Il Cardinale Anastasio Ballestrero. Il “Carmelitano scaltro” sulla via della beatificazione

Anastasio Alberto Agostino Ballestrero (di Giacomo Ballestrero ed Antonietta Daffunchio, Genova, 3 ottobre 1913 / Bocca di Magra, La Spezia, 21 giugno 1998).

Frate Carmelitano, Arcivescovo di Bari e Torino, Cardinale, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Padre Conciliare, Servo di Dio.

Venticinque anni fa si spegneva, nella quiete dell’antico monastero dei Padri Carmelitani di Bocca di Magra, in provincia di La Spezia, il Cardinale Anastasio Alberto Agostino Ballestrero, Frate dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, Preposito Generale dell’Ordine, Padre Conciliare del Concilio Vaticano II, Arcivescovo di Bari e Torino, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Mistico e pastore, una delle figure più eminenti della Chiesa Cattolica del Novecento, cinque anni dopo la morte, venne dichiarato Servo di Dio, primo passo nella causa di beatificazione. (Nell’immagine a sinistra, il Cardinale Ballestrero, durante l’Ostensione della Sacra Sindone 1978).

Il religioso, di natali genovesi, aveva profonde radici nella comunità di Serravalle, paese dove nacque la madre, Antonietta Daffunchio. Egli coltivò per buona parte della sua vita stretti rapporti familiari con i parenti materni. Nel tempo egli portò spesso il suo prezioso magistero al clero del Seminario di Stazzano e fu devoto alla Beata Vergine di Montespineto.

Nel mese di giugno 2023, per Padre Anastasio del Santo Rosario (questo fu il nome religioso che fece proprio alla sua ordinazione sacerdotale) si è chiusa l’inchiesta diocesana sulla vita, virtù e fama di santità avviata presso l’Arcidiocesi di Torino nel 2014. Con la sottoscrizione delle ultime dichiarazioni e la sigillatura dei plichi da parte delle Autorità Ecclesiastiche piemontesi, la documentazione (atti, scritti e testimonianze), frutto del lavoro del Postulatore, dei periti storici e dei censori teologi, verrà depositata in Vaticano, al Dicastero delle Cause dei Santi, dove proseguirà l’iter che potrebbe condurre il porporato all’onore degli altari.

Anastasio Alberto Ballestrero nacque a Genova, il 3 ottobre 1913, primo dei cinque figli di Giacomo Ballestrero, commissioniere portuale, e di Antonietta Daffunchio, casalinga. Antonietta era nata a Serravalle Scrivia, il 22 novembre 1892, figlia di Agostino Daffunchio e di Maria Sajo, agricoltori residenti alla Cascina Tabacca. Il parto fu gemellare e diede la vita anche alla sorella Santina. La famiglia Daffunchio, contadini originari della Val Curone (il nonno di Antonietta, Pietro Daffunchio, infatti era nato a Monleale), era numerosa e contava, oltre alle gemelle, Teresa, classe 1879, e Giuseppina Rosa, classe 1881. Giacomo Ballestero ed Antonietta si sposarono a Tortona, il 24 novembre 1912 e successivamente si trasferirono a Genova, in Via Santa Zita, nella zona di Borgo Pila, nel quartiere della Foce. Purtroppo, a soli nove anni e mezzo, il piccolo Anastasio rimase orfano di madre, morta prematuramente di malattia il 10 aprile 1923, a Genova. Anastasio crebbe nell’affetto del padre, uomo chiamato a grandi sacrifici economici per mantenere da solo la famiglia, ma soprattutto a convivere con il pesante fardello del dolore per la perdita della consorte e di due dei figli che ella gli diede, dipartiti in tenera età. Papà Giacomo così decise di affidare l’istruzione e la formazione di Anastasio e dei suoi fratelli al Collegio Belimbau – istituto immerso nel verde delle alture di San Martino, in Salita Santa Tecla – rimanendo comunque sempre presente con amorevole attenzione per le sue adorate creature. Qui Anastasio, che visse con comprensibile sofferenza il distacco dalla casa paterna, rimase tuttavia affascinato dal carisma del Cappellano dell’istituto, trovando così motivazione nello studio e spirito di disciplina. Il 2 ottobre 1924 si compì la sua precoce vocazione al Sacerdozio, con l’ingresso al Seminario dei Carmelitani Scalzi della Provincia Religiosa della Liguria, sito nel convento del Deserto di Varazze (GE). Nel 1928 fu ammesso al noviziato, da esercitare presso il convento di Loano (SV).

