo stretto vicolo e si ferma davanti ad una casa su due piani dall’aspetto decisamente modesto.
   “Mamma, bussano. Chi sarà?”.
   “Apri, speriamo il postino porti buone nuove!”.
   “Maria Giuseppina Tanska, vedova Cambiaso, detta Mirette e Stefania Cambiaso fu Luigi, detta Cinca?”.
 Un graduato in uniforme da poliziotto, con dietro altri due in divisa, declama solenne leggendo da un foglio che tiene sollevato davanti al viso severo.
   “Mamma!”.
   “Tranquilla Stefania. Sì, certo; che volete?”.
   “Gentili signore, ho qui un’ordinanza, emessa dal Questore di Genova”.
   “Di che si tratta, colonnello?”.
   “Maresciallo, signora; sono solo un maresciallo di Polizia e debbo ubbidire agli ordini trasmessimi, anche se so di recare disturbo”.
   “È molto gentile, maresciallo, inusuale per un poliziotto. Mi dica in che possiamo servirla”.
   “Oggi, 29 maggio 1918 – così c’è scritto, signora – per le signore Maria Giuseppina Tanska, vedova Cambiaso, detta Mirette e Stefania Cambiaso fu Luigi, detta Cinca è stabilito il trasferimento coatto nell’Ospedale Psichiatrico di Genova Quarto”.
   “Cosa? Mi scusi, ma credo di non capire. Ci sarà una spiegazione, vero maresciallo?”.
   “Purtroppo no, gentile signora. Io ho solo l’ordine di condurvi all’Ospedale, come da ordinanza”.
   “Non è possibile”
Mirette iniziava ad agitarsi, Stefania da un lato stava piangendo
   “Esigo una spiegazione!”.
   “Signora, non sia scortese; noi dobbiamo solo eseguire un ordine. Ogni spiegazione vi verrà data dal Procuratore del Re”.
   “Non ci credo, non ci credo! Non è possibile, fino a questo punto. Maledetti Cambiaso!”.
   “Signora, contegno. Non ci faccia resistenza. Obbediamo soltanto, noi”.
   “Va bene, maresciallo. Proprio perché voi non c’entrate niente e non sapete nulla. Almeno lasciateci prendere il necessario, per due signore. Stefania, prepara un borsone con alcuni vestiti e il beauty case!”.
  “No, signora. Solo gli effetti personali. È scritto nell’ordinanza”.
Il furgone bianco, a marcia indietro e preceduto dai due poliziotti, torna su fino al bivio con Mura delle Chiappe; una manovra brusca che fa sobbalzare nel retro dell’auto le due donne, due uomini vestiti di bianco e il maresciallo, e via giù per le Mura delle Chiappe direzione Quarto.

Quarto dei Mille! La località genovese è nell’immaginario di chi ricorda il Risorgimento Italiano il molo da cui Garibaldi e i suoi Mille si imbarcarono nella notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 per la conquista del Regno delle Due Sicilie e la successiva Unità d’Italia. Il Manicomio di Quarto, costruito nel 1894, ha molto meno gloria da raccontare. Un’inchiesta promossa in quegli anni (primi del Novecento) sulle condizioni del manicomio di Quarto registrò una condizione a dir poco desolante7.

Il manicomio di Genova Quarto

   “Dove siamo, mamma?”.
   “Tranquilla, Stefania. Vedrai che presto tutto si sistemerà”.
   “Ho paura, mamma, tanta paura. Hai visto che gente c’è qua dentro?”.
   “Dobbiamo avere pazienza. I nostri avvocati ci aiuteranno. Questa, è povera gente; forse finita qua come noi: per togliere la voce a chi dà fastidio, a chi non accetta i soprusi e vuole solamente un’autentica propria LIBERTA’. Vive la Liberté! Non dimenticarlo mai”.

Il triste e sconvolgente ambiente del manicomio di Quarto, le labili speranze e profonde delusioni, sicuramente non giovarono alla salute mentale delle due poverette8. Stefania soprattutto, poco più che trentenne, mal sopportava la chiusura, non solo fisica, ma soprattutto emozionale di quel tetro ambiente. Tuttavia, la posizione della madre in opposizione alla famiglia Cambiaso era anche la sua, come traspare chiaramente da un suo breve memoriale conservato tra le carte del Manicomio di Quarto:

“Se la nostra vera famiglia venisse a trovarci ci rifiutiamo di riceverli; il pensiero più doloroso è di rivedere quei nostri parenti quando questo paese ci restituisce pazze e ridicole. Vogliamo uscire di qua” 9.

   “Scusate signore, c’è una visita per voi”.
   “Chi sarà, mamma? Forse l’avvocato a portarci buone notizie”.
   “Non farti illusioni, Stefania. Facciamola entrare, si vedrà”.
Un corsetto stretto spingeva in alto un seno prosperoso, a stento trattenuto dai bottoni argento di un vestito viola che si gonfiava sul sedere e giungeva fino ai piedi. Guanti neri al gomito non impedivano di mostrare preziosi anelli. Una specie di turbante nero con grande fiocco giallo conteneva a stento una copiosa capigliatura tra il grigio e il marrone.
   “Buongiorno, signore. Sono la marchesa Spinola di S.Cristoforo. Il Direttore mi ha detto che due nobili Cambiaso, sono ricoverate qua, e ho pensato di conoscervi”.
   “Sono Mirette Tanska marchesa Cambiaso della Centuriona di Gavi, lei è mia figlia Stefania Cambiaso. Come mai da noi?”.
   “Oh, nulla marchesa. Sono qua per il mio solito giro di visita ai poveri degenti di questo ospedale, e…”.
   “Noi non siamo degenti! E soprattutto non siamo matte come la vostra ignobile famiglia vuole far credere e ridurci a tali. E non abbiamo alcun bisogno di visite caritatevoli fatte da gente come voi nel tentativo di rendere immacolata la vostra sporca coscienza! Buongiorno”

