“I ragazzi della via Gramsci”

(di Bisio Lorenzo)

C’e’ un grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ragazzi…… cominciava così una famosissima canzone di Gianni Morandi.

Per me ragazzino il grande prato verde erano i campi che si estendevano ai lati di casa mia, sita in via Gramsci nr 13, poi diventata via Brodolini.

Volgendo lo sguardo al paese, a destra, dopo villa Mingotti e il collegamento con via Divano, si estendevano prati incolti fino a piazza Paolo Bosio.

Sul lato sinistro, invece, dopo il salitone con pendenza da Mortirolo verso il rione Borgonuovo e l’abitazione delle famiglie Rolandini (il costruttore edile) e Ricci (con la mitica signora Elba, titolare del negozio di abbigliamento che insieme a quello dei coniugi Punta – Celotto era considerato il top per i vip di Serravalle), si estendeva un campo lunghissimo e ripidissimo che, costeggiando villa Paraclito (abitata dalla famiglia Inga), terminava a ridosso di Viale Martiri della Benedicta.

Gli abitanti di quel gruppetto di case, due piccoli condomini più la villa del famoso ciclista Osvaldo Bailo e quella dei Molinero (i figli del padrone del ristorante, cinema, sala da ballo Ambra), con un po’ di spocchia e supponenza chiamavano quel luogo “i Parioli”, perché pur essendo a un passo dal centro e dalla stazione, era un’oasi tranquilla immersa nel verde.

La fantasia a noi “bardoti” anni 70, senza una lira in tasca, non mancava di sicuro, per cui, per giocare e divertirci, pensammo bene di sfruttare quegli spazi isolati dal traffico, per costruirci un rudimentale centro sportivo “fai da te”.

Sulla strada in asfalto, visto che passavano pochissime macchine nell’arco della giornata, si praticavano molteplici discipline sportive .

Si svolgevano gare di atletica, tracciando le corsie con pezzi di mattone, sfruttando anche il curvone che scendeva verso il marmista Camera (il papà di Ciuci) per i 200 metri piani.

Si giocava a tennis, con una approssimativa rete costituita da una corda agganciata ai buchi sui muretti ai lati della strada, a cui erano attaccate strisce di plastica verticali ricavate tagliuzzando le borse dell’unico supermercato allora esistente in paese, il Vege’ del “Rosso”.

Naturalmente la corda veniva sganciata quando passava qualche autovettura.

Ma soprattutto si giocava a calci !

Fin dal primo pomeriggio, appena dopo pranzo, si radunava tutti i giorni, una piccola folla di ragazzetti. Si giocava ai 10, cinque contro cinque, chi perdeva andava fuori e subentravano le altre squadre formatesi nel frattempo.

C’era il nucleo storico di quella che sarebbe poi diventata nell’adolescenza la mitica compagnia del Mini Bar, ma anche vere e proprie star “foreste”. Luciano Traverso, il “Codillero”, che giocava con sandali aperti in punta e suola in sughero, ma tirava certe “puncerlate”! E il portiere Cuccato della “Campea” che per volare da un sasso all’ altro (quelli erano i pali) sistemava dei cartoni da imballaggio sulla linea di porta. Era meglio di Albertosi e Pizzaballa, e quando gli facevano goal iniziava a inveire balbettando verso i difensori. Da tutto il paese arrivavano talenti in erba a sfidarsi in singolar tenzone, perfino Mauro Motto, poi giocatore di Arquatese e Novese, che veniva a piedi dalla Libarna.

Certo non mancavano infortuni e “sgarbellature” varie su tutto il corpo, specie se ti trovavi davanti Pino Parmella “Hulshoff”, soprannome derivatogli dai basettoni e dalla rudezza granitica del mitico stopper dell’Ajax e della nazionale olandese di Cruijff ! Pensammo allora di costruire un campetto da calcio nel terreno sotto il livello della strada.

C’era purtroppo un albero al centro, ma questo ostacolo naturale affinava e migliorava il fondamentale del dribbling. Rubando dal magazzino del geometra Rolandini, allocato negli scantinati di casa mia, dei pali, costruimmo, a suon di martellate sui chiodi e sulle dita delle mani, le porte da calcio. Ed essendo megalomani, con dei ferri nervati tondi per cemento armato, opportunamente curvati, anche le panchine, con tanto di seduta e copertura in cartone sapientemente sagomato.

