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A POCHI PASSI DALLA GUERRA. Un giorno sul confine slovacco – ucraino

Dalla guerra non ritorna nessuno,
nemmeno i vivi, nemmeno i ragazzi.
Chi ha vissuto le rovine, i bombardamenti,
imbracciato un fucile anche solo per finta,
appartiene alla guerra, la sua anima resta là.
Domenico Quirico, “La Stampa”, 18 marzo 2022

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Il villaggio di Vysne Nemecke è un pugno di case sparse in mezzo al nulla tra il verde della campagna slovacca. Lo attraversi quasi senza accorgertene. Abitazioni tutte uguali si susseguono tra i campi. Un po’ di orto, il piccolo giardino nascosto alla strada e null’altro. Nessun palazzo. Si resta fedeli alla modalità di costruzione tipica di questo Paese, retaggio probabilmente del cupo periodo socialista. Ognuno con la sua casa e il suo pezzo di terra. I grigi fabbricati realizzati in una sorta di infinito copia e incolla sono affare da grandi città. Niente può portare in questo angolo di estremo est della Slovacchia, lontana provincia di un impero che non esiste più, così simile a mille altri paesini distribuiti tra la pianura che si apre dopo Bratislava e le propaggini delle Tatra. Eppure, basta aprire i social o accendere la tv per capire che Vysne Nemecke è tristemente salito alla ribalta della cronaca nazionale e non solo.

Porta d’Europa

Sì, perché a una manciata di chilometri da qui si staglia il confine slovacco – ucraino. Qualche cartello lo annuncia man mano che ci si avvicina, sino ad arrivare a un doppio arco che pone fine all’Unione Europea e spalanca le porte a questa enorme e dilaniata nazione. Vi starete probabilmente chiedendo perché di questa nostra “escursione” orientale, così lontana da Serravalle, da Novi e dal territorio circostante. E qui, nonostante sia poco avvezzo alla prima persona singolare, occorre fare un’eccezione che spero i lettori mi perdoneranno. Mia moglie lavora per una organizzazione internazionale che si occupa dei migranti. Assistenza legale, burocratica e quant’altro. Il conflitto russo – ucraino, come naturale conseguenza, l’ha portata a recarsi proprio qui. La accompagno per qualche ora. I suoi turni prevedono quattro giorni alla frontiera prima di ritornare in ufficio. Il tempo necessario per osservare le conseguenze che i segni di una guerra, o forse meglio chiamarla invasione, lascia indelebili su migliaia di innocenti civili. Si calcola che circa 212mila persone abbiano attraversato questo confine. In Slovacchia sono monitorati tre valichi, dei quali Vysne Nemecke è quello con il maggior transito.

E le ragioni non sono solamente logistiche. A un tiro di schioppo dalla dogana è situata la città di Uzhorod. Ai più il nome non dice nulla, ma vi basterà chiedere a qualche passante per scoprire che quel luogo era parte integrante della ‘fu’ Cecoslovacchia. Per vent’anni, a cavallo tra le due guerre, la Rutenia Subcarpatica non apparteneva ai sovietici. E ancora oggi, tanto Uzhorod come Mukacevo hanno molte più affinità con Kosice che non con la lontana Kiev.

Dentro l’esodo

Più ci avviciniamo al confine fisico tra i due Paesi, più si nota che la situazione sta cambiando. Da paesino dimenticato da Dio a centro del mondo e miraggio di salvezza per migliaia di persone.
Donne, anziani e bambini. La strada ci porta nell’epicentro di quella che viene definita come “la crisi migratoria peggiore per l’Europa dal Dopoguerra” appare normale sino a che non si intravvedono i primi segnali. Non cartelli stradali, ma enormi pubblicità che danno il benvenuto ai profughi. All’improvviso, mentre siamo alla ricerca del piccolo borgo, un camion con aiuti umanitari giunto da tutto il Paese ci sorpassa, ma ciò che attrae la curiosità del cronista è un enorme paradosso sottoforma di statua. Due carri armati sovietici, con tanto di stella rossa in bella vista, ai bordi della carregiata, a imperitura memoria dei salvatori del popolo slovacco dal nazismo di Josef Tiso. In attesa che la cancel culture atterri anche nel cuore del Centro Europa, ci accoglie una coda. Siamo giunti a destinazione. Accanto al paese, a pochi metri dal casello della frontiera, è stato costruito un secondo villaggio. Una vera e propria tendopoli che noi italiani siamo abituati a vedere durante le grandi catastrofi naturali che hanno ferito il nostro Paese. Di primo acchito, si nota un particolarità. La dignità dei rifugiati. Nel vestirsi, nel trasportare valigie con dentro frammenti di vita salvata all’ultimo momento dalle granate dell’esercito russo. Nel comportamento. Nessuna scena di isteria, nè di disperazione. Composti, a modo loro sereni. Un esodo pacifico e orgoglioso, impensabile da immaginarsi, soprattutto se affiancato alle immagini di Mariupol o Kiev lacerate dai bombardamenti.

Una città temporanea

Poliziotti e militari sono il primo step di aiuto, dopodichè si passa alla registrazione. Il Governo ha creato due hotspot nelle due città più vicine alla frontiera. A Humenne e Michalovce piccoli autobus fanno avanti e indietro per condurre i nuovi arrivati all’ufficio temporaneo dove chiedere lo status di rifugiato umanitario. L’infopoint, resta quello di IOM, organizzazione internazionale delle migrazioni, posto sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma, al di là degli stand delle varie organizzazioni, dalla Croce Rossa ai Cavalieri di Malta, si ha quasi l’impressione di non essere dove, in realta, siamo. Alla vista di chi scrive, appare più come una caotica piazza di mercato di provincia o di una sagra paesana domenicale. Piccoli tendoni organizzati come bazaar, tavole calde per mangiare qualcosa o per permettere ai bambini di rilassarsi.

