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Sacerdoti indimenticabili

di Marco De Brevi

In 75 anni di sacerdoti ne ho conosciuti parecchi ed ora mi piace ricordarne qualcuno.

Gli arresti domiciliari sentenziati da un Tribunale presieduto da un giudice che  tutti chiamano  “Covid”, mi hanno obbligato a scegliere tra lo stare seduto su una poltrona ad incrementare  l’odiens della Rai o di Mediaset oppure andare ad occupare una sedia davanti allo schermo di un portatile per provare a dialogare con Google o per “navigare” su youtube per scoprire delle stravaganze incredibili e conoscere certe teorie assurde di “storici” e di “scienziati”,spesso improvvisati  e più o meno scolarizzati,o per ascoltare canzoni retrò in alternanza con canzonette alla moda. La tastiera del computer, che nulla ha da invidiare a quella della Olivetti che è stata la mia inseparabile compagna nei quindici mesi di Altamura, il ministro Tremelloni mi aveva annoverato tra i  carristi che  aveva  voluto schierare in difesa della  Puglia, per invogliarmi a farsi usare, si era ingegnata a dimostrarmi che potevo leggere la pagina che avevo appena scritto  e prima di trasferirla sulla carta potevo persino sostituire qualche frase mentre lei si ingegnava a verificare l’ortografia.  Ho scoperto che l’impegno che ci devo mettere per far un uso corretto delle tecnologie moderne, che ahimè però vanno a discapito dell’uso della penna stilografica, mi impedisce di consultare continuamente l’orologio per capire se è prossima l’ora di cena o quanto devo ancora aspettare prima di andare  a letto col mio cagnino. E’ stando a letto che conosco i commenti sul Campionato di calcio fatti dagli“esperti” che lavorano per Sette Gol oppure riesco a vedere per l’ennesima volta “Totò e la malafemmina” dopo essermi entusiasmato nel nell’immedesimarmi nelle avventure mirabolanti del maresciallo Nico Giraldi. Generalmente, quando non lo lascio in funzione per tutta la notte,    accendo  il televisore tutti i giorni alle cinque del martino per cui i talk show, gli spettacoli di varietà e i film, sia che siano del secolo scorso o quelli “moderni”, non mi suscitano più nessuna curiosità  e tantomeno un minimo di interesse. Lo scrivere invece mi fa estraniare completamente e mi regala una concentrazione tale da avermi costretto a buttare nell’indifferenziata un tegame di terracotta ed una costosissima pentola griffata. Sono riuscito a distruggerle con del cibo che, con la complicità del fornello dimenticato acceso, ho permesso che  diventasse carbone. Ero talmente preso da quello che stavo scrivendo che non percepivo nemmeno l’odore di bruciato. Vorrei precisare che non ero in una stanza distante, ho posizionato il portatile  proprio sul tavolo della cucina e i fornelli sono dietro alle mie  spalle e mi sono distanti poco più di un metro.

Come mio solito, dopo l’introduzione chilometrica adesso inizio a svolgere il mio tema. Facendo scorrere i nomi riportati nel Dizionario biografico dei Serravallesi, per verificare se fosse stata inserita qualche nuova biografia di personaggi che conosco o che ho conosciuto, ho scoperto che  ne mancavano alcuni che per me erano stati importanti  ma che, per motivi vari, erano rimasti a Serravalle per poco tempo o ci  venivano saltuariamente. Questo è il motivo per cui voglio scrivere qualche parola su alcuni sacerdoti che ho incontrato e con i quali ho collaborato. Alcuni mi hanno lasciato dentro un segno indelebile, altri mi hanno concesso la loro amicizia e qualcuno l’ho semplicemente ammirato e stimato.

Di Don Lino e di don Luigi ho già parlato a lungo per cui oggi li nominerò soltanto e scriverò qualche riga solo sugli  altri. Il vice-parroco don Lino Zucchi mi aveva coinvolto completamente nelle attività programmate dall’azione Cattolica, che poi erano la conseguenza logica delle  adunanze del sabato pomeriggio ed il frutto dei tanti i ragionamenti che facevamo nel corso della settimana. Era stato convenuto, o forse è meglio dire meglio il lui aveva stabilito, che era necessario che partecipassimo ad un Ritiro Spirituale e, vivendo in un regime “democratico”, non erano ammesse le assenze e non si accettavano giustificazioni. Per me sarebbe stata una esperienza del tutto nuova, qualcuno mi avevano solo accennato che ci si riuniva non nella solita sala ma in sagrestia. Ci si sedeva intorno al tavolone centrale e in silenzio si ascoltavano le consuete raccomandazioni del Parroco  e dopo una lunga meditazione si procedeva con le solite letture fatte sul Vangelo durante le messe e con il commento su alcuni Salmi che venivano letti ad alta voce. Il giorno fatidico della mia nuova esperienza era arrivato e all’ evento mi ero anche preparato mentalmente per cui ero disposto a recitare qualche Rosario, ad accettare le consuete raccomandazioni e a sopportare persino l’inevitabile predicozzo finale. Avevo ancora bene in memoria la vecchia catechista che mi avevano obbligato a “sopportare”, durante l’ora della dottrina, nella sagrestia della Collegiata di Novi. Frequentavo la terza elementare e dovevo essere pronto a rispondere alle domande che mi avrebbero potuto fare il Monsignor parroco o il vescovo se volevo essere ammesso a ricevere la prima Comunione la mattina alle 11 e la Cresima nel pomeriggio alle 5.

