Clase id feru

(di Lorenzo Bisio)

Quelli belli come noi
che non cambieranno mai,
con il fegato a Pinot,
l’attesa di Godot
e il cuore di Pierrot

(Quelli belli come noi)

Parto da questo ritornello di una famosa canzone di Roberto Vecchioni del 1991, testo di Francesco Nuti, perché a distanza di oltre 50 anni, i compagni delle elementari, quella classe 1960 mens only, li ricordo perfettamente uno per uno, come se fosse ieri.

Ci siamo sparpagliati per l’Italia, qualcuno per il mondo, perché le vicende della vita portano le persone là dove vuole il cuore o il lavoro,  ma un filo diretto continua a legarci indissolubilmente, e quando ci  vediamo e ritroviamo con i  superstiti, che vivono tuttora a Serravalle Scrivia  o in provincia di Alessandria, dopo qualche bicchiere di buon vino piemontese, le lingue si sciolgono e gli aneddoti ritornano alla mente in maniera nitida e circostanziata.

Posso snocciolare a memoria, senza paura di sbagliare,  la formazione titolare di quell’ indimenticabile  campionato scolastico 1966/1967, come e meglio di Nicolò Carosio,  quando annunciava  quella dell’ Italia di Edmondo “Mondino” Fabbri ai Mondiali in Inghilterra, ahimè tristemente  famosi per la debacle contro la Corea del Nord del nostro giustiziere, il dentista  Pak-Doo-Ik.

Una “clase id feru”  sia nel senso che eravamo molto uniti, sia nel senso che  parecchi “ernu id feru” a livello di apprendimento, preferendo trascorrere i pomeriggio a bighellonare in paese anzichè sui libri di scuola.

Eravamo tutti maschi, perché allora le classi miste ancora non esistevano, tutti in braghe corte e calzettoni al ginocchio, tutti con grembiule nero, colletto bianco  e fiocco blu elettrico, rigorosamente fatto a mano.  

Allenatore di quella sgangherata banda di ragazzini con tanta voglia “id fò casein” e “poca què de studiò” era il maestro Leonardo Giunciuglio, di Sampierdarena, che tutte le mattine, facendo una levataccia, arrivava da Genova col treno, perfettamente consapevole di cosa lo aspettasse  nel corso della mattinata.

Forse per questo aveva accettato dal preside l’incarico di fiduciario (allora si chiamava semplicemente così, oggi ci si riempie la bocca con l’ espressione “fiduciario di plesso scolastico”)  

Non ho mai capito in cosa consistesse e cosa dovesse fare, ma mi ricordo perfettamente che si assentava delle belle mezzore, per la nostra gioia e per la regolarità del  suo bioritmo cardiaco (occhio non vede cuore non duole).   

Un maestro d’altri tempi, un precettore direi io, perché non lasciava per strada nessuno, anche quelli più in difficoltà e con  problematiche situazioni familiari alle spalle, una persona speciale che credeva in quella missione e non aspettava lo stipendio il 27.

E veniamo alla presentazione ufficiale, partendo dalla  prima fila  a sinistra :

Anno scolastico 1966/1967

Lorenzo Bisio, cioè il sottoscritto, Giuliano Moncalvo, Ezio Pavese, Mario Grosso, Alessandro Pizzorno, Vittorio Venturato, Enrico Massone, Ezio Ponassi, Franco Morello, Lorenzo Di Meo.

A seguire, in prima fila, sempre da sinistra:

Antonio Pavoli, Angelo Rolandini, Fabrizio Tacchino, Roberto Tevini, Roberto Giani (quello che non stava mai fermo, e infatti si copre il volto con la mano anche  durante la fotografia ufficiale), Walter Daffunchio, Lorenzo Moscardini,  Fabio Albano, Mario Firpo, Giampaolo Gatti.

Due particolari di cronaca.

Il primo : come le squadre di calcio di quegli anni anche noi avevamo uno straniero, per l’esattezza un oriundo,  Alessandro Pizzorno, venezuelano, che ci abbandonò già in seconda,  perché raggiunse la famiglia a Maracaibo, dove il padre era ingegnere in una industria petrolifera).

Il secondo : sempre parafrasando l’ambito calcistico manca nella foto colui che ogni anno ingaggiavamo a gettone (mai espressione è più azzeccata) per rinforzare la squadra, il grande Cesarino Sbitter che si univa a noi in occasione della fiera di San Martino, essendo figlio di giostrai e che ci passava gratis, sottraendoli in famiglia, i gettoni per gli autoscontri.

Eravamo una classe veramente indisciplinata, e ogni qualvolta il maestro era chiamato in presidenza,   al piano superiore, per stò benedetto incarico di fiduciario, davamo inizio alle più svariate attività ludico-sportive:  dagli incontri di  calcio con il cancellino, alla cavallina (in dialetto serravallese “tira che vena”) alle partite a figurine, che comprendevano quattro  specialità: a chi la tirava più lontano,  a chi la buttava giù,  ad andarci sotto, ad andarci sopra.

 

 Il maestro, dopo la sua canonica mezzoretta in presidenza, faceva finta di non accorgersi di nulla, anche se i grembiuli sporchi di gesso e “le agasse” completamente penzolanti  erano la testimonianza   inequivocabile del macello che avevamo combinato.

A proposito di presidenza; finchè, come San Tommaso,  non lo constatammo in prima persona, per tutti lo spauracchio era essere convocati dal preside, per i tanto temuti provvedimenti disciplinari.

A quei tempi una nota  sul quaderno (tecnicamente reprimenda, dal latino “reprimenda culpa”), anziché produrre un esposto alla Magistratura da parte dei genitori incazzati, aveva come effetto che quando arrivavi a casa, “erno lurdouni e sciapasè ‘n te è cu” senza  se e senza ma.