Sulla vocazione del futuro Cardinale tuttavia si addensarono le oscure nubi della malattia. Poco più che diciottenne, si ammalò gravemente, a causa di un’infezione alla gamba, rischiando l’amputazione dell’arto e di conseguenza la preclusione al Sacerdozio che pretendeva integrità fisica delle membra e della sanità. Rifiutato l’intervento chirurgico, Anastasio, determinato a non rinunciare per nessun motivo a coronare la propria chiamata, iniziò con coraggio e determinazione una lunga e difficile terapia. Patimenti e sofferenze, ricompensati dall’agognata guarigione, sorretta dall’incrollabile fede che albergava nel suo cuore.

Nel 1932 venne trasferito al convento di Sant’Anna in Genova, dove proseguì negli studi propedeutici alla vita consacrata. Il 6 giugno 1936 sarà il giorno della sua Ordinazione Sacerdotale, celebrata nella solennità della Cattedrale di San Lorenzo, con il nome di Anastasio del Santissimo Rosario (Nella foto sopra, scattata nel giorno dell’Ordinazione Sacerdotale, Frate Anastasio con i famigliari, tra i quali anche i parenti di Serravalle).

All’inizio del 1937 assunse il suo primo incarico: Cappellano della Clinica Bertani di Genova. Contemporaneamente si dedicò anche all’insegnamento di teologia dogmatica e del diritto canonico al Convento di Sant’Anna. Coltivò precocemente molteplici interessi culturali. Frequentò con curiosità e profitto diversi circoli intellettuali, tra cui il sodalizio parigino animato dal filosofo Jacques Maritain, ove ebbe occasione di conoscere illustri pensatori europei laici e religiosi, come Henri Bergson, Gertrud Von Le Fort, Padre Garrigou-Lagrange, Monsignor Gérard Philips e Padre Schillebeeckx. Nel 1945 fu designato Priore di Sant’Anna, ruolo che resse sino al 1967.

La guerra portò nella vita di Frate Anastasio nuovi dolori e nuovi lutti. Dopo l’Armistizio, i cugini Adriano Chiappella (figlio della zia Teresa), Angelo Daffunchio (figlio di Giovanni Antonio, nipote di papà Agostino) ed Elio Mazzarello (nipote di Francesco Mazzarello il quale era sposato con Teresa Carme Daffunchio, cugina di mamma Antonietta), giovani serravallesi, renitenti alla leva della nascente Repubblica Sociale Italiana, decisero di unirsi alle bande partigiane in fase di costituzione intorno al monte Tobbio. Nei giorni della Pasqua del 1944, i tre ragazzi con altri numerosi compagni vennero fatti prigionieri dai nazifascisti nel corso del furioso rastrellamento della Benedicta. Adriano ed Elio vennero trucidati sul posto, passati per le armi, mentre Angelo venne deportato nel Reich ed internato nel campo di concentramento di Mauthausen – Gusen, un inferno da cui non fece mai ritorno, percosso a morte dagli aguzzini del lager. Una tragedia che Ballestrero condivise con i parenti serravallesi più stretti, le famiglie Daffunchio, Chiappella e Mazzarello, non facendo mancare il sostegno della preghiera ed il conforto della parola.

