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Non scrivere più qui, domani parto

Ho letto che tra il 1915 e il 1918, durante la prima guerra mondiale, tra soldati e familiari c’è stato uno scambio di circa quattro miliardi di lettere e cartoline postali. Un flusso sconvolgente considerando che circa il 46% della popolazione italiana era analfabeta. Un bisogno inarrestabile e frenetico di contatto con i propri cari, con la normalità della vita quotidiana, l’unico mezzo per allontanare la mostruosità di una guerra straniante, distruttiva come mai prima di allora.

Una cartolina ricevuta da Germana Salvina vistata dalla censura

Mi è tornata in mente la vecchia scatola di legno che fa parte dei cimeli di famiglia, piena di lettere spedite a Germana Salvina Casonato dai suoi fratelli al fronte. Germana era mia zia, ma aveva fatto da madre a mia mamma Angela che aveva perso la sua quando aveva solo un anno a causa di un’incurabile peritonite.
La prima volta che questo plico aveva attirato la mia attenzione ero una bambina con la smania di collezionare francobolli. Dopo aver messo a soqquadro i cassetti, avevo ottenuto il permesso di staccare l’affrancatura da queste antiche buste, avvicinandole al vapore di una pentola sul fuoco.

La Cartolina

Una cartolina in particolare mi aveva colpita: sotto il francobollo era apparso il messaggio ‘Non scrivere più finché ti scrivo io, domani parto’.

Il messaggio sotto il francobollo

Mamma aveva spiegato che la corrispondenza era vistata dalla censura. A meno che non si stazionasse in caserma, era concesso indicare solo un generico ‘dal fronte di guerra’, mentre ogni informazione specifica era vietata.

A testa bassa le ho lette tutte. Impresa ardua dal momento che mio nonno non perdeva tempo con pennino e inchiostro e usava la matita che sbiadisce col tempo, per le grafie tanto diverse dalle nostre e perché la carta spesso veniva riempita sui bordi, in ogni angolo vuoto, con tratti minuscoli che ho decifrato solo con la lente di ingrandimento. Chi aveva scritto a Germana Salvina quelle poche parole nascoste?
Magari si potesse avere qui la Salvina. E se provassimo a chiamare proprio lei a raccontarci questa storia?

Germana Salvina Casonato

Ad vegu sé! Stai frugando tra le mie lettere. Sono cose personali, non è buona educazione! Va bene dai, tu e i tuoi amici di Chieketé siete dei curiosoni ma sono passati più di cent’anni e sono felice di render conto di quei tristi giorni.
Sapete già che mi chiamavo Germana Salvina Casonato, nata nel 1895.
Appena sposata mi sono trasferita in paese a Serravalle ma in gioventù abitavo alla Barbellotta. A dire il vero non c’ero quasi mai perché lavoravo come cuoca a Genova. Ero davvero brava. Chi si loda si imbroda, lo so, ma dovete capire che fin da bambina avevo cucinato per i miei fratelli, tutti maschi e con un appetito da lupi: Celeste, Edoardo, Armando, Gabriele e Edilio. ‘Spignattavo’ anche per papà Giacomo quando rientrava dalla carbonifera e per mamma Angela che aveva il suo bel da fare tra l’orto e il pollaio da pulire. A furia di spadellare e impastare mi avevano notato dei nobili genovesi, quelli che d’estate vengono in villeggiatura dalle nostre parti. In questo modo ero entrata nella cucina dei baroni Chiodo a Villa Barabino. Non so descrivere il lusso di questo palazzo dove rimanevo un po’ di mesi per poi tornare a casa. Avanti e indietro tutto l’anno.

Gabriele Casonato, mio nonno

Anche i miei fratelli lavoravano alla carbonifera, tranne Armando appena assunto in ferrovia e Edilio che era poco più di un bambino. In fin dei conti non eravamo ricchi ma non ci mancava niente.
All’inizio di settembre del 1913 c’era stata la festa per il matrimonio di Celeste, un ragazzone forte e in gamba senza grilli per la testa, che si era innamorato dell’Adelina e l’aveva sposata, 19 anni lei e 24 lui. Nei due anni successivi ci avevano già regalato due nipotini, Giacomo e la piccola Teresa.
Ci sono purtroppo dei giorni particolari in cui la Storia con la S maiuscola si abbatte senza scampo sulla gente comune: nel luglio del 1914 era scoppiata una guerra tra gli austriaci e il regno di Serbia. Scherzavamo su cosa ne avrebbe pensato il nonno che, nato al confine con l’Austria, era stato addirittura battezzato Francesco Giuseppe come l’imperatore. A causa di un’alluvione devastante tutta la famiglia era poi sfollata in Piemonte ma lui, fino alle fine dei suoi giorni, si era sempre professato fedele suddito dell’impero austro-ungarico.
Speravamo che il conflitto non avesse niente a che fare con noi ma, meno di un anno dopo, il 24 maggio del 1915 Celeste era tornato dal lavoro trafelato ripetendo a memoria i titoli dei giornali: ‘Il generale Cadorna parte per la guerra’, ‘Popolo, il dado è tratto, bisogna vincere!’ L’Italia era entrata in guerra.