Il nostro Dream Team era composto da “Unzemiri”, (dal soprannome dello zio), Roberto Mantero in porta, Angelo Rolandini “Zico” che, a dispetto di cotanto vezzeggiativo, faceva il difensore centrale, “Bomber” Fabrizio Bovone che sgroppava sulla fascia dove non c’era l’albero (tirava certe cartelle di sinistro che nemmeno Gigi Riva), io centravanti statico alla Hrurbesh (solo per l’altezza), Angelo Vigo “Gillo” e Pasqualino Vecchi “Belinci” che si alternavano nel corso della partita come registi di metà campo. Avevano anche uno sparuto gruppetto di tifose: la Cristina Bisio, la Claudia Corana, la Maria Vittoria Piuzzi, le cugine Cristiana Molinero e Michela Roncati.

Epiche le sfide contro la squadra dei gemelli Galardini, formata da “Pillo” Enrico Pallavicini in porta, i 2 Galardini “i binelli”, il “Mosca” Lorenzo Moscardini e “Monky” Giuliano Moncalvo. Ogni tanto il pallone finiva oltre il muretto che segnava il confine con la proprietà della signora Olga Allegri, titolare di una ditta di materiali edilizi (la zia del “Budda”). Immediatamente arrivava il suo factotum, il “Dugiu”, che sequestrava la palla e la bucava in tempo reale davanti ai nostri occhi. Ma noi dopo averlo schernito col coro “Dugiu fenugiu”, ne andavamo a comprare subito un’altra nel magazzino di giocattoli del Santino e della Rosalba, poco distante e con un ingresso sul retro proprio da via Gramsci.

L’albero al centro del campo non era solo un ostacolo da dribblare, ma divenne anche il sostegno a cui appendere il tabellone da basket, da noi costruito artigianalmente come le porte da calcio. Il canestro era rigorosamente a 3,05 metri e il ferro era talmente rigido che quando lo colpivi la palla schizzava direttamente fuori dal campo. Mancava la retina e questo generava discussioni infinite, da parte dei soliti “rusini” (litigiosi) per stabilire se la palla era entrata o no, specie quando si tirava dalla lunga distanza.

Il centro sportivo di via Gramsci aveva un fitto calendario di attività ma……durante l’inverno ? Occorreva studiare qualcosa !

E allora nel campo in discesa, adiacente la Villa Paraclito, sfruttandone la ripidità, non appena scese la prima neve (allora si che si poteva parlare dei proverbiali “3 metri di neve”), allestimmo le piste da sci. Una per i bob, in plastica rossa con freni neri, tutti “made in Santino e Rosalba” e 2 per gli sci, una da discesa con salti e gobbe (sotto la neve mettemmo dei mattoni) e una per lo slalom, in cui i pali snodabili di adesso erano costituiti da rami d’albero più o meno diritti, rimodellati con un “pugargnein” (rudimentale arma da taglio dell’epoca). Certo una volta arrivati in fondo era dura risalire fino sopra, specie se ripetuto decine di volte in un pomeriggio.

E allora Alberto Piacentino, figlio del signor Angelo, della celebre torrefazione di caffè, che già frequentava, essendo più anziano di noi, ma soprattutto più benestante, le piste da sci di Cervinia, Bardonecchia e Courmayeur, ebbe un’ idea geniale. Utilizzando un vecchio motore di una lavatrice dismessa, dono di Angelo Rava, allora panettiere col fratello Italo, in seguito titolare della prima gastronomia aperta a Serravalle, brevetto’ e realizzo’ un rudimentale impianto di risalita, uno skilift “id nuiotri”.

Ora al posto di questi impianti sportivi sciistici ci sono dei palazzi e la centrale dell’ENEL mentre nel buco dove sorgeva il campetto da calcio, sotto il livello della strada, sorge un piccolo condominio residenziale. Ma ogni volta che faccio una capatina a Serravalle, e passo in macchina davanti alla mia abitazione natia, mi si illumina lo sguardo, penso a tanti compagni di quei giorni felici (qualcuno purtroppo e’ già volato in cielo) e mi viene da canticchiare “la’ dove c’era l’ erba ora c’e’ …….”

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia !

Chi vuol esser lieto, sia.

di doman non c’è certezza !

(Condominio di via Gramsci 13)