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A pucisioun ‘d l’Adulurata. Premesse e preparativi

di Gian Paolo Vigo, priore dei Trinitari

Anche nel nostro borgo i sacri cortei esprimono i motivi ispiratori di questo tipo di atto pubblico: manifestare una identità, magari non del tutto religiosa, ma comunque improntata ad essa, sperando di ottenere qualche utilità non solo spirituale.
Nella comune frase “sta per uscire la processione” si dà per scontato che ci sia un pubblico interessato od incuriosito da essa, e che tutto cominci da qui, con una porta di una chiesa che si apre e con gente che sfila per le vie del paese. Esiste tuttavia tutto il lavoro preliminare, spesso nascosto o sconosciuto, backstage, per dirlo con un anglofonismo che oggi va molto di moda, ma che i nostri predecessori non sapevano neppure cosa fosse… per rendere il concetto era molto più esplicativo un termine dialettale che cento termini italiani tirati in causa per girargli attorno.
Dunque, se processione religiosa ha da essere, innanzitutto cosa portiamo in processione? Certamente un simulacro funzionale a presentare un Santo od un Mistero della fede, cristiano-cattolica, in questo caso.
Come Patrona, Serravalle da almeno 400 anni ha la Madonna “dei dolori”, un richiamo quest’ultimo non solo teologico ma pure umano che ha toccato, su questa terra, anche il “Dio fatto uomo”. Per quel che riguarda la nostra zona, tutto comincia con i penitenti medievali, la cui spiritualità è fortemente improntata alla passione di Cristo, morto o morente, con la Madonna non certo contenta di trovarsi coinvolta come spettatrice diretta della morte “in diretta” del figlio.
Da oltre un secolo, la nostra chiesa collegiata si è arricchita di una pregevole statua lignea, dalle fattezze fuori dai canoni figurativo-pietistici usuali, poiché non presenta il Cristo morto tra le braccia della Madre straziata, ma Essa sola, che guarda tutti i simboli della Passione con aria afflitta e tuttavia capace di guardare oltre la tragedia, capace di inserirsi in qualche modo nella dimensione ultraterrena delle cose, di “farsi una ragione” di quel che le succede, in modo da non lasciarsi sopraffare dalla disperazione solo umana.


Questa premessa apparentemente teorica spiega perché ai nostri “vecchi” riuscisse meglio che a noi l’accettare i momenti tristi della vita… tra i tanti fedeli che tutt’oggi si fermano davanti al simulacro per una preghiera ed una candela, più di uno si rivolge alla Madonna presentandole sì i propri problemi, ma aggiungendo, quasi per non dargliene altri, che avrebbe cercato di superarli con l’aiuto divino, tenendo presente che “a u Signù i gh n haun fatu id pésu”… però che “se à Madòna am desa na man vistu ke aunke lèl’è na dòna… a sa xe cu vö dì… i gh’aun masò e Fiö…“.
Ma torniamo alla logistica.
Prim lavù: “u tuca tioa föa da a nìchia“. L’operazione occupa diversi uomini che prima di tutto devono salire all’interno della nicchia dove l’Addolorata è custodita durante l’anno. Per far presto si sarebbe istintivamente portati a salire sulla mensa dell’altare e da qui a saltare all’interno del vano-statua. In realtà è tale il senso di riverenza che normalmente accompagna chi agisce negli spazi sacri, che è inimmaginabile procedere così. Prima di tutto vanno rimossi gli arredi (tovaglie, candelieri, ecc.), che vanno poi messi sulla mensa dei panni per non sporcare la mensa stessa, sulla quale è collocata la cosiddetta “pietra sacra”, un piccolo cofanetto in marmo o pietra dentro cui sono collocate reliquie di santi.