Nella sagrestia della parrocchia invece erano entrati due sacerdoti che dall’aspetto sembravano alquanto giovani. Uno era molto alto e sfoggiava un bel  ciuffo alla Elvis Presley, l’altro era più basso, entrambi indossavano con disinvoltura il clergyman. Probabilmente era la prima volta che vedevamo due preti senza quella  lunga veste nera dai mille bottoni, don Lino mai l’avrebbe abbandonata, non la smetteva nemmeno  ad agosto quando accompagnava  i ragazzi in vacanza nella Casa Alpina  di Antey. Entrambi si erano accesi una Nazionale e si erano messi a fumare con la disinvoltura di chi siede al bar, sino a qualche minuto prima avremmo pensato che quel loro strano comportamento fosse da annoverare tra i sacrilegi. Avevano iniziato a dialogare con noi ed in un’ora avevano infranto decine di vecchie regole ed alcuni tabù e non era stato per una iniziativa esclusivamente loro, stavano semplicemente provando delucidarci le nuove  direttive del Concilio Ecumenico. Chi di noi prima di allora avrebbe anche solo toccato o peggio afferrato volontariamente con le dita un’ostia consacrata? Nessuno si  sarebbe nemmeno  mai sognato di provare a masticarla come se fosse stata un comune pezzo di pane e nemmeno avrebbe osato succhiare anche solo una caramellina di zucchero o di liquirizia poco prima di riceverla in comunione e poi mai si sarebbe permesso durante una messa di avvicinarsi all’altare per comunicarsi senza prima essere uscito da un confessionale! Ora tutto sembrava che tutto fosse cambiato e ciò che la catechista ci aveva raccomandato di non fare assolutamente, per non incorrere nel peccato mortale e meritare così di finire all’inferno, era fattibile senza  incorrere nemmeno in un  piccolo peccato veniale. Alle donne veniva persino concesso di entrare in chiesa senza coprirsi il capo e potevano anche essere invitate a leggere le sacre scritture al microfono vicino all’altare e potevano anche servir messa come fossero state dei chierichetti.

Erano novità quasi sconvolgenti per noi che avevamo imparato che prima di fare la comunione dovevamo  essere certi  di essere digiuni dalla mezzanotte e che avevamo fatto decine di prove con le ostie acquistate dal farmacista  per abituare  la lingua a non permettere che la consacrata dal sacerdote venisse anche solo a contatto con i denti. Quei due sacerdoti erano Don Mario Albertella e don Pino Viani e prima di metterci in libertà, nel salutarci, avevano persino preteso che dessimo loro del “tu” e ci avevano anche promesso che ai prossimi incontri avrebbero fatto partecipare anche le ragazze perché era illogico che se ne stessero da sole all’asilo  a giocare a calciobalilla con le suore!

Don Piero Lugano, il  vice parroco arrivato subito dopo don Lino, era stato da poco consacrato dal vescovo, io lo voglio ricordare come il “pretino” dal Borsalino nero a grandi tese.

Aveva portato alla Casa del Giovane una ventata di gioventù e di nuovo entusiasmo che invogliava a fare; con queste caratteristiche avrebbe  sicuramente affrontato e superato qualsiasi ostacolo.  Si era instaurato subito un certo feeling tra me e lui, e naturalmente anche con gli amici e  con le rispettive fidanzatine. Le avevamo conosciute da pochi mesi per cui era difficilissimo e che ci staccassimo da loro. Don Piero era di Pontecurone e per dimostrare che avrebbe voluto che nascesse tra noi un autentico vincolo di amicizia aveva fatto in modo che noi, con le nostre ragazze, andassimo a conoscere i suoi genitori . Una Domenica pomeriggio ci aveva portato a  far una merenda a casa sua a Pontecurone. I suoi si erano dimostrati subito  persone squisite, orgogliose di avere il figlio sacerdote.  La madre era una donnina affabile ed il padre era il Maestro elementare  più conosciuto e stimato del paese. Non c’era voluto molto per verificare quanto il figlio fosse colto, intelligente ed assetato di “sapere” infatti, dopo soli pochi mesi, ci aveva annunciato che doveva recarsi a Roma per frequentare alcuni corsi   di teologia “avanzata” che gli avrebbero aperto le porte per un  incarico in Vaticano. Da allora i  nostri contatti purtroppo  si sono interrotti.

Di don Pino Maggi posso solo dire che amava discutere d’arte e di politica con mio papà;  generalmente avevano occasione di incontrarsi durante le feste de l’Unità e solitamente succedeva in Castello ed in compagnia del sindaco Pagella. Da studente mi sarebbe piaciuto  molto averlo  come insegnante di religione e poi… non posso  certo dimenticare che  in una festa  organizzata da lui  alla FUCI di Novi ho conosciuto la ragazza che è diventata mia moglie.