La marchesa Spinola di S.Cristoforo, con gli occhi dilatati per la sorpresa, la bocca a culo di gallina, gira i tacchi e il sedere rialzato dalla gonna stile ancora Belle Epoque e esce impettita dalla stanza com’avesse l’inferno a gran dispitto.
   “Brava, mamma! Antipatica, presuntuosa… marchesa Cambiaso!”.
   “Non perdiamo tempo, Stefania. Torniamo alle nostre pitture”.

Costrette in un ambiente ostile e angosciante, private della libertà e senza alcuna speranza per il futuro10 le due donne sono al limite di un crollo psicologico ed emotivo. In questo clima, già al limite delle sue forze, anche Mirette Tanska scrisse un biglietto al Direttore del Manicomio di Quarto. Poche righe, senza data, da cui trapelano tutta la disperazione e la confusione dialettica in un linguaggio infantile, dolorosamente sottomesso:

“Signor Direttore, sue mani, mi scusi l’emozione e la fretta. Libere saremo così modeste e spaventate di perdere nuovamente la libertà che credo non daremo luogo a rimprovero di sorte. Credo sia utile questa libertà perché moralmente noi soffriamo essere chiuse ma non uscire per una novella prigione. Umilmente mi raccomando a sua bontà per la libertà. M. Cambiaso” 11.

Libertà! Certo in una situazione del genere, vera prigionia, la libertà è il sogno naturale desiderato, ma per Mirette Tanska LIBERTA’ è il leitmotiv dell’intera sua vita, soprattutto quella vissuta nell’ambiente chiuso e ristretto dei Cambiaso. Il Direttore non si commosse e non diede seguito alla richiesta di libertà delle due donne, l’influenza dei nobili Cambiaso evidentemente era ancora forte.

Mirette Tamska Cambiaso rimase chiusa nel Manicomio di Quarto sino alla sua morte, avvenuta all’età di 75 anni il 3 febbraio 1935. Un lungo calvario durato 17 anni, in cui si alternarono speranze e delusioni, che dall’eccentrica creatività la portò, quasi certamente, alla vera follia12. Della figlia Stefania non si hanno documenti nell’archivio dell’Ospedale; quasi certamente riuscì a uscire con l’aiuto dei Cambiaso. Risulta, infatti, che Stefania, negli anni che seguirono, svolgesse la sua attività artistica a Genova. (…) Nel Museo d’Arte Moderna di Genova Nervi sono oggi conservati diversi quadri firmati da Stefania Cambiaso, detta Cinca. Della madre Mirette rimangono solo alcuni disegni nella Torre della Centuriona e i lavori conservati nella Cascina “La Rocca” di Basaluzzo, tenuta che lei aveva voluto ribattezzare, durante i 10 anni che vi era vissuta, con il nome del fiore che più amava: “La Rosa”13.

“Tout ce que tu achètes est à vendre, seule l’oeuvre de ton imagination a quelque valeur” 14 Una delle tante frasi scritte da Mirette nelle pareti delle sue due dimore, La Centuriona di Gavi e La Rocca di Basaluzzo; mostrano nel loro significato, talvolta sibillino; il carattere e la volontà di indipendenza di Mirette Tanska marchesa Cambiaso. I Cambiaso del ramo della Centuriona si estinsero malamente: della primogenita Elena non si hanno notizie successive alla sua uscita dalla Cascina di Basaluzzo, dove risiedeva con Stefania e Mirette. Santo, il secondogenito istituito dal padre Luigi erede universale, dilapidò rapidamente il patrimonio di famiglia e vendette la Centuriona per far fronte ai debiti accumulati. Morì nel 1947. Anche la tomba di Staglieno dei Cambiaso è in disfacimento, l’ultimo sepolto è Santo il dilapidatore della Centuriona e di tutti i beni di Cambiaso marchese Luigi II. Per Mirette non c’era posto, ma lei non avrebbe mai voluto. Anche morta, alto risuona il suo grido: LIBERTE’!

Fonte: Il testo è una libera ricostruzione e un ricordo di quanto prodotto dall’indimenticabile amico Armando Di Raimondo nel testo richiamato alla nota 1 e nell’altro “La Centuriona – Un’inedita storia fra Genova e Gavi”, Erga edizioni, 2004. Dal libro di Di Raimondo sono tratte anche le illustrazioni che riportiamo nel testo.

  1. Armando Di Raimondo, Mirette Tanska Cambiaso – una donna della Belle Époque fra Arte e Follia, Erga edizioni, 2010, pagg. 16-17 ↩︎
  2. ibidem pagg. 20-21 ↩︎
  3. ibidem pag. 27 ↩︎
  4. ibidem pag. 20 ↩︎
  5. ibidem pag. 21 ↩︎
  6. ibidem pag. 41 ↩︎
  7. ibidem pag. 48 ↩︎
  8. ibidem pag. 49 ↩︎
  9. ibidem pag. 49 ↩︎
  10. ibidem pag. 49 ↩︎
  11. ibidem pag. 49-50 ↩︎
  12. ibidem pag. 50 ↩︎
  13. ibidem pag. 50 ↩︎
  14. ibidem pag. 55 ↩︎

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