L’elenco di cosa vi si può trovare è sconfinato. Vestiario, scarpe, cappotti. Stampelle per anziani, una fila enorme di carrozzine per neonati e tanti giocattoli. Ecco, i bambini sono quelli che colpiscono maggiormente la nostra attenzione. Perchè sembrano davvero in gita o in vacanza. Sistemati nei loro tavolini, fanno avanti e indietro dal grande box di giochi, per scegliere con quale macchinina divertirsi insieme ai nuovi compagni. Con le dovute proporzioni, assomigliano a decine di “Giosuè” de “La vita è bella”. Coinvolti dentro un qualcosa più grande di loro, riescono a crearsi un universo parallelo dove ripararsi e fare in modo che tutto continui come sempre. Cosa che, ovviamente, non accade con gli adulti. Attraverso il ristorante da campo e lo stand veterinario e osservo una giovane mamma. Due bambini e la paura nei suoi occhi. Lo sguardo perso nel vuoto, stringe a sè i figli come se avesse paura che qualcuno glieli voglia sottrarre. Rifiuta l’aiuto sino a che un volontario, intuita la situazione, porta un po’ di cibo ai piccoli e la tranquillizza.

Sirene su Uzhorod?

Siamo lontani dall’est Ucraino, eppure la paura inizia a farsi sentire anche qui, in quell’ovest che non pensava di sentirsi sotto attacco. Talmente sicuro, che alcuni sembrano rifiutare i vari status proposti, perchè convinti di tornare a casa presto. Ecco un’altra sensazione straniante. Gruppi di persone sicure che la guerra finirà presto, che, nel giro di qualche giorno saranno nel salotto del loro appartamento come in un normale giorno della loro vita. Eppure i russi bombardano Lviv e Ivano – Frankvisk. Provocano i polacchi, che li odiano da secoli, arrivando a 20 km dal confine. E, nel caos di notizie poco certe, una donna di etnia rom appena arrivata, inizia a mimare un gesto raggelante. Si mette le mani alle orecchie e poi chiude gli occhi con forza, mostrando le rughe stringersi forte. Ripete qualcosa nella sua lingua e qualcuno capisce che a Uzhorod, qualche chilometro attraversata la frontiera, sono risuonate le sirene. Pessimo segnale, se i russi sono così vicini a quella Nato che pare intoccabile. L’allarme rientra, ma la preoccupazione resta. Succederà davvero? Sfogliando compulsivamente il cellulare, le notizie dei negoziati non sono di certo rasserenanti. Lavrov vuole tutto e subito, con arroganza da moderno conquistatore. Zelensky ribatte picchiando sull’orgoglio russo, ricordando le molte perdite degli spauriti militari mandati al macello dal nuovo Zar. Intanto, prima di rientrare, ci spostiamo a Ubla.

Solidarietà e speranza

La storia che colpisce maggiormente rimane quella di una donna anziana e malata. Arriva da Kharkiv. Ha attraversato lo Stato più esteso del Continente, partendo dalla prima città assediata dagli invasori.

Sola, sprovvista dei medicinali che quotidianamente deve utilizzare. Inoltre, non è nemmeno arrivata a destinazione. Deve andare a Zurigo, dove la figlia l’aspetta. Ma i bus e i treni portano al massimo nella lontana capitale, circa 5 ore di viaggio. Dal nulla, un uomo si offre di accompagnarla in Svizzera. Registrazione di entrambi e poi la signora, con un sorriso che finalmente si disegna sul suo stanco volto, può finalmente partire. Vi sono tanti “autisti” volontari che si sono recati in questo lembo di Slovacchia per mostrare solidarietà, ma la registrazione resta obbligatoria. Il rischio di tratta di esseri umani o sfruttamento della prostituzione è un business troppo allettante per la lunga mano delle organizzazioni criminali.  Il nostro tempo, però, sta per scadere. Lascio spazio a chi davvero resta qui a lavorare giorni interi. Sole e neve non importa. Ci sono e si nota. Aiutano in tutto quel che possono, anche a spiegare agli ucraini giunti con i risparmi di una vita, che le banche locali non cambiano la grivna, la loro moneta. Ci sarà tempo per trovare una soluzione, ora molti di loro si coricano nei letti messi a disposizione nella palestra comunale. Sulla via di casa le sensazioni sono contrastanti. Non finirà a breve e molti di loro non troveranno nulla se non macerie al loro ritorno. Oltre che un Paese tagliato in due dalla furia di un despota che tiene in scacco il mondo intero, con i suoi capricci di rifondazione di una sepolta Unione Sovietica. D’improvviso, una telefonata. Un collega spagnolo, due figli e una moglie ucraina. Dialogo secco. “Mia suocera è riuscita a scappare e arrivare a Bratislava”. “Ottima notizia! E come sta?”. “Come una nonna felice che finalemente gioca con i suoi amati nipotini”.  

Le fotografie sono state scattate da Giovanni Guido nel villaggio di Vysne Nemecke l’11 marzo 2022

  1. Articolo pubblicato in coordinamento con “Panorama di Novi” sulle cui pagine è comparso un reportage dedicato allo stesso tema[]