Non posso dimenticare nemmeno don Pierino Mangiarotti che è stato a lungo parroco di San Pietro in Novi Ligure. L’avevo visto per la prima volta che era molto molto giovane, eravamo nei primi anni cinquanta, stava sul pulpito a dirigere il “traffico” di una miriade di grembiulini bianchi e neri. Gesticolava e gridava da sembrare un Savonarola redivivo ma aveva la faccia sorridente che può solo sfoggiare chi vede realizzarsi un progetto a cui ha dedicato tanto  tempo e forse anche del denaro. Non ricordo quale fosse l’occasione per cui era stata organizzata quella grande festa, so soltanto che io ero piccolo e forse facevo probabilmente la prima elementare e che eravamo partiti  tutti ben incolonnati dalla Pascoli e ci eravamo ritrovati chiesa dopo aver attraversato  Novi. Io naturalmente non riuscivo a vedere nemmeno l’altare ma la maestra diceva che era arrivato sua Eccellenza Monsignor Vescovo! Erano presenti tutti gli scolari di Novi dalla prima alla quinta classe, sia  le maschili che le femminili e forse avevano portato anche gli studenti delle medie e dell’avviamento.

Quel don Pierino l’otto dicembre nel ’72, nella Chiesetta della Barbellotta, aveva celebrato il mio matrimonio. Io e la mia sposa eravamo inginocchiati davanti all’altare e lui al momento della comunione, con la complicità della grande emozione, era riuscito a scatenare la nostra ilarità.     Eravamo diventati vittime di un’autentica crisi di ridarola irrefrenabile, una di quelle che avevamo che avevamo sperimentato solo sui banchi di scuola. Anche questa volta era bastata una stupidaggine a scatenarla; avevamo entrambi notato che sulla pianeta, ben sollevata da una pancia alquanto prominente, c’erano un’infinità di macchie rosse che sicuramente non potevano essere altro che di vino, forse faceva riempire il calice sino all’orlo. Mia moglie lo conosceva molto bene, molto spesso andava a trovare il papà in cascina e non disdegnava un bicchierozzo del suo dolcetto! Don Pierino ci era sembrato  anziano e forse le sue mani non erano più le stesse che gesticolavano dal pulpito e che me lo avevano fatto notare da bambino. Di Don Bruno Lanza posso affermare con sicurezza che i Cassanesi indignati  avevano firmato una petizione con la quale facevano richiesta al Vescovo di revocare il trasferimento a Serravalle; qualcuno era disposto persino a passare alle maniere forti! Un suo parrocchiano, mio collega alla Spad, me ne aveva parlato  e lui era uno dei firmatari e forse il promotore della petizione. Quando me lo avevano presentato avevo capito immediatamente che se me lo avesse chiesto non gli avrei certo negato la mia collaborazione. Lo aveva capito anche lui  ed aveva accettato senza esitare un mio invito a pranzo perché era certo che sarebbe stato un autentico pranzo di lavoro. Aveva in mente progetti molto importanti che miravano alla rivalutazione del teatro dei Luigini e della Casa del Giovane, strutture che solo poche parrocchie si potevano vantare. Avrebbe fatto coprire il corridoio che dalla piazzetta portava al teatro perché aveva in mente dare più spazio ai ragazzi e poi… altre idee forse anche rivoluzionarie gliene frullavano molte in testa; non aveva sicuramente maturato lo spirito dell’anziano in attesa della pensione, felice di abbandonare tutti gli incarichi per andare a divertirsi coi coetanei su un capo da bocce. Purtroppo anche don Bruno è stato una meteora e di lui mi rimane solo un buon ricordo ed una foto che riporta la data della sua ascesa al cielo. Tralascio di parlare di tutti i sacerdoti che si sono succeduti dopo di lui perché non li ho conosciuti.  Di don Giuseppe Turrici dico soltanto che è stato ed è, anche se sono anni che non lo vedo, un grande ed intimo amico mio e della mia famiglia! Ho ancora presente il Capodanno che lui  aveva organizzato riunendo in un salone della sua prima parrocchia tutti i vecchietti del paese. Erano gli stessi ai quali faceva da assistente sociale, fattorino, corriere e a qualcuno  portava anche la spesa a casa. Aveva invitato me mia moglie ed alcuni amici e, senza tema di esagerare, penso sia stata una delle feste più divertenti a cui io abbia mai partecipato! Ricordo ancora con quanto orgoglio mi aveva fatto vedere il teatrino e l’oratorio che aveva appena finito di far restaurare, e… non gli interessava assolutamente di aver fatto un sacco di debiti, vecchi e bambini dovevano divertirsi e soprattutto stare al caldo!

Di don Francesco e di don Luca non è necessario che io scriva  qualcosa,  qualsiasi frase scritta da me potrebbe essere scambiata solo per piaggeria.


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