Il Popolo d’Italia

Forse oggi non potete capire ma in un certo senso eravamo avvezzi alle guerre: c’era sempre un parente o un conoscente strappato ai campi e finito soldato in un angolo del mondo difficile da pronunciare: Tripolitania, Cirenaica, Dodecaneso, Eritrea, Abissinia. Nomi astrusi e ricordi di veterani che si tramutavano in storie da ascoltare davanti al fuoco, quando ragazzini fantasticavamo sull’aspetto del negus Menelik e della regina Taitù.
Questa volta era diverso, la guerra non si combatteva in luoghi remoti e avrebbe presentato il conto proprio a noi.
Edoardo, in servizio di leva, era stato trasferito direttamente al fronte.

Fortuna che eravamo andati a scuola, non le scuole alte intendo, e per quei tempi ce la cavavamo bene se pensate quanti allora non avevano mai messo piede in un’aula. Così abbiamo potuto scriverci senza smarrire il legame che ci univa.
A Edoardo piaceva raccontarsi, da lui ricevevamo dettagli dei suoi giorni al fronte. Salute ottima, morale alto: la leva gli aveva inculcato il senso di appartenenza al reggimento, l’attaccamento ai compagni d’armi.

Confesso che questo non bastava a placare la mia paura, basta leggere cosa diceva nell’agosto del 15:

“Non ti posso scrivere quello che ho visto e fatto in questi giorni terribili, finora ho preso parte a tutti i combattimenti del mio reggimento, che si è sempre fatto onore. Fra i combattimenti ve ne è stato uno molto importante che dopo tre giorni di fuoco, fucili e cannoni dovette finire con l’assalto alla baionetta, sai cosa voglio dire, andare a scovarli dalle trincee, con colpi di quella nostra arma bianca li abbiamo scacciati.

Ora che sono in guerra ti posso assicurare che ciò che ha fatto la fanteria non l’hanno potuto fare i nostri baldi bersaglieri. Siamo stati al famoso Monte Nero, alto più di 2000 metri, l’altezza sarebbe niente, undici giorni di permanenza, acqua tempesta freddo neve e fuoco giorno e notte, ma la fanteria non frena mai, abbiamo fatto fronte a tutto, contenti di aver preso parte a un’impresa importantissima. Alla fine però una parte di noi aveva i piedi gelati dal freddo. Subito sembrava niente, poi abbiamo avvertito l’effetto, non si poteva camminare, ci voleva il bastone come i vecchietti o andare all’ospedale. Il male non è grave ma è noioso perché non ti lascia riposare né giorno né notte. Io però finora sono sempre in compagnia, faccio quello che posso camminando piano piano col mio bastone, non ne posso fare a meno. Di tutto il piede sinistro ho ancora il dito pollice che guarisce lentamente e sono contento come un merlo”.


Un merlo diceva, sì sarà stato anche contento ma io riuscivo solo a immaginarlo in pericolo in mezzo al fango, tra rocce frantumate da granate e schegge di mortaio.

Qualche mese dopo la chiamata era stata per Celeste. Non chiedetemi di rievocare quei momenti, potete capire senza spiegazioni lo strazio nel separarsi dalla moglie e dai figli tanto piccoli.
Dalla caserma ci teneva a non farci preoccupare accennando solo a esercitazioni e marce. Sembrava reggere il colpo:

“Scusami del mal scritto, puoi capire sopra lo zaino vicino al ponte Ticino, 15 km di marcia. Sto molto bene. Ho preso lire 1.20 per il primo premio alla corsa e a saltare una fossa d’acqua larga 5 metri, il secondo premio l’albero della cuccagna 20 centesimi, il terzo premio ginnastica 10 centesimi. Il mio piacere è che non patisco nulla, tutti mi guardano nel vedermi sempre fresco”.