In effetti per superare queste difficoltà tecniche, le nicchie di grandi dimensioni sono in genere provviste di accessi laterali, anche la nostra li ha, e così passando dal coro si entra di fianco al simulacro. Una delle cose che agevolano il suo spostamento è che nella nicchia non è custodita solo la statua ma pure la base, la “cassa” su cui è appoggiata e che serve per trasportarla in processione. Tutte le statue da processione serravallesi sono collocate in nicchie così predisposte, come anche in alcuni paesi limitrofi. Chi ne è sprovvisto è incappato in qualche clamoroso incidente come il dimenticare di imbullonare bene la statua alla portantina, assistendo così a cadute o scosse lungo il percorso, con inevitabili strascichi di polemiche e presagi nefasti (tutte faccende che si accompagnano a discussioni e pareri per l’intero inverno, fino alla successiva stagione o processione).
Il passo successivo al posizionamento degli operatori è aprire la vetrata della nicchia stessa, e collocare innanzi al “finestrone” ora aperto, apposite travature su cui il simulacro viene fatto scivolare per farlo uscire. Un simile “binario” giunge, oltre la balaustrata, fino a livello del pavimento della navata. Qui giunta, la “cassa” è fatta scivolare fino al pianale di carico dell’apposito furgoncino d’epoca usato per trasportarla, di cui si dirà più oltre.
Occorre quindi far muovere la statua. Sotto di essa sono collocate da alcuni decenni due ruotine metalliche per agevolare lo scorrimento lungo le rotaie (ora metalliche, all’epoca in legno) fissati al pavimento interno della nicchia. A suo tempo occorrevano diverse braccia per spingere fuori nicchia il simulacro, facendolo sfregare sul legno; ora basta farlo scorrere, ovviamente con molta attenzione, soprattutto nel punto in cui esce dal finestrone e deve imboccare le guide in legno delle travature ancora lignee che lo conducono al pianale di carico.
Questa operazione è agevolata da un apposito paranco (all’epoca c’era un curlo in legno), che frena in qualche modo la discesa, venendo manovrato lentamente dagli operatori. L’apposita fune, su cui lavora il paranco, viene legata da un capo alla cassa processionale e dall’altro ad alcuni anelli metallici murati sul fondo della parete della nicchia.

Fino agli anni ’60/’70 l’operazione “collocazione statua” terminava dunque con la sua sistemazione sui alcuni cavalletti. Attualmente si compie un breve ulteriore sforzo per prenderla di peso e deporla sull’automezzo. In entrambi i casi, si inseriscono le “stanghe” (le lunghe travi di legno rifinito, che servono appositamente per il traporto a spalla) nelle apposite staffe in metallo, poste agli angoli della “cassa” (una staffa per angolo). Occorre poi un minimo di coordinamento affinché una sola persona guidi le fasi del sollevamento, del breve spostamento ed infine della posa sul pianale. Non ha molto senso fare maggiori sforzi, se non per sfoggio personale di prestanza fisica, anche se questo è stato un ingrediente cui in passato si dava una certa rilevanza.
A questo punto è compito delle pie donne e/o del sagrestano pulire la statua, addobbare tutto l’impalcato, mettervi fiori freschi, collegare lampadine ed in ultimo appendere alla statua gli oggetti preziosi (ossia in genere anelli, collane, orecchini, catenine, medaglie, monili, ecc.) che la gente ha ben volentieri regalato per ringraziare per grazia ricevuta, come ex-voto, o anche semplicemente per onorare la Madonna lasciandole oggetti familiari d’affezione.