Ma ben presto verificammo  “de visu”  quanto fosse vero il proverbio “can che abbaia non morde”.

Il Preside Umberto Sovico, un uomo dalla cultura e dalla  bontà d’animo direttamente proporzionali allo spessore delle lenti dei suoi occhiali, partiva deciso e, con fare austero e voce altisonante, elencava al malcapitato di turno le possibili  nefaste conseguenze del suo comportamento.

Poi i toni si facevano via via più concilianti  e rassicuranti e alla fine te la cavavi con un buffetto sulla testa e un rassicurante “ per questa volta finisce qui, ma mi raccomando non lo faccia più!”.

Andare da lui aveva poi un piacevole effetto collaterale; la sua segretaria, mi sembra si chiamasse Bono di cognome, era una vamp stile Hollywood, alta, con lunghi capelli biondi a boccoli, trucco ammaliante, tacco 12 e certi abitini strizzati che valorizzavano i suoi pettorali e il suo lato B.

Le tempeste ormonali  erano ancora lontane da venire, ma era comunque un bel vedere per noi semplici ragazzi di paese.

Dalla seconda elementare, dopo un’accurata visita oculistica  dalla dottoressa Lupori, a Novi Ligure, iniziai ad indossare un orripilate paio di occhiali in osso per l’inizio di una miopia “giovanile”.

Sti cazzi ! 

Altro che giovanile, da allora la miopia non mi ha più abbandonato, anzi è stato un crescendo rossiniano di diottrie perse.

A quei tempi, a differenza di oggi,  in cui una bella montatura di occhiali da un tono da intellettuale e fa acchiappare  con le ragazze, portare gli occhiali significava diventare lo zimbello di tutta la classe.

Si andava dalla  più comune delle prese in giro  “quattr’occhi e due stanghette” a veri e propri soprusi, perseguibili penalmente, come la estromissione dalle partite a calcio col cancellino, perché si sarebbero potuti rompere.

Nell’ambito delle varie attività didattiche, io che già allora ero secchione, al pari dei due  Ezio, Ponassi e Pavese, eccellevo nella gara delle tabelline (evento alquanto atipico, perchè poi, nel corso della mia carriera scolastica,   avrei di gran lunga avuto più successo in italiano).

Alle attività tradizionali il maestro affiancava progetti alternativi e stimolanti, su tutti mi ricordo la costruzione del metro cubo in legno, in dimensioni naturali, 1 metro su tutti i lati.

Un’opera paragonabile alla cattedrale del  Gaudì, la Sagrada Familia a Barcellona, perchè sembrava non avere mai fine.

Ma grazie al suo decisivo intervento e  a quintali di colla vinilica (il mitico Vinavil nel contenitore di plastica bianca col tappo rosso), l’opera venne  finalmente completata e collocata in bella mostra a fianco della  sua cattedra.

Peccato che durante una partita a calcio col cancellino, un tackle un po’ troppo robusto fece franare entrambi i contendenti direttamente sul metro cubo,  che si afflosciò a terra.

Ma il maestro,  rientrato in classe, una volta accertata la dinamica dei fatti, decise di non comminare  nessuna punizione; ci obbligò solamente a ricostruirlo nella sua versione integrale.     

Nel corso degli anni perdemmo qualche pezzo per strada; allora si bocciava anche alle elementari, perché la scuola era quella con la Esse maiuscola, non come adesso che si arriva alla laurea magistrale senza sapere le tabelline e conoscere il corretto utilizzo del congiuntivo.

Ma ad ogni perdita subentrava, per alzare il tasso tecnico della classe, un rimpiazzo di valore,  ripetente dell’anno precedente.

L’acquisto più  eclatante dell’intero quinquennio  fu Cosimo Rizzo, per tutti “Mimmo”,  un 1958 fuori categoria, un vero “campu da buce” (campo da bocce) come diceva mio padre per indicare una persona priva della benchè  minima  voglia di studiare.  

Se l’esame di seconda  elementare me lo ricordo vagamente, in quanto lo sostenni da solo perché colpito dagli  “urgiouni” (la parotite) proprio in quel periodo, l’esame di quinta fu ben più impegnativo, anche perchè mia madre, pur non essendo necessario, per spronarmi ad uscire con una super pagella, in linea con l’andamento scolastico  degli anni precedenti, mi aveva messo in guardia dal pericolo che, in caso di voti  appena sufficienti,  sarei fino alle medie in una classe con compagni da riformatorio e professori di basso profilo.

Per rendere bene l’idea, lei, dall’alto della sua seconda elementare, pronunciò in dialetto la parola “ghepeù”.

Solo a  distanza di anni, quando andavo al liceo scientifico Amaldi   a Novi Ligure, studiando la rivoluzione russa, scoprii che il GPU (pronuncia corretta Ghepeù) era il Direttorato Politico dello Stato, cioè la polizia segreta del regime sovietico fino al 1934.

Comunque, ritornando all’esame di quinta,  lo passai alla grandissima, ragion per cui partimmo per le  meritate vacanze  estive in montagna a Cervinia.

Nella mia mente avevo ben chiaro lo step successivo;  alle medie via il grembiule, si andava a scuola “in borghese” e soprattutto le classi erano miste,  cioè c’erano le ragazzine !

 Tra me e me canticchiavo :  “W le donne, viva le  belle donne che sono le colonne dell’amor  (famoso motivetto  del cantante italo francese Nino Ferrer, all’anagrafe Agostino Ferrari, originario di Stazzano).

Proprio le origini stazzanesi dell’autore   erano un segnale premonitore, da me non colto, dell’amaro destino che mi avrebbe riservato l’anno scolastico successivo !

Alla prossima !