Le nuvole nere malauguratamente in tempo di guerra si addensano velocemente e d’improvviso una notizia ci aveva impietriti: Edoardo, ferito gravemente, aveva perso un braccio e una gamba.

il timbro di una cartolina spedita dal Quirinale


Era stato trasportato a Roma, al palazzo del Quirinale, che Elena del Montenegro regina d’Italia aveva trasformato in ospedale all’avanguardia.
Superato lo sconforto, durante la riabilitazione e l’attesa per le protesi in cuoio di “pachidermo”, ci mandava lunghe descrizioni della reggia:

“se vedessi quanto spazio abbiamo, è troppo, immensi saloni e giardini, insomma un paradiso che io non avrei mai creduto di vedere se non venivo a Roma ferito”.

Apprezzava i piccoli doni della regina, molto presente lungo le corsie di degenza e durante le proiezioni al cinematografo.
Non è bello da dire, lo so, ma da quando Edoardo era a Roma, mutilato ma vivo, non dovevo più preoccuparmi per lui. Ero felice perché non tratteneva l’impazienza di imparare nuovamente a pedalare in bicicletta. Celeste invece, dopo la disgrazia del fratello, era cambiato, il buio si era impossessato della sua anima.

Lo capivo dai suoi scritti: ogni cinque o sei righe inframmezzava la frase con le parole “basta” o “addio” e in me montava l’ansia.

“Basta. Vedo che è un mese che sono sotto le armi e mi pare 10 anni che non vedo più i i miei cari due piccini che non posso fare passi senza ricordarli.

In un mese siamo già armati, abbiamo il distintivo al collo in caso di morte e tutti i giorni viene il maggiore comandante del battaglione a fare la conferenza. Dice solo e sempre: bisogna che vi dimenticate le madri, le sorelle, le vostre spose, i vostri bambini. E bisogna pensare per la nostra grande e forte Italia. Di scacciare quei malfattori e bisogna sentire e tacere. E dicono che bisogna andare a combattere. Addio. Non ti dico più nulla perché mi viene il sangue grosso e non mi posso sfogare. Basta. Desidero anch’io essere ferito presto, il più che mi dispiace è non vedere più i miei due bambini prima di partire.

E’ vero sai che è morto Cristo, che non c’è più nessuno, che se ci fosse qualcuno su non permetterebbe una simile cosa dopo tanto faticare con questa guerra. Io non so più cosa dire di queste barbare cose, io nemmeno a casa non ho più coraggio a scrivere.”


Non era vero invece che la guerra sarebbe stata breve. Nel 1917 il Comando, perennemente affamato di uomini, aveva preteso Armando e Gabriele.

Armando Casonato

Non temevo per Armando perché, come macchinista arruolato nel genio ferrovieri, non sarebbe finito in trincea, la trappola che Gabriele non poteva evitare.
Sentivo però che l’incoscienza della sua età, nemmeno 19 anni, in qualche modo lo avrebbe protetto. Sai che avevo ragione: tuo nonno, ‘il senza sentimento’ come lo chiamavamo per burla, è vissuto fino a 94 anni.
Quel ‘servegu’ ci aveva abituato a telegrafiche cartoline. Se di tanto in tanto aggiungeva qualche riga riappariva il fratello che conoscevamo, pungente e sarcastico, capace di arrangiarsi in ogni occasione:

Edoardo Casonato

“Qui il mangiare è eccellente.. sempre brodo di cavolfiori e pane poco”.

“Si fa delle belle gite in montagna con lo zaino sulla schiena, di più i muli e i cannoni. Questi muli non stanno mai fermi neanche carichi, a volte prego per un calcio per stare un po’ a riposo. Fino adesso solo uno ha preso un calcio alla testa, però sta già bene..”.

“A mezzogiorno mangiai il solito rancio, verso le quattro andai a rubare cavoli e dopo feci fare la polenta con la crusca e alle sei di sera mangiai cavoli crudi con polenta senza sale, non ti dico la bontà… erano proprio buoni… Ebbene pazienza passeranno questi tempi, ti dirò solo che in questi paesi si paga il vino a 8 lire il litro e non ti parlo dell’altra roba perché è una grossa vergogna che il governo aumenta queste cose dopo che abbiamo messo la pelle al pericolo per venire a liberare questo paese, o meglio tutti in generale.”

Oltre alla paura della morte, delle ferite e delle malattie, per i miei fratelli la maggiore preoccupazione era il freddo. Chiedevano senza tregua qualcosa per coprirsi. Gabriele era stato chiaro scrivendo sette volte solo “lana calze lana calze lana calze..”
Cosa potevo fare? A casa stringevamo la cinghia, mancavano le loro quattro paghe, tutto costava un occhio della testa. Spedivo qualche soldo e pacchi con dentro quello che potevo.