Gli ex voto

L’Addolorata serravallese ne ha parecchi, intelligentemente cuciti su appositi manipoli in velluto per evitare che si perdano. In passato venivano fatti indossare alla statua uno ad uno, con gli inevitabili problemi (fili o gancetti che si spezzano, oggetti che cadono e che non si riescono a ritrovare, appropriazioni indebite, ecc.). Anche la statua dell’Assunta dei “bianchi” ha un suo corredo di preziosi, in particolare una medaglia d’oro a memoria della I° Guerra Mondiale, donata dai parenti di un devoto, cosicchè possiamo dire che a Serravalle abbiamo una Madonna decorata al valor militare! E’ doveroso riportare un aneddoto legato a come adornare la statua dell’Assunta con questi monili. L’ideatore fu il vulcanico Scupélu Luigi Cremonte che in un primo momento ebbe l’idea di fissarli su una tela di panno, di colore verde, legata alla vita della statua, cosicchè la gente gli fece subito osservare che u “smìa ke à Madona a g’abia u scusò” ed il nostro uomo dovette cambiare sistema di esposizione. L’anno seguente (inizio anni ’90), osservato che il filo da pesca è trasparente, u Scupelu archiviò giri e giri di spago od “id feraméini” per raggiungere lo scopo. La sua operazione durò fino a notte, la sera della vigilia del 15 agosto (adornare prima non era consigliabile, temendo furti). Il risultato non fu dei migliori perché mancando la dimestichezza con questo tipo di filo, nell’avvolgerlo (troppo e male) esso si spezzò facendo cadere sul pavimento numerosi anelli, orecchini, medagliette, ecc. unitamente ad una serie di imprecazioni…

I sagrestani
Visto che sono stati tirati in ballo i sagrestani, come non ricordare Togneri, Stevani, la Lorenzina per i “bianchi” o Carlein Bailo per i “rossi”, ed infine Paolo Cabella, morto qualche anno fa e che tutti ricordano per la sua eccentricità, per il suo modo di fare, per la sua mini-macchina, per il suo rifiuto di cambiare le monetine a chi gli chiedeva di cambiare banconote con spiccioli, traendo dalla sacca delle elemosine appena questuate durante la Messa… e per sua mamma Anna, che lo aiutò fin che poté. Egli tuttavia si sentiva confratello, e si presentava regolarmente a chiedere cappa e tabarro (al posto dell’usata palandrana nera coi risvolti rosso scuro per sfilare in processione portando l’altoparlante.

La pulitura della statua

Quanto alla pulitura della statua, si potrebbero elencare esoterici intrugli con cui lucidarla, fatti con ingredienti ovviamente “segreti” la cui ricetta era conosciuta solo dalle pie donne di turno che si occupavano di eseguire il trattamento. Qualcuna usava, pare, del latte, o delle patate, o addirittura delle cipolle, e probabilmente pure olio vegetale o trementina o cera. Altre ancora impiegavano i primi “efficacissimi” prodotti acquistati in drogheria. Il risultato, a parte le muffe di varie qualità e zone di aggressione, era ovviamente un danneggiamento delle fibre del legno e dei colori delle statue, al quale si cercava di rimediare periodicamente con stuccature e ricoloriture.

L’ultimo recente restauro (2017) ha rimosso diversi strati di colore e riportato in luce quelli originari, con effetto sorprendente. Sembra un’altra statua, direbbe qualcuno! A dir la verità l’esclamazione più affine, tradotta dal dialetto, sarebbe “è un’altra Madonna” perché il vocabolo “Madonna” da noi indica una statua di artistica bellezza, poco importa poi se è effettivamente un simulacro raffigurante la Beata Vergine Maria od un altro santo… “certo che la Trinità è una bella Madonna” esclamavano infatti diversi nostri concittadini nel veder passare la statua della Trinità dei “rossi”…
Non è chiaro se in passato la discesa delle statue dalla nicchia alla navata avvenisse anche da noi con una apposita “paraliturgia” pubblica (“diretta” tuttavia dal Priore e non dal sacerdote), come accadeva ad Arquata, e come tutt’ora accade a Campo Ligure. Ossia non si hanno notizie certe se le operazioni fin qui descritte avvenissero alla presenza dei fedeli o se il tutto avvenisse come ora, a porte chiuse, fuori dell’orario di aperura della Collegiata.


Riccardo Lera

"Io nella vita ho fatto tutto, o meglio un poco di tutto" (Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo) Pediatra, scrittore per diletto, dal 2002 al 2012 assessore alla cultura di Serravalle Scrivia; ex scadente giocatore, poi allenatore e ora presidente del Basket Club Serravalle.

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