Nel Dopoguerra, Ballestrero fu chiamato a nuove responsabilità ecclesiastiche. Venne nominato Provinciale dei Carmelitani Scalzi per la Liguria, incarico a cui si assolse dal 1948 al 1954. Nel 1952 egli si spese in prima persona per l’apertura di un convento carmelitano a Bocca di Magra (SP), ove tutt’oggi vive ed opera una piccola comunità religiosa carmelitana, impegnata nell’ospitalità di preghiera e nella guida degli esercizi spirituali. Dal 1955 al 1967 fu Preposito Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Fu il primo Generale a fare visita a tutti i conventi del Carmelo presenti nel mondo, viaggiando senza sosta dall’Europa, all’America, dal Pacifico, all’India. Trasferte da cui egli traeva grande appagamento, sebbene fisicamente impegnative, vivendo spesso vere e proprie avventure nei tre continenti; quei viaggi non erano immuni da pericoli anche per la sua persona, tra rischi di incidenti stradali e di contagio da malattie endemiche.

Dal 1962 al 1965 il frate genovese sedette tra i Padri Conciliari del Concilio Vaticano II, chiamato da Papa Giovanni XXIII prima e da Papa Paolo VI dopo, a partecipare a tutte le quattro sessioni, avendo parte attiva tanto nella preparazione dello storico evento che nel suo svolgimento, servendo il Santo Padre anche come membro della Commissione Teologica e di altri importanti gruppi di studio.

Nonostante le crescenti responsabilità e gli impegni sempre più pressanti, il religioso non interruppe mai lo stretto legame con i suoi congiunti che abitavano a Serravalle. Ogni qual volta gli era possibile, Anastasio faceva loro visita volentieri, con semplicità e discrezione. Della sua ospitalità si occupava il Seminario di Stazzano, ai cui studenti egli non negava la sua opera di apprezzato relatore. In tali circostanze si recava anche in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Monte Spineto, particolarmente devoto alla Beata Vergine venerata dai fedeli serravallesi e stazzanesi.

Dopo la grande avventura del Concilio, oltre alla ripresa dell’attività di conferenziere e docente, per Padre Anastasio giunsero nuove impegnative mansioni nei palazzi del Vaticano, come quella di componente della Commissione di Revisione del Codice di Diritto Canonico. Il 21 dicembre del 1973 fu elevato alla sede arcivescovile di Bari. La sua nomina a Vescovo venne solennemente celebrata il 2 febbraio 1974. Il 16 febbraio fece il proprio ingresso a Bari, quale nuovo Arcivescovo della città, alla presenza dei fedeli e delle Autorità, tra cui valga citare il Presidente Aldo Moro, pugliese di nascita. Nella nuova sede egli si impegnò, in particolare, nella lotta al disagio ed alla povertà e nella vicinanza alla popolazione carceraria. Un incarico prestigioso ma che impose a Padre Anastasio il grande sacrificio di disimpegnarsi progressivamente dalla cura dell’amato Ordine Carmelitano.

Il 25 settembre 1977 il Santo Padre lo nominò nuovo Arcivescovo di Torino, officio che ricoprì fino al 31 gennaio 1989, giorno del suo ritiro a vita contemplativa. Pastore umile e coraggioso, fu instancabile studioso, teologo mistico ma anche estremamente concreto. Uomo mite, saldo nella fede e nella dottrina, fu interprete illuminato del suo tempo, sempre aperto al dialogo con una società inquieta ed in tumultuoso cambiamento, instancabile costruttore di unità fuori e dentro la Chiesa.