La cartolina di Gabriele Casonato

Perciò talvolta accettavo l’aiuto dei baroni e dei loro amici benestanti. Quanto mi sembravano ingenui i miei fratelli. Edoardo lamentava ‘ricevo tutti i giorni lettere di baronesse, contesse, marchese… rispondo ma non le conosco’ e Gabriele si lagnava ‘chiedono la mia fotografia ma costa tanto e la paga giornaliera è di 10 centesimi!’. Credevano fosse semplice mettere insieme denaro, viveri e abiti pesanti per tutti ?

Ora però vorrai sapere della cartolina che ha accesso la tua curiosità. Purtroppo questa per me è la parte più difficile da ricordare.
La data sulla cartolina è 14 settembre del 1916. Celeste me l’aveva spedita dalla caserma di Galliate. Solo un breve saluto e quel solito ‘addio’ che mi faceva correre un brivido lungo la schiena.

Temeva che la censura non permettesse di far conoscere la data esatta di partenza per il fronte del suo reggimento e aveva scelto di nascondere la notizia.
Subito dopo aver letto ‘Non scrivere più finché ti scrivo io, domani parto’ avevo incollato di nuovo il francobollo. Coprire le parole di Celeste era l’istintivo tentativo di scacciare l’angoscia perché il suo prossimo messaggio sarebbe arrivato ‘dalla zona di guerra’.
Non potevo immaginare che per i mesi a venire avrei pagato oro pur di riceverne almeno uno da questa maledetta ‘zona di guerra. Ma niente, da Celeste nemmeno una riga.

Insistevo con lettere su lettere al suo reggimento, il 76° di fanteria, pregandolo di rispondere e non dimenticando mai di rassicurarlo sulla salute dei suoi figli.
Scrivere in continuazione, ogni giorno, era l’unica promessa che ci eravamo fatti. Sapevo bene che se il postino non bussava alla porta, la possibilità che fosse vivo si affievoliva sempre più. Ma come rassegnarsi? Forse era bloccato in un luogo dove non riuscivano a gestire la posta, forse era ferito e non poteva rispondere.
Non ci dormivo la notte ma il Comando taceva e la mancanza di comunicazioni ufficiali lasciava accesa una flebile luce.
Infine, dopo mille ricerche, avevamo saputo che un commilitone di mio fratello, Giacomo Reale, era ricoverato a Novi.

Il 29 novembre 1916, dopo avergli scritto due volte, era giunta la sua replica:

“Signora Germana, sento che mi domanda di suo fratello Celeste, ebbene mi piange il cuore nel doverle dire francamente che è proprio morto. Glielo avrei fatto sapere prima ai suoi cari genitori, ma io aspettavo sempre che le avesse dato notizia il Comando medesimo. Spero che lei saprà farlo sapere senza dargliela così amara tutto in un colpo. Col cuore piango e le lacrime agli occhi. La saluto di vero cuore e mi creda suo amico, Giacomo.”

Questa è la fine della storia: ora sai che le parole riaffiorate quando eri bambina, sono le ultime scritte da mio fratello Celeste, morto sul Carso a 27 anni il 12 ottobre 1916.

Dettaglio dall’elenco dei caduti della prima guerra mondiale


E’ l’ora che io e i miei fratelli torniamo ad essere solo vecchie fotografie e lettere ingiallite dentro la scatola del tempo.
Voi siete l’oggi, l’attualità, noi il passato. Eppure la nostra epoca pareva modernissima, l’alba di un mondo nuovo. A nostre spese abbiamo scoperto armi che pensavamo non potessero essere costruite e
l’orrore di gas micidiali di cui non sapevamo neanche il nome. Siamo stati martellati da un’incessante propaganda da chi voleva convincerci a morire come pecore al macello. Così bene l’aveva capito mio fratello Celeste prima ancora di scorgere una trincea.
Trovavamo conforto nella carta e nell’inchiostro, ora lo trovereste in un telefono e sulla tastiera di un computer. Gli oggetti cambiano e si evolvono ma gli uomini con il loro dolore e la paura, il coraggio e la speranza sono sempre uguali, ora come allora.

Ernest Hemingway

In guerra, da qualche parte insieme ai miei fratelli, c’era un ragazzo americano. Si chiamava Ernest, un tipo controverso ma che scriveva come un dio. Diceva:

“Non viene mai nulla di nuovo per noi. Con quel che abbiamo ci siamo nati, e non impariamo niente. Non viene niente di nuovo per noi”
Ernest Hemingway

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