Il 30 giugno 1979 Giovanni Paolo II gli impose lo zucchetto cardinalizio. In omni bonitate et veritate fu il motto che adottò una volta elevato alla dignità della porpora, parole che costituiscono mirabile sintesi della sua essenza di uomo e di Pastore. Nello stesso anno, Papa Wojtyla gli affidò la presidenza della Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.), l’assemblea dei Vescovi italiani, prestigioso quanto delicato incarico che mantenne sino al 1985, guidando le Diocesi d’Italia in momenti tragici, come l’attentato al Santo Padre in Piazza San Pietro, ed attraverso passaggi epocali della storia nazionale, dal referendum sull’aborto, alla firma del Nuovo Concordato tra Stato e Chiesa Cattolica, all’approvazione della seconda edizione del Messale Romano. Nel 1985, da Presidente della CEI, fu lui a nominare l’allora Vescovo di Molfetta, Antonio “Tonino” Bello, alla guida del movimento cattolico internazionale Pax Christi, intuendo con lungimiranza la non comune levatura morale del sacerdote pugliese, dichiarato Venerabile nel 2021 da Papa Francesco. 

Oltre all’intensa attività di predicatore di esercizi e di conferenziere, che non abbandonò mai, Ballestrero pubblicò anche diversi rilevanti saggi tematici: La vita religiosa nella Chiesa alla luce del Vaticano II (1966), Cammino per una vita nuova (1976) e Perché il Concilio diventi vita (1977).

Per l’Alto Prelato divenne sempre più difficile fare personalmente visita ai propri cari a Serravalle, con cui restò comunque in intenso contatto epistolare. Nonostante tutto, il legame non si interruppe e furono i parenti serravallesi, quando possibile, a fargli visita in Cattedrale a Torino, dove furono ricevuti ogni volta con affetto. Nonostante l’importanza degli incarichi a cui venne chiamato, il frate genovese non abbandonò mai quella frugalità, propria della sua vocazione Carmelitana, simboleggiata dalla sua semplice brandina che portò sempre con se in ogni sua nuova dimora. La personalità del religioso si impose anche alla Curia Romana. Ballestero divenne uno dei più stretti collaboratori di Papa Paolo VI; degno di menzione l’importante contributo portato alla redazione della Costituzione Pastorale Gaudium ed spes, promulgata da Papa Montini il 7 dicembre 1965, uno degli elaborati cardine dell’intero Concilio: nel corso dei lavori che condussero all’approvazione del documento papale, fu il Carmelitano a proporre, argomentare ed ottenere, l’inversione dell’incipit del testo di bozza, delle originarie parole Angor et luctus con Gaudium et spes, sintesi mirabile del contenuto del documento in cui la Chiesa si propose al dialogo con l’intera famiglia umana e si proiettò nel mondo contemporaneo.

Ballestrero lasciò un segno pastorale indelebile soprattutto nella vita religiosa della Diocesi torinese che guidò con umanità, fermezza e lungimiranza, operando in un periodo in cui la città, specchio dell’Italia degli Anni di Piombo, era attraversata da accese contestazioni politiche e sociali, da duri conflitti sindacali, minacciata dalla cieca violenza eversiva del terrorismo delle Brigate Rosse. Nel 1980 ufficializzò la costituzione della Caritas Diocesana di Torino, istituto diocesano che incise in maniera concreta sul tessuto sociale cittadino. Nel corso del suo servizio pastorale sotto la Mole, seppe farsi prossimo agli operai metalmeccanici di Mirafiori in lotta per il lavoro, interpretò e condivise il dolore della città per due tragedie che ne segnarono gli Anni Ottanta: nel 1983 il dramma del Cinema Statuto (64 persone perite nell’incendio della sala cinematografica); nel 1985 la strage dello stadio Heysel di Bruxelles (39 tifosi della Juventus, in trasferta per assistere alla finale di Coppa Campioni, morti nella calca scatenata dalla violenza degli hooligans, supporters del Liverpool).

Nel 1983, in seguito alla donazione della reliquia della Sacra Sindone alla Chiesa Cattolica da parte di Umberto II di Savoia, Ballestrero venne nominato dal Santo Padre Custode Pontificio del prezioso lino. In precedenza, nel 1978, egli era stato promotore della prima Ostensione pubblica dal Dopoguerra: era un evento assai sentito tra i fedeli ed atteso sin dal 1933. L’Ostensione richiese grande impegno pastorale ed un ciclopico sforzo organizzativo premiato da un grande afflusso di fedeli: alla cupola del Guarini giunsero infatti circa tre milioni di pellegrini.

Dieci anni dopo, con il placet della Santa Sede, Padre Anastasio diede il suo consenso agli esami di datazione al carbonio 14 sulla Sindone: la Chiesa non è mai stata nemica della scienza, fu sua profonda convinzione. Il 13 ottobre 1988 fu suo compito annunciare al mondo i controversi risultati dei test sul lenzuolo funebre, venerato dalla Cristianità come l’immagine Gesù Cristo, flagellato, coronato di spine, crocifisso e trafitto al costato. La Sindone è autentica e risale all’epoca del Nazareno oppure è un falso di età medievale? Gli scienziati diedero la loro risposta. Il Cardinale saggiamente commentò: «…la scienza ha chiesto fiducia, la Chiesa ha concesso fiducia. Ma scienza genera scienza. Quello di oggi è un capitolo doloroso, ma si tornerà a studiare e ad approfondire. Intanto guardiamola ancora! Ci dice tutto, proprio tutto sulla Passione di Gesù. È questo che conta….» Egli si mosse di concerto con il Vaticano, in ogni fase della complessa vicenda, tuttavia fu soprattutto suo l’onere di affrontare la tempesta scatenata dalle polemiche che precedettero, accompagnarono e seguirono, gli accertamenti sul velo sindonico. Per lui furono mesi difficili, caratterizzati da grande sofferenza umana, segnati da accuse incrociate, ora di oscurantismo, ora di accondiscendenza, verso il mondo della scienza, rivoltegli da taluni ambienti laici e cattolici.

Nel 1989, compiuti i 75 anni di età, terminò il il suo mandato di Arcivescovo di Torino, presentando le proprie dimissioni. Nei fedeli e nel clero della città sabauda Ballestrero lasciò un ricordo particolarmente caro e venne soprannominato dai suoi amati sacerdoti, il Carmelitano scaltro, coniando per lui una definizione piuttosto insolita, ma che intendeva fare ammirato riferimento «…alla sua astuzia di sapore evangelico più che alla furbizia di carattere mondano, che non gli apparteneva… ma soprattutto a quella discretio che imparò dalla Regola Carmelitana, interpretendola sia come equilibrio e moderazione, sia come discernimento…», come ebbe a dire Padre Roberto Fornara.

Il Carmelitano si ritirò presso il Monastero di Santa Croce a Bocca di Magra (SP), luogo sacro, immerso nella macchia mediterranea ed adagiato tra il mare e le Alpi Apuane, dedicandosi alla predicazione, alla preghiera ed alla meditazione, nonostante la prova della malattia. Qui si spense il 21 giugno 1998. I solenni funerali vennero celebrati nella Chiesa di San Filippo a Torino, per la temporanea indisponibilità della Cattedrale, devastata dal drammatico incendio dell’11 aprile 1997. Padre Anastasio venne tumulato, per sua espressa volontà, presso la cripta dell’Eremo Carmelitano del Deserto di Varazze (GE), il luogo dove aveva avuto inizio il suo fruttuoso cammino sacerdotale, dove ancora oggi riposa e riceve la venerazione di confratelli e fedeli che numerosi vi si recano in pellegrinaggio.


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Fonti:

Anastasio Ballestrero, “Autoritratto di una vita. Padre Anastasio si racconta“, OCD, 2002

Giuseppe Caviglia, “Il Cardinale Anastasio Alberto Ballestrero“, Edizioni Elledici Velar, 2008

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Filippo Bertone

Appassionato di storia locale, svolge attività di ricerca presso l'Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi". Già giornalista pubblicista. Coautore e curatore di progetti editoriali e di ricerca di storia e cultura locale.

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